GRAMSCI, I CATTOLICI, L’EGEMONIA

 

Guido Liguori

 

 

Nella bibliografia delle opere su Gramsci, la «sottosezione» dedicata allo specifico tema «Gramsci e la religione», e quella connessa e in parte sovrapponibile che potremmo chiamare «Gramsci e la questione cattolica», si nutre ormai di numerosi contributi, almeno a partire dagli inizi degli anni settanta: libri, saggi e articoli hanno indagato infatti questo o quell’aspetto del problema in modo copioso. Tale fatto si spiega in primo luogo con l’importanza che questa area tematica ha in Gramsci. E con la vastità della sua articolazione. Se assunta in senso ampio, infatti, essa può comprendere i temi più vari: dal partito popolare alla Riforma, dai contadini meridionali all’ateismo, dalla politica vaticana al Medioevo, dal neoguelfismo ai gesuiti, ai «nipotini di padre Bresciani», a Gioberti e così di seguito.

Il volume fresco di stampa che qui si segnala (Bruno Desidera, La lotta delle egemonie. Movimento cattolico e Partito polare nei Quaderni di Gramsci, presentazione di Giuseppe Goisis, Padova, Il Poligrafo, 2005, pp. 343, euro 23,00) vuole gettare uno sguardo sull’intero, ampio arco delle questioni sopra accennate, e su altro ancora. Pagando – forse consapevolmente – lo scotto di un non sempre adeguato approfondimento, a tratti addirittura quello di una certa superficialità.

Esso infatti passa da un piano più propriamente teorico e filosofico (Gramsci e la religione, l’ateismo, ecc.) a uno più storiografico (Gramsci e i cattolici, nella storia italiana e anche nella attualità politica), indagando tutta la produzione dell’autore, dagli scritti giovanili ai Quaderni (i limiti posti dal sottotitolo sono ampiamente superati), per di più soffermandosi pure sull’atteggiamento di Marx e del marxismo sulla religione e abbozzando persino una storia della critica gramsciana in materia. Offrendo così al lettore, se non altro, una panoramica delle questioni che si legano al tema «Gramsci e la religione (cattolica)».

Desidera – da un punto di vista che potremmo dire cattolico-moderato –  riconosce e indaga il grande interesse di Gramsci per le questioni religiose fin dagli anni giovanili, ma non confonde tale interesse con la propensione per commistioni teoriche o politiche, e tanto meno per inclinazioni esistenziali. («Come uomo era un pagano», scrisse tra l'altro Togliatti, ed è un giudizio vero, se pur espresso con la retorica carducciana cara all'autore). Desidera vede che Gramsci è contrario a ogni confusione tra cristianesimo e socialismo, che la sua scelta è quella di un laicismo assoluto (anche se non un laicismo dozzinale e rozzo come quello di Podrecca, che Gramsci infatti critica). Il socialismo è per Gramsci anzi – egli dice – la «religione», la «concezione del mondo», che dovrà sconfiggere la religione propriamente detta. Rispetto a Togliatti – su cui il giudizio dell'autore è ancora più negativo, per la solita accusa di guardare solo ai livelli istituzionali della politica – Gramsci avrebbe è vero il merito di curiosare tra i meandri della società civile (categoria cara al mondo cattolico, anche a quello indagato da Gramsci, che l’autore con coerenza antigramsciana ripropone come centrale). Ma ciò non toglie – afferma Desidera – che il comunista sardo non sia per niente «uomo del dialogo», potendosi parlare nel suo caso al massimo di «attenzione» (tutta politico-strumentale) per il mondo cattolico.

Eppure Gramsci resta l’autore marxista – come scrive Desidera – che più ha parlato di religione. Anche se solo perché la religione per lui – ha ragione l’autore – è soprattutto una «sezione» del «senso comune», a sua volte sezione «folclorica» e popolare dell’ideologia, che va soprattutto studiata per essere superata.

Ma allora, si chiede Desidera, perché i cattolici che guardano a una prospettiva socialista, che si sentono e sono socialisti o comunisti, hanno guardato e guardano più a Gramsci che a Marx? È questa – per il nostro autore, cattolico che certo non sembra nutrire simpatie politiche per la sinistra (nel libro troviamo addirittura una apologia di Sturzo proprio in contrapposizione a Gramsci, il che ha poco senso) – una domanda retorica. Egli sembra rifarsi alle posizioni di chi (Del Noce, ma anche Melchiorre) pensa piuttosto che Gramsci sia anche peggiore di Marx, poiché il suo interesse per il mondo cattolico è puramente «politico». Anzi, come Del Noce, l’autore finisce per vedere un Gramsci «religioso», il cui progetto è quello di laicizzare, terrestrizzare la società e la cultura tutte, in una volontà «egemonica» che è il vero tratto distintivo di Gramsci da temere.

Da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire. Tanto più in un paese come il nostro, ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, in cui tanto si stenta ad affermare una visione anche solo puramente laica dello Stato, della società, della vita.