Gramsci: cultura, educazione, scuola

 

di Giovanna Savant

 

 

 

Il 23 aprile 2007 si è svolta a Torino, presso la sala conferenze della Biblioteca Nazionale Universitaria, la IV “Giornata Gramsci” sul tema Gramsci: cultura, educazione, scuola. Il convegno è stato organizzato dall’Assessorato alle Risorse Educative della Città di Torino e da Historia Magistra, Associazione culturale per il Diritto alla Storia, fondata e diretta da Angelo D’Orsi.

La giornata è stata divisa in due sessioni. Nella prima, presieduta da Gian Mario Bravo (Università di Torino) si sono susseguiti quattro interventi: Guido Liguori (Università della Calabria) nella sua relazione Introduzione a Gramsci ha ricordato gli aspetti salienti della biografia gramsciana e ha messo in evidenza i caratteri originali e creativi del marxismo di Gramsci, che ne fanno uno degli autori italiani più studiati nel mondo. Ancora liceale, legge autori come Croce, Gentile e Prezzolini, che si ribellano alla cultura positivista dominante e alla sua trasposizione politica nel giolittismo e nel socialismo riformista, caratterizzato quest’ultimo di un marxismo deterministico che sottovaluta la volontà dei soggetti. Contro tutto ciò, il giovane Gramsci elabora un marxismo volontaristico e idealistico, in cui i soggetti individuali e collettivi e non i fatti economici sono i soggetti attivi della storia. Nelle riflessioni carcerarie, egli assume una posizione più temperata, ma pur sempre fermamente antideterminista.

Angelo d’Orsi (Università di Torino) ha presentato una relazione sul tema L’idea di cultura nel giovane Gramsci, riferendosi in particolare alla sua esperienza universitaria, incompiuta ma non certo infruttuosa, durante la quale ha saputo prendere il meglio di quella cultura positiva che caratterizza all’epoca l’ateneo torinese, ovvero l’amore per il metodo, il rigore e l’applicazione seria alla ricerca. In tutta la sua attività di giornalista e di uomo politico, Gramsci avrà sempre una sorta di ripugnanza morale per ogni genere di superficialità ed approssimazione. Il relatore ha evidenziato il nesso inscindibile che Gramsci stabilisce tra cultura, intesa non come mera erudizione, ma come formazione complessiva di personalità, come piena assunzione di responsabilità, e rivoluzione. Ogni cambiamento rivoluzionario è preceduto da un intenso periodo di elaborazione culturale: il proletariato, per diventare classe dirigente, deve produrre una sua cultura, ma senza trascurare di acquisire e incorporare quanto di meglio la civiltà borghese abbia creato in questo campo.

Imma Messuri, in collaborazione con Luigi Punzo (Università di Cassino), e Chiara Meta (Università della Calabria) hanno proposto due interventi sul tema Pedagogie a confronto, paragonando le idee di Gramsci in campo educativo rispettivamente con quelle di Antonio Labriola e di John Dewey.

I tre pensatori sono accomunati dalla convinzione che la scuola sia una delle agenzie educative più importanti, nella società. Labriola si batte, lungo tutta la sua vita, per creare una scuola popolare, pubblica e gratuita, che estirpi l’analfabetismo in modo definitivo. Lo Stato non solo ha il dovere di esercitare un compito educativo, ma nel suo ideale più alto è scuola: se questa funzione non è garantita, la stessa libertà stabilita dallo Statuto e dalle leggi non ha alcun valore, è priva di contenuti. A differenza di Gramsci, però, Labriola, resta ancorato ad una concezione dualistica del sapere, per cui, sulla scorta degli insegnamenti ricevuti dal suo maestro Bertrando Spaventa, distingue tra una cultura dotta, elitaria ed una popolare.

Sia Gramsci che Dewey ritengono che il rapporto pedagogico non possa essere ristretto al solo ambito scolastico, ma che esso esiste in tutta la società, dal momento che l’uomo è sempre il risultato delle relazioni sociali nelle quali è immerso. Questa convinzione induce entrambi i pensatori a rifiutare ogni forma di accademismo professionale, ovvero a condannare tutti quegli intellettuali che rifiutano di uscire dalla loro “torre d’avorio” per interagire con il mondo. Compito della scuola non è quello di riempire di nozioni gli individui, ma di svilupparne le capacità di comprensione umane, di farne dei cittadini consapevoli della loro funzione nella vita, dei loro diritti e dei loro doveri. Da qui la necessità, presente sia in Gramsci che in Dewey, di superare i modelli educativi tradizionali che forniscono alle classi subalterne solo una preparazione tecnica, finalizzata al mondo del lavoro, trascurando quei contenuti umanistici che, al contrario, li renderebbero in grado di comprendere il mondo e di agire su di esso.

Nella seconda sessione, presieduta da Gigi Livio (Università di Torino), Lea Durante (Università di Bari) con la sua relazione su Gramsci pedagogo familiare attraverso le lettere, ha analizzato l’azione pedagogica gramsciana così come emerge nelle lettere inviate dal carcere ai due nuclei familiari: quello russo della moglie Giulia e dei figli Delio e Giuliano e quello sardo, composto dalla famiglia originaria. Ha sottolineato la duplice importanza che le donne rivestono in questi rapporti: da un lato, sono le mediatrici dell’educazione nei confronti dei bambini, dall’altro, rappresentano le destinatarie dirette della pedagogia gramsciana, cui egli rimprovera l’incapacità di interpretare i pensieri dei bambini e in generale degli individui.

Dario Ragazzini (Università di Firenze), con la relazione Una teoria educativa in Gramsci? ha parlato delle riflessioni svolte in carcere sui cambiamenti intercorsi con l’avvento di una moderna società di massa e sulla necessità conseguente di elaborare una nuova teoria educativa, che tenga conto di questi mutamenti. Al termine, ha presentato al pubblico la versione digitale dei Quaderni del carcere, da lui curata.

Dopo la lettura, molto toccante, di alcune lettere del carcere, da parte dell’attore e regista Franco Collimato, la giornata si è conclusa con una tavola rotonda presieduta da Raffaele Mantegazza (Università di Milano Bicocca), in cui, partendo dagli spunti contenuti negli scritti gramsciani, si è discussa la possibilità di creare oggi una “scuola unitaria”. Al dibattito hanno partecipato Antonio Erbetta (Università di Torino), Mario Ambel (Centro Iniziativa Democratica Insegnanti), Alberto Artioli (Segretario Generale FLC CGIL Piemonte), Domenico Chiesa (collaboratore al Ministero della Pubblica Istruzione) e Pino Patroncini (FLC CGIL Nazionale).