Gramsci e la cultura proletaria

 

Guido Liguori

 

 

 

Esisterebbe un Gramsci nascosto che va liberato. Un Gramsci influenzato da Bogdanov e dal Proletkul’t, valorizzatore del folklore, dello «spirito popolare creativo», ma anche soreliano e operaista, che Togliatti e la tradizione comunista italiana hanno soffocato, nascosto, occultato, imprigionato addirittura, per costruire a partire dal suo pensiero ad arte distorto un’altra tradizione politico-teorica, in collegamento con il leninismo, ecc. Questa è la tesi di fondo del libro di Cesare Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria (Milano, Cooperativa Colibrì, 2007, pp. 333, euro 19), in cui l’autore raccoglie una serie di saggi editi nel corso di una pluridecennale attività di studioso di Gramsci e soprattutto della cultura popolare (nell’ambito, tra l’altro, dell’attività dell’Istituto Ernesto de Martino). Il volume è anche corredato da due cd audio, contenenti quello che Bermani definisce un «saggio sonoro», ampliamento di quello già apparso nel 1987 insieme al volume Gramsci raccontato, curato dallo stesso autore: un interessante montaggio di testimonianze e documenti sonori relativi tutti, ovviamente, al «mondo di Gramsci» (la cui trascrizione si trova in appendice al volume).

Nel libro vi sono spunti interessanti, su cui riflettere, vengono utilmente ricapitolate molte notizie già note ma a volte dimenticate, come quelle – a volte contestabili, certo – sulla attribuzione errate di molti degli scritti precarcerari; sull’influenza di Crocioni in merito alla concezione gramsciana del folclore; sulla lettura di Gramsci avanzata da personaggi come Ernesto de Martino e Gianni Bosio, a cui l’autore è particolarmente legato. Ciò che francamente non convince è il perdurare di una visione polemica oltre ogni dire nei confronti di Togliatti e del togliattismo, in cui i «capi di accusa» vengono avanzati senza alcuna prudenza storiografica, senza alcuna logica contestualizzatrice. Ciò facendo, Bermani si colloca in un filone collaudato, che ha le sue radici nella sinistra socialista e nelle minoranze comuniste degli anni Cinquanta e che ha avuto il suo apogeo intorno al ’68. Oggi – in una situazione storiografica del tutto diversa – certe polemiche non sembrano avere più molto senso, se non forse nel loro cotê tardocraxiano, a cui beninteso l’autore non appartiene. Ma su un piano diverso, di sicura onestà intellettuale, che certo va riconosciuta a Bermani, non ha più senso tratteggiare ancora una sorta di complotto togliattiano che si sarebbe addirittura prolungato per decenni anche dopo la morte di Togliatti, per mano ad esempio di uno studioso scrupoloso (forse troppo scrupoloso) come Valentino Gerratana, che l’autore accusa tra l’altro di aver estromesso volontariamente dalla raccolta di scritti precarcerari curata con Santucci anche articoli che poco si adatterebbero all’immagine di Gramsci “costruita” da Togliatti; o di aver messo a punto l’edizione critica dei Quaderni sulla stessa strada intrapresa da Platone e Togliatti per l’edizione tematica, nascondendo ad arte i veri propositi di Gramsci, che avevano per obiettivo il marxismo sovietico, non Croce: nel 1975 era ancora questa la preoccupazione di uno studioso del calibro di Valentino Gerratana? E il titolo del Quaderno 10 La filosofia di Benedetto Croce – è stato apposto dal curatore o, come è stato, da Gramsci stesso? La lotta di Gramsci era sua due fronti, contro il marxismo economicista e contro il neoidealismo, e questo non andrebbe maidimenticato.

Si dimentica però, soprattutto, che non vi è una lettura togliattiana di Gramsci, ma ve ne sono tante. Perché – certamente – Togliatti usò Gramsci per la sua politica, per le sue politiche (come Gramsci insegna citando crudamente Guicciardini, non ha senso fare la stessa politica in epoche diverse, rischiando di divenire “pedofili della politica”: cfr. Q, p. 866), per portare avanti e far crescere – in una situazione del tutto diversa quale quella determinatasi con la caduta del fascismo – il partito di Gramsci. Al comunista sardo questo sarebbe dispiaciuto? Personalmente non credo. Combattente politico fino in fondo, dirigente e militante che si sentiva profondamente parte di un movimento e di un partito che recò più di ogni altro la sua impronta, Gramsci visse anche grazie al fatto che il suo partito ne fece una bandiera e una fonte di ispirazione. Non si può dimenticare che senza il lavoro di editore e di interprete svolto da Togliatti, oggi Gramsci non sarebbe il Gramsci che conosciamo: i suoi appunti carcerari e le sue lettere sarebbero emersi solo in anni recenti dagli archivi dell'ex-Unione Sovietica, con le relative incognite legate alla loro comprensione e valorizzazione; senza Togliatti e il Pci Gramsci non sarebbe diventato il saggista italiano moderno più conosciuto nel mondo. Negli anni più bui dello stalinismo Togliatti riuscì a salvare non solo se stesso e il suo partito, ma anche Gramsci. E appena si determinarono le circostanze di una nuova «agibilità politica», anche la «politica di Gramsci» (ovviamente come Togliatti la interpretava e la adattava alle condizioni dell'agire effettivo) venne riproposta da Togliatti, dal ’44 in poi.

Non vanno sottovalutate le indubbie distinzioni esistenti tra l'elaborazione di Gramsci in carcere e l'elaborazione teorico-politica togliattiana: la gramsciana «guerra di posizione» era una strategia di più ampio respiro rispetto alla «politica di unità antifascista» del Pci nel dopoguerra, essa indicava modi nuovi di lotta anticapitalistica che Togliatti e il suo partito solo in parte seppero e poterono tentare. Si può affermare che Togliatti abbia realizzato largamente una politica di ispirazione gramsciana, nei limiti in cui ciò gli era consentito dal suo realismo in un mondo diviso in due a Jalta. va dimenticato che nel 1944 Gramsci era per i più, anche per gli stessi militanti del Pci, uno sconosciuto. Fu Togliatti a farne, nel giro di pochi anni, il punto di riferimento della politica e della cultura dei comunisti italiani. Bermani ha ragione soprattutto quando sottolinea le differenze tra Gramsci e Togliatti nella politica verso gli intellettuali e nel rapporto politica-cultura: il Pci solo parzialmente riuscì a portare avanti su questo terreno fondamentale una politica «gramsciana» (ma in parte pure vi riuscì). Mi sembra però che altre tesi del libro siano difficilmente sostenibili: è vero che Gramsci fu influenzato dal movimento russo del Proletkul’t, come lo fu da Sorel e tantissime altre fonti. Non si può negare però che soprattutto dal soggiorno moscovita in avanti ripensò profondamente la lezione di Lenin, o parte della lezione di Lenin. I Quaderni stessi ne sono una continua testimonianza. E che dire dell’interesse che Gramsci mostrava per la cultura «borghese»? Si può pensare ad esempio che Gramsci – in accordo con il Proletkul’t – fosse favorevole a un pressoché totale rifiuto della cultura borghese per la creazione di una cultura proletaria alternativa e separata? Tutto il suo modo di ragionare e operare (secondo una logica di acquisizione-superamento, o se si preferisce di traduzione) ci dice il contrario, anche prima dei Quaderni e poi nel confronto-scontro con la filosofia di Croce. Come mi sembra innegabile – al contrario di quanto sostiene Bermani – che il «cazzotto nell’occhio» della Costituente è un riavvicinamento oggettivo con quel movimento comunista che aveva lasciato alle spalle la politica «classe contro classe» e aveva preso la strada dei fronti popolari, dell’unità antifascista, ecc.

Nel 1956-1958, poi, Togliatti richiamò il «leninismo di Gramsci», ma sottolineando l’esigenza gramsciana di «tradurlo», non di riproporlo meccanicamente. Bisognava essere leninisti soprattutto nel senso di essere capaci di tradurre – come Gramsci aveva tentato – il leninismo in Italia, in Occidente. Già in questo senso Gramsci era oltre Lenin, dunque. In quegli stessi anni Togliatti, inoltre, dava una indicazione che apriva una nuova stagione di studi: faceva scoprire un Gramsci diverso, teorico della politica, ma soprattutto  politico pratico. «Nella politica – sosteneva Togliatti – è da ricercarsi la unità della vita di Antonio Gramsci». Questa era una indicazione di grande modernità. Solo gli studi degli ultimi due decenni hanno permesso di farci capire fino in fondo come anche il Gramsci del carcere pensasse e scrivesse quasi ogni pagina delle tante scritte in carcere pensando alla battaglia politica, alla lotta politica di chi stava fuori. E ancora, Togliatti stesso apriva la stagione del superamento dello «stalinismo storiografico» (di cui giustamente Bermani parla), pubblicando il saggio sulla formazione del gruppo dirigente del Pci (1960). E nel suo ultimo scritto su Gramsci (1964) Togliatti stesso avanzava un bilancio anche parzialmente autocritico sul rapporto tra il pensatore sardo e il suo partito, dicendo che Gramsci sporgeva oltre esso. Ma tutto questo nella ricostruzione di Bermani non c’è. Resta curiosa l’impressione di una sorta di contrappasso, poiché in vari punti del suo libro l’autore ancora cita dall’edizione degli odiati Togliatti-Platone. Certo, se anche il lavoro di Gerratana è rovinato dal terribile germe del «togliattismo», si capisce che Bermani non sappia più a che santo votarsi!