La politica in mano alle oligarchie è la rivoluzione passiva di oggi

 

Il nuovo libro di Alberto Burgio, "Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno". Come negli anni 30 è in atto un gigantesco processo di standardizzazione che dissolve cittadinanza e soggetti sociali. Ma riproduce anche una domanda di cambiamento

Pasquale Voza


Come si può evincere sin dal titolo del primo capitolo ("1937-2007. Gramsci per noi"), il recente libro di Alberto Burgio ( Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno, edizioni DeriveApprodi, pp. 176, euro 13) si caratterizza per una pratica assai peculiare e decisa del nesso gramsciano passato-presente. Si potrebbe dire che l'autore interroga Gramsci attraverso le domande e i problemi dell'oggi e al tempo stesso interroga il presente attraverso le domande, le categorie e i problemi posti ed elaborati dal pensatore sardo: tenendosi distante così, proprio grazie a questo, dalle sirene di una attualizzazione immediata e ideologica.
Sotto questo profilo assai complesso, si snoda la lettura di quel processo che ha luogo in tutto l'Occidente capitalistico a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, e che determina una ristrutturazione oligarchica dei poteri e una proliferazione corporativa della società, con conseguente, drastica riduzione «del novero dei soggetti (e degli interessi sociali) in grado di far valere le proprie istanze»: ebbene, secondo tale lettura, per Burgio l'insieme del processo si configura nei termini nuovi, inediti, di una vera e propria rivoluzione passiva, la categoria teorico-politica attraverso cui Gramsci, nel cuore degli anni Trenta, nell'era post-liberale, nel tempo del fascismo e dell'americanismo, intendeva segnalare un potere moderno della politica, vale a dire la sua capacità di produrre e insieme di governare processi di passivizzazione, standardizzazione e frantumazione (in assenza di «un'antitesi vigorosa», precisava con forza Gramsci, in chiave esplicitamente antideterministica).
Di fronte alla tendenziale dilatazione "totalitaria" dell'odierno capitalismo post-fordista, di fronte alla pervasività egemonica in cui tale capitalismo sta dando vita ad una formidabile «regressione neo-oligarchica», che «tende a dissolvere l'essenza stessa della cittadinanza smantellando sistemi di tutela, cancellando diritti fondamentali, restituendo i singoli - soprattutto i membri delle classi meno abbienti - alla condizione di atomi costretti a un negoziato incessante e senza regole», ebbene anche oggi (come allora per Gramsci) «la concezione rimane dialettica»: sicché anche l'attuale fase di crisi-ristrutturazione capitalistica «custodisce […], e alleva nascostamente nel suo seno, un incoercibile bisogno di alterità. Semina e diffonde, con l'ideologia dei dominanti, anche un'istanza di cambiamento».
Si potrebbe osservare, a tal proposito, che in Burgio la persistenza del carattere dialettico della concezione della rivoluzione passiva si lega a quello che egli considera un connotato fondativo del moderno in sé, vale a dire la sua ambivalenza (tra potenza e crisi). In un suo precedente lavoro ( Modernità del conflitto ), lo studioso aveva messo l'accento sulla oggettività della dialettica in Hegel, come elemento di continuità nel «discepolo» Marx. Laddove in Gramsci, che parla del proprium del capitalismo moderno in termini di «continua crisi» (nel senso, "anti-crollista", di crisi-ristutturazione), quella persistenza si lega direi, più direttamente, più organicamente, al problema racchiuso nel grande interrogativo teorico-politico su «come nasce il movimento storico sulla base della struttura», si lega cioè al problema della costituzione politica della soggettività, che nell'autore dei Quaderni non è mai riconducibile o riducibile ad una qualche filosofia della storia o ad una qualche ontologia. In lui - come è stato osservato - il soggetto capace di dar vita all'iniziativa storica non è mai già dato, ma si costituisce «molecolarmente» attraverso la lotta e la prassi politica. Si potrebbe aggiungere che per Gramsci la stessa coscienza politica, in cui si risolve (nel soggetto in formazione) la coscienza di essere parte di una determinata forza egemonica, rappresenta solo la prima fase di una ulteriore, progressiva «autocoscienza», in cui teoria e pratica «finalmente si unificano». Qui, inoltre, possiamo trovare gli elementi per una critica assai efficace di ogni spontaneismo, dall'operaismo classico ad ogni eccedenza antagonistica già data, si tratti di moltitudine o di una nuova, diffusa intelligenza comune; ma possiamo trovare elementi efficaci anche per una critica di ogni autonomia del politico, comunque declinata.
Particolarmente interessante (al punto da aver già suscitato una notevole dibattito) è la parte dedicata dall'autore alla riflessione gramsciana sul cesarismo. Secondo Burgio, Gramsci pone l'accento sull'alternativa tra cesarismo individuale e cesarismo collettivo, o cesarismo progressivo. Ferme restando le critiche del pensatore sardo al «partito carismatico» teorizzato da Michels, in cui, nella relazione col «capo», la massa è inevitabilmente un soggetto passivo, o «di manovra», si può dare la possibilità invece di un cesarismo progressivo, nella misura in cui «la massa divenga essa stessa il nuovo Cesare», che assuma cioè «la direzione dei processi decisionali». Un cesarismo senza Cesare, ma pur sempre un cesarismo: dal momento che per Burgio «l'enfasi permane sul tema della decisione e della rottura della normalità».
Ora, non si può non essere consapevoli del fatto che anche un cesarismo progressivo può contenere in sé, oggi forse più che mai, rischi di populismo e/o autoritarismo, rischi di un protagonismo di massa più apparente che reale, in un tempo, come quello attuale, connotato dai processi di dilatazione a mercato globale del capitale, col suo potere di "astrazione reale", capace di pervadere ogni forma di vita, sociale e individuale, e inoltre capace di dar luogo a processi di immaterialità e artificialità, non solo nella sfera della produzione, ma anche in quella del consumo, con una sempre più diffusiva «catastrofe del valore d'uso» e con una dilatazione crescente di quella che Baudrillard chiama la società, o la realtà, del «simulacro»; e infine, soprattutto, con una sempre più grave e strutturale scissione tra il sociale e il politico, che è la forma più vera di un nuovo americanismo, che può (solo può) inchiodare ad un antagonismo meramente difensivo e/o ribellistico.
Inoltre, va tenuto presente che Gramsci parlava di cesarismo progressivo anche riferendosi alla situazione dell'Urss staliniana, e sottolineava i rischi connessi ad una «statolatria» pur necessitata. Burgio è il primo ad essere consapevole di tutto ciò: e per questo - credo - accade che egli veda in Gramsci il riformulatore radicale del concetto classico di cesarismo, fino alla sua trasfigurazione in una sorta di grandiosa utopia "giacobina", la quale finisce col costituire - mi pare - il più profondo, vero pathos teorico-politico di questo libro davvero denso e stimolante.


(da «Liberazione», 13 dicembre 2007)