SAGGI

La «rivoluzione passiva» di Antonio Gramsci

La chiave di accesso che svela il presente

 

Alberto Burgio

 

Sarà un caso, ma è significativo che si moltiplichino le riflessioni e gli approfondimenti analitici sull'idea di «rivoluzione passiva». L'addensarsi di un interesse non puramente archeologico sembra dimostrare l'importanza di questo concetto gramsciano ai fini di una ricostruzione pertinente - e politicamente feconda - del trentennio che abbiamo alle spalle. E che ha raggiunto un degno coronamento (temiamo soltanto interlocutorio) con il naufragio della sinistra italiana nel crudele aprile di quest'anno.


Con questo suo saggio su Gramsci Pasquale Voza fornisce alla discussione sulla rivoluzione passiva un contributo importante. I quattro capitoli del libro sono tenuti saldamente insieme dal filo rosso di alcune domande. Non solo: che cos'è una rivoluzione passiva? Ma anche: dove e quando si è verificata? E quindi: quali indicazioni pratiche occorre saperne trarre?


Tra conservazione e innovazione


Sulla prima questione, Voza lascia parlare i Quaderni, riprendendo le pagine più esplicite nell'affermare la ricorrenza delle rivoluzioni passive e quindi la portata euristica del concetto, che Gramsci finisce col considerare un «principio generale di scienza e di arte politica». Com'è noto, i Quaderni vedono rivoluzioni passive tanto nei processi di modernizzazione (nella costituzione degli Stati nazionali) in gran parte dell'Europa (a cominciare dal Risorgimento italiano e dalla Germania bismarckiana, con la fondamentale eccezione della Francia), quanto nelle risposte novecentesche alla «crisi organica» del capitalismo (fascismo e fordismo), accomunate dalla tensione verso assetti stabili e regolati. La domanda che sorge immediata dinanzi all'assimilazione di fenomeni storici così diversi riguarda le loro affinità. Che cosa li accomuna, agli occhi di Gramsci? I Quaderni rispondono: la debolezza delle forze popolari (i democratici di Mazzini, Garibaldi e Pisacane nel Risorgimento; il movimento operaio all'indomani della Grande guerra) sullo sfondo (ma ciò è meno evidente nel caso degli Stati Uniti) di una generale arretratezza strutturale. È il mix tra l'assenza di una «antitesi vigorosa» e la fragilità dello «sviluppo economico locale» a consentire alle classi dominanti di governare riformisticamente il mutamento, calibrando in dosi omeopatiche conservazione e innovazione, e accogliendo (questo è un punto decisivo) «una qualche parte delle esigenze popolari».


I Quaderni arricchiscono questo schema con molteplici corollari di rilievo: la funzione degli intellettuali moderati (Gioberti, quindi Croce) che tendono a concepirsi come protagonisti e come classe a se stante, fungendo da battistrada del processo; il nesso rivoluzione passiva/«guerra di posizione»/economie di piano; la questione del trasformismo (per Gramsci una costante della storia politica italiana dal 1848 in poi). Voza tesse una fitta trama di riferimenti, restituendo la complessità l'ordito teorico che scaturisce dall'intreccio di queste problematiche; illuminando anche nodi poco indagati (come il giudizio di Gramsci sulla figura e l'opera di Verdi); e soffermandosi sulle tappe dell'itinerario gramsciano di Pasolini. Ma è soprattutto sui riflessi politici della questione che egli concentra l'attenzione. Se una rivoluzione passiva suppone la debolezza dell'antagonista, allora il problema-chiave è: come produrre una forte antitesi, come riequilibrare il rapporto di forza? Tradotto nella fulminante lingua dei Quaderni: come dare corpo al soggetto, come dare vita e respiro al «movimento storico sulla base della struttura»?


Una scommessa da giocare


La ricerca su questo terreno apre alla più classica sequenza: la produzione del soggetto suppone l'elaborazione e il radicamento della coscienza critica; impone di tematizzare il rapporto tra «spontaneità» e «direzione consapevole»; chiama in causa la questione dell'egemonia: quindi il ruolo «connettivo e organizzativo» dell'intellettualità critica (antidoto alla «passivizzazione» e alla «standardizzazione» della massa) e la funzione del partito operaio, anticipazione della «nuova società» e dello Stato «di tipo nuovo». L'intento è trasparente e non si limita a un bilancio retrospettivo. L'indagine verte anche sul presente, nella convinzione che lo schema della rivoluzione passiva serva a decifrare anche gli avvenimenti di quest'ultimo trentennio e aiuti, se non altro, ad avviare una riflessione seria sulle ragioni della sconfitta storica del movimento di classe e sugli errori che lo hanno condotto, in Italia e in tutta Europa, all'odierno disastro.

 
Così Voza si inserisce autorevolmente in una discussione che registra già diverse voci, dal contributo di Buci-Glucksmann e Therborn sul «compromesso socialdemocratico» e dalle analisi di Franco De Felice sul Quaderno 22 sino alle riflessioni di Giuseppe Chiarante sull'Italia degli anni Sessanta e Settanta e alla recente indagine di Carlos Nelson Coutinho su rivoluzione passiva e «controriforma». È una discussione che deve continuare proprio per la sua marcata valenza politica. E che dimostra la fecondità di una cultura critica - quella che Croce chiamò, intendendo pronunciarne l'epitaffio, «comunismo teorico» - che sarebbe semplicemente sciagurato considerare obsoleta.


GRAMSCI E LA «CONTINUA CRISI» DI PASQUALE VOZA, CAROCCI, PP. 115, EURO 10,80

(«il manifesto», 06 luglio 2008)