Gramsci (e Togliatti) tra Mussolini e Stalin

                      

Guido Liguori

 

 

È dagli anni ’90 che data un interesse reale per la vicenda carceraria di Gramsci, che accompagna l’ormai acquisita coscienza della necessità di leggere i Quaderni in modo diacronico. Essa si nutre di nuovi ritrovamentI negli archivi di Mosca e di un’attenta riconsiderazione degli epistolari di Gramsci e dei suoi interlocutori. Il recente libro di Angelo Rossi  e Giuseppe Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi editore, pp. 245, euro 19), è esemplare di questo tipo di approccio. In primo luogo esso presenta e analizza due nuovi documenti fin qui sconosciuti, scritti da Gennaro Gramsci dopo la celebre visita al fratello nel carcere di Turi, inviato da Togliatti per conoscere gli orientamenti del prigioniero in merito alla «svolta» del ’29 che inaugurava la politica del socialfascismo. Tali documenti non contengono rivelazioni eclatanti, ma la conferma sia dell’interesse con cui Gramsci segue gli avvenimenti del «mondo grande e terribile» («sono al corrente di tutto perché le molte riviste che leggo... riportano tutti i fatti salienti della vita mondiale»), sia la netta presa di posizione contro la previsione di repentino crollo del fascismo propria della «svolta» («non credo che la fine sia così vicina. Anzi ti dirò, noi non abbiamo ancora visto niente, il peggio ha da venire»).

 In secondo luogo, Rossi e Vacca si spingono molto avanti nello studio dei carteggi, per formulare nuove ipotesi su alcuni rilevanti passaggi della vicenda. Il libro – composto da quattro saggi, firmati da entrambi gli autori, in realtà scritti dichiaratamente dall’uno o dall’altro – offre notevoli materiali e spunti di riflessione, qualche novità di indubbio rilievo, e anche una serie di ipotesi interpretative interessanti pur se discutibili. I quattro saggi sono dedicati al rapporto e alla comunicazione tra Gramsci in carcere e il partito; ai documenti inediti stesi da Gennaro dopo la visita del ’30 a Turi; alla ripresa del tema della Costituente (il «cazzotto nell’occhio») con cui Gramsci prospettò nei colloqui con gli altri detenuti comunisti un’alternativa al rozzo ottimismo staliniano affermatosi nel 1928-‘29; all’analisi del 1933, l’ultimo anno trascorso a Turi, e alle ipotesi di liberazione del prigioniero per tramite di una trattativa interstatuale. Ma vengono affrontati nel volume, spesso con acutezza, altri momenti topici della vicenda, quali il ruolo di Sraffa, la lettera di Grieco del ’28, l’attenzione con cui Mussolini seguiva le cose di Gramsci, la vigilanza del prigioniero perché mai un suo gesto potesse essere interpretato come capitolazione davanti al fascismo.

È noto come intorno al capo dei comunisti italiani ristretto in carcere vi fosse una rete di persone non solo impegnate nell’aiutare il prigioniero, ma nel garantire una prudente comunicazione con il vertice del partito: il «circolo virtuoso» Gramsci-Tania-Sraffa-Togliatti (e viceversa). Ebbene, gli autori affermano che Sraffa non vi abbia preso parte solo in quanto fidato amico di Gramsci, antifascista e simpatizzante dell’Ordine Nuovo, ma in quanto comunista «sotto copertura», ovvero militante a tutti gli effetti, non formalmente iscritto proprio per poter svolgere i compiti particolari affidatigli (lo stesso si afferma di Gennaro Gramsci). Sraffa acquista anzi – attraverso l’analisi della sua corrispondenza con Tania – un forte ruolo dirigente, che ridimensiona implicitamente quello della cognata, forse sovrastimato dalla critica degli ultimi anni. La tesi di Sraffa dirigente comunista – almeno nell’ambito dell’affaire Gramsci – è suggestiva, forse non lontana dal vero, ma resta non suffragata da prove documentarie. Tra l’altro va notato che Sraffa neanche dopo la fine del fascismo esplicitò in alcun modo una simile collocazione.

Un secondo aspetto da ricordare è quello dei codici di comunicazione che Sraffa e Togliatti avrebbero escogitato per dialogare con Gramsci. Su questo terreno, il libro non è del tutto convincente. È chiaro che il linguaggio gramsciano, a causa della censura, specie nelle Lettere, sia pieno di doppi sensi, di riferimenti impliciti, di messaggi tra le righe. Senza dire del carattere intrinsecamente analogico e metaforico del ragionare gramsciano. Ma che tutto questo si possa definire un codice appare forzato. Si tratta in molti casi di metafore trasparenti (come quella su Silvio Spaventa, prigioniero liberato per pressioni internazionali!), di riferimenti all’attualità appena velati. È chiaro che se Gramsci ragiona sul ruolo di Croce, ha alle spalle un’elaborazione pregressa e condivisa con Togliatti. Per cui parlare di Croce in un certo modo costituisce anche una conferma della «politica di Lione» e dell’analisi della società italiana che essa aveva alle spalle. Che gli interlocutori di Gramsci fossero interessati a decifrarne le opinioni sull’attualità è evidente, come dimostra la lettera di Sraffa a Togliatti citata (a p. 40), in cui si esplicita la volontà di trovare temi di ricerca «il cui contenuto politico possa essere fatto passare sotto veste di letteratura». L’unico esempio che però può essere segnalato come un vero e proprio tentativo di comunicazione in modo codificato è quello relativo allo studio gramsciano sul X Canto dell’Inferno. A tal proposito, viene da osservare che Gramsci non ha scritto in carcere centinaia di pagine su Dante e su altri temi analoghi al fine di ingannare la censura: sono argomenti che gli interessano in quanto tali. è pensabile che egli possa aver piegato la propria interpretazione a motivi esogeni. E, d’altra parte, sembra ben povero il contenuto di tale comunicazione esoterica: come Cavalcante – farebbe intendere il prigioniero –, sono preoccupato delle sorti di mio «figlio», il partito; né dovete farmi passare per eroe, voglio combattere anche per uscire vivo di galera... Tutto qui il messaggio «in codice» di Gramsci? Non sembra un granché. Nonostante tali perplessità, va però detto che il lavoro ermeneutico degli autori resta importante per documentare l’attenzione gramsciana all’attualità e la sua opposizione – manifestata in molti modi – agli indirizzi prevalenti ai vertici dell’Internazionale. Esso fornisce convincenti esempi di scavo critico e di interpretazione del carteggio, e indica la ricchezza della strada di una lettura contestuale dell’intero epistolario e dei carteggi paralleli. Che non è merito da poco.

Un terzo punto di rilievo è la sottolineatura dell’attenzione prestata da Gramsci al contesto geopolitico e al riavvicinamento temporaneo verificatosi tra Roma e Mosca dopo l’ascesa al potere di Hitler, anche in relazione alla lotta del prigioniero per ottenere la liberazione e salvarsi la pelle. I forti richiami a Tania (dunque a Togliatti, se non si dimentica il «circolo virtuoso») perché si agisse a livello di Stati, senza coinvolgere il partito, viene spiegato con la consapevolezza gramsciana che il fascismo mai avrebbe concesso la liberazione se essa fosse sembrata un successo delle opposizioni. Questo era stato l’errore già della lettera di Grieco del ‘28. E molti danni vennero poi compiuti dall’iniziativa delle forze antifasciste fuori d’Italia: esse accusavano il Pcd’I di aver «abbandonato Gramsci», costringendo così anche il partito a incrementare le proteste, che però sortivano effetti opposti a quelli desiderati. In questo quadro, sembra agli autori che sarebbe stata possibile la liberazione del prigioniero in occasione della visita a Roma del ministro degli Esteri sovietico, nel 1933. E viene avanzata l’ipotesi che sia mancata solo, da parte comunista, la volontà di compiere un preciso passo in questo senso. Gramsci vittima di Togliatti? O, come sembra suggerire il libro, di Stalin? Domande ancora una volta senza risposta. Ma senza supporto di prova resta tutta l’argomentazione. Si tocca qui – mi pare – un punto centrale di metodo: è giusto avanzare ipotesi interpretative del tutto congetturali, non suffragate da alcuna «pezza d’appoggio»? Non si rischia di scrivere così, per alcuni versi, un romanzo storico? Bisogna ovviamente distinguere da caso a caso. Ma una grande cautela è in genere necessaria quando non si hanno riscontri di fatto.

Molti altri spunti interessanti offre il libro di Rossi e Vacca. Vorrei ricordarne in conclusione solo un altro, che è anche il più rilevante dal punto di vista teorico-politico: la questione della Costituente di cui ebbe a parlare Gramsci in carcere, il cui problema di fondo è nella valutazione che essa contiene della «fase di transizione» e più in generale del fine della transizione stessa. A tal proposito Vacca scrive: «sia la teoria dell’egemonia sviluppata nei Quaderni, sia la concezione della “democrazia di nuovo tipo” [le posizioni di Togliatti e Dimitrov], implicano il superamento della teoria della “rivoluzione proletaria” e della “dittatura del proletariato”, e comportano quindi una riformulazione del “fine ultimo”, se non il suo abbandono» (p. 157). A me sembra che se con ciò si vuole affermare che Gramsci opera in carcere una ridefinizione profonda dell’idea di rivoluzione, prendendo le distanze definitivamente dal modello bolscevico con una serie di categorie storico-politiche originali (egemonia, guerra di posizione, ecc.) si dice cosa inoppugnabile. Se invece si vuol dire che in tal modo viene meno in Gramsci, novello Bernstein, il «fine ultimo» del superamento della società capitalistica, si dice qualcosa che – per quanti esercizi di ermeneutica di facciano – non troviamo scritto nei Quaderni.