Nell’ambito delle iniziative di
celebrazione del 70° anniversario della morte di Gramsci,
si è svolto a Torino, nelle eleganti sale de Il Circolo dei Lettori, l’8 e il 9
novembre, il convegno Il nostro Gramsci, ideato e coordinato da Angelo d’Orsi e
organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci
piemontese. Questo convegno spicca per l’originalità della formula adottata:
era infatti interamente dedicato a giovani studiosi
che hanno presentato al pubblico gli esiti delle loro ricerche ancora in
progress ai quali si sono affiancate testimonianze di studiosi, accademici,
artisti e lavoratori, i quali hanno raccontato il valore del loro personale
incontro con la figura di Antonio Gramsci. Da segnalare,
in particolare l’applauditissimo intervento di un
operaio Fiat.
La prima giornata è
stata dedicata alla ricostruzione della biografia politica e intellettuale e la
ricezione di Gramsci. Dopo la relazione di sintesi di Angelo d’Orsi,
che ha presentato lo stato attuale delle ricerche, con un ampio excursus sulla fortuna carsica di questo
“pensatore rivoluzionario”, Francesco Giasi ha illustrato problemi e difficoltà riscontrate
nella creazione e nella gestione della Bibliografia Gramsciana
on line; Giasi ha altresì denunciato la mancanza
di una biografia gramsciana esaustiva specie per i
periodi della vita del pensatore sardo non ancora sufficientemente
approfonditi, quali per esempio i soggiorni viennese e moscovita. Giovanna Savant
ha presentato una relazione su Antonio Gramsci e
la Grande Guerra (1914-1920) con particolare attenzione agli scritti
giornalistici precedenti la fondazione dell’«Ordine Nuovo»; ne
emerge la notevole influenza che la Grande Guerra ebbe su Gramsci e sulla prima elaborazione del suo pensiero
politico, sempre pronto a denunciare le conseguenze pratiche che la
collettività è costretta a subire mentre i «pescecani» lucrano sul conflitto. Alexander Höbel ha
cercato di mettere in luce come Gramsci, a partire
dalla strategia togliattiana e fino a Berlinguer, abbia rappresentato
effettivamente “la via italiana al socialismo”, ossia quanto le categorie gramsciane siano state parte costitutiva della strategia
politica del Pci.
Qualche ulteriore risposta alle questioni suddette è
venuta dalla relazione di Francesca Chiarotto, che ha ripercorso le vicende editoriali
legate alla pubblicazione delle Lettere e dei Quaderni gramsciani, evidenziando le reazioni suscitate sulla
pubblica opinione e le connessioni con la strategia politica togliattiana. Si sono poi susseguite le relazioni di Gesualdo Maffia
e Alessandro Casellato,
che hanno evidenziato l’una l’immagine che di Gramsci emerge dai rotocalchi dell’Italia repubblicana e
l’altra quanto l’aurea mitica costruita intorno alla figura santificata di Gramsci abbia influito nella cultura dei comunisti
italiani. La sessione pomeridiana, dedicata al pensiero politico-sociale di Gramsci, è stata preceduta dalla testimonianza di Massimo L. Salvadori, che ha ripercorso in chiave autobiografica
il suo incontro con Gramsci, che ha attraversato fasi diverse, strettamente connesse alle vicende contingenti
del Pci. Marianna
Scarfone ha affrontato la ricezione del pensiero
di Gramsci nei Subaltern
Studies, che hanno ripreso, dalla fine degli anni
Settanta, l’assunto gramsciano di “cogliere ogni
traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi
subalterni”, valorizzando il contributo popolare, in particolare indiano. Michele Filippini
ha messo in luce i rapporti del pensiero gramsciano
con le scienze sociali, in particolare con la nascente sociologia e con autori
quali Sorel, Durkheim,
Weber, Michels, Mosca e Pareto,
alle cui suggestioni Gramsci ha prestato una notevole
attenzione; Francesco Rocchetti ha
ripercorso il mutamento dell’operaio dalla fine dell’Ottocento ai primi anni
Venti – gli anni di formazione di Gramsci – che
delineano una figura del tutto nuova di lavoratore, che mira alla messa al
bando dei padroni e alla guida egemonica della società. Marco Albertaro ha poi indicato,
attraverso lo studio del tema della società civile nell’«Ordine Nuovo» e nei Quaderni,
la novità dell’elaborazione gramsciana che
sostituisce al meccanismo della delega tipico dei sindacati tradizionali,
quella della rappresentanza attraverso elementi di democrazia diretta. Albertaro indica, anche ricorrendo alle ricerche di Coutinho, come si possano
interpretare una serie di mutamenti avvenuti in America Latina, con l’utilizzo
di categorie gramsciane. Renato Caputo e Michele Nani, soffermandosi in particolare sugli scritti carcerari,
hanno analizzato in essi le categorie di democrazia e
di senso comune; in particolare Michele Nani ha posto in connessione le
riflessioni gramsciane sulla categoria di senso
comune con le elaborazioni di antropologi (Clifford Geertz) e sociologi (Pierre Bourdieu) degli anni Settanta del secolo scorso. Pietro Daniel Omodeo
si è soffermato sull’influenza gramsciana sul suo
ambito di studi di storia della scienza e di storia della filosofia
rinascimentale, sottolineando il debito che i suoi
principali maestri (Garin, Vasoli,
Ciliberto) hanno nei confronti di Gramsci. Ha chiuso
la prima giornata l’appassionata testimonianza di Giuseppe Vacca, passato dall’esperienza giovanili
nelle file del Fuan al Pci e alla direzione della Fondazione Istituto Gramsci nazionale, con un percorso che lo ha condotto a Gramsci attraverso Togliatti.
Nella seconda
giornata del Convegno, di impronta letteraria e
filosofica, dopo la bella testimonianza di Romano
Luperini, si sono susseguiti, nella prima parte
della mattinata, gli interventi di Alessandro
Errico, Alessandro Carlucci, Roberto
Mastroianni e Livio Boni. Errico, nella sua relazione Poetica
e Politica. Antonio Gramsci e il «Metodo» della
Letteratura, si è soffermato sul “metodo” che Gerratana
stesso poneva come priorità di ogni intellettuale che
voglia “interpretare” Gramsci; Carlucci,
mettendo insieme una serie di indizi provenienti da vari testi, relativi
all’uso del sardo nell’esperienza del militante e pubblicista Gramsci, ha messo in luce i giudizi espressi nei Quaderni
a proposito del bilinguismo, evidenziando come la scelta dell’utilizzo del
dialetto sardo rivelasse l’intenzione di suscitare comportamenti e trattare
argomenti non direttamente legati alla realtà locale e tradizionale della
Sardegna. Roberto Mastroianni, attraverso l’oggetto
multimediale “Google Earth”, ha evidenziato l’affermarsi e il veicolarsi di
un senso comune egemonico (nel senso gramsciano del termine), dell’attuale forma di globalizzazione neoliberista. Livio
Boni ha dal canto suo ripreso il
tema affrontato nel Convegno di Cagliari-Ghilarza di
fine aprile – inizio maggio, rivisitando le Lettere e i Quaderni
con lente psicanalitica, analizzandoli particolarmente in rapporto al freudismo, ha affrontato il delicato tema del
rapporto di Gramsci con Giulia, in “cura
psicanalitica” tra la fine del ’29 e i primi anni Trenta in Unione
Sovietica.
Emozionante la
testimonianza di Pasquale Voza, che ha riproposto in
chiave autobiografica-generazionale anche il nodo
cruciale del ’68, che certamente non fu “gramsciano”.
Sono state le sue allieve a concludere la mattinata: Eleonora Forenza
ha evidenziato la “capacità debenedettiana di
dialogare a tu per tu con la struttura umana e mentale di Gramsci”;
Debenedetti, infatti, legge Gramsci
in chiave “molecolare”, intendendo con questo termine il rapporto tra la
“sensazione molecolare” e il “tutto complesso”, come “senso di responsabilità
verso tutte le molecole che compongono l’uomo intero”. Valeria Leo ha ripercorso le vicende di Carlo Bernari,
“mancato editore di Gramsci”, sottolineando
gli elementi di continuità tra «La Settimana», periodico di cui Bernari era direttore, e «l’Ordine Nuovo», intesi in
particolare come luoghi di organizzazione del consenso
e come organi promotori di una nuova cultura. Jole Silvia Imbornone ha svolto una
relazione su Pirandello e la Sicilia nella
riflessione di Gramsci, individuando le
specificità dell’intellettualità siciliana, in particolare di Pirandello, su cui Gramsci è
intervenuto in varie pagine dei Quaderni.
La sessione
pomeridiana, dedicata al pensiero filosofico di Gramsci,
ha preso avvio con l’intervento di Salvatore
Tinè, che ha evidenziato le riflessioni del comunista
sardo in particolare sull’internazionalismo e la questione nazionale, tema
fondamentale in tutta la riflessione carceraria. Michele Fiorillo ha poi analizzato in particolare il paragrafo dei Quaderni
dedicato alla Storicità della filosofia della prassi, in cui Gramsci si confronta con la tesi engelsiana del “passaggio dal
regno della necessità al regno della libertà” teorizzando la transitorietà
della filosofia della storia, in rapporto ai testi marxiani. Vincenzo Pinto
ha tracciato invece un’ipotesi di ricerca sulla ricezione dell’idealismo nietzschiano e gentiliano nel
nazionalismo e nel comunismo post-bellici. Hanno chiuso il convegno le
relazioni squisitamente filosofiche di due giovani studiose: Manuela Ausilio, ha analizzato il
concetto nazionale-popolare nei Quaderni alla
luce di quello russoiano di volontà collettiva, e Chiara Meta, che ha proposto un
interessante confronto tra Gramsci e il pragmatismo,
ha individuato le possibili interazioni tra il pragmatismo europeo (con
particolare attenzione ai “conterranei” Papini e Vailati) e nordamericano e alcune
categorie gramsciane, rintracciabili a partire
dagli scritti giovanili fino al Quaderno 11.
Dopo le
interessanti testimonianze di Luisa Passerini e Fabio
Ranchetti, tra autobiografia e scienza, per così
dire, si è svolta la cerimonia ufficiale di assegnazione
del Premio Internazionale Giuseppe Sormani per
un’opera su Gramsci, vinto, con giudizio unanime
della Giuria, dai Sentieri gramsciani (Carocci, 2006) di Guido
Liguori, animatore della sezione italiana della International Gramsci
Society. Assente il premiato, il premio è stato ritirato da Pasquale Voza, dalle mani del sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che ha poi raccontato
il “suo Gramsci” – essenzialmente quello di Americanismo e
fordismo – e l’utilizzo che ne fa
anche nello svolgimento del suo ruolo istituzionale. Altrettanto
emozionante, in tal senso, la testimonianza di Gian Carlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993
al 1999 e attuale procuratore generale di Torino. E dal sindaco in
carica la parola è passata ad un celebre ex sindaco della “città della Mole”,
Diego Novelli, che con spiccato e simpatico accento piemontese ha ricordato Gramsci anche in relazione al suo
ruolo di giornalista. Altrettanto “torinese”, la divertente
testimonianza di Guido Davico Bonino, fra i primi studiosi del Gramsci “teatrale”, che ha raccontato alcuni retroscena
della vita “einaudiana” di Gramsci.
D’altro genere l’apprezzato intervento di Giuseppe
Tamburrano,
presidente della Fondazione Nenni, uno tra i primi
biografi di Gramsci, e studioso della storia del
movimento operaio italiano, che ha, non senza qualche accenno polemico (per
esempio all’esclusione di Gramsci dal “pantheon” del
Partito Democratico), delineato un panorama sulla
presenza di Gramsci nella cultura italiana del
Secondo dopoguerra. Sono state poi trasmesse, dopo la
presentazione dell’Autore, Giorgio
Baratta, le interviste allo storico Eric Hobsbowm e all’operaio Battista Santhià,
collaboratore con Gramsci a «L’Ordine Nuovo» e
protagonista della storica occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920; Carlo Cassano, operaio “in carne ed
ossa”, ha raccontato la contraddizione che vive ogni giorno
chi lavora in fabbrica, luogo che ha perso quasi del tutto la connotazione di
“centro di elaborazione di una nuova società” che da Gramsci
gli operai avevano imparato. Interessante in tale prospettiva anche la
testimonianza di Anna
Paola Corimbi che in Sardegna è organizzatrice, muovendo da suggestioni gramsciane, di un movimento di precari che lotta per
l’emancipazione da tale condizione.
Il Convegno si è concluso in tarda serata con le testimonianze “artistiche”
dei pittori Ugo Nespolo (particolarmente stimolante e brillante) e Piero Gilardi.
Assai applaudito l’intervento conclusivo di Citto Maselli, regista, che ha tracciato un
affresco del mondo in cui fin dall’infanzia egli si trovò immerso, tra grandi
nomi della politica e della cultura, sottolineando
di non aver mai rinnegato il suo legame
con Gramsci e più in generale con l’ispirazione
ideale del partito di cui Gramsci fu – non da solo,
certo – fondatore.
In conclusione, un
convegno di notevole valore scientifico e di grande
forza emotiva.