Il nostro Gramsci (Torino, 8-9 novembre 2007)

 

Francesca Chiarotto

 

 

 

Nell’ambito delle iniziative di celebrazione del 70° anniversario della morte di Gramsci, si è svolto a Torino, nelle eleganti sale de Il Circolo dei Lettori, l’8 e il 9 novembre, il convegno Il nostro Gramsci, ideato e coordinato da Angelo d’Orsi e organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci piemontese. Questo convegno spicca per l’originalità della formula adottata: era infatti interamente dedicato a giovani studiosi che hanno presentato al pubblico gli esiti delle loro ricerche ancora in progress ai quali si sono affiancate testimonianze di studiosi, accademici, artisti e lavoratori, i quali hanno raccontato il valore del loro personale incontro con la figura di Antonio Gramsci. Da segnalare, in particolare l’applauditissimo intervento di un operaio Fiat.

La prima giornata è stata dedicata alla ricostruzione della biografia politica e intellettuale e la ricezione di Gramsci. Dopo la relazione di sintesi di Angelo d’Orsi, che ha presentato lo stato attuale delle ricerche, con un ampio excursus sulla fortuna carsica di questo “pensatore rivoluzionario”, Francesco Giasi ha illustrato problemi e difficoltà riscontrate nella creazione e nella gestione della Bibliografia Gramsciana on line; Giasi ha altresì denunciato la mancanza di una biografia gramsciana esaustiva specie per i periodi della vita del pensatore sardo non ancora sufficientemente approfonditi, quali per esempio i soggiorni viennese e moscovita. Giovanna Savant ha presentato una relazione su Antonio Gramsci e la Grande Guerra (1914-1920) con particolare attenzione agli scritti giornalistici precedenti la fondazione dell’«Ordine Nuovo»; ne emerge la notevole influenza che la Grande Guerra ebbe su Gramsci e sulla prima elaborazione del suo pensiero politico, sempre pronto a denunciare le conseguenze pratiche che la collettività è costretta a subire mentre i «pescecani» lucrano sul conflitto. Alexander Höbel ha cercato di mettere in luce come Gramsci, a partire dalla strategia togliattiana e fino a Berlinguer, abbia rappresentato effettivamente “la via italiana al socialismo”, ossia quanto le categorie gramsciane siano state parte costitutiva della strategia politica del Pci. Qualche ulteriore risposta alle questioni suddette è venuta dalla relazione di Francesca Chiarotto, che ha ripercorso le vicende editoriali legate alla pubblicazione delle Lettere e dei Quaderni gramsciani, evidenziando le reazioni suscitate sulla pubblica opinione e le connessioni con la strategia politica togliattiana. Si sono poi susseguite le relazioni di Gesualdo Maffia e Alessandro Casellato, che hanno evidenziato l’una l’immagine che di Gramsci emerge dai rotocalchi dell’Italia repubblicana e l’altra quanto l’aurea mitica costruita intorno alla figura santificata di Gramsci abbia influito nella cultura dei comunisti italiani. La sessione pomeridiana, dedicata al pensiero politico-sociale di Gramsci, è stata preceduta dalla testimonianza di Massimo L. Salvadori, che ha ripercorso in chiave autobiografica il suo incontro con Gramsci, che ha attraversato fasi diverse, strettamente connesse alle vicende contingenti del Pci. Marianna Scarfone ha affrontato la ricezione del pensiero di Gramsci nei Subaltern Studies, che hanno ripreso, dalla fine degli anni Settanta, l’assunto gramsciano di “cogliere ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni”, valorizzando il contributo popolare, in particolare indiano. Michele Filippini ha messo in luce i rapporti del pensiero gramsciano con le scienze sociali, in particolare con la nascente sociologia e con autori quali Sorel, Durkheim, Weber, Michels, Mosca e Pareto, alle cui suggestioni Gramsci ha prestato una notevole attenzione; Francesco Rocchetti ha ripercorso il mutamento dell’operaio dalla fine dell’Ottocento ai primi anni Venti – gli anni di formazione di Gramsci – che delineano una figura del tutto nuova di lavoratore, che mira alla messa al bando dei padroni e alla guida egemonica della società. Marco Albertaro ha poi indicato, attraverso lo studio del tema della società civile nell’«Ordine Nuovo» e nei Quaderni, la novità dell’elaborazione gramsciana che sostituisce al meccanismo della delega tipico dei sindacati tradizionali, quella della rappresentanza attraverso elementi di democrazia diretta. Albertaro indica, anche ricorrendo alle ricerche di Coutinho, come si possano interpretare una serie di mutamenti avvenuti in America Latina, con l’utilizzo di categorie gramsciane. Renato Caputo e Michele Nani, soffermandosi in particolare sugli scritti carcerari, hanno analizzato in essi le categorie di democrazia e di senso comune; in particolare Michele Nani ha posto in connessione le riflessioni gramsciane sulla categoria di senso comune con le elaborazioni di antropologi (Clifford Geertz) e sociologi (Pierre Bourdieu) degli anni Settanta del secolo scorso. Pietro Daniel Omodeo si è soffermato sull’influenza gramsciana sul suo ambito di studi di storia della scienza e di storia della filosofia rinascimentale, sottolineando il debito che i suoi principali maestri (Garin, Vasoli, Ciliberto) hanno nei confronti di Gramsci. Ha chiuso la prima giornata l’appassionata testimonianza di Giuseppe Vacca, passato dall’esperienza giovanili nelle file del Fuan al Pci e alla direzione della Fondazione Istituto Gramsci nazionale, con un percorso che lo ha condotto a Gramsci attraverso Togliatti.

Nella seconda giornata del Convegno, di impronta letteraria e filosofica, dopo la bella testimonianza di Romano Luperini, si sono susseguiti, nella prima parte della mattinata, gli interventi di Alessandro Errico, Alessandro Carlucci, Roberto Mastroianni e Livio Boni. Errico, nella sua relazione Poetica e Politica. Antonio Gramsci e il «Metodo» della Letteratura, si è soffermato sul “metodo” che Gerratana stesso poneva come priorità di ogni intellettuale che voglia “interpretare” Gramsci; Carlucci, mettendo insieme una serie di indizi provenienti da vari testi, relativi all’uso del sardo nell’esperienza del militante e pubblicista Gramsci, ha messo in luce i giudizi espressi nei Quaderni a proposito del bilinguismo, evidenziando come la scelta dell’utilizzo del dialetto sardo rivelasse l’intenzione di suscitare comportamenti e trattare argomenti non direttamente legati alla realtà locale e tradizionale della Sardegna. Roberto Mastroianni, attraverso l’oggetto multimedialeGoogle Earth, ha evidenziato l’affermarsi e il veicolarsi di un senso comune egemonico (nel senso gramsciano del termine), dell’attuale forma di globalizzazione neoliberista. Livio Boni ha dal canto suo ripreso il tema affrontato nel Convegno di Cagliari-Ghilarza di fine aprile – inizio maggio, rivisitando le Lettere e i Quaderni con lente psicanalitica, analizzandoli particolarmente in rapporto al freudismo, ha affrontato il delicato tema del rapporto di Gramsci con Giulia, in “cura psicanalitica” tra la fine del ’29 e i primi anni Trenta in Unione Sovietica. 

Emozionante la testimonianza di Pasquale Voza, che ha riproposto in chiave autobiografica-generazionale anche il nodo cruciale del ’68, che certamente non fu “gramsciano”. Sono state le sue allieve a concludere la mattinata: Eleonora Forenza ha evidenziato la “capacità debenedettiana di dialogare a tu per tu con la struttura umana e mentale di Gramsci”; Debenedetti, infatti, legge Gramsci in chiave “molecolare”, intendendo con questo termine il rapporto tra la “sensazione molecolare” e il “tutto complesso”, come “senso di responsabilità verso tutte le molecole che compongono l’uomo intero”. Valeria Leo ha ripercorso le vicende di Carlo Bernari, “mancato editore di Gramsci”, sottolineando gli elementi di continuità tra «La Settimana», periodico di cui Bernari era direttore, e «l’Ordine Nuovo», intesi in particolare come luoghi di organizzazione del consenso e come organi promotori di una nuova cultura. Jole Silvia Imbornone ha svolto una relazione su Pirandello e la Sicilia nella riflessione di Gramsci, individuando le specificità dell’intellettualità siciliana, in particolare di Pirandello, su cui Gramsci è intervenuto in varie pagine dei Quaderni.

La sessione pomeridiana, dedicata al pensiero filosofico di Gramsci, ha preso avvio con l’intervento di Salvatore Tinè, che ha evidenziato le riflessioni del comunista sardo in particolare sull’internazionalismo e la questione nazionale, tema fondamentale in tutta la riflessione carceraria. Michele Fiorillo ha poi analizzato in particolare il paragrafo dei Quaderni dedicato alla Storicità della filosofia della prassi, in cui Gramsci si confronta con la tesi engelsiana  del “passaggio dal regno della necessità al regno della libertà” teorizzando la transitorietà della filosofia della storia, in rapporto ai testi marxiani. Vincenzo Pinto ha tracciato invece un’ipotesi di ricerca sulla ricezione dell’idealismo nietzschiano e gentiliano nel nazionalismo e nel comunismo post-bellici. Hanno chiuso il convegno le relazioni squisitamente filosofiche di due giovani studiose: Manuela Ausilio, ha analizzato il concetto nazionale-popolare nei Quaderni alla luce di quello russoiano di volontà collettiva, e Chiara Meta, che ha proposto un interessante confronto tra Gramsci e il pragmatismo, ha individuato le possibili interazioni tra il pragmatismo europeo (con particolare attenzione ai “conterranei” Papini e Vailati) e nordamericano e alcune categorie gramsciane, rintracciabili a partire dagli scritti giovanili fino al Quaderno 11.

Dopo le interessanti testimonianze di Luisa Passerini e Fabio Ranchetti, tra autobiografia e scienza, per così dire, si è svolta la cerimonia ufficiale di assegnazione del Premio Internazionale Giuseppe Sormani per un’opera su Gramsci, vinto, con giudizio unanime della Giuria, dai Sentieri gramsciani (Carocci, 2006) di Guido Liguori, animatore della sezione italiana della International Gramsci Society. Assente il premiato, il premio è stato ritirato da Pasquale Voza, dalle mani del sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che ha poi raccontato il “suo Gramsci” – essenzialmente quello di Americanismo e fordismo  e l’utilizzo che ne fa anche nello svolgimento del suo ruolo istituzionale. Altrettanto emozionante, in tal senso, la testimonianza di Gian Carlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999 e attuale procuratore generale di Torino. E dal sindaco in carica la parola è passata ad un celebre ex sindaco della “città della Mole”, Diego Novelli, che con spiccato e simpatico accento piemontese ha ricordato Gramsci anche in relazione al suo ruolo di giornalista. Altrettanto “torinese”, la divertente testimonianza di Guido Davico Bonino, fra i primi studiosi del Gramsci “teatrale”, che ha raccontato alcuni retroscena della vita “einaudiana” di Gramsci. D’altro genere l’apprezzato intervento di Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, uno tra i primi biografi di Gramsci, e studioso della storia del movimento operaio italiano, che ha, non senza qualche accenno polemico (per esempio all’esclusione di Gramsci dal “pantheon” del Partito Democratico), delineato un panorama sulla presenza di Gramsci nella cultura italiana del Secondo dopoguerra. Sono state poi trasmesse, dopo la presentazione dell’Autore, Giorgio Baratta, le interviste allo storico Eric Hobsbowm e all’operaio Battista Santhià, collaboratore con Gramsci a «L’Ordine Nuovo» e protagonista della storica occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920; Carlo Cassano, operaio “in carne ed ossa”, ha raccontato la contraddizione che vive ogni giorno chi lavora in fabbrica, luogo che ha perso quasi del tutto la connotazione di “centro di elaborazione di una nuova società” che da Gramsci gli operai avevano imparato. Interessante in tale prospettiva anche la testimonianza di Anna Paola Corimbi che in Sardegna è organizzatrice, muovendo da suggestioni gramsciane, di un movimento di precari che lotta per l’emancipazione da tale condizione.

Il Convegno si è concluso in tarda serata con le testimonianze “artistiche” dei pittori Ugo Nespolo (particolarmente stimolante e brillante) e Piero Gilardi. Assai applaudito l’intervento conclusivo di Citto Maselli, regista, che ha tracciato un affresco del mondo in cui fin dall’infanzia egli si trovò immerso, tra grandi nomi della politica e della cultura, sottolineando di  non aver mai rinnegato il suo legame con Gramsci e più in generale con l’ispirazione ideale del partito di cui Gramsci fu – non da solo, certo – fondatore.

In conclusione, un convegno di notevole valore scientifico e di grande forza emotiva.