Gramsci e Togliatti sul fascismo

 

Guido Liguori

 

Giuseppe Vacca ha raccolto in volume (Palmiro Togliatti, Sul fascismo, a cura di G. Vacca, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 244, euro 20,00) i principali contributi togliattiani sul fenomeno fascista del periodo compreso tra il 1922 e il 1935. Ha fatto bene, perché essi costituiscono un modello interpretativo di grande spessore, come per primo mise in luce, tra l’altro, uno storico come Renzo De Felice, tanto alieno – dopo il 1956 – da simpatie per il Pci e i comunisti quanto storico e interprete tra i più autorevoli in materia.

In particolare, il volume contiene lo scritto del 1928 A proposito del fascismo e, soprattutto, le celebri Lezioni sul fascismo, tenute a Mosca agli esuli italiani nell’inverno 1935, straordinario esempio di lettura del regime fascista come «regime reazionario di massa». Le Lezioni erano state pubblicate per la prima volta negli anni settanta da Ernesto Ragionieri, ma da molti anni erano ormai introvabili in libreria.

Vacca pubblica nello stesso volume un ampio saggio introduttivo (150 pagine), intitolato La lezione del fascismo, nel quale tra l’altro sviluppa un ampio confronto tra l’interpretazione del fascismo di Gramsci e quella di Togliatti – circostanza per la quale il libro va segnalato anche in questa sede. L’autore vede una forte convergenza tra il lavoro sull’argomento del primo e del secondo, lavoro condotto nella fase più matura separatamente e, come è noto, senza possibilità di dialogo e di comunicazione, essendo Gramsci ristretto in carcere dal 1926. Tuttavia – per Vacca –, la lunga milizia comune, politica e intellettuale, precedentemente espletata, costituisce un terreno unitario, da cui nascono frutti analoghi, se non eguali. Una tesi per molti versi condivisibile, in linea generale, sia pure con qualche cautela, forse anche per la categoria euristica centrale evocata da Vacca a proposito di Gramsci, la categoria di «rivoluzione passiva».

Vacca sottolinea la distanza dell’analisi di Gramsci e Togliatti, imperniata sull’«analisi differenziata», cioè sulla capacità di cogliere le particolarità dei fenomeni esaminati, dall’impostazione economicistica della Terza Internazionale. E traccia un collegamento forte tra la tesi togliattiana del fascismo come «regime reazionario di massa» e quella appunto della «rivoluzione passiva», centrale nei Quaderni, con cui Gramsci analizza e connota un ampio spettro di soluzioni della contemporaneità capitalistica. Sembra però azzardato avanzare la tesi per cui «la definizione del fascismo come “regime reazionario di massa” corrisponda alla nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”» (p. CIII). Del resto lo stesso Vacca nota come «il raffronto fra l’analisi togliattiana e quella gramsciana del fascismo degli anni Trenta evidenzia quanto l’orizzonte teorico dei Quaderni sia più ampio e sofisticato di quello di Togliatti (condizionato sia dalle urgenze della lotta politica immediata, sia dai vincoli posti dal Comintern)» (p. CXIV). E ciò a me sembra vero in particolare per quel che concerne la categoria di «rivoluzione passiva», su cui rimando il lettore al saggio di Pasquale Voza nel volume Le parole di Gramsci (Carocci, 2004).

Resta però vero anche, e fa bene Vacca a sottolinearlo, che le ricerche dei due pensatori italiani comunque «sono affini: in qualche modo un confronto a distanza tra i due continua». Come deve continuare la riflessione e lo studio sul comunismo teorico italiano, tanto atipico e più vitale rispetto alla gran parte dei comunismi del Novecento.