Nuovi “sentieri” per
far vivere Gramsci tra noi
Due
i caposaldi della lettura di Liguori:
“l’allargamento del concetto di Stato”, con cui il
libro si apre, e la “teoria positiva dell’ideologia”, la quale “abita lo
Stato”, “allargato” o “integrale”, cioè ricco, intrinsecamente, di tutte le
articolazioni della “società civile”. Qui si dispiega il marxismo di Gramsci, che Liguori legge in
antidoto alle interpretazioni liberal-democratiche
oggi in voga, che stravolgono Gramsci come assertore
di una società civile contrapposta allo Stato. «Lotta per l’egemonia è lotta di ideologie» osserva Liguori,
commentando un passo della Nota 49 del Quaderno 3. Egemonia-ideologia
è, si potrebbe dire riassumendo Liguori,
la società civile fatta Stato.
Il
libro si divide in tre parti: “Per un lessico gramsciano”,
“Maestri, compagni, interpreti”, “Digressioni”. Se ci fosse spazio, varrebbe la
pena diffondersi su quest’ultima, ove compaiono
osservazioni pertinenti (Liguori è un grande esperto
della materia) sul rapporto tra Gramsci e lo sport,
in particolare il calcio, ma soprattutto un’affascinante descrizione delle
“immagini” e delle “metafore” fortemente presenti
nella scrittura gramsciana.
Il
rapporto di Gramsci coi
maestri e con gli allievi, nella ricostruzione di Liguori,
merita attenzione. Egli scrive che «mentre Marx pensa il rapporto dialettico di
società e Stato a partire dalla società, Gramsci
pensa il rapporto dialettico società e Stato a partire dallo Stato» (p. 35). E’
un punto qualificante che rinvia - a mio avviso - a
una curvatura “politicista” un pò
rischiosa nella lettura di Liguori. Giustissima la
polemica verso un Gramsci spontaneista, culturalista, sociologo “dal basso”. La dimensione
egemonica non è il paradiso della società civile e della sua autonomia. Ma
nemmeno essa può venir concepita a partire dalla
«introiezione profonda, avvenuta già negli anni Venti, della “lezione leniniana” e del rapporto che tradizionalmente viene detto
“avanguardia-masse”» (p. 85). Non pretendo affatto di distaccare Gramsci da Lenin, ma di sottolineare
come sia stato Gramsci a distanziarsi dalle
condizioni “orientali” in cui ha operato Lenin, e a tematizzare in modo nuovo
la questione della politica e della rivoluzione in “Occidente”. Su un altro
versante, la ricostruzione appassionante e fondata che Liguori
fa della lettura gramsciana di Togliatti
si conclude con la valorizzazione (eccessiva!) del Gramsci “diverso”, proposto da Togliatti
nel 1956-58, quale «teorico della politica, ma soprattutto [...] politico-pratico, cioè un combattente» (p. 136). La
distanza, su questo piano davvero abissale, di Gramsci
da Togliatti è di essere stato un politico-filosofo e
un filosofo-politico, come Marx e (in modo più limitato) Lenin.
Si
sente, camminando in compagnia di Liguori, la
necessità di aprire, insieme con lui, nuovi “sentieri”, soprattutto nella direzione
di come far vivere Gramsci “tra noi”.
Non
volendo scendere a nessun compromesso con la cultura postmoderna, ho
l’impressione che Liguori forzi la modernità di Gramsci, accorciando la distanza tra i tempi di Gramsci e i nostri. Sono certo pertinenti le sue
osservazioni contro una semplicistica liquidazione dello Stato-nazione
e della sua centralità nel contesto della “globalizzazione” o, come egli preferisce,
“mondializzazione”. Ma lo Stato è oramai relativamente
indipendente dalla nazione. La questione dello Stato è oggi più complessa e
“allargata” rispetto al popolo-stato-nazione
della riflessione di Gramsci!
Il
punto più delicato è quello teorico e filosofico. Contro un uso meccanicamente
dicotomico (a partire da Bobbio) delle coppie categoriali di cui si parlava all’inizio, Liguori rivendica la “dialettica” di Gramsci.
Su di essa Prestipino e
Frosini hanno scritto testi innovativi. Ma la
dialettica non basta. Studioso lungimirante di linguistica, attento (come, in
controcorrente, hanno mostrato Silvano Tagliagambe e Derek Boothman) alle novità
epistemologiche dei suoi tempi, Gramsci è figlio di
un secolo che si è aperto con la Interpretazione dei
sogni di Freud e le Ricerche logiche di Husserl.
Avanzo
a mo’ di esempio due interrogativi: è possibile
considerare gli aspetti che Liguori definisce
“preterintenzionali” nel pensiero di Gramsci, senza
comparare la categoria di “rivoluzione passiva” (su cui ha indagato Pasquale Voza) con l’affiorare progressivo di qualità implicite,
passive, preconscie o inconscie
nella filosofia contemporanea, di cui è testimonianza anche il gramsciano “senso comune”? E’ possibile cogliere la
differenza, sottolineata da Gramsci, tra distinzioni
“metodiche” e “organiche” senza riferirla alla “logica della grammatica”, a un approccio cioè logico-linguistico, fortemente presente
nei Quaderni, e di cui è difficile ma essenziale studiare l’intreccio con la
concezione della dialettica?
(da
«Liberazione», 8 agosto 2006)
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