Nuovi “sentieri” per far vivere Gramsci tra noi

Giorgio Baratta


Forte delle acquisizioni disparate, ma legate da un filo unitario, che il “seminario sul lessico di Gramscidella International Gramsci Society-Italia, animato da Fabio Frosini e da lui stesso, ha prodotto (si vedano Le parole di Gramsci, Carocci editore), Liguori affronta nodi centrali del nesso continuità-innovazione. Nell’ambito del seminario del lessico Giuseppe Cospito ha analizzato magistralmente i lemmi “struttura-sovrastruttura” ed “egemonia”. Si tratta, per quanto riguarda il primo, di una coppia categoriale scarsamente presente in Marx ma egemone nella tradizione marxista. Il secondo è la bandiera di ogni gramscismo. Più continuista di Cospito, Liguori sottolinea come, nonostante la rottura che opera (più di ogni altro pensatore marxista) nei confronti dell’ottica statica e gerarchica, determinista o meccanicista che incombe su quell’edificio, Gramsci riesca con successo a “tradurre” il nucleo di verità della coppia struttura-sovrastruttura nella teoria e nel linguaggio dell’egemonia. Per ricostruire questo percorso, Liguori ripensa i due termini della coppia attraverso una griglia categoriale più articolata e un’analisi relazionale agile e penetrante. La struttura si scioglie in “produzione” ed “economia”; le “superstrutture”, come le chiama Gramsci, si configurano come “politica”, “cultura”, “ideologia”. Il nesso tra i due livelli dà luogo al concetto centrale di “blocco storico”. A questo punto suscita perplessità persino parlare di due livelli. Certe distinzioni, ancorché fondamentali, hanno carattere “metodico”, non “organico”. Lo stesso si dica per un’altra coppia categoriale propria del lessico gramsciano, e cioè “stato” e “società civile”.

Due i caposaldi della lettura di Liguori: “l’allargamento del concetto di Stato”, con cui il libro si apre, e la “teoria positiva dell’ideologia”, la quale “abita lo Stato”, “allargato” o “integrale”, cioè ricco, intrinsecamente, di tutte le articolazioni della “società civile”. Qui si dispiega il marxismo di Gramsci, che Liguori legge in antidoto alle interpretazioni liberal-democratiche oggi in voga, che stravolgono Gramsci come assertore di una società civile contrapposta allo Stato. «Lotta per l’egemonia è lotta di ideologie» osserva Liguori, commentando un passo della Nota 49 del Quaderno 3. Egemonia-ideologia è, si potrebbe dire riassumendo Liguori, la società civile fatta Stato.

Il libro si divide in tre parti: “Per un lessico gramsciano”, “Maestri, compagni, interpreti”, “Digressioni”. Se ci fosse spazio, varrebbe la pena diffondersi su quest’ultima, ove compaiono osservazioni pertinenti (Liguori è un grande esperto della materia) sul rapporto tra Gramsci e lo sport, in particolare il calcio, ma soprattutto un’affascinante descrizione delle “immagini” e delle “metafore” fortemente presenti nella scrittura gramsciana.

Il rapporto di Gramsci coi maestri e con gli allievi, nella ricostruzione di Liguori, merita attenzione. Egli scrive che «mentre Marx pensa il rapporto dialettico di società e Stato a partire dalla società, Gramsci pensa il rapporto dialettico società e Stato a partire dallo Stato» (p. 35). E’ un punto qualificante che rinvia - a mio avviso - a una curvatura “politicista” un rischiosa nella lettura di Liguori. Giustissima la polemica verso un Gramsci spontaneista, culturalista, sociologo “dal basso”. La dimensione egemonica non è il paradiso della società civile e della sua autonomia. Ma nemmeno essa può venir concepita a partire dalla «introiezione profonda, avvenuta già negli anni Venti, della “lezione leniniana” e del rapporto che tradizionalmente viene detto “avanguardia-masse”» (p. 85). Non pretendo affatto di distaccare Gramsci da Lenin, ma di sottolineare come sia stato Gramsci a distanziarsi dalle condizioni “orientali” in cui ha operato Lenin, e a tematizzare in modo nuovo la questione della politica e della rivoluzione in “Occidente”. Su un altro versante, la ricostruzione appassionante e fondata che Liguori fa della lettura gramsciana di Togliatti si conclude con la valorizzazione (eccessiva!) del Gramsci “diverso”, proposto da Togliatti nel 1956-58, quale «teorico della politica, ma soprattutto [...] politico-pratico, cioè un combattente» (p. 136). La distanza, su questo piano davvero abissale, di Gramsci da Togliatti è di essere stato un politico-filosofo e un filosofo-politico, come Marx e (in modo più limitato) Lenin.

Si sente, camminando in compagnia di Liguori, la necessità di aprire, insieme con lui, nuovi “sentieri”, soprattutto nella direzione di come far vivere Gramsci “tra noi”.

Non volendo scendere a nessun compromesso con la cultura postmoderna, ho l’impressione che Liguori forzi la modernità di Gramsci, accorciando la distanza tra i tempi di Gramsci e i nostri. Sono certo pertinenti le sue osservazioni contro una semplicistica liquidazione dello Stato-nazione e della sua centralità nel contesto dellaglobalizzazione” o, come egli preferisce, “mondializzazione”. Ma lo Stato è oramai relativamente indipendente dalla nazione. La questione dello Stato è oggi più complessa e “allargata” rispetto al popolo-stato-nazione della riflessione di Gramsci!

Il punto più delicato è quello teorico e filosofico. Contro un uso meccanicamente dicotomico (a partire da Bobbio) delle coppie categoriali di cui si parlava all’inizio, Liguori rivendica la “dialettica” di Gramsci. Su di essa Prestipino e Frosini hanno scritto testi innovativi. Ma la dialettica non basta. Studioso lungimirante di linguistica, attento (come, in controcorrente, hanno mostrato Silvano Tagliagambe e Derek Boothman) alle novità epistemologiche dei suoi tempi, Gramsci è figlio di un secolo che si è aperto con la Interpretazione dei sogni di Freud e le Ricerche logiche di Husserl.

Avanzo a mo’ di esempio due interrogativi: è possibile considerare gli aspetti che Liguori definisce “preterintenzionali” nel pensiero di Gramsci, senza comparare la categoria di “rivoluzione passiva” (su cui ha indagato Pasquale Voza) con l’affiorare progressivo di qualità implicite, passive, preconscie o inconscie nella filosofia contemporanea, di cui è testimonianza anche il gramsciano “senso comune”? E’ possibile cogliere la differenza, sottolineata da Gramsci, tra distinzioni “metodiche” e “organiche” senza riferirla alla “logica della grammatica”, a un approccio cioè logico-linguistico, fortemente presente nei Quaderni, e di cui è difficile ma essenziale studiare l’intreccio con la concezione della dialettica?

(da «Liberazione», 8 agosto 2006)