Lemmi per una teoria della soggettività

«Sentieri gramsciani» di Guido Liguori. Proposte di una rete concettuale per l'opera di Antonio Gramsci

Roberto Ciccarelli  


Parliamo di Gramsci. Cosa c'è di meglio di una sua lettura, per così dire, «sintomale»? Ad avere formulato per primo una teoria della lettura sintomale è stato Louis Althusser a proposito del Capitale di Marx. Il filosofo francese portava ad esempio il concetto di «valore della forza lavoro», di cui Smith e Ricardo avevano percepito il sintomo, ma non avevano mai elaborato i mezzi per comprenderlo. Marx invece riuscì a farlo connettendo il sintomo ad un'analisi più generale, quella del capitale.
Ora, Gramsci è molte cose: un giornalista, un grande filosofo e un dirigente politico. Ma è anche uno scrittore attento ai sintomi e pronto a ricostruire un contesto politico che attribuisce a ciascun sintomo il senso che risulta dal complesso. Prendiamo il suo interesse per lo sport: dopo il biennio rosso del 1919-1920, gli operai torinesi passarono dall'occupazione delle fabbriche a tifare per il ciclista Girardengo, che all'epoca incarnava un immaginario popolare diffuso. Oppure le sue disquisizioni sulla Gazzetta dello Sport o sul Touring club, strumenti per plasmare quell'immaginario e arrivare alla definizione di un'egemonia culturale che mirava alla «spoliticizzazione del popolo italiano» e alla ridefinizione della vita politica nel senso del campanilismo.
Chi può spiegare al meglio questa strategia gramsciana della scrittura è oggi Guido Liguori il quale, con Gramsci, condivide una passione sportiva (ha scritto, con Antonio Smargiasse, Calcio e neocalcio. Geopolitica e prospettive del football in Italia, Manifestolibri), ma che ha anche fatto della lettura sintomale di Gramsci un metodo di ricerca (Liguori ha curato insieme a Fabio Frosini Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni dal carcere, Carocci).
Nel suo recentissimo Sentieri gramsciani (Carocci, pp. 190, euro 16,60), Liguori descrive il metodo di lavoro seguito da Gramsci nella stesura dei Quaderni del carcere: tornare più volte sulle stesse parole, concetti, significati, aggiungendo ogni volta un piccolo dettaglio, fino al punto di arrivare ad una loro completa riformulazione. Ecco che la lettura sintomale che Marx applicava a Smith e a Ricardo, può essere applicata allo stesso Gramsci. Perché la sua scrittura, e la sua riflessione, è un'opera aperta, tanto più se deriva dalla necessità di abbrancare la realtà e se tale realtà è un processo in continua ridefinizione.
L'andamento apparentemente casuale dei Quaderni produce in questo nuovo libro di Liguori una strategia di lettura che mira a restituire la molteplicità dei significati che i vari concetti prendono man mano che si va avanti con la lettura. L'obiettivo di Liguori è di restituire una interpretazione sistematica di Gramsci attraverso la costruzione di una «famiglia di lemmi» che è anche famiglia di concetti: ideologia, filosofia, visione o concezione del mondo, religione, conformismo, senso comune, folclore, linguaggio. Si parte dunque dai sintomi e dai rispettivi contesti storici e filologici disseminati da Gramsci, spiega Liguori, per arrivare alla definizione di una «rete concettuale» propedeutica a una teoria della soggettività.
Non dunque un Gramsci studioso della «società civile», o dell'«egemonia», o del «partito principe», ma teorico della soggettività collettiva e fondata sulla «preintenzionalità», cioè sul fondo comune del «mondo vitale» costituito dall'immaginario e dal senso comune pre-ideologico che formano i comportamenti.
Un libro, quello di Liguori, che colloca Gramsci al cuore delle più mature riflessioni politiche del Novecento, quella di Husserl o dei teorici del pragmatismo statunitense, o della lezione «ontologica» del Marx maturo, quello più antisoggettivistico pensato da Althusser. Anche se la soggettività pensata da Gramsci rimane ancorata saldamente all'idea di un soggetto collettivo e alla sua volontà che mira a scuotere dalla passività di cui è impregnato il senso comune delle classi subalterne.

 

(da «il manifesto», 15 giugno 2006)