Guido Liguori

 

«SENSO COMUNE» E «BUON SENSO»

NEI QUADERNI DEL CARCERE

 

 

RELAZIONE PER IL SEMINARIO SUL LESSICO DEI QUADERNI DELLA IGS ITALIA

ROMA, 13 maggio 2005

 

 

 

La prima volta che il sintagma «senso comune» compare nei Quaderni è in apertura del Quaderno 1, nella lista di «argomenti principali» che Gramsci stende in data 8 febbraio 1929. La voce è collocata al punto 13 di un elenco di 16 voci e contiene tra parentesi – caso unico, in questo elenco – il rinvio a un altro punto dello stesso, il punto 7, che ricorda «il concetto di folklore»[1].

Nel secondo elenco che troviamo nei Quaderni, all’inizio del Quaderno 8 – elenco non numerato, composto da 21 «Saggi principali» – si legge alla terza voce: «Folclore e senso comune» (Q 8, p. 35). Gramsci ha quindi unificato i due punti che nel primo elenco erano legati solo da un rimando.

L’attenzione per il concetto di «senso comune» rientra dunque fin dall’inizio nel programma di lavoro di Gramsci in carcere e di «senso comune» si parla già nelle prime note del Quaderno 1. Nei primi nove quaderni miscellanei[2], «senso comune» compare ripetutamente nei quaderni 1, 3 e 4, in una serie di Testi A e B. È poi presente in numerosi Testi A e B dei quaderni 5, 6, 7, 8 e 9, soprattutto nel Quaderno 8, nella Terza serie degli Appunti di filosofia. Numerosi testi B compaiono anche nel Quaderno 10, II, e poi nei quaderni 14, 15 e 17, ultimi quaderni miscellanei che Gramsci inizia in carcere[3]. A partire dal Quaderno 10, la voce «senso comune» ricorre in numerosi Testi C. Complessivamente essa risulta del tutto assente solo nei quaderni 2, 12, 18-22, 25, 26 e 29.

 

 

1) Quaderno 1

 

A parte l’elenco iniziale, il sintagma «senso comune» compare per la prima volta in un Testo B del Q 1, il § 16, nell’ambito di una annotazione su una rubrica, le «cartoline del pubblico», della Domenica del Corriere. Scrive Gramsci che

 

le «cartoline del pubblico» sono uno dei documenti più tipici del senso comune popolare italiano. Il Barilli è perfino al di sotto [di] questo senso comune: filisteo per i filistei classici della «Domenica del Corriere» (Q 1, 16, 14, B).

 

Si nota in questo brano che: a) «senso comune» è aggettivato con «popolare italiano», da cui si evince che, implicitamente, Gramsci sostiene che esistono più sensi comuni, distinguibili e per connotazione sociale e per area geografica; b) il «senso comune» non è valutato positivamente, poiché si può stare «persino al di sotto» (corsivo mio) dello stesso: una comparazione resa difficile evidentemente proprio dal livello qualitativamente infimo a cui il senso comune si situa. Ci si può subito chiedere se ciò non sia in contrasto con il punto a). Cioè, se vi sono diverse forme di senso comune, articolate per area geografica e soprattutto per gruppo sociale, come si può dire che siano tutte di livello infimo? Vi sono dunque in nuce, già in questo primo brano, due modi parzialmente diversi (che a volte possono anche convergere) di intendere «senso comune»: a) come «concezione del mondo» diffusa e spesso implicita di un gruppo sociale o territoriale; b) come opposto a «concezione del mondo» sviluppata e congrua. Anticipo subito che sarà nel primo senso che Gramsci sosterrà, ad esempio, che anche gli intellettuali hanno il loro senso comune; e nel secondo che userà il sintagma con una connotazione palesemente negativa, quando non spregiativa.

La seconda nota in cui incontriamo «senso comune» è riconducibile al secondo di questi due significati. Si tratta di un Testo A dello stesso Quaderno 1 che ha il «titolo di rubrica» Riviste tipo. È il § 43, lungo e importante brano destinato a confluire nel § 3 del Quaderno 24, «speciale», cioè monografico, intitolato Giornalismo. Lo studio delle «riviste tipo» è importante nei Quaderni anche perché con esso Gramsci entra nel terreno dell’organizzazione dell’egemonia, e dunque della diffusione consapevolmente perseguita di una ideologia, un vero e proprio «lavoro educativo-formativo che un centro omogeneo di cultura svolge» (Q 1, 43, 34, A). Mi sembra si possa dire che scrivendo ciò, in modo un po’ cifrato, Gramsci pensi anche a quale dovrebbe essere l’azione del partito comunista. Gramsci mette in guardia dal compiere «un errore “illuministico”», pensando che «una “idea chiara” opportunamente diffusa si inserisca nelle diverse coscienze con gli stessi effetti “organizzatori” di chiarezza diffusa». E aggiunge:

 

La capacità dell’intellettuale di professione di combinare abilmente l’induzione e la deduzione, di generalizzare, di dedurre, di trasportare da una sfera a un’altra un criterio di discriminazione, adattandolo alle nuove condizioni, ecc. è una «specialità», non è un dato del «senso comune». Ecco dunque che non basta la premessa della «diffusione organica da un centro omogeneo di un modo di pensare e di operare omogeneo» (Q 1, 43, 33) [4].

 

L’errore «illuministico» è dunque quello di ritenere che tutti gli uomini siano uguali. Se si vuole che lo diventino, bisogna partire dall’assunzione realistica delle disparità esistenti. Anche disparità culturali o intellettuali. Qui è tracciata una distanza netta tra colui che potremmo definire l’«intellettuale di professione» e chi ha una elaborazione culturale ferma al «senso comune». Se tutti gli uomini sono intellettuali, come altrove dirà Gramsci, ciò non vuol dire che tutti lo sono nello stesso modo: c’è evidentemente chi ha avuto il privilegio di poter educare le proprie capacità intellettuali. Al di là e al di fuori di questa cittadella privilegiata sembra situarsi il «senso comune» (nella sua accezione prevalentemente negativa).

Il terzo paragrafo in cui troviamo nei Quaderni «senso comune» è Q 1, 65, 75-76, A, intitolato ancora Riviste tipo. Esso è importante, ai fini del presente studio, almeno per due aspetti: a) è il primo luogo in cui incontriamo contestualmente «senso comune» e «buon senso»; b) i due concetti sono largamente tematizzati e i sintagmi in questione compaiono ripetutamente, poiché Gramsci tenta di mettere per la prima volta a fuoco cosa intenda per senso comune. In primo luogo, parlando di varie riviste, egli afferma che «questo tipo» di riviste

 

appartiene alla sfera del «buon senso» o «senso comune»: cerca di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, suggerendo, correggendo, svecchiando, introducendo nuovi «luoghi comuni» [...] Non devono [...] né apparire fanatiche o soverchiamente partigiane: devono porsi nel campo stesso del «senso comune» distaccandosene quel tanto che permette il sorriso canzonatorio, ma non il disprezzo o la superiorità altezzosa (Q 1, 65, 75-76, A).

 

A parte la notazione per cui «buon senso» e «senso comune» appaiono qui equivalenti, da questo paragrafo si ricavano alcuni avvertimenti tattici (evidentemente rivolti a quel «centro omogeneo» che svolge «lavoro educativo-formativo», di cui sopra), che esprimono però già una concezione del «senso comune»: per incidere su di esso bisogna essere capace di porsi «nel campo stesso del “senso comune”». Il senso comune non è in toto un «nemico da battere», va instaurato con esso un rapporto dialettico e maieutico, perché venga trasformato e insieme si trasformi, fino alla conquista – come si vedrà – di «un nuovo senso comune», cui è necessario pervenire nell’ambito della lotta per l’egemonia.

Ancora più ricco e complesso il brano seguente, nel quale Gramsci prosegue la sua riflessione, con un vero salto logico-argomentativo, squadernando davanti al lettore il livello al quale è già arrivata la sua elaborazione:

 

Ogni strato sociale ha il suo «senso comune» che è in fondo la concezione della vita e la morale più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di «senso comune»: è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e opinioni filosofiche entrate nel costume. Il «senso comune» è il folklore della «filosofia» e sta di mezzo tra il «folklore» vero e proprio (cioè come è inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il «senso comune» crea il futuro folklore, cioè una fase più o meno irrigidita di un certo tempo e luogo (Q 1, 65, 76).

 

Le indicazioni che ricaviamo da questo brano sono molte; solo per sottolineare le più rilevanti: a) «ogni strato sociale ha il suo senso comune», dunque la nozione è relativizzata sincronicamente[5]; b) il «senso comune» è definibile come «la concezione della vita e la morale più diffusa» (in un determinato strato sociale); c) il «senso comune» deriva dalla «sedimentazione» lasciata dalle correnti filosofiche precedenti ed è «il folklore della filosofia»; d) il «senso comune» si modifica incessantemente (la nozione è relativizzata anche diacronicamente, cioè è storicizzata)[6], incorporando essa sempre nuovi frammenti filosofici o scientifici ed evolvendosi con l’evolversi della società.

A me sembra che siamo qui di fronte a una concezione generale del «senso comune» che ne fa a pieno titolo una variante del concetto di ideologia, gramscianamente intesa come «concezione del mondo». Un altro «anello concettuale» di questa catena, particolarmente vicino al concetto di «senso comune», è quello di «conformismo»[7]

Il senso comune, alla luce di questo brano del Quaderno 1, è la concezione del mondo di uno strato sociale, caratterizzato dall’essere momento di ricezione soprattutto passiva rispetto alla elaborazione attiva, condotta dal «gruppo dirigente» o «intellettuale» del gruppo sociale stesso. In quanto momento passivo, il senso comune fa segnare ritardi e anche momenti infimi di elaborazione. Ma l’accento posto sul fatto che «ogni strato sociale ha il suo “senso comune”» esclude che esso sia definibile solo come livello qualitativamente infimo di concezione del mondo. Si tratta in generale dell’ideologia più diffusa e spesso implicita di un gruppo sociale, di livello minimo, anche nel senso di minimo comune denominatore. Perciò esso si relaziona dialetticamente con la filosofia, cioè col segmento alto dell’ideologia, proprio dei gruppi dirigenti dei diversi gruppi sociali.

Siamo comunque largamente – come in tutta la concezione che riguarda in Gramsci quel continuum che descrive l’ideologia ai suoi diversi livelli di elaborazione –, nel campo del preintenzionale, dove la gran parte dei soggetti sono non solo agiti, ma definiti (nella loro soggettività, nel loro modo d’essere individuale e collettivo) dall’ideologia e dunque anche dal senso comune. Un primo problema che si pone – e che qui non è possibile affrontare – è come si sposi questo carattere largamente preintenzionale del senso comune con l’attività di quel «centro omogeneo» che svolge «lavoro educativo-formativo» per modificarlo, creando un nuovo senso comune. Mi sembra evidente che il «centro omogeneo» non debba illudersi di formare in toto un nuovo senso comune. Quest’ultimo, infatti, è un derivato dell’influenza anche di molteplici altri fattori fuori controllo, il che è collegato con il carattere aperto e non predefinibile del processo storico. Fino a che punto Gramsci sia consapevole di ciò e difficile dirlo, ma non si può non ricordare, contestualmente a queste considerazioni sul preintenzionale, il ruolo che i concetti di volontà e di «volontà collettiva» svolgono nel pensiero del marxista sardo, a indicare la complessità della concezione antropologica rilevabile nei Quaderni.

 

 

2) Spontaneità e arretratezza

 

Come viene connotato, in questi primi quaderni, il senso comune? Esso è definito (Q 3, 48, 328, B) come la «concezione del mondo [tradizionale]» di un determinato strato sociale, dove l’accento mi sembra cada sul «tradizionale», che per di più è posto tra parentesi quadre, il che indica che è stato aggiunto da Gramsci o in interlinea o a margine[8]. La nota è dedicata all’esame del nesso spontaneità-direzione, con riferimento esplicito all’Ordine Nuovo. Gramsci recupera qui, almeno parzialmente, l’importanza, dell’elemento della «spontaneità» popolare, sia pure come elemento da educare. Egli scrive che nell’Ordine Nuovo «questo elemento di “spontaneità” non fu trascurato e tanto meno disprezzato: fu educato, fu indirizzato, fu purificato da tutto ciò che di estraneo poteva inquinarlo, per renderlo omogeneo, ma in modo vivente, storicamente efficiente, con la teoria moderna» (ivi, 330). Ecco dunque un’azione «non illuministica», che non compie gli errori delineati in Q 1, 43 e in Q 1, 65. In questo ambito, vi è una indubbia rivalutazione del senso comune. In primo luogo, esso è messo in relazione con «i sentimenti “spontanei” delle masse», formatisi «attraverso l’esperienza quotidiana illuminata dal “senso comune”», cioè la «concezione tradizionale popolare del mondo» (ivi, 330-331). Ma, soprattutto, è affermata una differenza «quantitativa», dunque non «qualitativa», tra filosofia e senso comune, poiché Gramsci ricorda «che E. Kant ci teneva a che le sue teorie filosofiche fossero d’accordo col senso comune; la stessa posizione si verifica nel Croce» (ivi, 331).

Lasciamo per ora da parte questo accenno a Croce, su cui torneremo. Per il resto c’è da dire che questa valutazione positiva del senso comune resta – all’altezza dei primi quaderni gramsciani, quasi coevi – sostanzialmente isolata. Possiamo ricavare una qualche altra valutazione implicitamente positiva del senso comune da parte di Gramsci studiando come egli usi il sintagma. Nella nota 39 del Quaderno 5, ad esempio, si legge:

 

Scetticismo. L’obbiezione di senso comune che si può fare allo scetticismo è questa: che per essere coerente a se stesso, lo scettico non dovrebbe fare altro che vivere come un vegetale, senza intrigarsi negli affari della vita comune (Q 5, 39, 571, B).

 

Qui il senso comune non è considerato in modo totalmente negativo: è una posizione di buon senso, che Gramsci sembra fare propria. E in Q 8, 151, 1032, A leggiamo:

 

Si parla di «seconda natura»; una certa abitudine è diventata una seconda natura; ma la «prima natura» sarà stata proprio «prima»? Non c’è in questo modo di esprimersi del senso comune l’accenno alla storicità della natura umana?[9]

 

Anche qui il barlume di una posizione del senso comune condivisibile per Gramsci. Ma – ripeto – poca cosa: il discorso affascinante di Q 3, 48 non è ripreso, né nel Quaderno 3, né nei quaderni successivi, né in sede di riscrittura (è un Testo A). Se vogliamo fare nostro il noto invito gramsciano a non abbarbicarci su una singola affermazione, cercando invece di cogliere «il ritmo del pensiero in isviluppo», mi sembra che non si possa che partire dall’annotazione per cui le valutazioni negative sul senso comune, implicite ed esplicite, sono di gran lunga più numerose e anche qualitativamente rilevanti. Ad esempio, in un Testo A del Quaderno 4 (Q 4, 18 439)[10], intitolato La tecnica del pensare, Gramsci scrive:

 

La tecnica del pensiero non creerà certamente grandi filosofi, ma darà criteri di giudizio e correggerà le storture del modo di pensare del senso comune. Sarebbe interessante un paragone tra la tecnica del senso comune, della filosofia dell’uomo della strada, e la tecnica del pensiero moderno più sviluppato. Anche in questo riguardo vale l’osservazione del Macaulay sulle debolezze logiche della cultura formatasi per via oratoria e declamatoria.

 

Il senso comune appare dunque con precisi punti deboli, di tipo logico: le sue storture vanno corrette, appaiono legate alla formazione «oratoria e declamatoria» di tale «filosofia dell’uomo della strada». Ancora più negativo è il giudizio sul senso comune in relazione a una tematica su cui Gramsci si sofferma a lungo: quella della «esistenza obbiettiva della realtà» (Q 4, 41, 466-467), che è per Gramsci «la quistione più importante riguardo alla scienza», ma che per il senso comune «non esiste neppure». Tali certezze provengono al senso comune «essenzialmente dalla religione [...] dal cristianesimo», il che ne fa «l’ideologia più diffusa e radicata». Il «senso comune» è qui per Gramsci una visione del mondo arretrata sia perché condizionata dall’ideologia religiosa, inevitabilmente non monistica, sia perché non recepisce le novità della scienza, che pure sono state inglobate dal cristianesimo colto:

 

Il senso comune afferma l’oggettività del reale in quanto questa oggettività è stata creata da Dio, è quindi un’espressione della concezione del mondo religiosa [...] in realtà non è realmente «oggettivo», perché non sa concepire il «vero» oggettivo; per il senso comune è «vero» che la terra è ferma e il sole con tutto il firmamento le gira intorno ecc. Eppure fa l’affermazione filosofica della oggettività del reale (ivi, 467).

 

Qui per Gramsci «senso comune» equivale indubitabilmente a una visione del mondo premoderna. Più avanti, nel Quaderno 6, parlando di Pirandello, Gramsci sostiene che la concezione dialettica dell’oggettività propria del drammaturgo siciliano «si presenta al pubblico come accettabile, in quanto essa è impersonata da caratteri di eccezione, quindi sotto veste romantica, di lotta paradossale contro il senso comune e il buon senso» (Q 6, 26, 705, B). Anche qui il senso comune è visto come fermo all’«oggettività del reale» aristotelico-cattolico[11]. Ancora nello stesso quaderno, Gramsci connota il senso comune con un indubbio carattere di conservatorismo e tradizionalismo: «il senso comune è portato a credere che ciò che oggi esiste sia sempre esistito» (Q 6, 78, 745, B). In Q 6, 207, 844, B viene ribadita quella equazione fra senso comune e folclore che abbiamo visto presente nella prima pagina dei Quaderni[12].

Nel proseguo dei Quaderni le valutazioni e le annotazioni soprattutto negative sul senso comune – molto spesso aggettivato come «volgare» – sembrano ancora nettamente prevalere su quelle positive. È anche superfluo insistere sull’argomento: messo sull’avviso, il lettore potrà constatarlo da sé nel seguito del discorso. Vorrei solo aggiungere – anticipando in qualche modo l’insieme di note polemiche sull’argomento in relazione alla trattazione che ne fa Bucharin – qualcosa sulla nota 29 del Quaderno 7:

 

Si sente che la dialettica è cosa molto ardua e difficile in quanto il pensare dialetticamente va contro il volgare senso comune che ha la logica formale come espressione ed è dogmatico e avido di certezze perentorie. [...] l’autore del Saggio popolare [...] realmente capitola dinanzi al senso comune e al pensiero volgare, perché non si è posto il problema nei termini teorici esatti e quindi è praticamente disarmato e impotente. L’ambiente ineducato e rozzo ha dominato l’educatore, il senso comune volgare si è imposto alla scienza e non viceversa: se l’ambiente è l’educatore, esso deve essere educato a sua volta, ha scritto Marx, ma il Saggio popolare non capisce questa dialettica rivoluzionaria (Q 7, 29, 877, A)[13].

 

Questo testo dipinge il senso comune (definito «volgare») come arretrato sia sotto l’aspetto del contenuto (è rimasto alla «logica formale») sia sotto il profilo della forma (è «dogmatico e avido di certezze perentorie»). Bucharin è addirittura accusato di «capitola[re] dinanzi al senso comune». Gramsci ricorre alla terza delle Tesi su Feuerbach, col noto brano sul rapporto reciproco fra il soggetto e l’ambiente e sull’educatore che deve essere educato; pur facendo qualche confusione nell’uso della metafora, il senso del ragionamento è chiaro: egli accosta il «senso comune volgare» all’«ambiente ineducato e rozzo» che finisce con l’avere la meglio – questa è l’accusa a Bucharin – sull’«educatore», sulla scienza, sul partito come avanguardia teorica e politica.

Gramsci dunque insiste sulla contrapposizione fra il senso comune da una parte e la scienza (il marxismo) e la coscienza dall’altra. Perché? Perché nel «Giano bifronte» costituito dal senso comune (come dal folclore), retrivo ma insieme necessario, conservatore ma potenzialmente inseribile in un nuovo progetto egemonico, Gramsci insiste soprattutto sulla «faccia» negativa di questo segmento basso del continuum ideologia? La risposta va cercata, a mio avviso, nel carattere teorico-pratico dei Quaderni: Gramsci ha davanti non solo l’indagine conoscitiva del reale, ma anche il compito di elaborare una linea di azione politica che sposti i rapporti di forza e riapra lo scontro egemonico, che dunque trasformi il senso comune. Per far ciò, il primo passo non può che essere la critica dell’esistente e il rifiuto di ogni tentazione populista.

Prima di affrontare il discorso sul senso comune così come viene da Gramsci sviluppato nell’ambito della polemica con Bucharin, esaminiamo però le sue considerazioni sulla stessa tematica in relazione a Croce.

 

 

3) Senso comune, neoidealismo, misoneismo

 

Soffermandosi, all’inizio della Seconda serie degli Appunti di filosofia del Quaderno 7, sulla filosofia di Croce, anche in relazione alla «religione», Gramsci cita un brano di Mario Missiroli, tratto dall’articolo Religione e filosofia. Missiroli vi si sofferma sulla difficoltà che avrebbe l’idealismo a farsi capire e dal «senso comune» (degli scolari) e dal «buon senso» (degli insegnanti di materie non filosofiche), in quanto «l’umanità è ancora tutta quanta aristotelica e la comune opinione segue ancora quel dualismo, che è proprio del realismo greco‑cristìano»[14]. Proseguendo, Gramsci afferma che «Croce civetta continuamente col “senso comune” e col “buon senso” popolare (bisognerà raccogliere tutti i brani di Croce sui rapporti tra filosofia e “senso comune”)» (Q 7, 1, A, 853)[15].

Rimandiamo ancora l’esame delle implicazioni contenute nell’accenno al «buon senso» e soffermiamoci per il momento su un fatto importante: è posto il tema «Croce e il senso comune». Il tema è importante perché conduce a contestualizzare le riflessioni gramsciane sul senso comune nell’ambito della discussione filosofica (italiana e non solo)[16] degli anni a cavallo tra i venti e i trenta e soprattutto a individuare proprio in Croce una delle fonti fondamentali del discorso gramsciano, in un rapporto complesso di filiazione-rifiuto. La qual cosa, ovviamente, conferma il fatto che anche in questa riflessione, come in tutti i Quaderni, «il confronto con la tradizione filosofica rimane una costante essenziale delle osservazioni di Gramsci in proposito, ma non allo scopo di proseguirla, bensì di trasformarla profondamente immettendo la nozione di “senso comune” nel discorso politico, appunto; cioè costituendola in categoria della scienza politica, interpretativa della realtà sociale e in pari tempo operativa»[17].

Come è noto, l’avvio della «discussione» (ma il termine va assunto in senso lato) – a cui parteciparono tra gli altri Giovanni Gentile[18], Mario Missiroli (con l’articolo citato)[19], Santino Caramella[20] – era stato dato dal saggio di Croce stesso su Filosofia come vita morale e vita morale come filosofia[21]. In esso Croce sostiene la necessità di «abbandonare la tradizione distinzione di pensiero ordinario e pensiero straordinario», ovvero di filosofia e senso comune, poiché «ogni pensiero è sempre ordinario e sempre legato all’esperienza»[22]. La distinzione tra pensiero filosofico e pensiero non filosofico sarebbe, per il filosofo neoidealista, non una «distinzione logica, ma solo psicologica»: il filosofo in senso pieno ha la vocazione a superare incoerenze e incompiutezze, il non filosofo si accontenta di vivere con esse. Ma – avvertiva Croce – «nessun uomo è del tutto non filosofo e nessun filosofo è del tutto perfetto come tale»[23]. Aggiungendo che filosofo può essere anche chi «non scriva di filosofia e persino ignori il nome di questa disciplina», e anche «modesti uomini», e «perfino [...] popolani e contadini» possono pensare e parlare «saggi e posseggono con sicurezza le verità sostanziali»[24].

Non è difficile vedere il carattere paternalistico del discorso crociano. Ma anche come tali affermazioni siano vicine a quelle gramsciane che vedremo negli Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura (Q 11, 12) e che, in guisa di Testi A, sono già nel Quaderno 8, come si vedrà più avanti. È nello stesso Quaderno 8 che la riflessione sul senso comune conosce la sua massima espansione nell’ambito della riflessione carceraria, prendendo spunto dal raffronto sia con le tesi di Bucharin che con quelle di Croce e Gentile. Nell’ambito dell’importantissimo Q 8, 173, intitolato Sul «Saggio popolare» (un Testo A che sarà ripreso, insieme ad altre note, tra cui la successiva Q 8, 175, in Q 11, 13), Gramsci riprende e approfondisce il confronto col neoidealismo sul tema del rapporto tra filosofia dei filosofi e filosofia del senso comune, scrivendo:

 

Atteggiamento del Croce verso il «senso comune»: non mi pare chiaro. Per il Croce, la tesi che «ogni uomo è un filosofo» ha finora troppo gravato sul giudizio intorno al «senso comune»; il Croce sembra spesso compiacersi perché determinate proposizioni filosofiche sono condivise dal senso comune, ma che cosa può ciò significare in concreto? Perché sia vero che «ogni uomo è un filosofo» non è necessario ricorrere, in questo senso, al senso comune. Il senso comune è un aggregato incomposto di concezioni filosofiche e vi si può trovare tutto ciò che si vuole[25]. D’altronde in Croce, questo atteggiamento verso il senso comune non ha portato a un atteggiamento culturale fecondo dal punto di vista «popolare‑nazionale», cioè ad una concezione più concretamente storicistica della filosofia, che del resto può trovarsi solo nel materialismo storico[26] (Q 8, 173, 1045-1046).

 

Nonostante l’evidente debito di alcune fondamentali idee gramsciane da questo Croce, la critica di Gramsci incalza il filosofo neoidealista proprio là dove questi fa derivare dall’assunto (condiviso) per cui «ogni uomo è un filosofo» una certa condiscendenza paternalistica verso il senso comune. La critica di Gramsci al senso comune (ribadita e approfondita nella riscrittura di Q 11, 13, 1397) oltrepassa quella di Croce perché – proprio in virtù del fatto che il pensatore comunista opera perché il popolo esca dalla propria subalternità – egli avverte drammaticamente tutta l’inadeguatezza del senso comune esistente: sulla base del senso comune le classi subalterne non possono lanciare una reale sfida per l’egemonia, sono condannate a restare subalterne (da cui la condiscendenza di Croce, che a questo esito politico guarda ovviamente con favore)[27]. Nella seguente nota Q 8, 175 Gramsci passa ad esaminare la posizione di Gentile sull’argomento:

 

Gentile. Vedere il suo articolo La concezione umanistica del mondo [...] Mi pare un altro esempio della rozzezza incondita del pensiero gentiliano, derivato «ingenuamente» da alcune affermazioni del Croce sul modo di pensare del popolo come riprova di determinate proposizioni filosofiche. La citazione può essere utilizzata per la rubrica del «senso comune» [...]  Gentile parla di «natura umana» astorica, e di «verità del senso comune» come se nel «senso comune» non si potesse trovar tutto e come se esistesse un «solo senso comune» eterno e immutabile. «Senso comune» si dice in vari modi; per es. contro le astruserie, le macchinosità, le oscurità dell’esposizione scientifica e filosofica, cioè come «stile» ecc. L’articolo del Gentile può dare altre perle: un po’ più oltre si dice: «L’uomo sano crede in Dio e nella libertà del suo spirito», cosa per cui già ci troviamo di fronte a due «sensi comuni», quello dell’uomo sano e quello dell’uomo malato (Q 8, 175, 1047)[28].

 

Gentile dunque si riallaccia tatticamente al senso comune, benché la sua filosofia sia «tutta contraria al senso comune» stesso, ed è più facile dunque mostrare la rozzezza e la strumentalità della posizione attualista. Ma soprattutto Gramsci aggiunge, nella riscrittura in Testo C, una considerazione che rappresenta un bilancio del suo ragionamento, a partire dal riconoscimento che

 

ciò che si è detto finora non significa che nel senso comune non ci siano delle verità. Significa che il senso comune è un concetto equivoco, contraddittorio, multiforme, e che riferirsi al senso comune come riprova di verità è un non senso. Si potrà dire con esattezza che una certa verità è diventata di senso comune per indicare che essa si è diffusa oltre la cerchia dei gruppi intellettuali, ma non si fa altro in tal caso che una constatazione di carattere storico e un’affermazione di razionalità storica; in questo senso, e purché sia impiegato con sobrietà, l’argomento ha un suo valore, appunto perché il senso comune è grettamente misoneista e conservatore ed essere riusciti a farci penetrare una verità nuova è prova che tale verità ha una bella forza di espansività e di evidenza (Q 11, 13, 1399).

 

Questa affermazione non va forzata per ricavarne un giudizio positivo di Gramsci verso il senso comune. Egli dice solo che anche nel senso comune, essendovi di tutto, vi sono elementi di verità. È sicuramente importante registrare che una tesi sia divenuta «senso comune», soprattutto da parte di chi vuole creare un nuovo senso comune. Resta il fatto che il senso comune è qui legato a una immagine di ideologia «misoneista», cioè avversa pregiudizialmente alle novità, e conservatrice. È dunque soprattutto, nella situazione storica data, un ostacolo forte per la strategia rivoluzionaria. Ma anche un inevitabile hic Rodhus, hic salta!

 

 

4) Marxismo e senso comune

 

Nel Quaderno 8 – lo si è già accennato – Gramsci conduce, anche sul terreno della valutazione del «senso comune», un confronto, a volte asprissimo, con Bucharin. Si è già fatto cenno, a proposito di Croce, a Q 8, 173. È un brano lungo, in cui il sintagma «senso comune» compare ben 18 volte. Esaminiamo il brano suddividendolo nelle sue parti costitutive (tranne quella su Croce, già esaminata). Scrive Gramsci:

 

Un lavoro come il Saggio popolare, destinato a una comunità di lettori che non sono intellettuali di professione, dovrebbe partire dalla analisi e dalla critica della filosofia del senso comune, che è la «filosofia dei non filosofi», cioè la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali in cui si sviluppa l’individualità morale dell’uomo medio. Il senso comune non è una concezione unica, identica nel tempo e nello spazio: esso è il «folclore» della filosofia, e come il folclore si presenta in forme innumerevoli: il suo carattere fondamentale è di essere una concezione del mondo[29] disgregata, incoerente, inconseguente, conforme[30] al carattere delle moltitudini di cui esso è la filosofia (Q 8, 173, 1045).

 

Polemizzando col libro di Bucharin, dunque, Gramsci ribadisce in primo luogo, ed estende, la propria definizione di «senso comune». Esso è «filosofia» (sia pure «filosofia dei non filosofi»), «concezione del mondo», «“folclore” della filosofia»: ennesima conferma di quella «famiglia concettuale» in cui si articola il concetto gramsciano di «ideologia» di cui ho altrove parlato. Ma Gramsci aggettivizza «senso comune» e gli anelli della catena concettuale di riferimento che più gli sono prossimi ancora una volta in modo estremamente critico: concezione «assorbita acriticamanete», sincretica («in forme innumerevoli», si specifica nel testo C, «anche nei singoli cervelli»), «incoerente», «incongruente». Filosofia delle moltitudini. Dove queste moltitudini appaiono un soggetto sociale più indeterminato di «classe» e «gruppo sociale» e connotato negativamente

Proseguiamo nella lettura della nota in questione:

 

Quando nella storia si elabora un gruppo sociale omogeneo, si elabora anche, contro il senso comune, una filosofia «omogenea», cioè sistematica[31] (ibidem; corsivo mio).

 

La nuova classe rivoluzionaria che si sta affermando, dice Gramsci, elabora una propria filosofia «omogenea» e «sistematica», addirittura «contro il senso comune». È difficile sottovalutare questo passaggio (ribadito in Testo C) per la comprensione del rapporto «avanguardie-masse» che Gramsci implicitamente propone. La teoria rivoluzionaria nasce contro il senso comune esistente. La posta in gioco è la «concezione del mondo» dei subalterni, che deve essere trasformata o sostituita. Il Saggio popolare sbaglia a non partire dal senso comune, ma tale partire dal senso comune vuol dire: sbaglia a non partire dalla critica del senso comune. Proseguiamo:

 

Gli elementi principali del senso comune sono dati dalle religioni, e non solo dalla religione attualmente dominante, ma dalle religioni precedenti, da movimenti ereticali popolari, da concezioni scientifiche passate ecc. Nel senso comune predominano gli elementi «realistici, materialistici», ciò che non è in contraddizione con l’elemento religioso, tutt’altro; ma questi elementi sono «acritici», «superstiziosi». Ecco un pericolo rappresentato dal Saggio popolare: esso conferma spesso questi elementi acritici, basati sulla mera percezione immediata, per cui il senso comune è ancora rimasto «tolemaico», antropomorfico e antropocentrico[32] (ibidem).

 

In Testo C questo discorso sull’incidenza delle concezioni del mondo religiose, e in particolari cattoliche, è ampliato e articolato[33]. La nota gramsciana del Quaderno 8 prosegue accennando all’interesse diffuso per il senso comune della cultura francese. Mi limito a rilevare che il suo carattere nazionale-popolare è letto in negativo, come egemonia di un gruppo sociale che tramite gli intellettuali e la loro attenzione per il senso comune egemonizza le masse subalterne:

 

Nella cultura filosofica francese esistono trattazioni sul «senso comune» più che in altre culture: ciò è dovuto al carattere «popolare-nazionale» della cultura francese, cioè al fatto che gli intellettuali tendono, più che altrove, per determinate condizioni storiche, ad avvicinarsi al popolo per guidarlo ideologicamente e tenerlo legato al gruppo dirigente. Si potrà trovare quindi nella letteratura francese molto materiale sul senso comune utilizzabile: anzi l’atteggiamento della cultura filosofica francese verso il «senso comune» può offrire un modello di costruzione culturale egemonica; anche la cultura inglese e americana possono offrire molti spunti, ma non in modo così completo e organico come quella francese (ibidem).

 

Sappiamo che la Francia offre per Gramsci un modello di egemonia (borghese) ineguagliabile. Resta l’avvertenza metodologica che se è vero che «il “senso comune” è stato trattato in due modi: 1°) è stato messo a base della filosofia; 2°) è stato criticato dal punto di vista di un’altra filosofia», in realtà ciò che si è fatto in entrambi i casi è stato «superare un determinato “senso comune” per crearne un altro più aderente alla concezione del mondo del gruppo dirigente» (ibidem).

Ciò vuol dire che il senso comune è qualcosa di ineliminabile. Esso è parte della posta in gioco nella lotta per l’egemonia, è una concezione del mondo diffusa e di base, che può essere sostituita ma non eliminata. Resta aperta la domanda se un domani, procedendo il genere umano sulla strada dell’autoemancipazione dai propri limiti economici, sociali, politici e culturali, si potrà eliminare il senso comune inteso in senso deteriore, come passivo adagiarsi dei diretti a fronte dell’elaborazione della necessaria concezione del mondo da parte dei dirigenti.

Passiamo a Q 8, 175, che abbiamo già considerato a proposito della polemica antigentiliana. In esso Gramsci ricorda Giusti[34] e nel relativo Testo C spiega perché lo ricorda[35]. Ma soprattutto, in Testo A, cita Marx:

 

Quando Marx accenna alla «validità delle credenze popolari» fa un riferimento storico‑culturale per indicare la «saldezza delle convinzioni» e la loro efficacia nel regolare la condotta degli uomini, ma implicitamente afferma la necessità di «nuove credenze popolari», cioè di un nuovo «senso comune» e quindi di una nuova cultura ossia di una nuova filosofia (Q 8, 175, 1047).

 

Il brano, ripreso e rafforzato nel Testo C[36], ribadisce – poggiandola sull’autorità di Marx – la concezione dinamica che Gramsci ha del senso comune, come di qualcosa che debba essere superato[37]. L’ideologia è una forza materiale, in determinate situazioni. Si tratta di produrre «una nuova filosofia» che, sconfiggendo il senso comune esistente, divenga ideologia di massa: un nuovo senso comune.

 

 

5) Senso comune e filosofia

 

Gramsci si occupa di senso comune anche in una serie di note rubricate come Introduzione allo studio della filosofia. In Q 8, 204, ad esempio, egli traccia alcuni «punti preliminari» da tener presenti nella stesura di tale Introduzione, che confluiranno poi con altri Testi A in Q 11, 12, cioè negli Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura:

 

Per la compilazione di una introduzione o avviamento allo studio della filosofia occorrerà tener conto di alcuni elementi preliminari: 1°) Occorre distruggere il pregiudizio che la filosofia sia alcunché di molto difficile per il fatto che essa è una attività propria di una determinata categoria di scienziati, dei filosofi professionali o sistematici. Occorrerà pertanto dimostrare che tutti gli uomini sono filosofi, definendo i limiti e i caratteri di questa filosofia [«spontanea»] di «tutto il mondo», cioè il senso comune e la religione (Q 8, 204, 1063).

 

Il senso comune e la religione sono la filosofia («disgregata») spontanea che tutti hanno. Di contro a senso comune e religione sta la filosofia, che ne è la critica, evidentemente perché possiede quelle doti di coerenza, consapevolezza, ecc., che Gramsci apprezza. La filosofia è una concezione del mondo potenzialmente egemone, il senso comune non lo sarà mai.

Resta fermo che per Gramsci bisogna sempre parlare a rigore sempre di «filosofie» al plurale, cioè di diverse visioni del mondo (in lotta fra loro). Filosofia progressiva vs. senso comune esistente o volgare. Le diverse forme di filosofia e di senso comune si dividono secondo un asse verticale in un modo che potremmo definire politico (destra\sinistra) e secondo un asse orizzontale a seconda delle loro caratteristiche di coerenza,consapevolezza originalità. Per cui vi saranno e filosofie e tipi di senso comune (insomma, vi saranno ideologie) più o meno elaborate e più o meno progressive.

Da notare, nel corrispondente Testo C (Q 11, 12, 1375), che Gramsci fornisce un elenco di articolazioni in cui la concezione del mondo dell’uomo comune si manifesta[38]: 1) nel linguaggio, 2) nel «senso comune e buon senso» (che sono qui equiparati o quanto meno appaiati senza specificazioni distintive) e 3) nella religione popolare. Importante è notare che linguaggio e senso comune sono ambiti distinti. Non è detto che l’articolazione sia di tipo gerarchico, ma comunque contiene palesemente una distinzione. Sembra dunque ardito leggere come coincidenti linguaggio e senso comune[39], e più in generale linguaggio e ideologia, poiché il linguaggio è visto da Gramsci solo come un livello (quello «di base», implicito, gretto) in cui una ideologia si manifesta. Prosegue poi Gramsci:

 

2°) Religione, senso comune, filosofia. Trovare le connessioni tra questi tre ordini intellettuali. Vedere come neanche religione e senso comune coincidono, ma la religione sia un elemento del disgregato senso comune. Non esiste un solo «senso comune», ma anche esso è un prodotto e un divenire storico. La filosofia è la critica della religione e del senso comune e il loro superamento: in tal senso, la filosofia coincide col «buon senso». 3°) Scienza e religione - senso comune (ibidem).

 

Nel relativo Testo C la «connessione» è parzialmente trovata, in negativo: la filosofia è un «ordine intellettuale», religione e senso comune no, «perché non possono ridursi a unità e coerenza neanche nella coscienza individuale per non parlare della coscienza collettiva»:

 

La filosofia è un ordine intellettuale, ciò che non possono essere né la religione né il senso comune. [...] Del resto «senso comune» è nome collettivo, come «religione»: non esiste un solo senso comune, ché anche esso è un prodotto e un divenire storico. La filosofia è la critica e il superamento della religione e del senso comune e in tal senso coincide col «buon senso» che si contrappone al senso comune. [...] La religione e il senso comune non possono costituire un ordine intellettuale perché non possono ridursi a unità e coerenza neanche nella coscienza individuale per non parlare della coscienza collettiva: non possono ridursi a unità e coerenza «liberamente» perché «autoritativamente» ciò potrebbe avvenire come infatti è avvenuto nel passato entro certi limiti (Q 11, 12, 1375, C).

 

Se la «filosofia di un’epoca» è data dall’«insieme di tutte le filosofie individuali e di gruppo [+ le opinioni scientifiche] + la religione + il senso comune» (Q 8, 211, 1069, A), risulta per Gramsci utile

 

distinguere «praticamente» la filosofia dal senso comune per poter meglio mostrare ciò che si vuole ottenere: filosofia significa più specialmente una concezione del mondo con caratteri individuali spiccati, senso comune è la concezione del mondo diffusa in un’epoca storica nella massa popolare. Si vuol modificare il senso comune, creare un «nuovo senso comune», ecco perché si impone l’esigenza del tener conto dei «semplici» (Q 8, 213, 1071, A).

 

Chiara è l’indicazione dell’obiettivo: creare nuovo senso comune. Qui il senso comune è «la concezione del mondo diffusa in un’epoca storica nella massa popolare»: può essere qualcosa di totalmente negativo? Evidentemente no. Non solo. In Testo C (Q 11, 12, 1382) si aggiunge che:

 

ogni filosofia tende a diventare senso comune di un ambiente anche ristretto – di tutti gli intellettuali –. Si tratta pertanto di elaborare una filosofia che avendo già una diffusione, o diffusività, perché connessa alla vita pratica e implicita in essa, diventi un rinnovato senso comune con la coerenza e il nerbo delle filosofie individuali: ciò non può avvenire se non è sempre sentita l’esigenza del contatto culturale coi «semplici».

 

Ecco dunque l’affermazione dell’esigenza del «contatto culturale coi “semplici”»[40], il programma politico-filosofico che dall’Ordine Nuovo va fino ai Quaderni. Il senso comune è visto qui come concezione del mondo diffusa in un determinato ambito, non nel significato prevalente di «filosofia spontanea»; esso è anche un freno alle «astruserie metafisiche», ha un risvolto positivo quindi anche sul piano tecnico-filosofico[41] . Tuttavia Gramsci non perde mai di vista che

 

una filosofia della prassi non può presentarsi inizialmente che in atteggiamento polemico, come superamento del modo di pensare preesistente. Quindi come critica del «senso comune» (dopo essersi basata sul senso comune per mostrare che «tutti» sono filosofi e che non si tratta di introdurre ex‑novo una scienza nella vita individuale di «tutti», ma di innovare e rendere «critica» un’attività già esistente) e della filosofia degli intellettuali, che è quella che dà luogo alla storia della filosofia. Questa filosofia, in quanto «individuale» [...] può considerarsi come le «punte» di progresso del «senso comune», per lo meno del senso comune degli strati più colti della società[42]. [...] Il rapporto tra filosofia «superiore» e senso comune è assicurato dalla «politica» così come è assicurato dalla politica il rapporto tra il cattolicismo degli intellettuali e quello dei «semplici» (Q 8, 220, 1080-1081)

 

Ma attenzione: «La posizione della filosofia della praxis è antitetica a questa cattolica», specifica in seconda stesura Gramsci, poiché «non tende a mantenere i “semplici” nella loro filosofia primitiva del senso comune, ma invece a condurli a una concezione superiore della vita». Lo scopo è «costruire un blocco intellettuale‑morale che renda politicamente possibile un progresso intellettuale di massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali» (Q 11, 12, 1384, C). In ogni caso, all’altezza del Quaderno 11, in un importante Testo C, e con una affermazione che non compariva in prima stesura, Gramsci ribadisce ancora che il senso comune è solo una filosofia primitiva che va superata. È tale superamento che dischiude la strada verso «lo sviluppo politico del concetto di egemonia», che rappresenta «un grande progresso filosofico oltre che politico‑pratico» (ivi, 1385-1386). Senza superamento del senso comune niente egemonia. Non sembra che l’egemonia poggi sul senso comune, quanto che l’egemonia nasca c’è solo se si supera il senso comune esistente.

 

 

6) La rivalutazione del «buon senso»

 

Il sintagma «buon senso» compare fin dal Quaderno 1, contestualmente a «senso comune». Essa manca nell’elenco posto ad apertura di quaderno (così come nell’elenco del Quaderno 8), ma in Q 1, 65, 75, A, già citata, Gramsci scrive che il «tipo» di riviste di cui sta trattando «appartiene alla sfera del “buon senso” o “senso comune”», con un uso che implicitamente rende equivalenti le due espressioni. Non sarà sempre così. Anzi, l’uso prevalente che Gramsci farà di «buon senso» sarà contestuale, ma diversificato (sia pure in modo altalenante), rispetto a «senso comune». Del resto, anche il sintagma «buon senso» ha una sua propria tradizione filosofica, anche se meno estesa di «senso comune». Santino Caramella, nel libro citato, scrive ad esempio che «senso comune» non va confuso col «buon senso» («sebbene in talune lingue, come l’inglese, si confonda – per l’ambiguità di common sense»), in quanto «il “buon senso”, sinonimo di “ragione” (tanto per Cartesio che ne fa “la cosa meglio distribuita nel mondo”, quanto per il Manzoni che lo rappresenta nascosto “per paura del senso comune”) è rivendicato a se stessa naturalmente dalla filosofia», che invece nasce – per Caramella, di contro a Croce, si potrebbe dire – proprio dalla critica del «senso comune»[43]. Dunque, «buon senso» come filosofia in senso stretto, di contro a «senso comune» come «non filosofia». Anche Missiroli, nell’articolo citato e riportato parzialmente da Gramsci in Q 7, 1, 853, A, distingue – a fronte «della logica del professore di filosofia» – il «senso comune degli scolari» e il «buon senso degli insegnanti delle altre materie». Dove sembra esserci anche qui una distinzione, sia pure meno netta e argomentata, ma pur sempre qualitativamente non trascuabile, tra i concetti espressi dai due sintagmi.

Si diceva che in Gramsci l’uso del termine è altalenante, talvolta «buon senso» è assunto positivamente, altre volte con valenza negativa: in Q 1, 79, 86, A, ad esempio, leggiamo che «per comandare non basta il semplice buon senso» (valenza negativa), mentre in Q 4, 32, 451, A si spiega come «un uomo di buon senso» potrebbe mettere in crisi una concezione olistica dello Stato (valenza positiva)[44]. Inoltre, a volte il sintagma è accostato e coordinato a «senso comune», a volte contrapposto. In Q 8, 213, 1071, A, vi è addirittura coincidenza: «Filosofia e senso comune o buon senso». In Q 6, 26, 705, B, a proposito di Pirandello e della «concezione dialettica dell’oggettività», Gramsci nota nell’opera del commediografo la rappresentazione di una «lotta paradossale contro il senso comune e il buon senso»; o in Q 7, 1, 853, A, Gramsci afferma che «Croce civetta continuamente col “senso comune” e col “buon senso” popolare» (uso coordinato a valenza negativa). Mentre in Q 8, 28, 959, B leggiamo: «Il “buon senso” ha reagito, il “senso comune” ha imbalsamato la reazione e ne ha fatto un canone “teorico”, “dottrinario”, “idealistico”» (uso contrapposto a valenza positiva). In Q 8, 19, 949, A compare il riferimento a Manzoni che già abbiamo visto in Caramella. Gramsci scrive:

 

Senso comune. Il Manzoni fa distinzione tra senso comune e buon senso (Cfr Promessi Sposi, Cap. xxxii sulla peste e sugli untori). Parlando del fatto che c’era pur qualcuno che non credeva agli untori ma non poteva sostenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa, aggiunge: «Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

 

Il «buon senso» – come nota Caramella – è equiparato da Manzoni alla ragione, che nulla però può contro il «senso comune», la rozza ideologia delle masse. Gramsci non commenta il brano. Buon senso e senso comune divengono titoletto di rubrica in una nota di poco seguente, un breve Testo B:

 

Buon senso e senso comune. I rappresentanti del «buon senso» sono l’«uomo della strada», il «francese medio» diventato «l’uomo medio», «monsieur Tout‑le-monde». Nella commedia borghese sono specialmente da ricercare i rappresentanti del buon senso (Q 8, 29, 959, B).

 

Una valutazione più positiva del «buon senso» si ha nei contesti filosofici in cui esso è usato in senso tecnico:

 

La filosofia è la critica della religione e del senso comune e il loro superamento: in tal senso, la filosofia coincide col «buon senso» (Q 8, 204, 1063)[45].

 

Ma soprattutto va notato che a partire dal Quaderno 10, in alcuni Testi B e anche in Testi C, nell’ambito di paragrafi non presenti in prima stesura, la valutazione del sintagma «buon senso» è quasi sempre positiva[46]. In Q 10 II, 48, 1334-1335, B, anch’esso intitolato Introduzione allo studio della filosofia, leggiamo una nota in cui senso comune e buon senso sono equiparati e valutati positivamente:

 

In che consiste esattamente il pregio di quello che suol chiamarsi «senso comune» o «buon senso»? Non solamente nel fatto che, sia pure implicitamente, il senso comune impiega il principio di causalità, ma nel fatto molto più ristretto, che in una serie di giudizi il senso comune identifica la causa esatta, semplice e alla mano, e non si lascia deviare da arzigogolature e astruserie metafisiche, pseudo‑profonde, pseudo‑scientifiche ecc.

 

Siamo alla funzione, già esaminata, del senso comune o buon senso come critica e rifiuto dell’intellettualismo fine a se stesso. In Q 16, 21, 1889, C, Oratoria, conversazione, cultura se ne trova un altro esempio:

 

i contadini, che rimuginano a lungo le affermazioni che hanno sentito declamare e dal cui luccicore sono stati momentaneamente colpiti, finiscono, col buon senso che ha ripreso il sopravvento dopo l’emozione suscitata dalle parole trascinanti, col trovarne le deficienze e la superficialità e quindi diventano diffidenti per sistema[47].

 

Non sorprende che altre esemplificazioni di questa funzione che il «buon senso» ha, di sentinella a guardia degli eccessi dell’intellettualismo vacuo, trovi delle «applicazioni» anche nel Quaderno 28, dedicato al Lorianismo, ove per esempio si legge:

 

Questo articolo, data l’amenità del contenuto, si presta a diventare «libro di testo negativo» per una scuola di logica formale e di buon senso scientifico (Q 28, 1, 2322)[48].

 

O, ancora:

 

il buon senso, svegliato da un opportuno colpo di spillo, quasi fulmineamente annienta gli effetti dell’oppio intellettuale (Q 28, 11, 2331, C)[49].

 

Ancora più positiva è la valutazione del buon senso là dove Gramsci ne disgiunge radicalmente le sorti dal senso comune, come in Q 11, 12, 1380: «...È questo il nucleo sano del senso comune, ciò che appunto potrebbe chiamarsi buon senso e che merita di essere sviluppato e reso unitario e coerente»[50]. In Q 11, 59, 1945-1486, B, si parla di una filosofia individuale che – in quanto non arbitraria – diviene

 

una cultura, un «buon senso», una concezione del mondo con una etica conforme alla sua struttura. [...] Pare che solo la filosofia della prassi abbia fatto fare un passo in avanti al pensiero, sulla base della filosofia classica tedesca, evitando ogni tendenza al solipsismo, storicizzando il pensiero in quanto lo assume come concezione del mondo, come «buon senso» diffuso nel gran numero.

 

«Buon senso» equivale qui a «cultura», a «concezione del mondo», con una accezione non necessariamente né positiva né negativa. Sapevamo che esso era parte di quella catena concettuale o famiglia di concetti che nei Quaderni articola la concezione gramsciano dell’ideologia come concezione del mondo. Ma l’equiparazione così esplicita presente in questa nota non trova altri riscontri.

 

 

7) Ultimi quaderni

 

A partire dal Quaderno 13, vi sono alcuni Testi B o alcuni Testi C, soprattutto nel contesto di brani non presenti in prima stesura, in cui «senso comune» è usato con valenza positiva, anche se non nell’ambito di tematizzazioni particolarmente significative. Ciò vale ad esempio per Q 13 , 18, 1597, C[51], Q 13, 20,1599, C[52], Q 13, 37, 1643, C[53], Q 15, 4, 1753, B[54], Q 15, 8, 1561, B[55]. In altri quaderni del «terzo periodo»[56], però, vi sono altrettante e forse più numerose conferme di una concezione del senso comune come legato «alla passività delle grandi masse popolari» (Q 15, 13, 1770, B), al «più crudo e banale materialismo» (Q 16, 9, 1855, C)[57], che deve essere trascesa per giungere a un «pensiero coerente e sistematico» (Q 24, 3, 2263, C)[58], che ancora è, nel Quaderno 27, del 1935, «folclore filosofico» (Q 27, 1, 2311, C)[59]. Anche l’interessante annotazione sul pragmatismo di Q 17, 22, 1925, B[60], parla del tentativo – da parte della filosofia statunitense –, di creare una «“filosofia popolare” superiore al senso comune». Il bisogno di superare quest’ultimo riappare costantemente. Mentre è riaffermato il carattere mobile dell’uso dei termini e dei concetti – ora descrittivi, ora prescrittivi, sempre dinamici – che Gramsci fa.

 

 

8) Conclusioni: doppio «ritorno a Marx»

 

Mi sembra conclusivamente che Gramsci intenda il «senso comune» nei Quaderni in modo soprattutto negativo. È cambiato qualcosa rispetto all’Ordine Nuovo, o al cenno sullo «spirito popolare creativo» contenuto nella lettera a Tania del 19 marzo 1927[61]? La risposta non può che essere affermativa. Non solo e non tanto per l’introiezione profonda, avvenuta già negli anni venti, della «lezione leninista» e della complessità del rapporto che tradizionalmente viene detto «avanguardie-masse». Ma perché Gramsci, alla luce della sua riflessione carceraria, per rispondere alle domande – più che mai centrali dopo la «sconfitta» – sul rapporto economia-politica, sembra aver acquisito tutta la complessità della struttura sociale e ideologica dell’«Occidente». Con la sua ricognizione sulle forme dell’egemonia e dell’ideologia, che egli lega – non dimentichiamolo – allo Stato, uno Stato complesso, articolato, «integrale», Gramsci acquisisce una nuova teoria della soggettività collettiva largamente fondata sulla preintenzionalità. A fronte dell’esplicito «ritorno» al Marx delle Tesi su Feuerbach, vi è forse per questa strada un reincontro anche con la lezione «ontologica» del Marx maturo, saldamente antisoggettivistica.

Certo, in Gramsci mai viene meno né la convinzione del ruolo che comunque spetta al soggetto (collettivo) e alla volontà (collettiva), ma egli coglie più che mai l’inerzialità, la passività e la subalternità di cui è impregnato il senso comune. Il senso comune gli appare un punto di partenza (da criticare!) che va – nel «superamento» – più «tolto» che «conservato». La scelta è sempre fra diverse concezioni del mondo in lotta fra di loro, e non è una scelta «meramente intellettuale» (Q 11, 12, 1378). È la lotta per l’egemonia. Ma l’alternativa alla cultura borghese egemone non è data da una filosofia che si fonda sul senso comune: la concezione del mondo\materialismo storico si afferma per Gramsci, come abbiamo visto, superando nettamente il senso comune esistente, per crearne un altro. Essa deve sempre rimanere, pena il suo snaturamento e la sua sconfitta, «a contatto coi “semplici”», «connessa alla vita pratica e implicita in essa» (Q 11, 12, 1382). La capacità espansiva della nuova filosofia – in una impostazione ovviamente dialettica (non sarebbe Gramsci) – è affidata alle capacità di chi deve «elaborare una filosofia» (ibidem), cioè una concezione del mondo, che partendo dalle contraddizioni materiali, dalla «vita pratica», tenendo conto in qualche modo del senso comune, dei bisogni che esprime, del livello di coscienza delle masse che indica, permetta alle classi subalterne una nuova consapevolezza di sé (parzialmente, per quanto è possibile lavorando su materiali largamente preintenzionali, una nuova soggettività) e quindi un nuovo «spirito di scissione».

 


 

[1] Q 1, p. 5. Le citazioni dai Quaderni sono tratte da Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci. A cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 19772. Si indicano in genere, anche direttamente nel testo, in corsivo, preceduti dalla lettera Q, i numeri relativi al quaderno, al paragrafo e alla pagina, quasi sempre con l’indicazione A, C o B a indicare che è un testo di prima o seconda stesura o di stesura unica. Nel caso in cui la citazione sia tratta da un testo non numerato, come per la citazione presente, si indicano il numero del quaderno e della pagina preceduti dalla relativa iniziale. Le citazioni dall’Apparato critico vengono indicate con Q-AC, seguito dal numero di pagina.

[2] Sulla suddivisione dei Quaderni e sulle caratteristiche delle diverse fasi di lavoro di Gramsci in carcere rimando a Fabio Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui Quaderni del carcere, Roma, Carocci, 2003, parte prima.

[3] Ivi, p. 26.

[4] Il corrispondente Testo C non muta sostanzialmente il quadro: cfr. Q 24, 3, 2268. Quando non vi siano avvertenze esplicite, va inteso che nei Testi C non si trovano varianti ritenute significative.

[5] Cfr. Cesare Luporini, Senso comune e filosofia, in Antonio Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, supplemento all’Unità del 12 aprile 1987, Roma, Editrice l’Unità, 1987, pp. 132-133.

[6] Cfr. ivi, p. 132

[7] Mi sia consentito rinviare a Guido Liguori, Ideologia, in Fabio Frosini, Guido Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci, Roma, Carocci, 2004.

[8] Valentino Gerratana, Prefazione ad Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. XXXVII.

[9] Testo C: Q 16, 12, 1875.

[10] Testo C: Q 11, 44, 1464.

[11] Polemizzando più avanti sia con l’idealismo che, soprattutto, con Bucharin, Gramsci si sofferma di nuovo su senso comune e «realtà del mondo esterno», rimarcando l’origine religiosa della concezione realistica e ponendo il marxismo come alternativo sia alla «“trascendenza” religiosa», sia al senso comune: cfr. Q 8, 215, 1076, A e Q 8, 217, 1078, A e il Testo C che li compendia: Q 11, 17, 1412 sgg. Su questa questione cfr. Annick Jaulin, Senso comune e mondo oggettivo nei «Quaderni», in Critica marxista, 1991, n. 6.

[12] Sul nesso senso comune - folclore si sofferma tra l’altro anche Eleonora Forenza nel suo interessante saggio «Filosofia delle moltitudini» e filosofia della praxis: alcune note sul concetto di «senso comune» nei Quaderni del carcere, vincitore del Premio Gerratana 2004.

[13] Testo C: Q 11, 22, 1425-1426.

[14] M. Missiroli, Religione e filosofia, cit. in Q 7, 1, 853; il brano di Missiroli è riportato anche in Testo C: Q 10, II, 41.I, 1295-1296).

[15] Nel Testo C manca l’annotazione che «Croce civetta...»; e vi si trova aggiunto: «La concezione dualistica e della “obbiettività del mondo esterno” quale è stata radicata nel popolo dalle religioni e dalle filosofie tradizionali diventate “senso comune”» (Q 10 II, 41. I, 1295).

[16] Cfr. Alberto M. Sobrero, Folklore e senso comune in Gramsci, in Etnologia e antropologia culturale, 1976, n. 1; cfr. anche id., Culture subalterne e nuova cultura in Labriola e Gramsci, in Franco Ferri (a cura di), Politica e storia in Gramsci. Atti del convegno internazionale di studi gramsciani Firenze, 9-11 dicembre 1977, vol. II: Relazioni, interventi, comunicazioni, Roma, Editori Riuniti, 1979, pp. 623 sgg.

[17] Cesare Luporini, op. cit., p. 132.

[18] Giovanni Gentile, La concezione umanistica del mondo, in Nuova Antologia, 1931, n. 1421.

[19] Mario Missiroli, Religione e filosofia, in L’Italia Letteraria, 23 marzo 1930.

[20] Santino Caramella, Senso comune: teoria e pratica, in Ricerche filosofiche, 1932, n. 1, poi in id., Senso comune. Teoria e pratica, Bari, Laterza, 1931. In Q 15, 65, 1829, B (siamo nel 1933) Gramsci appunta: «Introduz. allo studio della filosofia Cfr il libro di Santino Caramella, Senso comune, Teoria e Pratica, pp. 176, Bari, Laterza, 1933. Contiene tre saggi: 1) La critica del “senso comune”; 2) I rapporti fra la teoria e la pratica; 3) Universalità e nazionalità nella storia della filosofia italiana». Il libro è in effetti richiesto da Gramsci a Tania nella lettera del 23 agosto 1933 (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Palermo, Sellerio, 1996, pp. 738-739) e risulta tra i libri del Fondo Gramsci (cfr. Q-AC 3042), anche se oggi non materialmente conservato presso la Fondazione Istituto Gramsci.

[21] Benedetto Croce, Filosofia come vita morale e vita morale come filosofia, in La Critica, 1928, n. 2.

[22] Ivi, p. 77.

[23] Ibidem.

[24] Ivi, p. 78.

[25] Il Testo C è più radicalmente negativo: «Il senso comune è un aggregato caotico di concezioni disparate e in esso si può trovare tutto ciò che si vuole» (Q 11, 13, 1398-1399).

[26] Nel Testo C «materialismo storico» è sostituito con «filosofia della praxis» (ivi, 1399).

[27] Su Croce si veda anche Q 8, 225, 1082-1083, A: «Punti per un saggio su B. Croce. [...] Croce popolare tra gli anglosassoni che hanno sempre preferito una concezione del mondo non a grandi sistemi, come i tedeschi, ma che si presenti come espressione del senso comune, come soluzione di problemi morali e pratici» (simile il Testo C: Q 10 I, 4. 1216).

[28] Il brano risulta più ricco nella versione del Testo C: «Più oltre il Gentile scrive: “L’uomo sano crede in Dio e nella libertà del suo spirito”. Così già in queste due proposizioni del Gentile vediamo: 1) una “natura umana” extrastorica che non si sa cosa sia esattamente; 2) la natura umana dell’uomo sano; 3) il senso comune dell’uomo sano e perciò anche un senso comune dell’uomo non‑sano. E cosa vorrà dire uomo sano? Fisicamente sano, non pazzo? oppure che pensa sanamente, benpensante, filisteo ecc.? E cosa vorrà dire “verità del senso comune”? La filosofia del Gentile, per esempio, è tutta contraria al senso comune, sia che si intenda per esso la filosofia ingenua del popolo, che aborre da ogni forma di idealismo soggettivistico, sia che si intenda come buon senso, come atteggiamento di sprezzo per le astruserie, le macchinosità, le oscurità di certe esposizioni scientifiche e filosofiche. Questo civettare del Gentile col senso comune è una cosa molto amena» (Q 11, 13, 1399). Su Gentile Gramsci aggiunge anche, in fondo a Q 11, 13, una «Nota I» (ivi, 1400-1401).

[29] Nel Testo C Gramsci, invece di «del mondo», pone tra parentesi «(anche nei singoli cervelli)» (Q 11, 13, 1396).

[30] Nel Testo C, da qui la frase prosegue fino al punto con la variante: «conforme alla posizione sociale e culturale delle moltitudini di cui esso è la filosofia» (ibidem).

[31] Nel Testo C: «coerente e sistematica» (ibidem). Dopo di che il Testo C continua con un brano non presente nel Testo A: «Il Saggio popolare sbaglia nel partire (implicitamente) dal presupposto che a questa elaborazione di una filosofia originale delle masse popolari si oppongano i grandi sistemi delle filosofie tradizionali e la religione dell’alto clero, cioè le concezioni del mondo degli intellettuali e dell’alta cultura. In realtà questi sistemi sono ignoti alla moltitudine e non hanno efficacia diretta nel suo modo di pensare e di operare. Certo ciò non significa che essi siano del tutto senza efficacia storica: ma questa efficacia è d’altro genere. Questi sistemi influiscono sulle masse popolari come forza politica esterna, come elemento di forza coesiva delle classi dirigenti, come elemento quindi di subordinazione a una egemonia esteriore, che limita il pensiero originale delle masse popolari negativamente, senza influirvi positivamente, come fermento vitale di trasformazione intima di ciò che le masse pensano embrionalmente e caoticamente intorno al mondo e alla vita. Gli elementi principali del senso comune sono forniti dalle religioni e quindi il rapporto tra senso comune e religione è molto più intimo che tra senso comune e sistemi filosofici degli intellettuali. Ma anche per la religione occorre distinguere criticamente. Ogni religione, anche la cattolica (anzi specialmente la cattolica, appunto per i suoi sforzi di rimanere unitaria «superficialmente», per non frantumarsi in chiese nazionali e in stratificazioni sociali) è in realtà una molteplicità di religioni distinte e spesso contraddittorie: c’è un cattolicismo dei contadini, un cattolicismo dei piccoli borghesi e operai di città, un cattolicismo delle donne e un cattolicismo degli intellettuali anch’esso variegato e sconnesso» (ivi, 1396-1397). Confluiscono qui osservazioni presenti in vari punti dei Quaderni.

[32] In Testo C qui viene inserito il brano seguente: «invece di criticarli scientificamente. Ciò che si è detto sopra a proposito del Saggio popolare che critica le filosofie sistematiche invece di prender le mosse dalla critica del senso comune, deve essere inteso come appunto metodologico, e in certi limiti. Certo non vuol dire che sia da trascurare la critica alle filosofie sistematiche degli intellettuali. Quando, individualmente, un elemento di massa supera criticamente il senso comune, accetta, per questo fatto stesso, una filosofia nuova: ecco quindi la necessità, in una esposizione della filosofia della praxis, della polemica con le filosofie tradizionali. Anzi per questo suo carattere tendenziale di filosofia di massa, la filosofia della praxis non può essere concepita che in forma polemica, di perpetua lotta. Tuttavia il punto di partenza deve sempre essere il senso comune, che spontaneamente è la filosofia delle moltitudini che si tratta di rendere omogenee ideologicamente» (ivi, 1397-1398).

[33] Sull’argomento si è soffermato tra gli altri Tommaso La Rocca, che vi ha dedicato un libro-antologia: Antonio Gramsci, La religione come senso comune, Introduzione e cura di Tommaso La Rocca, Presentazione di Giuseppe Vacca, Milano, Nuove Pratiche Editrici, 1997.

[34] «(Epigramma del Giusti: “Il buon senso, che un dì fu caposcuola, – or nelle nostre scuole è morto affatto – La scienza sua figliola – l’uccise per veder com’era fatto –”; bisogna vedere se non era necessario che la scienza uccidesse il “buon senso” tradizionale, per creare un nuovo “buon senso”)» (Q 8, 175, 1047, A).

[35] «Può servire per introdurre un capitolo e può servire a indicare come si impieghi il termine di buon senso e di senso comune in modo equivoco: come “filosofia”, come determinato modo di pensare, con un certo contenuto di credenze e di opinioni, e come atteggiamento benevolmente indulgente, nel suo disprezzo, per l’astruso e il macchinoso. Era perciò necessario che la scienza uccidesse un determinato buon senso tradizionale, per creare un “nuovo” buon senso» (Q 11, 13, 1400).

[36] «Un accenno al senso comune e alla saldezza delle sue credenze si trova spesso in Marx. Ma si tratta di riferimento non alla validità del contenuto di tali credenze ma appunto alla loro formale saldezza e quindi alla loro imperatività quando producono norme di condotta. Nei riferimenti è anzi implicita l’affermazione della necessità di nuove credenze popolari, cioè di un nuovo senso comune e quindi di una nuova cultura e di una nuova filosofia che si radichino nella coscienza popolare con la stessa saldezza e imperatività delle credenze tradizionali» (ibidem). In conclusione del Testo C Gramsci pone una aggiunta che denomina Nota II (ivi, 1401). La segnalo soprattutto perché in esso compare un concetto – «comunità ideologica» – su cui non ho richiamato l’attenzione nei miei precedenti studi sul tema dell’ideologia in Gramsci e che mi appare invece importante e ricco di potenziali sviluppi ermeneutici e politici.

[37] Nel Testo C vi sono inoltre la «NOTA I» forse non interamente e la «NOTA II» che mi sembra del tutto nuova.

[38] «Occorre [...] dimostrare preliminarmente che tutti gli uomini sono “filosofi”, definendo i limiti e i caratteri di questa “filosofia spontanea”, propria di “tutto il mondo”, e cioè della filosofia che è contenuta: 1) nel linguaggio stesso, che è un insieme di nozioni e di concetti determinati e non già e solo di parole grammaticalmente vuote di contenuto; 2) nel senso comune e buon senso; 3) nella religione popolare e anche quindi in tutto il sistema di credenze, superstizioni, opinioni, modi di vedere e di operare che si affacciano in quello che generalmente si chiama “folclore”» (Q 11, 12, 1375).

[39] Cfr. Fabio Frosini, op. cit., p. 173. Ma la stessa impostazione è in Annick Jaulin, op. cit.

[40] Gramsci scrive anche: «un movimento filosofico è tale solo in quanto si applica a svolgere una cultura specializzata per ristretti gruppi di intellettuali o è invece tale solo in quanto, nel lavoro di elaborazione di un pensiero superiore al senso comune e scientificamente coerente non dimentica mai di rimanere a contatto coi «semplici» e anzi in questo contatto trova la sorgente dei problemi da studiare e risolvere?» (Q 11, 12, 1382-1383).

[41] «In che consiste esattamente il pregio di quello che suol chiamarsi “senso comune” o “buon senso”? Non solamente nel fatto che, sia pure implicitamente, il senso comune impiega il principio di causalità, ma nel fatto molto più ristretto, che in una serie di giudizi il senso comune identifica la causa esatta, semplice e alla mano, e non si lascia deviare da arzigogolature e astruserie metafisiche, pseudo‑profonde, pseudo‑scientifiche ecc. Il “senso comune” non poteva non essere esaltato nei secoli xvii e xviii, quando si reagì al principio di autorità rappresentato dalla Bibbia e da Aristotele: si scoprì infatti che nel “senso comune” c’era una certa dose di “sperimentalismo” e di osservazione diretta della realtà, sia pure empirica e limitata. Anche oggi, in rapporti simili, si ha lo stesso giudizio di pregio del senso comune, sebbene la situazione sia mutata e il «senso comune» odierno abbia molta più limitatezza nel suo pregio intrinseco» (Q 10, II, 48, 1334-5, B).

[42] Aggiunge nel Testo C: «e attraverso questi anche del senso comune popolare» (Q 11, 12, 1383). Dal senso comune degli strati colti si passa al senso comune popolare, tramite un processo che procede sempre dall’alto verso il basso.

[43] Santino Caramella, op. cit., p. 3.

[44] Manca in Testo C: Q 11, 32, 1447.

[45] Rafforzato nel relativo Testo C (Q 11, 12, 1375): «La filosofia è la critica e il superamento della religione e del senso comune e in tal senso coincide col “buon senso” che si contrappone al senso comune». Cfr. anche Q 8, 225, 1082-1083, A, dove egualmente il sintagma viene usato con valenza positiva in relazione all’azione del Croce.

[46] Fa eccezione Q 15, 42, 1802, B, intitolata Carattere non nazionale‑popolare della letteratura italiana, dove leggiamo: «Il concetto di popolare nel libro del Croce non è quello di queste note: per il Croce si tratta di un atteggiamento psicologico, per cui il rapporto tra poesia popolare e poesia d’arte è come quello tra il buon senso e il pensiero critico, tra l’accorgimento naturale e l’accorgimento esperto, tra la candida innocenza e l’avveduta e accurata bontà».

[47] In Testo A mancano gli accenni al «buon senso»: cfr. Q 1, 122, 113 e Q 1, 153, 135-137.

[48] L’annotazione non è presente in Testo A: Q 1, 25

[49] L’annotazione non è presente in Testo A: Q 1, 63

[50] Il brano non è presente nel rispettivo Testo A.

[51] «Invece questa ipotesi viene affermata preventivamente, quando nessun elemento concreto (che cioè appaia tale con l’evidenza del senso comune e non per una analisi “scientifica” esoterica) esiste ancora per suffragarla». Il brano non compare in Testo A.

[52] «L’impostazione data dal Machiavelli alla quistione della politica [...] è ancora discussa e contraddetta oggi, non è riuscita a diventare “senso comune”». Il brano non compare in Testo A.

[53] «L’illuminismo creò una serie di miti popolari, che erano solo la proiezione nel futuro delle più profonde e millenarie aspirazioni delle grandi masse, aspirazioni legate al cristianesimo e alla filosofia del senso comune, miti semplicistici quanto si vuole, ma che avevano un’origine realmente radicata nei sentimenti».

[54] «Il senso comune mostra che la maggior parte dei disastri collettivi (politici) avvengono perché non si è cercato di evitare il sacrifizio inutile, o si è mostrato di non tener conto del sacrifizio altrui e si è giocato, con la pelle altrui».

[55] «Il “diritto naturale” è un elemento della storia, indica un “senso comune politico e sociale” e come tale è un “fermento” di operosità ».

[56] Ricordo ancora che seguo la suddivisione operata da Fabio Frosini, op. cit., parte prima.

[57] Non presente in Testo A: Q 4, 3, 421 sgg.

[58] In Testo A (Q 1, 35) questo brano manca.

[59] Affermazione non presente in Testo A (Q 1, 89).

[60] Si veda su questo Chiara Meta, Filosofia della praxis e pragmatismo, in Critica marxista, 2994, n. 2-3, soprattutto pp. 78 sgg.

[61] Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, cit., p. 57.