Dipartimento studi storico-politico internazionali dell'Università
di Cagliari
12 - 13 febbraio Aula Magna della facoltà di Scienze politiche
(via di Sant'Ignazio 78).
Convegno Gramsci in Asia e in Africa
Dalla relazione di Marianna Scarfone
Gramsci in India: i Subaltern Studies
Il Collettivo dei Subaltern Studies
nasce alla fine degli anni Settanta quando un gruppo di storici - più tardi si
definiranno "accademici marginalizzati" - decide di dare vita ad una
collana da pubblicarsi in India, Subaltern Studies
Il Collettivo dei Subaltern Studies
nasce alla fine degli anni Settanta quando un gruppo di storici - più tardi si
definiranno "accademici marginalizzati" - decide di dare vita ad una
collana da pubblicarsi in India, Subaltern Studies. Writings on South Asian History and Society , di
cui usciranno, tra il 1982 ed il 2005, dodici volumi.
Gli storici dei Subaltern Studies
intendono dare spazio nella nuova storiografia indiana a soggetti che da essa
sono sempre stati emarginati, scardinando la posizione di acritica centralità
di cui godono i gruppi dominanti nelle storiografie "élitiste",
di matrice colonialista o nazionalista, valorizzando invece il tessuto autonomo
di relazioni e modalità che definisce lo spazio politico subalterno. Propongono
una riflessione sistematica e approfondita su tematiche legate all'«attributo
generale della subordinazione», declinabile in termini di classe, casta, età,
genere, professione: un'indagine - per dirla con le parole di Ranajit Guha, uno degli ispiratori
del collettivo - che attraversi «la storia, gli aspetti politici, economici e
sociali della subalternità, le attitudini, le ideologie e le credenze - ovvero
la cultura che informa tale condizione».
Al centro del progetto storiografico, intrinsecamente politico, vi è il
concetto di "subalterno", inteso, come del resto da Gramsci stesso,
come capace di comprendere, quali soggetti della trasformazione, oltre gli
operai "metropolitani", tutti coloro che vivono «ai margini della
storia». Attraverso questa categoria viene tematizzata la relazione dialettica
tra dominanti e dominati, tra élite che con ogni mezzo aspira all'egemonia e
massa subordinata - nel contesto coloniale doppiamente sub-ordinata:
all'autorità indigena tradizionale e al potere coloniale - che in idiomi
peculiari esprime il proprio senso comune e tenta di sovvertire l'ordine
imposto dall'alto.
Ispirati dalla lettura dei Quaderni , nella Selection
inglese del 1971, questi storici si attengono all'indicazione metodologica
fornita da Gramsci secondo cui lo "storico integrale" deve impegnarsi
a cogliere «ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi sociali
subalterni», dal momento che la storia di questi gruppi che abitano le
periferie di un presunto centro politico economico ed epistemico risulta
«necessariamente disgregata ed episodica», tende ad essere cancellata e
manipolata dalle narrazioni prodotte dalle classi dominanti per sostenere il
proprio progetto egemonico.
L'applicazione di categorie mutuate da Gramsci a circostanze e dinamiche
storiche precise, risulta particolarmente acuta ed efficace nelle riflessioni
di Ranajit Guha, membro più
anziano del Collettivo e antesignano nell'analisi della "coscienza
contadina" e delle sue manifestazioni caratteristiche, della società
rurale e dei soggetti che la costituiscono, e di Partha
Chatterjee, più giovane di una generazione, studioso
del nazionalismo e del suo rapporto con le forme di sapere-potere occidentali,
del ruolo dell'élite borghese liberale-progressista
nella realtà indiana e delle resistenze opposte al suo progetto egemonico
normalizzatore da parte dei gruppi subalterni.
Nella riflessione di Guha affiora prepotentemente il
tema dell'egemonia. Per egemonia Guha intende quel
«concetto dinamico» che rappresenta l'articolazione storica concreta del potere
tale per cui, nel quadro della dialettica dominio/subordinazione, nella
composizione organica del dominio, la persuasione ha un peso maggiore della
coercizione.
Egli sostiene che l'élite coloniale prima e quella nazionalista "indigena"
in seguito abbiano entrambe fallito nel generare «un consenso attivo e
volontario (libero)», presupposto ineludibile per una compiuta egemonia, ed
abbiano entrambe fabbricato ad hoc, con la complicità delle storiografie
conniventi, un'egemonia spuria, che mascherasse i mezzi violenti e repressivi
(arroganza e discriminazione razzista; intimidazione, ostracismo sociale e
violenza fisica) su cui i due regimi hanno fondato il loro dominio, un dominio
senza egemonia.
Chatterjee analizza la transizione dallo Stato
coloniale allo Stato nazionale postcoloniale in termini di rivoluzione passiva,
«la forma politica in cui […] la borghesia [può] giungere al potere senza
rotture clamorose» e attraverso la quale lo sviluppo nazionale del capitale può
prodursi senza risolvere la tensione insita nel discorso nazionalista, indiano
nel caso specifico, che, nel tentativo di costituirsi come discorso diverso
rispetto a quello colonialista occidentale, resta «prigioniero della struttura
di potere che intende ripudiare».
La trasformazione politica che il movimento nazionalista indiano si propone è
limitata, "molecolare": esso non intende trasformare radicalmente le
strutture del governo inglese, né erodere in maniera significativa il potere
delle classi dominanti precapitaliste. La strategia
messa in campo, fondata sull'appropriazione dell'azione politica dei gruppi
subalterni, produce un modello di politica nazionale in cui i subalterni sono
mobilitati ma non partecipano: lo Stato nazionale postcoloniale incorpora i
ceti subalterni nello spazio immaginario della nazione ma li tiene a distanza
dallo spazio politico reale del potere dello Stato.
Chatterjee, nella sua analisi della rivoluzione
passiva in una realtà non europea, distingue «tre momenti ideologici necessari»
a delineare la forma paradigmatica del pensiero e della politica nazionalista e
li applica al caso indiano. Dopo l'avvio e prima della maturità, ossia il
compimento della rivoluzione passiva, che pur lascia sospese le contraddizioni
tra il capitale e il popolo, tra uno Stato che si proclama rappresentativo ed
una popolazione che non si sente rappresentata, la fase centrale è quella della
manovra. In questa fase il discorso e la pratica nazionalista mobilitano
l'elemento popolare attraverso un'azione di propaganda, al fine di costituire
con esso il blocco storico per la rivoluzione passiva del capitale, portando in
questo modo al massimo sviluppo la tesi grazie all'inclusione più o meno
forzata in essa di una parte dell'antitesi, secondo la definizione gramsciana di rivoluzione passiva. È il Gandhismo, secondo Chatterjee, con le sue aspirazioni ambigue, a porre le basi
per l'ideale inclusione di tutto il popolo nella nazione, in realtà, negli
sviluppi dello Stato nazionale, per la sua concreta esclusione. Già Gramsci
aveva descritto il Gandhismo come una teorizzazione ingenua e a tinta religiosa
della rivoluzione passiva; probabilmente questo è il punto di partenza per
l'analisi di Chatterjee, che riesce a svolgere
esaustivamente l'idea di traduzione della categoria interpretativa di
rivoluzione passiva nel contesto indiano, in Gramsci appena accennata.
Categorie e concetti elaborati dal filosofo sardo forniscono dunque agli
storici dei Subaltern Studies,
che intendono proporre un'alternativa percorribile al marxismo ortodosso,
fortemente eurocentrico, chiavi interpretative per leggere la realtà e la
società indiana, per cogliere i conflitti e le contraddizioni che ne permeano
il processo storico.
("Liberazione", 10 febbraio 2009)