Pensiero e parola nel laboratorio dei Quaderni

 

Da egemonia a cadornismo, da immanentista a montecitoriale, 138 «Schede gramsciane» di Edoardo Sanguineti per Utet libreria.

 

Guido Liguori

 

 

Usciva meno di un anno fa un libro collettaneo, frutto di un «seminario sul lessico dei Quaderni della Igs Italia» che chiamammo Le parole di Gramsci. Per un lessico dei «Quaderni del carcere». In quel lavoro convergevano competenze diverse, di italianisti, di filosofi  e storici delle idee. Cercavamo (e cerchiamo, poiché la ricerca continua), in verità, nel «laboratorio» dei Quaderni, l’evolversi dei concetti per tramite della presenza e dell’uso delle parole, dei lemmi. Opera che credo più che mai necessaria e utile. Eppure ora, di fronte a questo simpaticissimo libretto di Edoardo Sanguineti, Schede gramsciane (Utet libreria, pp. 146, euro 11) si può venir presi quasi da un rammarico: di aver, come dire, rubato il titolo al letterato e poeta e studioso di letteratura, nonché – non da oggi – studioso di Gramsci.

Quel che infatti Sanguineti fa, in queste 138 brevissime «schede», riprodotte, una per pagina, come sono state scritte, battute a macchina con correzioni a penna, non è altro che annotare le parole che Gramsci usa. Non tanto quelle che tutti abbiamo in mente – «egemonia», «popolare-nazionale», «rivoluzione passiva» –, ma quelle «strane», incidentali, apparentemente di poca o nessuna importanza: «abbrindellare», «accomodantismo», «acritico»... ma anche «anarco-sindacalista», «anazionale», «antiamericanismo», «antibolscevico», ecc.

Uno strano libretto, dunque. Strano per come si presenta, ogni pagina riempita solo per poche righe, in cui Sanguineti annota per ogni lemma una frase gramsciana (e a volte anche di autori diversi), senza altro scopo apparente, appunto, che quello di completare un dizionario (e infatti spesso in cima troviamo scritto: «manca al GDLI», che sta per Grande dizionario lingua italiana), cioè di richiamare brevemente il contesto in cui una parola è presente, e con ciò stesso non solo di segnalarne l’esistenza, ma anche, per chi sappia «leggere», di illuminarne – sia pure «ellitticamente» – la portata e il senso: una piccola lezione di metodo di cui far tesoro.

Alcune pagine servono anche allo studioso di Gramsci per ripassarne definizioni particolarmente rapide e felici (ad esempio, «cadornismo»). Altre sono – nella fretta dell’annotazione – un po’ occasioni perse: ad esempio il lemma «corporativista», che avrebbe meritato attenzione diversa, poiché il Gramsci del ’21 citato lo usa da una parte in senso sindacale-negativo e dall’altra in senso più descrittivo-politico. Ma l’uso che ne fa Bianciardi nel passo riportato del 1954 – direttamente connesso alla «corrente» guidata da Ugo Spirito – avrebbe naturalmente potuto essere sostituito da un brano dei Quaderni di analogo intento. Ma sono annotazioni in un certo senso banali, e non solo per uno studioso della levatura di Sanguineti. Ognuno potrà sbizzarrirsi, sfogliando il libretto, a richiamare alla mente altri luoghi, gramsciani e non, in cui compaiano le parole – ad esempio – «gandhismo» o «gradualismo» o «immanentista». Oppure potrà riflettere sulla capacità gramsciana di creare o riprendere anche vocaboli ed espressioni che non hanno «fatto epoca», come «inclassare» o «facchinizzare», o su una sua certa vena gaddiana (ad esempio: «montecitoriale», «ultrafesso», «ventruti banchettatori»)

Che questa ricerca sulle parole, come passaggio necessario per riflettere sui concetti, non sia fatica inutile, lo dimostra anche il bell’articolo di Sanguineti riportato nel libro a mo’ d’introduzione. Si tratta di una recensione, intitolata Ambiguità di Anderson, dedicata a un (immeritatamente) famoso saggio di Perry Anderson, recensione apparsa su Paese sera probabilmente nel 1978 – non nel ’74, come si dice nella Prefazione dell’editore, poiché il saggio del pur validissimo storico, Antinomies of Gramsci, è del ’76, apparve sulla New Left Review nel ’77, fu tradotto da Laterza nel ’78 col titolo, parzialmente traditore, di Ambiguità di Gramsci).

Nell’articolo Sanguineti mostrava e mostra come Anderson nella lettura dei Quaderni non ci abbia capito niente, proprio perché si atteggia, celia Sanguineti, a «Filologo Essenziale», che «le adora... le parole»; che cioè non le tratta in modo «storico»: ovvero è incapace di distinguere come con le stesse parole, ad esempio quelle fondamentali di «Stato» e di «società civile» e di «intellettuale», Gramsci usi indicare in contesti diversi concetti diversi, tra l’altro spesso mettendo in avviso il lettore – nota Sanguineti – con le virgolette, o con segnalatori lessicali, cioè parole come «cosiddetto», o «nozione corrente», o «di solito», ecc. La filologia invece – scrive Sanguineti – «insegna, dovrebbe insegnare, che con una medesima parola possono indicarsi concetti diversi, e che un medesimo concetto può indicarsi con diverse parole, anche presso un medesimo autore. Molto dipende dal contesto». Dunque, se a proposito del concetto di Stato – come afferma Anderson – la parola si trova nei Quaderni «in tre accezioni diverse», non è perché – commenta Sanguineti – Gramsci «non sapeva che pesci prendere»: solo inserendo il lemma nel contesto, nel ragionamento gramsciano e, aggiungiamo, nell’evoluzione diacronica che segna il laboratorio dei Quaderni, se ne può davvero comprendere il senso. Da qui l’importanza di un lavoro sul lessico, sui lemmi, sulle parole, nei Quaderni e in tutto Gramsci (ma ancora non esiste una edizione che raccolga tutti gli scritti prima del carcere).

Concludo con una riflessione, derivata anche da quanto è stato detto di recente in una riunione del Centro interuniversitario per gli studi gramsciani, a Bari: l’importanza dello scavo terminologico in Gramsci, non può essere oggi concepito se non si fonda sulla disponibilità dei testi su supporto informatico. «Io faccio voti» – una espressione già usata nel ‘58 da Gastone Manacorda per «invocare» una edizione critica dei Quaderni – perché la Fondazione Gramsci renda presto disponibile a tutti gli studiosi, on line, questo indispensabile strumento di lavoro, a partire dall’edizione critica di Gerratana, senza attendere che una nuova edizione critica, attualmente allo studio, giunga a termine.