Il Gramsci di Salvadori

 

Guido Liguori

 

Molti sono i libri che hanno fatto la storia delle interpretazioni di Gramsci e che non sono più reperibili, neanche sul «secondo mercato». Sarebbe auspicabile una collana editoriale che riproponga i principali di questi titoli al pubblico e soprattutto ai giovani studiosi interessati a Gramsci. Tra questi libri, penso vi sia Gramsci e il problema storico della democrazia di Massimo Salvadori, che oggi viene riedito dall’editore Viella nella collana del Dipartimento di studi politici dell’Università di Torino intitolata a Norberto Bobbio (Massimo L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia. Con un saggio introduttivo di Angelo d’Orsi, Roma, Viella, 2007, pp. 415, euro 32,00).

Il libro ebbe nel 1970 presso Einaudi una prima edizione, che raccoglieva sei saggi non solo su Gramsci; e una seconda edizione nel 1973, per i tipi dello stesso editore, che riproponeva i tre saggi gramsciani già compresi nel volume di tre anni prima unitamente a tre nuovi saggi sul comunista sardo. Sono questi sei saggi gramsciani (Gramsci e il problema storico della democrazia; Lotta di classe e organizzazione del lavoro nellla transizione dal capitalismo al socialismo; Gramsci e i rapporti tra soggettività e oggettività nella prassi rivoluzionaria; Politica, potere e cultura nel pensiero di Gramsci; Gramsci e la questione meridionale; L’occupazione delle fabbriche. Cinquant’anni dopo) a essere riproposti nell’edizione attuale, insieme a uno scritto di Salvadori apparso in Mondoperaio nel 1976, che all’epoca fece molto discutere: Gramsci e il Pci: due concezioni dell’egemonia. Il libro è inoltre arricchito da una bel saggio introduttivo di Angelo d’Orsi su Gramsci dopo Gramsci. Note sulla “fortuna” carsica di un pensatore rivoluzionario e da una nuova introduzione (di carattere autobiografico e contestualizzatore) di Salvadori, intitolata Trent’anni dopo.

Il Gramsci che Salvadori presentava a inizio degli anni Settanta era il Gramsci teorico dei Consigli di fabbrica, visto sì nei suoi legami ideali e storici con i bolscevichi e con Lenin, ma anche inquadrato nell’ambito di un marxismo critico (la Luxemburg, Korsch) che si era posto per l’autore il problema della democrazia socialista, di una organizzazione statuale alternativa al parlamentarismo borghese, ma pur sempre attenta al tema dell’autogoverno e del protagonismo delle masse. Finita quella stagione, per Salvadori permangono in Gramsci le esigenze che l’avevano nutrita. Permangono soprattutto in una peculiare concezione del partito politico, parte e non organo della classe: una dialettica partito-masse in cui il vero soggetto era sempre individuato da Gramsci (dal biennio rosso ai Quaderni) nelle masse, nelle classi subalterne, e non nel partito. Così non era stato per Bordiga, ma così non era stato neanche per Togliatti – affermava Salvadori – e ancor di più per tutta la parte che era risultata assolutamente maggioritaria nella storia del movimento comunista.

Il libro è soprattutto caratteristico di un’epoca. Esso instaura infatti una tensione storico-teorica tra il tempo in cui i saggi che lo compongono furono scritti (intorno al secondo biennio rosso 1968-1969) e il periodo storico che è soprattutto indagano (il primo biennio rosso 1919-1920), esempio dunque di una storia che è anche sempre e forse non può che essere storia del presente. Partendo da questo punto di vista, alcuni aspetti del discorso di Salvadori su Gramsci debbono a mio avviso essere rivisti (ad esempio: la parola d’ordine del 1925 della Costituente sulla base dei comitati operai e contadini era effettivamente una riproposizione del consiliarismo?). Ma vi sono anche momento che andrebbero rivalutati e rimeditati: le pagine sulle Tesi di Lione, momento importante dell’elaborazione gramsciana (e togliattiana!) spesso sottovalutato e non spesso studiato, comunque non prima del libro di Salvadori, con la sola eccezione di Spriano; oppure le molte pagine su Americanismo e fordismo, testo prima di allora a lungo negletto, rivalutato a partire da un articolo su “Rinascita” di Franco De Felice del 1972, dunque coevo alle pagine scritte da Salvadori, che sul Quaderno 22 si soffermava a lungo.

Un discorso a parte merita il saggio del 1976 su Gramsci e il Pci: due concezioni dell’egemonia. Solo tre anni erano passati dalla seconda edizione del libro, ma appare del tutto mutata la collocazione dell’autore (che nel frattempo aveva pubblicato la sua approfondita biografia di Kautsky). Salvadori riconosceva al Pci legittimità democratica, ma lo invitava a dire chiaramente che essa metteva in discussione il rapporto con Gramsci, la cui concezione della egemonia come insieme di direzione degli alleati e dominio sugli avversari ne facevano prettamente un autore delle Terza Internazionale. Quel discorso andò a cadere in un contesto di aspra polemica politica condotta dai socialisti contro i comunisti e Salvadori, che pure socialista non fu mai, per la collocazione prescelta e la valenza oggettiva del suo discorso, finì per passare per ciò che in effetti non era: un fervente craxiano che voleva mettere in difficoltà i comunisti (rincararono subito la dose studiosi come Lucio Colletti ed Ernesto Galli della Loggia, oltre a molti altri).

Detto questo, però, restando al merito, il discorso di Salvadori non era e non è convincente. In primo luogo, anche in merito al concetto di egemonia vi sono nei Quaderni numerosi slittamenti semantici. A rigore, anzi, Gramsci denomina (nel Quaderno 19, § 24, p. 2010) l’insieme di direzione e dominio con il lemma «supremazia» e non con «egemonia»: «la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”». Assumiamo però che essi siano equivalenti. Resta il fatto che in molti altri luoghi dei Quaderni l’egemonia è connotata prevalentemente come direzione, soprattutto come direzione intellettuale e morale, indicando quindi un modo di fare politica che punta soprattutto al consenso (per una ricognizione del lemma e del concetto di «egemonia» nei Quaderni cfr. ora soprattutto i lavori di Giuseppe Cospito, in particolare il saggio compreso nel volume Le parole di Gramsci e la voce «egemonia» nel Dizionario gramsciano 1926-1937, di prossima pubblicazione).

In altre parole Gramsci in carcere, pur non cessanndo mai di considerarsi e di essere comunista, nel passaggio concettuale da Oriente a Occidentre complica molto la concezione del potere e della rivoluzione che era stato dei bolscevichi e che era della Terza Internazionale. Da questo punto di vista, si può dire che la politica del Pci (certo non il compromesso storico, come assurdamente si è cercato di dimostrare negli anni Settanta, ma l’eurocomunismo e poi la «terza via») sia anche figlia di Gramsci, pur tenendo conto delle discontinuità esistenti, del fatto che l’accettazione piena ed esplicita della democrazia e del pluralismo, anche fondata su Gramsci, era stata però soprattutto opera di Togliatti nel 1944-1945, come del resto anche il nuovo partito comunista di massa (non di quadri, come nel modello leninista) allora costruito. Ma tutto questo non era solo parte del discorso di Salvadori, fu anche scritto a chiare lettere, e in tempi non sospetti (negli stessi anni Settanta), tra gli altri da Alessandro Natta, ultimo segretario del Pci.