IL NOSTRO SAID

di Giorgio Baratta

 

 

 

Quando è giunta la notizia della scomparsa di Edward Said, ho pensato: è mancato un compagno, e poi ho pensato: il compagno di Gramsci.

Quindici anni fa ci sentivamo tutti compagni. Oggi questa espressione sembra diventata una pura etichetta di partito. Abbiamo rimosso quello slancio, certo eccessivo, ma siamo diventati più poveri.

Ritorno su quella associazione di pensiero. Credo contenga una verità forte.

Said non era marxista, né comunista. Ma la sua impresa intellettuale e politica è una lezione di comportamento comunista, e una metafora del comunismo nel passaggio da un secolo all’altro. Sotto questo riguardo la sua “fonte” è decisamente, se non unicamente Gramsci.

L’egemonia – ha detto di sé Said – è stata come una bussola per addentrarsi nel labirinto dell’orientalismo, più tardi per stabilire connessioni e intrecci tra cultura e imperialismo. Egli ha raccolto l’eredità di Gramsci, che aveva raccolto l’eredità di Marx nel passaggio da (quel) secolo all’altro.

C’è un eccesso nella sottolineatura di questi passaggi e in queste analogie?  Può darsi. Oggi, in questa epoca ipermoderna ansiosa solo di “novità”, corriamo sempre il rischio di cadere in ingenuità e corti circuiti quando, come credo si debba fare, tentiamo di appropriarsi del “presente come storia”.  Ma è proprio nella necessità di questo tentativo la forza del contrappunto tra Gramsci e Said.

 

Gramsci guardava al mondo grande e terribile dall’isolamento del carcere fascista. Said  guardava al carcere sionista in cui è confinato il suo popolo dal libero cielo del vasto mondo. Credo che la coscienza del carcere fosse profondamente radicata nel pensiero di entrambi.

Entrambi erano e si sentivano profondamente isolati, in rotta con la dirigenza dei rispettivi movimenti. Il “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà”, a entrambi così congeniale, era una modalità di azione e reazione rispetto alla sconfitta storicamente determinata della “causa” per la quale ognuno di loro viveva.  Negli ultimissimi tempi di vita si è profilata per entrambi, sulla base delle circostanze oggettive, una sensazione terribile di impotenza, forse un lampo di disperazione.

Gramsci e Said credevano nella storia, senza teologismi o teleologismi, ma come terreno fondamentale di esercizio dello spirito critico. In questo Said andava contro corrente e per questo verso era decisamente antipostmoderno.

C’è una fiducia di fondo, al fondo del pensiero di entrambi, che si riflette nel modo in cui hanno guardato all’orizzonte della storia. Gramsci pensava che la crisi organica del capitalismo – il quale accanto a tanti disastri aveva tuttavia determinato un processo di unificazione del genere umano – non potesse avere altra soluzione, se una ne aveva, che il comunismo. Said  sosteneva la necessità/possibilità di una “riconciliazione” tra i popoli di Palestina e di Israele,  quale sostanza profonda e duratura di un reale processo di pace.

E’ ineludibile, riflettendo su entrambi, una sensazione di discrepanza tra sofferenza presente e aspettative storiche, forse anche tra pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Tanto più ammirevole, perciò, nella loro opera, la puntualità razionale e precisa delle considerazioni particolari, il carattere esplorativo e sperimentale delle analisi, sondaggi,  proposte, la “filologia vivente” dell’approccio alla  realtà dei fatti come dei testi.

Gramsci avvertiva in sé la presenza di uno “spiritello ironico” che gli consentiva una straordinaria capacità di vincere l’angoscia e la rassegnazione. “Una certa dose di scepsi e di ironia nei confronti di sé” è stato un elemento essenziale della personalità di Said, come egli ha detto in una intervista con Joseph Buttigieg.

Entrambi erano profondamente… brechtiani. Brecht, nel Piccolo organo per il teatro, ha scritto che “la modalità più leggera di esistenza è nell’arte” e che anche il suo fruitore è “produttivo” quando riesce a tradurre nella sua “leggerezza”, e attraverso di essa rivivere criticamente , “il terrore dell’incessante trasformazione” della realtà. Vien da pensare a Gramsci che legge Dante e a Said che legge Conrad o suona Beethoven.

Said ha scritto che Gramsci gli ha additato un modo di ragionare “mondano”, che forse si potrebbe tradurre liberamente con “laico”. C’è un altro elemento però in questa espressione, che accomuna i due pensatori: uno straordinario senso dello spazio, un sentirsi intellettualmente o emotivamente sempre in viaggio  lungo i territori del pianeta, e tuttavia mantenere e coltivare una grande capacità di sostare, di stare, di dimorare, cioè di amare gli altri, siano individui, popoli o culture.

 

Ha scritto Gramsci che “il progresso reale della  civiltà avviene per la collaborazione di tutti i popoli” (quaderno 11, 48).

Questa “collaborazione di tutti i popoli” – di pari dignità e autonomia ma oggettivamente associati in una identità planetaria - è l’idea-guida della storia mondiale nella prospettiva del comunismo.

Gramsci ha una certezza: che il mondo è diventato una grande, articolata e composita ma anche oggettivamente unificata “società di massa”. Non è certo stato né il primo né il solo a pensarlo o a saperlo. Egli ne ha dato una interpretazione rivoluzionaria. Il mondo è in bilico tra rivoluzione “attiva” e “passiva”. Il comunismo, privo di garanzie vuoi teleologiche, vuoi scientifiche, è però iscritto ben saldamente nella materialità del processo storico, di cui Gramsci persegue una concezione concreta, “filologica”, cioè ricca di elementi particolari ed empirici. Egli tiene ben ferma la centralità del conflitto di classe, e quindi dell’economia, ma ha coscienza della pluralità dei livelli sia economico-sociali che geopolitici e geoculturali dell’analisi.

Il comunismo di Gramsci può essere assimilato a una concezione radicale o rivoluzionaria di democrazia. Egli ha grande considerazione delle forme, ma aborre da ogni formalismo. La democrazia, come egli la pensa, deve essere una combinazione ben riuscita di elementi formali e sostanziali, di diritti e di dati di fatto. In entrambi i casi il difficile è la giusta considerazione della identità e insieme della diversità degli esseri umani, sia come individui che come gruppi sociali. Gramsci sostiene e adopera quella che si potrebbe definire una dialettica flessibile e assolutamente aperta. “Lo stesso raggio luminoso passando per prismi diversi dà rifrazione di luce diversa”… Occorre “trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità” (Quaderno 24, 3).

Non c’è identità nella diversità. C’è un rinviarsi reciproco – una traducibilità – dall’una all’altra, che però lascia affatto indeterminata la natura della loro relazione, il senso “ultimo” di questo nesso. L’unità è un’altalena tra l’uno e l’altro polo.

 

 

Per usare un’espressione cara a Franco Fortini, si dovrebbe dire che la storia ha costituito una “feroce smentita” dell’idea o ideale gramsciano della “collaborazione di tutti i popoli”. Sarebbe crudele dire - ma è una triste realtà - che i popoli nel Novecento hanno mostrato di saper collaborare soprattutto nel massacrarsi a vicenda. Che fare?

Una soluzione può essere quella di ragionare “a futura memoria”: analizzare e denunciare l’esistente e nello stesso tempo fare come se “la collaborazione di tutti i popoli”, nel senso civile e progressivo del termine, fosse possibile: un modo semplicistico e utopico di praticare il “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà”.

Said ha tentato una strada diversa, che comporta la rinuncia – nel contesto della sconfitta epocale - a un senso forte di comunismo, ma che finisce per conservarne, anzi svilupparne e arricchirne l’istanza etico-politica, fondata  sulla trasformazione rivoluzionaria del senso comune e su quella tensione di identità e diversità che caratterizza l'essenziale nel rapporto interumano.

Said si riferisce a Gramsci e rilancia questa tensione sostituendo però alla “traducibilità” gramsciana la sua idea di “contrappunto”. La “traduzione” o “traducibilità” ha come sfondo, come orizzonte, l’unità, in senso forte: “proletari di tutti i Paesi, unitevi!” Il “contrappunto” ha un orizzonte più sobrio e meno esaltante, ma probabilmente più concreto: l’umanesimo della convivenza, sul quale ha scritto ultimamente pagine di grande spessore nella nuova Prefazione a Orientalismo.

“Storie che si intrecciano, territori che si sovrappongono”: è il motto, o idea-guida del grande affresco di Cultura e imperialismo, che costruisce un discorso sostanzialmente privo di utopie ma ricco di profondi impulsi etico-politici derivanti dalla constatazione che la “collaborazione di tutti i popoli” prima ancora che un’idea politica, è un dato di fatto, espressione paradossale ma oggettiva della stessa politica imperiale che ha avvicinato, intrecciato, sovrapposto e quindi a suo modo costretto a cooperare popoli e culture differenti. È in questo orizzonte che va intesa e valutata la irriducibile battaglia intellettualmente e politicamente perseguita da Said per una soluzione binazionale della questione palestinese-israeliana.

Il “contrappunto” di Said implica due o più linee che si incontrano, “luci diverse”, se vogliamo, che però non sono in nessun caso riconducibili all’identità di un raggio che le preceda e ne sia quindi il presupposto. L’autonomia delle linee è radicale, perché senza di essa non ci potrebbe essere contrappunto. (Avviene qualcosa di analogo con un’altra celebre metafora musicale, che va nella stessa direzione del contrappunto di Said: la “polifonia” di cui parla Bachtin, ad es. nella sua intepretazione di Dostoevskji). Non ci sono un centro e tante periferie, ovvero quel centro c’è stato e c’è ancora: l’imperialismo, che sempre vede uno o più Paesi e organismi economico-sociali reggere le fila del mondo intero. Ma c’è, ci può, ci deve essere un centro dal punto di vista di una alternativa culturale e politica all’imperialismo? Ovvero l’alternativa è proprio l’abolizione, il superamento del fatto o della necessità di un “centro”?

Con questa domanda, che potrebbe mettere in modo un dibattito o una ricerca, diamo il nostro addio a Edward W. Said, che ci piace ricordare “sempre nel posto giusto”.