Fascino e ambiguità di Gramsci

 

Nella storia delle interpretazioni gramsciane una delle componenti, non tra le più numerose o significative, ma comunque con presenze ricorrenti, è composta dagli scritti dedicati al pensatore sardo da studiosi o politici che appartengono a correnti minoritarie del movimento comunista e che guardano a Gramsci ora nel tentativo di «annetterlo» alla propria area politico-culturale, ora con l’intento di «condannarlo» dal punto di vista particolare da cui dichiaratamente prendono le mosse. Si sono susseguite così letture trockiste e bordighiste, operaiste e maoiste, ecc. Basta in tal senso – a puro scopo evocativo, senza perdere di vista le differenze di spessore spesso esistenti – fare i nomi di Leonetti o Maitan, Cortesi o Riechers o Macciocchi.

A questo «filone» appartiene in fondo anche il libro da poco pubblicato da Antonella Savio, Fascino e ambiguità di Gramsci (Roma, Prospettive edizioni, 2004, pp. 125, euro 12), che muove dichiaratamente dalle posizioni del gruppo che si riunisce intorno a Dario Renzi e alla rivista «Utopia socialista». Devo confessare che non conosco questo cenacolo di pensiero marxista o paramarxista. Dalle tracce che l’autrice lascia nel suo testo non è però difficile trarre qualche indicazione, anche prescindendo dal continuo e un po’ fastidioso richiamo al Renzi-pensiero. Si tratta di una impostazione che non tralascia di guardare anche a Marx con una certa distanza critica (cosa del tutto legittima), ma che mostra in compenso una assoluta adesione alle posizioni di Rosa Luxemburg, appena corrette – mi pare con qualche sincretismo – da un costante richiamo a una generica nozione di «umanità» e di «genere umano» su cui non mi pronuncio perché andrebbe approfondita indagando altri testi (soprattutto quelli scritti da detto Renzi).

Restiamo a Gramsci. A partire da questo punto di vista «luxemburghiano», l’autrice sottolinea – per richiamare il titolo – poco il fascino di Gramsci, molto le sue presunte «ambiguità». Il lascito gramsciano è infatti definito «contraddittorio», anche se «alle volte ricco di oscillazioni e di qualche (spesso ricca) ambiguità» (p. 112). Il comunista sardo, in poche parole, non sarebbe riuscito a oltrepassare l’orizzonte della «modernità» (borghese), come buona parte del movimento comunista del Novecento (tranne Rosa, ovviamente). Dunque non stupisce che «nell’idea generale di rivoluzione che Gramsci sviluppa sia quasi del tutto assente una dimensione fondativa alternativa all’esistente e fuori dai suoi canoni fissati: i valori borghesi, anche se assunti criticamente, rimangono il confine nel quale si muove la trasformazione» (p. 63). Perché «Gramsci (ma con lui la sua teoria, il marxismo) non riesce a fuoriuscire dal retroterra culturale e filosofico, teorico e progettuale del secolo e della società in cui viveva. Egli si muoveva in continuità di contenuto col capitalismo» (p. 84). Operaismo, nazionalismo,  statalismo, totalitarismo, maschilismo, persino razzismo (verso il Sud del mondo: p. 115 ), insomma tutto il pensiero del Sardo mostra i limiti derivatigli dal «carattere interno ai valori e alle modalità di potere propri di quella stessa classe che egli voleva combattere».

L’origine di tutte queste profonde storture (altro che ambiguità!) starebbe addirittura nella «frammentarietà di riflessione», «indice della difficoltà di una riconduzione al tutto» (p. 74): di fronte ai poveri frammenti gramsciani, per l’autrice viene impossibile «non pensare ad esempio che è ben lontana quella tensione alla globalità che aveva contraddistinto così pienamente il pensiero della Luxemburg» (p. 74). Per cui non stupisce che «il pensiero del mondo si perde spesso nella nazione» (p. 75). Se nonché poi si lamenta – ed è con tutta evidenza un giudizio negativo – che «con Engels... con Marx... con Hegel... Gramsci è alla ricerca della sintesi e dell’Uno che tutto spieghi» (p. 85).

Personalmente ritengo ricco e importante e pienamente da rivalutare il pensiero di Rosa Luxemburg, seppur non esente da limiti seri (un certo determinismo, la sottovalutazione della questione nazionale). Appare oggi più che mai sciocco il gioco delle contrapposizioni e delle partigianerie teoriche queste sì totalizzanti. A cosa serve piegarsi nello studio di un pensatore difficile e complesso come l’autore dei Quaderni se, in omaggio a schemi preconcetti, non si riesce a vedere che la sua ricchezza sta proprio nella sua «analisi differenziata», nella volontà-capacità di coniugare il nazionale all’internazionale, nello studio di una realtà nuova rispetto al tempo di Marx, lo «Stato integrale» o «allargato» che ha dominato il Novecento? Certo non mancano anche in Gramsci aspetti che oggi appaiono caduchi e altri almeno problematici (uno fra tutti: l’orizzonte produttivista e industrialista che condivide con il pensiero terzinternazionalista). Ma ha senso salvarne solo la dimensione morale di chi seppe morire per i propri ideali? In fondo, è l’unico marxista – insieme a quel «marxista anomalo» che fu Marx – a recitare ancora un ruolo importante nella cultura e nella cultura politica internazionali in tempi come quelli odierni certo non facili per la corrente di pensiero a cui non cessò mai di richiamarsi.

Guido Liguori