Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci

di Costanza Orlandi

 

 

Nel 2000 Giorgio Baratta ha pubblicato una raccolta di saggi intitolata Le rose e i quaderni. Saggio sul pensiero di Antonio Gramsci (Gamberetti Editrice). Si trattava di una rielaborazione di lavori in parte inediti, in parte già usciti nel corso degli anni ’90 di cui una lettura complessiva, resa possibile dalla raccolta in volume unico, metteva in luce alcune costanti teoriche che si sviluppano su un percorso trasversale ai Quaderni del carcere. Su questo volume scrissi allora una recensione apparsa in Critica marxista 2001\5 e sul bollettino IGS Newsletter 2002\12. Nel mio breve contributo sottolineavo l’originalità della lettura barattiana, volta a riconoscere e ricostruire il “ritmo” interno alle note carcerarie. Questo approccio interpretativo si discosta profondamente dalla disciplinarietà forzata a cui sono stati per lungo tempo costretti i Quaderni del carcere. Benché, come detto, quella di Baratta sia una rilettura originale dell’opera gramsciana, la stessa esigenza di “trasversalità”, interdisciplinarietà (se non addirittura adisciplinarietà) viene avvertita con sempre più insistenza anche da altri studiosi.

Il concetto e l’immagine di “ritmo” utilizzato da Baratta per descrivere il metodo di scrittura e quindi l’andamento del pensiero del carcerato (un capitolo centrale era intitolato appunto “Il ritmo del pensiero nei Quaderni del carcere”) guidava la riflessione dell’autore su due direttrici: una è quella dell’attenzione all’uso metaforico della lingua che rimanda spesso proprio ad un campo semantico musicale, l’altra è quella delle relazioni interne alle note e agli appunti dei Quaderni, che possono essere scoperte seguendo il ritmo, la plurivocità (si pensi all’importanza delle citazioni e dei commenti a testi altrui), il “rapporto contrappuntistico” che intercorre tra parti diverse del manoscritto. All’interno di questo sistema la parola – propria ed altrui - svolge un ruolo centrale e questo non solo in funzione del suo aspetto semantico-connotativo, ma anche da un punto di vista formale (penso ad esempio alla complessità delle varianti virgolettate e non nelle diverse elaborazioni delle note), nonché, e su questo in particolare ci invita a riflettere Baratta, sonoro. In altre parole, leggendo (e soprattutto ri-leggendo) i Quaderni si ha sempre più l’impressione di trovarsi di fronte ad un’opera dialogica che meriterebbe forse di essere recitata ad alta voce più che semplicemente letta.

L’aspetto dialogico del pensiero gramsciano, il suo costante ricorso ad un universo del discorso in cui abitino una pluralità di soggetti, con tutte le conseguenze politiche di questo tipo di concezione, era stato sottolineato, prima di Baratta, anche da altri interpreti gramsciani, ad esempio dallo stesso Valentino Gerratana, il quale in uno dei suoi scritti (cfr. Problemi di metodo, Roma, Editori Riuniti, 1997, pag. XIII) parlava di una vera e propria “natura dialogica” della mentalità filosofica gramsciana.

Con il nuovo volume uscito alla fine del 2003 per i tipi di Carocci – Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci, Roma, Carocci, 2003 (“Per Gramsci”, n. 2), pp. 240, euro 21,50 –, Baratta riprende idealmente il discorso da dove era stato lasciato tre anni prima. La successiva rielaborazione dei saggi e dell’impianto complessivo, pensata in vista della traduzione del volume in tedesco, spagnolo e portoghese, ha permesso anche l’uscita di una nuova edizione italiana.

Visto che sull’analisi dell’opera mi sono già espressa una volta, qui vorrei considerare solo alcune delle novità della pubblicazione più recente.

Per prima cosa, la scelta del titolo, che nella sua completezza è diventato: Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci mi sembra che sintetizzi ciò a cui prima accennavo, cioè la volontà di portare avanti l’analisi dell’aspetto semantico-dialogico della forma mentis gramsciana.

Quanto detto per l’inizio, cioè per il titolo, vale anche per la fine del lavoro: Baratta riporta in appendice un interessante resoconto sul rapporto tra Gramsci e la musica, che si costruisce a partire della tradizione dei canti sardi, per continuare poi nel periodo torinese con la lirica, l’opera, addirittura l’operetta che Gramsci non disdegnava e si corona con il matrimonio e la dimensione familiare condivisa con la violinista russa, Giulia Schucht. Questo excursus è doppiamente importante, infatti se da una parte è interessante riflettere sul rapporto tra le sonorità e la produzione intellettuale di Gramsci, continuando così il percorso intrapreso da Baratta nella prima edizione de Le rose e i quaderni, allo stesso tempo il campo musicale, con il confronto tra la produzione lirica verdiana e wagneriana o con le osservazioni sull’operetta e sul jazz riporta l’attenzione su temi centrali della riflessione carceraria, quali il rapporto tra “cultura alta” e “cultura popolare”, oppure i concetti di “nazionale”, “nazionale-popolare”, “cosmopolitismo”, con tutta la complessità delle loro correlazioni interne, e ancora la diffusione dei linguaggi di espressione artistica nella civiltà di massa.

Non a caso i capitoli del volume più profondamente rielaborati da Baratta sono il secondo, Popolo, nazione, masse nell’orizzonte nazionale e l’ottavo L’egemonia americana nel secolo Ventesimo”.

Altra novità della nuova edizione riguarda uno spazio dedicato alla riflessione sull’Unione Europea (Immaginare l’Europa nel mondo postcoloniale: Gramsci e i Sud del pianeta), in cui si cerca di capire in che modo categorie gramsciane come quelle di “popolo”, “società civile”, “Stato” possano aiutarci a riflettere sui processi di formazione della nuova entità sovranazionale. Infine del concetto di “dialettica flessibile”, già illustrato nella prima edizione, si mostra ora nel capitolo conclusivo Viva la dialettica! tutta la portata politica.

Lo studio e il confronto critico con il pensiero gramsciano – questa la proposta di Baratta – potrebbero aiutarci nella difficile impresa di ripensare una categoria centrale del pensiero marxista, quella appunto di dialettica, apparentemente superata dal pensiero postmoderno.