Gramsci linguista

 

Chiara Meta

 

Partendo dalla possibilità di rintracciare un filone prettamente linguistico nelle tematiche affrontate da Gramsci, Derek Boothman nel volume Traducibilità e processi traduttivi, un caso: A. Gramsci linguista (Perugia, Guerra edizioni, 2004, pp. 197) tenta di indicare le fonti dei concetti gramsciani, nonché gli argomenti specifici utilizzati dal pensatore sardo.

Si tratta del tentativo, come si sottolinea nell’introduzione, di presentare un quadro unitario di argomenti e temi sviluppati, non sistematicamente, già in altri contesti. L’intento è quello di conferire dignità “teorica” al nesso “traduzione-traducibilità” stabilito da Gramsci, pari a quella rivestita da altri ben più conosciuti concetti, quali egemonia o rivoluzione passiva.

Il principale tema sviluppato in questo testo è che per Gramsci la traduzione «è un atto preminentemente interculturale ed è per questa ragione che essa acquisisce la forma linguistica sotto la quale tutti la riconoscono» (p. 12). In tal senso risulta basilare avviare una ricostruzione analitica che aiuti a comprendere l’approccio di Gramsci alla questione della lingua e l’uso che egli fa del termine “linguaggio”. Così il primo capitolo si occupa di evidenziare come gli interessi linguistici di Gramsci abbiano avuto radici profonde, riconducibili al periodo giovanile, quando iscritto alla Facoltà di lettere dell’ateneo torinese, avrebbe molto probabilmente conseguito una laurea in linguistica seguendo le indicazioni del suo insegnante Matteo Bartoli, se l’impegno giornalistico-militante prima e quello politico tout court poi non l’avessero dissuaso. Ciò che giustamente viene sottolineato nel testo è il fatto che l’interesse per la lingua rimane sempre una costante nella riflessione teorica gramsciana, a partire dagli articoli di critica teatrale per giungere alle note di linguistica nei Quaderni.

Di importanza decisiva risulta sottolineare come Gramsci guardi alla lingua essenzialmente come ad uno strumento politico. Di questo fatto, sottolinea Boothman, si accorsero, negli anni tra il 1970 e il 1980, studiosi di grande spessore come Tullio de Mauro, Luigi Rosiello, Stefano Gensini e non da ultimo Franco lo Piparo, il cui studio dedicato proprio agli interessi linguistici gramsciani (Lingua, intellettuali, egemonia in Gramsci, Laterza) viene lungamente citato ed elogiato in tutto il testo di Boothman.

I capitoli primo e terzo, infatti, partendo proprio dal testo di Lo Piparo, pongono con forza la centralità del rapporto, in Gramsci, tra lingua nazionale e dialetti, ai fini della formazione intellettuale di una nuova classe dirigente rivoluzionaria. Contro la visione idealistico-romantica per cui la lingua, intesa come arte, è il prodotto del libero spirito dell’uomo, per Gramsci il linguaggio ha innanzitutto le proprie radici nella pratica sociale. A detta di Boothman (pp. 37-8) dietro questa visione della linguistica, che potremmo definire “sociologica” ed “evoluzionistica”, è possibile rintracciare diverse fonti; da un lato, come abbiamo detto, forte è in Gramsci l’eco di un approccio storico-sociale alla semantica dei termini, portato avanti in Italia all’inizio del Novecento dal neolinguista Bartoli, sulla scorta delle considerazioni anche di Brèal, nonché di Millet, allievo di Brèal e amico di de Soussure. Dall’altra parte è possibile ravvisare in Gramsci tracce di concetti elaborati verso la fine degli anni venti del Novecento dal linguista marxista Volosinov, allievo e collaboratore di Bachtin.

Così nel testo di Boothman vengono puntualmente rintracciati, in riferimento soprattutto ai Quaderni, i passi dai quali trasparirebbe questa considerazione del linguaggio come testimonianza della storia umana, come evoluzione continua portata avanti da tutta la comunità umana, tramite processi definiti nel § 71 del Quaderno 6, sulla scorta di Bartoli, di “irradiazione linguistica” e comprendenti tutte le strutture della società civile nel suo complesso. E ancora, ad esempio nel § 40 del Quaderno 23, Gramsci, polemizzando duramente con quanti, come lo stesso Manzoni, ritenevano possibile risolvere il problema della unificazione linguistica nazionale, semplicemente “ripristinando”, quasi per “decreto governativo”, l’egemonia linguistica fiorentina, ribadisce il suo approccio storicista alla comprensione dei fenomeni linguistici (pp. 83-4).

Importante è anche cogliere dietro queste letture, sempre secondo Boothman, il quale ancora segue le indicazioni di Lo Piparo, la nozione “ascoliana” di “sostrato” che rimane fondamentale per tutta l’impostazione dei neolinguisti italiani, ivi compresi Bartoli e Gramsci: si tratta in sostanza di formare una unità socio-economica nel paese che fornisca il “substrato” appunto per una lingua nazionale finalmente unificata, poiché senza l’unificazione politica strutturale non può avvenire l’unificazione culturale sovrastrutturale.

Boothman inoltre sottolinea il proficuo, seppur limitato, confronto avviato, sempre nei Quaderni, da Gramsci, ancora una volta in relazione alla questione linguistica, con Vailati e Pareto (pp. 91-2). Essi avevano per Gramsci sollevato un problema serio, ovvero quello del rapporto esistente tra il linguaggio scientifico, in senso lato, e quello comune, comprese le questioni della metafora e della difficoltà di epurare il linguaggio scientifico dal suo contenuto metaforico. In tal modo il confronto con i pragmatisti consente a Boothman di introdurre un tema a suo dire centrale per comprendere l’approccio gramsciano alla lingua, la questione della traducibilità dei linguaggi. Per motivi di spazio rinviamo alla lettura delle acute considerazioni al riguardo contenute nei capitoli 2 e 5. Potremmo solamente limitarci a ricordare come Gramsci prende spunto, riguardo la sua nozione di traducibilità, dagli scritti del giovane Marx, ma la amplia, includendovi, sulla scia di Vailati, la questione della traduzione tra paradigmi scientifici diversi (cfr. pp. 55-80). Il risultato dei suoi ragionamenti conducono Gramsci a distinguere tra due tipi di traduzione: un tipo che si può denominare ristretto e che si limita a tradurre i linguaggi teorici all’interno di una disciplina, e un altro tipo, più generale, tra culture nazionali diverse. Il più alto grado di complessità traduttiva si riscontra nei casi indicati da Marx allorché si traduce non solo tra le lingue di culture nazionali diverse, ma tra i caratteristici linguaggi egemonici che caratterizzano tali culture.

Inoltre risulta chiaro a Gramsci come solo nella filosofia della prassi la “traduzione” organica si realizza, in quanto essa dichiara come vincolante, nel definire il “criterio” di traducibilità tra due o più culture, la “somiglianza” tra le strutture delle società coinvolte. Ciò dimostra come la traduzione non è mai un processo meramente “orizzontale”, diretto, ma è un atto in cui dalle proposizioni espresse in una lingua naturale si scende attraverso diversi livelli della superstruttura alla base della seconda società per poi passare alla base della seconda società e risalire attraverso le superstrutture alla superficie rappresentata dalle proposizioni della lingua della seconda società.

Viene introdotto in tal modo, soprattutto nel capitolo 4, tutto il problema della traducibilità dei “discorsi paradigmatici”, espressione che mutuata da Boothman dall’epistemologo Thomas Kuhn, consente all’autore di sottolineare l’idea che per Gramsci ogni attività traduttiva si qualifica essenzialmente come attività di mediazione culturale, situata sempre in un orizzonte storico dal quale risulta impossibile prescindere come vorrebbero, al contrario, alcune correnti del positivismo, duramente contestate nel Quaderno 11, sostenitrici di un “neutralismo epistemico” mutuato dal metodo delle scienze fisiche, applicabile anche all’analisi dei fenomeni sociali.