Gramsci storico

 

di Guido Liguori

 

 

Uno dei meriti maggiori di Togliatti nell’Italia liberata dal fascismo fu l’aver pubblicato e fatto conoscere – al suo partito e al paese intero – un pensatore, Antonio Gramsci, destinato a divenire il “saggista” italiano moderno più conosciuto nel mondo. Gramsci non aveva pubblicato libri, non aveva fatto carriera in accademia (pur avendone concretamente la possibilità): travolto dalla passione politica, aveva fatto prima il giornalista militante, poi il dirigente politico, infine “il prigioniero” che in carcere aveva speso energie preziose per riflettere sui perché della sconfitta del movimento rivoluzionario in “Occidente”, cioè nei paesi capitalisticamente avanzati. Nel 1944 il suo nome era sconosciuto a tutti, eccezion fatta per una ristretta cerchia di dirigenti e militanti comunisti. Fu Togliatti che decise di “lanciare” Gramsci, facendone un riferimento fondamentale per il “partito nuovo” che si apprestava a costruire. Ma anche per aiutare – come è stato detto – la “dislocazione democratica” degli intellettuali italiani, per “usare” Gramsci come momento di quella nuova lotta per l’egemonia che egli aveva teorizzato in carcere.

L’operazione culturale con cui Togliatti riuscì in questo intento era imperniata sulla pubblicazione degli scritti carcerari gramsciani – i Quaderni del carcere – in volumi tematici, sei, dedicati ciascuno prevalentemente a un “argomento”: dalla filosofia alla letteratura, dalla politica alla storia, e così via. Un’operazione necessaria – vista la difficoltà di approccio che le carte lasciate da Gramsci richiedevano e anche il clima culturale del paese dopo il ventennio fascista – che ebbe però anche un effetto secondario a lungo andare deleterio: Gramsci fu recepito da molti intellettuali non tanto come un comunista che riflette sulla sconfitta della sua parte politica, ma come un intellettuale in senso tradizionale, uno specialista: un filosofo, un critico letterario, uno storico, e così via. Una impressione dura a morire, che sarebbe stata superata in gran parte solo con la pubblicazione nel 1975 dell’edizione critica dei Quaderni, che avrebbe reso evidente la unitarietà del discorso gramsciano e l’interesse di fondo, politico, della sua ricerca.

Questa premessa è necessaria per spiegare il titolo dell’ultimo libro di Alberto Burgio – Gramsci storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere” (Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 337, 29 euro). Burgio, infatti, sa e dice esplicitamente che tutta la ricerca carceraria è la «premessa di un intervento politico efficace». In che senso, allora, «Gramsci storico»? È  indubbio che Gramsci nei Quaderni si occupi molto di storia: non solo di Risorgimento (questo il titolo di uno dei sei volumi dell’edizione tematica di Togliatti) ma, risalendo indietro nel tempo, di Rivoluzione francese, Riforma protestante, Rinascimento, epoca dei Comuni, Medioevo, e così via. Per non dire del suo presente, letto anch’esso come storia, dall’Italia crispina al fascismo all’americanismo.

Ma a che scopo, con quale intento? Come scrive Burgio, Gramsci «si dedica all’analisi storica perché gli interessa capire il funzionamento delle singole formazioni sociali» (p. 18), in primo luogo il funzionamento della formazione sociale capitalistica, come premessa necessaria, appunto, per una ripresa del movimento rivoluzionario in Italia e nei paesi capitalisticamente avanzati, dove i comunisti erano stati sconfitti. Storia, filosofia e politica, teoria e prassi,  nei Quaderni si richiamano l’un l’altra, anzi sono un tutt’uno, momenti di un unico processo di comprensione del presente attraverso il passato. E non solo. Perché il processo che Gramsci mette in essere per lo studio della realtà a lui contemporanea non è solamente «storicistico»: egli parte in genere da una ricognizione storica, individua categorie storiografiche decisive, per poi “lavorarle” attraverso un processo di astrazione decontestualizzante, fino a farne vere e proprie categorie teorico-politiche applicabili e applicate in contesti temporali e spaziali diversi da quelli in cui storicamente sono sorte. Così, tanto per fare solo un esempio tra i maggiori, su cui Burgio stesso si sofferma, “giacobinismo” è un fenomeno storico che nasce ovviamente nell’ambito della Grande Rivoluzione dell’89, ma poi “giacobinismo” (o “mancanza di giacobinismo”) divengono categorie che Gramsci applica al Risorgimento italiano, e retrospettivamente a Machiavelli, e infine auspica come una parte – da scrivere sulla carta e nella storia – del «moderno Principe».

Con questa consapevolezza alle spalle, l’autore prende spunto dalla ricognizione storica dei Quaderni per ricostruire tutta la trama teorica del pensiero di Gramsci, le varie facce del vastissimo lavoro ricognitivo compiuto in carcere a partire da Marx (come Burgio spiega con efficacia). I luoghi classici della teorica gramsciana – i concetti fondamentali in cui si articola il lavoro del carcere – vengono così ricostruiti e correlati. È ovvio che non è qui possibile anche solo evocare la vastità di una analisi ricchissima quale quella che il libro offre. Mi limito a richiamare l’attenzione solo su due momenti dell’analisi dell’autore che mi sembrano particolarmente interessanti: la ricostruzione che egli ci offre delle categorie gramsciane di egemonia e di rivoluzione passiva.

In merito al tema delle «relazioni egemoniche», Burgio sottolinea come esse non siano solo «organizzazione del consenso», ma richiedano e inneschino un processo di crescita delle soggettività subalterne, accrescendone la «capacità critica e potenzialmente antagonistica» (p.111). La società subordina ed emancipa allo stesso tempo le masse, rendendo più problematico il loro assoggettamento. È  una prospettiva come si vede radicalmente diversa tanto dal pessimismo francofortese, per cui le «soggettività subalterne» vengono inglobate completamente nel discorso dominante, tanto dallo struttural-funzionalismo althusseriano, dove il concetto di «ideologia» risente di alcune formulazioni particolarmente deterministiche di Marx e sembra non lasciare spazio a una effettiva lotta per l’egemonia. C’è però da chiedersi cosa avvenga oggi, nella fase attuale di «lotta per l’egemonia»: per molti versi vi è stata una crescita di soggettività delle classi subalterne che rende più arduo l’assoggettamento; per altri, però, mai come oggi il discorso di una emancipazione reale appare complicato e anche lontano. Cosa ci dice questo sulla teoria gramsciana dell’egemonia, sulla sua attualità, sulle sue prospettive?

Strettamente collegato è l’altro tema della rivoluzione passiva. Burgio sottolinea una distinzione interessante tra la rivoluzione passiva (cioè un compromesso tra vecchie e nuove classi) nell’epoca rivoluzionaria della borghesia e quella propria della «scalata al cielo» del proletariato: aristocrazia e borghesia non hanno interessi inconciliabili, il compromesso è possibile. Nel Novecento, invece, gli interessi tra classe operaia e capitale (tra borghesia e proletariato, più rispettivi alleati) sarebbero inconciliabili, e dunque le forme e le prospettive della rivoluzione passiva molto diverse. Nascono qui una serie di interrogativi su cosa ad esempio sia stato – nel secolo scorso – lo Stato sociale, nella sua doppia faccia di conquista operaia ma anche rivoluzione passiva. Su quale sia stato il ruolo del «riformismo». E ancor di più su quale sia la attualità e la percorribilità di una prospettiva rivoluzionaria che si configuri come autentica «anti-rivoluzione passiva», alternativa non effimera allo «stato di cose esistenti». Domande – specie quelle più politiche – a cui non è agevole dare oggi risposte che non siano velleitarie o semplicemente consolatorie.

Un libro non semplice, questo Gramsci storico di Burgio, perché complessa è la «concezione del mondo» di Gramsci e complesso è il mondo che Gramsci ha di fronte, il nostro mondo, la modernità in cui ancora siamo immersi. E a questo proposito concludiamo con le parole stesse con cui l’autore conclude il libro: «ai Quaderni è consegnata una teoria critica della modernità, elaborata sullo sfondo di una salda fiducia nella razionalità e nel progresso. Non è certo, questa, l’ultima ragione della loro inattualità».

 

Questa recensione apparirà sul n. 3/03 di «l’Ernesto»