Perché Gramsci ha scritto i «Quaderni»?
Guido Liguori
Il nuovo libro di
Angelo Rossi (Gramsci da eretico a icona.
Storia di un «cazzotto nell’occhio», prefazione di Biagio de Giovanni,
Napoli, Guida, 2010, pp. 138) presenta diversi motivi di continuità con Gramsci tra Mussolini e Stalin, scritto
dall’autore pochi anni orsono insieme a Giuseppe Vacca. In questo nuovo lavoro
appaiono centrali almeno due elementi già presenti nel precedente: il metodo
d’analisi scelto per la decifrazione del Gramsci carcerario e la rilevanza
assegnata alla proposta dell’Assemblea Costituente (il «cazzotto nell’occhio»).
Mentre appare ridimensionata in buona parte la tendenza a estrapolazioni
eccessive rispetto a quanto i documenti conosciuti permettano di affermare
effettivamente.
Il
metodo, si è detto. È per certi versi esemplare: partendo dal fatto, ormai
acquisito dalla critica più matura, che bisogna leggere i Quaderni nel loro svolgimento diacronico, Rossi interseca le note
carcerarie con le lettere e con i fatti del «mondo grande e terribile», nonché
con le testimonianze di Terracini e di altri prigionieri del fascismo, per
restituire alla riflessione carceria gramsciana la sua pregnanza anche
immediatamente politica. Usando questa lettura multiversa, l’autore ricostruisce
i primi anni dopo l’arresto come continuazione della battaglia politica
iniziata con la celebre lettera del 1926. Inizierebbe da quell’atto politico un
generale ripensamento gramsciano, che porta il pensatore sardo a elaborare un
comunismo democratico «su un percorso diverso dal comunismo
terzinternazionalista» (p. 28). Per questo la proposta della Costituente appare
«un radicale ripensamento delle teoria e della prassi comunista» (p. 17). Gramsci
riteneva che la «svolta» fosse una «deriva del partito verso posizioni
“insurrezionaliste”, sostanzialmente estremiste, in ossequio alle direttive
sbagliate del Komintern», da respingere pur senza rompere la solidarietà
interna al movimento comunista (p. 18). Egli immaginava un percorso
democratico-parlamentare, non soviettista, anche se affermava parimenti «la
necessità di istituzioni e organismi autonomi delle classi “subordinate”» (p.
106). Non accettava cioè tout court
la democrazia liberale, quanto piuttosto alcuni suoi valori in vista di una Aufhäbung, un superando in grando di
mantenerne gli aspetti positivi.
Consapevole
che il Pcd’I non poteva andare avanti senza l’aiuto sovietico, compreso che la
nuova stagione del Pcus e dell’Internazionale non consentiva più una
discussione aperta, Gramsci scelse di non proseguire lo scontro frontale con lo
stalinismo, ma non rinunciò (e per questo scrisse i Quaderni) a elaborare una via strategica altra, valida per l’Italia e per l’Occidente (pp. 33-34). Rossi
mostra i percorsi paralleli della battaglia politica gramsciana dei primi anni
di carcere e dei testi dei coevi primi quattro quaderni. La rozzezza del
marxismo che era prevalso in Urss per Gramsci condizionava direttamente lo
schematismo delle politiche dell’Internazionale. Ma egli sperava che a tale
rozzezza teorica paragonabile alla prima cultura della Riforma avrebbe fatto
seguito una rifioritura simile a quella avutasi con la filosofia classica
tedesca, che proprio dalla Riforma aveva in ultima analisi preso le mosse.
Non va
taciuto che vi sono nel libro anche punti meno condivisibili. Ad esempio Rossi calca
troppo il ruolo di Croce nella formazione di Gramsci, assolutizzandolo e
facendo del filosofo partenopeo «il maestro con il quale il dialogo è durato
ininterrotto per tutta la vita» (p. 55). Al contrario l’autore fa di Lenin una
fonte con cui «il rapporto [...] è senza dubbio più tormentato e difficile» (p.
57), insistendo sul «distacco dal leninismo» di Gramsci. Vi sono in questa
lettura due errori: in primo luogo, si sopravvaluta il ruolo di Croce, poiché
in realtà la formazione di Gramsci vede il concorso di una serie molteplice di
fattori e la sua peculiarità è proprio il risultato di questa ricchezza. Accanto
a Croce, non si possono dimenticare l’influenza determinante della linguistica,
del pragmatismo, di Sorel, e anche di Gentile e di Lombardo Radice, nonche il fondamentale
confronto critico con l’elitismo. In secondo luogo, l’incontro con Lenin è
dirimente e non può essere letto solo in negativo. Ripetutamente Gramsci in
carcere richiama la lezione di Lenin. I Quaderni
sono non un «distacco dal leninismo», ma (possiamo ripetere con il Togliatti
del 1958) una traduzione del
leninismo, all’altezza della società capitalistica avanzata. Tradurre efficacemente vuol dire
instaurare un rapporto critico-creativo con la fonte, né riproporla letteralmente,
né rinnegarla completamente. Che poi qualcosa vada lost in translation è risaputo e inevitabile. E persino positivo,
se si vuole aderire davvero al contesto concreto in cui si opera.
Fuoriuscita democratica dal fascismo,
affermazione dell’infondatezza di ogni possibilità «insurrezionalista»,
riaffermazione della linea di Lione: ecco il succo delle conversazioni di Turi
parallele ai primi Quaderni, contenenti
la messa a punto di un nuovo marxismo. Gramsci accelera i tempi di questo
doppio percorso, teorico e politico, nel cruciale anno 1930. Il tentativo di
formare quadri per preparare la ripresa della lotta politica fallirà per
l’opposizione di due «rivoluzionari di professione» fedeli alla linea, Tosin e
Lisa. Una volta uscito, nella sua relazione al «Centro», Athos Lisa parlerà del
«cazzotto nell’occhio», appunto. Ma Togliatti, forse «orientando» i resoconti
di Lisa, riuscì sapientemente a derubricare il dissenso gramsciano,
contribuendo così notevolmente a salvare dallo stalinismo Gramsci, la sua
famiglia russa, il partito italiano e forse anche se stesso (p. 81). Rossi giustifica l’operato di Togliatti: le
sue «precauzioni» erano necessarie «in quanto il Pci deve rendere conto a un dominus, Stalin, che non ammette la
benché minima autonomia» (p. 125). Lo stesso Gramsci era estremamente cauto in
carcere, secondo una testimonianza di Lisa di molti anni dopo: «Io non avevo
mai sentito Gramsci fare apprezzamenti sulla politica del partito. Tutte le
volte che accadeva di porgli questa domanda, egli rispondeva senza esitazione:
“Penso che la politica del partito sia giusta”» (p. 125). A maggior ragione
Togliatti capì che era «meglio tacere». Del resto, secondo l’autore, lo stesso
Gramsci «accettava la politica del partito, anche se non ne condivide[va] la
linea politica» (p. 130). Per questo egli non porterà mai allo scoperto il suo
dissenso, pur non rinunciando alla fondazione di un comunismo e di un marxismo
diversi. Così il comunista sardò restò «congelato» come simbolo
dell’antifascismo, in attesa di poter essere «riesumato» da Togliatti, una
volta tornato in Italia (p. 137), libero di tentare nuove strade al socialismo e
di diffondere una nuova versione del marxismo, sulla base delle idee di Antonio
Gramsci.