Da Vico a Rousseau la
filosofia che piace all’America latina
Esce in Italia la versione aggiornata
dello studio di Carlos Nelson Coutinho “Il pensiero politico di Gramsci”.
L’intellettuale brasiliano ha militato nel partito
comunista, poi in quello di Lula che recentemente ha abbandonato
Lea Durante
Lasciare il partito di Lula, circa tre anni fa, dopo averne
salutato con entusiasmo l’ascesa al governo del Brasile, è stato solo il più
recente atto di coerenza di Carlos Nelson Coutinho verso quella idea di
politica che cerca di coniugare socialismo e democrazia, a cui è stato fedele
per tutta la vita, e che già altre volte lo aveva costretto a fare pratica di
“spirito di scissione” (tanto per entrare subito nel linguaggio gramsciano).
Esule in Europa durante la dittatura militare, Carlos Nelson come lo chiamano
dalle sue parti, dove ci si rivolge alle persone importanti col solo nome, è
stato negli anni Sessanta un esponente del partito comunista, da cui è poi
uscito, sempre in nome della democrazia, continuando a essere comunista; nel Pt
ha ricoperto importanti incarichi, prima di lasciare il partito che conosce
oggi una gestione incompatibile con le ragioni dei lavoratori.
Coutinho, intellettuale noto in Brasile e vero punto di
riferimento per gli studi gramsciani, di cui è un protagonista anche sul piano
internazionale, è professore di Teoria politica all’Università Federale di Rio
de Janeiro. L’occasione di parlare di lui è data dalla recente uscita italiana
presso Unicopli de Il pensiero politico di Gramsci, l’importante
monografia pubblicata per la prima volta in Brasile negli anni Ottanta e
recentemente aggiornata dall’autore. Non è un caso che un libro del genere provenga
da quella parte di mondo che più ha riconosciuto in Antonio Gramsci un
grimaldello critico e un supporto teorico per il superamento di una fase
storica drammatica, contrassegnata prima dalle dittature e poi da un percorso
contraddittorio e difficile di ricostruzione del tessuto sociale democratico,
di una società civile di tipo “occidentale”.
Proprio «il fallimento dei modelli insurrezionalisti pose al
centro della scena teorica e politica della sinistra latinoamericana e
brasiliana i concetti gramsciani di “guerra di posizione” e di “egemonia”»,
afferma Guido Liguori nella bella prefazione che contestualizza il libro e lo
introduce al lettore italiano. Ne derivò un progressivo e sempre crescente
interesse per il pensiero di Gramsci, di cui Coutinho sottolinea in questo
libro la valenza integralmente politica, contro le più diverse forme di
culturalismo che hanno nutrito molte letture recenti dell’autore sardo, sia più
propriamente di sinistra, sia più apertamente liberali. Proprio perché mosso da
questa evidenza, Coutinho riesce a fare il punto efficacemente su alcune delle
principali categorie gramsciane giungendo subito ad enuclearne il nocciolo
teorico e storico, senza mai rinunciare a un serrato confronto con gli
interlocutori diretti e indiretti di Gramsci. Il libro, infatti, tutto sommato
breve rispetto alla densità dei problemi che affronta, ha tra l’altro il pregio
di una straordinaria chiarezza del punto di vista e dell’esposizione, riuscendo
ad essere al tempo stesso un significativo contributo specialistico al
dibattito sull’autore dei Quaderni e un valido testo “introduttivo”.
Seguendo Gramsci dalle sue prime esperienze di operatore
politico e culturale che si affranca con difficoltà e tenacia, a partire dalla
fase consiliarista, dall’influenza dell’idealismo di Croce e di Gentile,
Coutinho ne mostra l’evoluzione del pensiero politico sempre in stretto
rapporto con il procedere della dimensione storica, quella in cui, cioè, il
pensiero si faceva prassi, e la prassi correggeva gli spigoli teorici. Gramsci,
dunque, attraverso le fondamentali esperienze della fondazione del Partito
Comunista, della definizione della sua collocazione rispetto alla
Internazionale Comunista in un progressivo ma non indolore distanziamento dalle
posizioni bordighiane; attraverso i viaggi a Mosca e a Vienna che gli permisero
di comprendere in uno sguardo più ampio la dimensione internazionale dei
problemi; attraverso anche gli errori di valutazione, per esempio sulla portata
del fascismo, definisce progressivamente nella prassi il proprio rapporto
teorico di «superamento dialettico» di Marx e di Lenin, collocandosi senza
dubbio fino alla fine nella prospettiva storica del socialismo, ma superandone
la visione dogmatica che essa aveva assunto nell’Unione Sovietica dalla metà
degli Venti e che vedeva soprattutto nell’identificazione tra Stato e partito
la propria realizzazione. Per Gramsci, invece - ed è proprio su questo ganglio
della sua riflessione più matura affidata ai Quaderni che egli interloquisce
principalmente con la lunga e profonda tradizione del pensiero politico
europeo, da Machiavelli a Vico, da Rousseau a Hegel - si tratta «di proporre un
altro modello di socialismo, un modello in cui il centro del nuovo ordine deve
risiedere non nel rafforzamento dello Stato ma nell’ampliamento della società
civile». Si tratta, nella lettura di Coutinho, di una proposta di democrazia
fondata sul consenso, che non si «àncora né al pensiero liberale né alle
formulazioni più datate del “comunismo storico”», ma rinvia piuttosto alla
versione democratico-radicale del contrattualismo di Rousseau. E proprio questo
richiamo a Rousseau è certamente uno dei passaggi più originali e meritevoli di
discussione dell’interpretazione di Coutinho che è tra l’altro studioso da
lungo tempo del filosofo ginevrino.
L’idea guida del libro, che coniuga una rigorosa analisi del
pensiero di Gramsci con una efficace visione d’insieme del mondo contemporaneo,
di cui Gramsci fa ancora parte ad avviso dello studioso sudamericano, è quella
di una lettura storicamente fondata del pensatore sardo, una lettura, cioè,
nella quale l’utilità durevole delle sue categorie venga garantita dalla
capacità di tradurre tali categorie nell’attualità, e anche nelle differenti
specificità geo-politiche: è così, del resto, che Gramsci aveva vissuto il
proprio rapporto con Marx e con Lenin, non assolutizzandoli ma comprendendoli
dinamicamente. Questo può significare anche, talvolta, superare Gramsci,
giudicare inefficaci o storicamente troppo segnati alcuni passaggi della sua
riflessione, ma si tratta di un avvertimento importante, poiché anche nella
iconizzazione vi sono rischi di dogmatismo.
Coutinho, insomma, con la sua lunga esperienza di lettore di
Gramsci - è stato anche curatore, insieme ad altri, di una monumentale edizione
delle Opere gramsciane in dieci volumi pubblicata in Brasile tra il 1999
e il 2002 - suggerisce di trattare l’intera materia con rigore di metodo ma
anche con grande apertura e flessibilità intellettuale, e utilizza una parola,
nazionale, che potrebbe apparire impropria a chi si faccia travolgere in modo
totalizzante dalle letture del presente come dimensione così globale da
divenire quasi astraente: una parola che richiama invece alla natura materiale
dei conflitti, al carattere pragmatico della politica, alla dimensione reale
dei problemi.
Gramsci doveva inventare una «scienza della politica che
fosse adeguata alla filosofia della prassi»: Carlos Nelson ci spiega come e
perché l’unico vero modo di farlo fu per lui farsi «critico della scienza politica»,
almeno di quella costruita nella modernità.
(da «Liberazione», 1° settembre 2006)