Il decennio torinese di Gramsci

 

Guido Liguori

 

Gramsci a Torino. Il comunista sardo visse nel capoluogo piemontese poco più di un decennio, dall’autunno del 1911 al maggio del 1922. Vi giunge dalla Sardegna ventenne, «triplice e quadruplice provinciale», come avrebbe scritto più tardi, per frequentarvi l’università grazie a una borsa di studio, economicamente necessaria ma non sufficiente: una vita di stenti e di crescita intellettuale sui banchi del più prestigioso ateneo del tempo. Poi l’incontro decisivo: con la politica e con la classe operaia. Il passaggio al giornalismo militante, il consiliarismo e l’Ordine Nuovo, la fondazione – vissuta un po’ in seconda fila – del Partito comunista d’Italia. Nel maggio 1922 Gramsci lascia Torino per andare a Mosca, a rappresentare il partito presso l’Internazionale. Nella città piemontese non tornerà che sporadicamente. Ma quel decennio lo ha segnato in modo indelebile.

«Il Gramsci “maturo”... deve moltissimo a questo Gramsci torinese», annota Angelo d’Orsi, a cui si deve la cura della nuova antologia gramsciana La nostra città futura. Scritti torinesi 1911-1922 (Carocci, 2004, pp. 365, euro 26), che comprende la lunga introduzione del curatore su Antonio Gramsci e a sua Torino. Il libro, nato dal lavoro svolto per la realizzazione di un cd rom sullo stesso tema, Gli anni di Gramsci a Torino, sotto l’egida della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Istituto Piemontese Gramsci, e pensato anche per un pubblico studentesco, è completato da alcuni utili apparati critici, quali una lunga cronobiografia e un’ampia bibliografia di scritti di e su Gramsci.

Nell’introduzione Orsi unisce la sua nota competenza sulla storia di Torino e della cultura torinese del Novecento alla ricostruzione attenta della vita e del pensiero di Gramsci dal 1911 al 1922, con una maggiore attenzione dedicata ai primi e meno conosciuti anni del «garzonato universitario» dello «studente che non divenne “dottore”», dove accanto alla nota formazione idealistica e attivistica emerge la cultura «positiva» respirata nell’ateneo torinese (non tutta riducibile a «lorianismo») e quel «“metodo storico” che ne rappresenta l’essenza»: una cultura della realtà che avrà un suo ruolo, ora carsico ora palese e determinante, lungo tutto l’arco dell’elaborazione di Gramsci, dai giovanili studi di linguistica al duro periodo dal 1923 al 1926, alle Tesi di Lione e oltre. L’eccesso di «torinocentrismo» del biennio rossi, cioè – come scrive d’Orsi – «usare Torino come paradigma nazionale» e dunque sopravvalutare «le possibilità di una rivoluzione in Italia», sarà superato anche grazie a questa ricchezza della formazione nel periodo torinese, oltre che – sia chiaro – dal fondamentale insegnamento leninista.

Tanti altri gli spunti del saggio di d’Orsi, ora curiosi ora da meditare e approfondire: dalla prima breve prigionia di Gramsci (luglio 1919), spesso dimenticata, alla tesi del curatore, per il quale il comunista sardo nel 1921 non sarebbe stato favorevole alla scissione, ma «propenso a un’azione di rinnovamento dall’interno» del partito socialista.

Infine, l’ampia raccolta di testi «torinesi»: circa 130 scritti gramsciani, a partire dalle prime drammatiche lettere al padre agli esordi pubblici sul Corriere universitario (Per la verità e I futuristi), dai testi più celebri scritti durante la guerra ai commenti in presa diretta sulla rivoluzione russa, dalle teorizzazioni dei Consigli nel biennio rosso alle polemiche antisocialiste e alle prime analisi del fascismo, senza dimenticare ovviamente i testi dedicati al costume, alla polemica, alla politica, alla cultura, alla vita cittadine, a ciò – insomma – che accadeva «sotto la Mole»: è qui che Gramsci si è formato, ha compiuto le prime fondamentali esperienze politiche, ha iniziato a divenire il Gramsci che conosciamo.

 

mal">