I Quaderni del carcere di Gramsci hanno sempre rappresentato un problema non da poco per quanti hanno inteso accostarvisi con rigore filologico, senza limitarsi cioè a cercarvi un prontuario di citazioni buono per ogni occasione. Com’è noto, a parte i cosiddetti «quaderni speciali», caratterizzati da una certa unità di contenuto, il procedere della scrittura gramsciana è alquanto frammentario, segnato da repentini cambi d’argomento fra una nota e l’altra; inoltre, sappiamo che lo stesso succedersi delle note (e dei quaderni, dal primo al ventinovesimo) non segue uno stretto criterio cronologico: Gramsci lavorava spesso a più quaderni contemporaneamente, talora riprendendo quelli riempiti in epoca precedente per aggiungere nuove note nelle pagine lasciate in bianco, onde – come ha osservato Gianni Francioni – la reale successione cronologica delle note «attraversa orizzontalmente i quaderni: vi sono momenti della redazione in cui non si ha successione di un quaderno ad un altro, ma di una nota ad un’altra nell’alternarsi di differenti quaderni».

Se ne coglie un riflesso nel modo in cui certi vocaboli vengono a costituire altrettante parole-chiave della riflessione gramsciana. Recentemente, è stato Dario Ragazzini (Leonardo nella società di massa. Teoria della personalità in Gramsci, Moretti Honegger, pp. 190, € 13) a richiamare l’attenzione sul fatto che Gramsci, attraverso un particolarissimo impiego delle virgolette, trascorre da un uso iniziale più circoscritto di un certo vocabolo ad un uso più esteso e integrato, al punto che esso viene a costituire come una sigla, un promemoria per altri rimandi e connessioni. Accade cioè che egli introduca un vocabolo entro virgolette, per indicare che il significato che ne dà non corrisponde a quello corrente o a quello che gli attribuisce un interlocutore con cui si sta misurando criticamente; poi, via via che il suo uso in questo significato convenzionale si infittisce, il vocabolo perde le virgolette, a significare che ormai è assunto appieno come elemento di un proprio codice, salvo poi recuperarle quando magari viene piegato ad una nuova sollecitazione semantica, ad esempio per riferirlo ad un ambito diverso da quello che gli è diventato proprio.

Diventa allora essenziale, nell’approccio ai Quaderni, attenersi a quel criterio che lo stesso Gramsci aveva formulato nel § 2 del quaderno 16, seppure con riguardo a Marx: «Se si vuol studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è mai stata esposta sistematicamente […] occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. Occorre, prima di tutto, ricostruire il processo di sviluppo intellettuale del pensatore dato per identificare gli elementi divenuti stabili e ‘permanenti’, cioè che sono assunti come pensiero proprio, diverso e superiore al ‘materiale’ precedentemente studiato e che ha servito da stimolo. […] La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati».

È con questo obiettivo che, nell’ottobre 2000, la «International Gramsci Society Italia» ha promosso un seminario sul lessico dei Quaderni del carcere, i cui primi risultati vengono ora pubblicati in questo bel volume curato da Fabio Frosini e Guido Liguori (Le parole di Gramsci. Per un lessico dei «Quaderni del carcere», Carocci, pp. 271, € 20,20). Il libro, infatti, si compone di tredici saggi, ciascuno dei quali mette a fuoco una parola-chiave della riflessione gramsciana, e scaturisce da altrettante riunioni tenutesi presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma Tre fra la fine del 2000 e la metà del 2003, nel corso delle quali numerosi studiosi gramsciani si sono confrontati in un dibattito che – come ricordano con una giusta punta d’orgoglio i curatori nella loro premessa al volume – ha finito col coinvolgere un numero sempre crescente di giovani (studenti, laureati o laureandi, dottorandi), attirati da un metodo di studio severo ma aperto e disponibile allo scambio di esperienze diverse: un modo davvero originale per incontrare «un autore indubbiamente difficile, ma anche appassionante e coinvolgente come pochi».

Per quanto si tratti di un work in progress – non sono certo solo tredici le parole-chiave per accedere all’imponente stratificazione dei Quaderni – l’opera va segnalata sia per la sua originalità, sia per l’indubbio spessore del lavoro filologico che vi è racchiuso, che ne fa un validissimo strumento di lavoro per chi, neofita o studioso smaliziato, voglia orientarsi nella giungla gramsciana; se proprio gli si volesse trovare un difetto, si potrebbe osservare che la mancata inclusione nella raccolta della relazione introduttiva svolta da Fabio Frosini in occasione del primo incontro seminariale, intitolato alla «Struttura e datazione dei Quaderni», non permette a chi voglia usare questo testo come un vademecum per accostarsi al lascito carcerario di Gramsci di disporre delle più recenti acquisizioni concernenti il complesso problema di come e quando scrisse il prigioniero (il lettore interessato può comunque ritrovarla in F. Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui «Quaderni del carcere», Carocci, pp. 198, € 17,50).

Particolarmente riuscite, a mio avviso, sono le voci «Brescianesimo» di Marina Paladini Musitelli, «Giacobinismo» di Rita Medici, «Egemonia» di Giuseppe Cospito, «Rivoluzione passiva» di Pasquale Voza e, soprattutto, «Ideologia» di Guido Liguori e «Struttura-superstruttura» dello stesso Cospito: qui veramente il lettore apprezza fino in fondo lo sforzo compiuto dagli autori nell’analizzare il testo e cogliere le continuità e le rotture che Gramsci mantiene e introduce nella propria interpretazione del vocabolo e al contempo nella ricostruzione della sua polisemia e della famiglia di lemmi con cui è imparentato.

Non sempre, peraltro, i testi sono strutturati in questa forma: altre volte il momento interpretativo prevale sul «ritmo del pensiero in isviluppo». È il caso, ad esempio, dei lemmi «Riforma e Rinascimento», «Nazionale-popolare» e «Stato-società civile», rispettivamente dovuti a Fabio Frosini, Lea Durante e Guido Liguori. Lo stesso Liguori ne spiega la ragione: si tratta di lemmi che possono essere intesi solo «in un nesso di unità/distinzione, per cui affrontare l’uno dei termini senza l’altro vuol dire in partenza negarsi la possibilità di leggere correttamente i Quaderni». E se è vero che una simile affermazione presuppone inevitabilmente una scelta che rimanda ad un’ipotesi interpretativa, che cioè è già il risultato di una lettura, è altrettanto vero che si tratta di una lettura che porta le stimmate della discussione seminariale: i frequenti rinvii da un lemma all’altro e le note a piè di pagina, che danno conto delle diversità (talora anche marcate) di opinioni emerse nel corso delle riunioni, testimoniano di una discussione autentica fra gli autori – non siamo certo di fronte a uno di quei testi raccogliticci che vengono fuori da certi seminari universitari, in cui si capisce lontano un miglio che ognuno si parla addosso e ignora rigorosamente quel che dice l’altro.

Dei singoli saggi di cui si compone il volume – delle ricostruzioni prospettate e delle interpretazioni suggerite – non si può qui ovviamente dire. C’è solo da sperare che il seminario prosegua: se è vero che ogni epoca storica rilegge i classici – e Gramsci a suo modo lo è – secondo la particolare congiuntura che le è propria e con un occhio attento a cogliere possibili risposte ai problemi che ha innanzi a sé, concorrere a fare piazza pulita di talune datate interpretazioni dei Quaderni del carcere, che – come scrivono Frosini e Liguori – «rischiano di soffocarne lo spirito e la capacità di essere presente nel mondo attuale», è obiettivo degno d’esser portato a termine.

Luigi Cavallaro

(da «Il manifesto», 27 aprile 2004)

 

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