Gramsci, da un secolo all’altro

«Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci» di Giorgio Baratta per Carocci editore

 

Un saggio ospitato nella collana «Per Gramsci». Scandito in tre parti, affronta con rigore filologico il tema del «popolo» nei «Quaderni», segue le tracce di Gamsci filosofo; rilegge «Americanismo e fordismo». Attento all’«uso» del pensatore sardo nelle più diverse aree geo-culturali e disciplinari

 

 

Guido Liguori

 

 

Una collana di libri dedicata agli studi su Gramsci è un evento nel panorama culturale italiano di oggi. Per questo va innanzitutto segnalata tale felice anomalia nel parlare dell’uscita recente di un libro di Giorgio Baratta sul pensatore sardo. La collana «Per Gramsci», che riprende nel nome una analoga esperienza di alcuni anni fa da Gamberetti, è stata inaugurata nel 2003 presso l’editore Carocci dal volume di Fabio Frosini Gramsci e la filosofia; ha nel libro di Baratta Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci (pp. 239, euro 21,50) la sua seconda uscita; e ospiterà entro il mese gennaio un volume di più autori intitolato Le parole di Gramsci. Per un lessico dei «Quaderni del carcere», raccolta di saggi ognuno dedicato a un lemma-chiave, un insieme di «sentieri di lettura» dal forte impianto filologico.

Il lettore più attento alle cose gramsciane ricorderà che qualche anno fa uscì un libro di Baratta dal titolo simile. Il volume di cui parliamo ne è in effetti il rifacimento, in occasione dell’imminente «traduzione» (ma si tratta per molti versi di un libro nuovo) dello stesso in tedesco, spagnolo e portoghese. Non sorprende, del resto, questo lavorio continuo su Gramsci. Traspare dal libro la lunga consuetudine dell’interprete col «suo» autore. La stessa finezza di molti momenti della lettura di Gramsci che Baratta propone è possibile solo per chi con un autore si è accompagnato a lungo, lo ha letto e meditato, ha provato a pensare con lui, cercando di coglierne – secondo la stessa  invocazione gramsciana – il «ritmo del pensiero in insviluppo», di accompagnare il «fluire» del pensiero che – secondo Baratta – caratterizza i Quaderni al di là dell’apparente frammentarietà.

La cifra di fondo del lavoro è quella di un difficile equilibrio tra fedeltà filologica e spregiudicatezza antidogmatica, tra lettura attenta e valorizzazione degli usos de Gramsci che oggi si incontrano nelle più diverse aree geo-culturali e disciplinari. Il libro si compone di tre parti. La prima ruota intorno al tema del «popolo» nei Quaderni; la seconda segue le tracce di Gramsci filosofo in più direzioni: dalla concezione dell’uomo al rapporto col pragmatismo, dall’eredità di Engels al pensiero gramsciano come pensiero dialogico, strutturalmente aperto all’incontro con l’altro. La terza parte spazia da un’attenta rilettura di Americanismo e fordismo – tesa soprattutto a combattere il «mito» di un Gramsci produttivista e «fordista» – alla questione del rapporto tra Nord e Sud del mondo, all’incontro con Gramsci di autori che ne hanno messo a frutto la lezione in modi e forme anche tra loro molto diverse: da Hall a Said, da Balibar a Coutinho.

Di queste tre parti, le prime due hanno un impianto più di ricostruzione-interpretazione del fluido testo gramsciano. Centralità del tema del «popolo», si è detto, dello «spirito popolare creativo», del rapporto avanguardie-masse, del concetto di nazionale-popolare, dei travisamenti cui ha dato luogo, della sua attualità come categoria descrittiva in relazione al populismo di destra. Emerge qui e là anche il «punto di vista politico» dell’autore, che definirei «sessantottesco», nel senso che vuole sottolineare fortemente la valorizzazione che Gramsci fa della soggettività delle classi subalterne e che pone come centrale il progetto di un «progresso intellettuale di massa». Il ’68 in larga parte non si incontrò col pensiero e la figura del comunista sardo e l’interrogarsi intorno a questo fatto torna a più riprese nella riflessione di Baratta. Come torna spesso (forse troppo spesso) il riferimento negativo a Togliatti e all’«operazione Gramsci» da questi intrapresa. Baratta comprende e ricorda come senza tale operazione oggi Gramsci forse non esisterebbe, se non quale martire dell’antifascismo. Ma è preoccupato innanzitutto di ribadire come il Gramsci di Togliatti e del Pci non sia quello oggi più «produttivo». Tesi che rischia da una parte l’ovvietà e dall’altra di celare come in realtà non esista una lettura togliattiana, ma più letture, succedutesi nel tempo; e che non deve far perdere la consapevolezza che vi è tutto un versante della riflessione di Gramsci – per sintetizzare: il «moderno principe» e la centralità dello Stato (allargato) – che si può decidere di valutare oggi meno importante, a patto che si sappia e si dica che era estremamente importante per Gramsci. Resta comunque di grande interesse l’indagine barattiana sul concetto fondamentale di «nazione», di cui si coglie il ruolo dinamico all’interno del sistema teorico dei Quaderni.

Per Baratta, «una novità rilevante e positiva nella fase attuale degli studi gramsciani è la presenza – accanto a ricerche sistematiche, sostenute o ispirate dalla certezza filologica – di approcci più “liberi” da parte di studiosi che tentano, in indagini o costruzioni teoriche a diversi livelli, l’utilizzazione di parti o aspetti del pensiero di Gramsci». Nella ricognizione di quest’ultimo aspetto soprattutto Baratta è maestro: forse l’unico studioso italiano ad aver prestato la necessaria attenzione verso lo spettro degli usi eterodossi del grande sardo, che hanno contribuito in modo decisivo a decretarne la rinnovata fortuna nel mondo. Si vedano ad esempio le pagine su Stuart Hall, nell’ambito del tentativo teorico di spiegazione dell’egemonia del thatcherismo. O lo studio dell’uso discreto ma decisivo che Said fa di Gramsci, cogliendo la «territorialità» di alcune sue categorie fondamentali. O la ricostruzione del «dialogo» intrapreso da Balibar col pensatore sardo.

Come nota Baratta, «Gramsci è l’unico pensatore marxista uscito indenne dal crollo del socialismo. Si assiste a una nuova fioritura di edizioni, traduzioni, ricerche sulla sua vita e la sua opera». Questo libro è anche prezioso per capire perché Gramsci sia oggi così vitale, diffuso, prezioso in contesti culturali tanto diversi, cioè perché continui ad accompagnarci nel passaggio – per dirla con  Labriola – «da un secolo all’altro».

 

(da «Il manifesto», 7 gennaio 2004)