Dizionario gramsciano 1926-1937
a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza
Roma, Carocci, 2009, pp. 918



Rassegna stampa


Mille pagine, seicento voci per una critica dell’autore dei “Quaderni del carcere” più attenta «al testo»
Marx, fordismo, egemonia...
Ecco il “Dizionario gramsciano”
di Tonino Bucci
(da "Liberazione")
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Dizionario gramsciano
Un'impresa made in Puglia
di Felice Blasi
(dal "Corriere del Mezzogiorno")
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Dizionario gramsciano 1926-1937  a cura di G. Liguori e P. Voza,  Carocci, 2009.

di Enrico Guarneri
(da "Cassandra)

Si tratta di un’opera imponente che merita ampiamente l’investimento rappresentato dal suo costo non indifferente (85 euro). I curatori sono autorevoli. Pasquale Voza ha scritto Gramsci e la continua crisi (Carocci); Guido Liguori ha scritto Sentieri gramsciani (Carocci),  Le parole di Gramsci (con Fabio Frosini, Carocci). Guida alla lettura di Gramsci (con Chiara Meta, Unicopli). Molti i collaboratori: impossibile dare qui la loro lista completa, ma rappresentano il panorama completo del gramscismo italiano e non solo.

Il precedente volume di Liguori e Frosini, Le parole di Gramsci aveva già affrontato il problema del linguaggio e dei temi gramsciani, ma da una prospettiva diversa. In quel volume la scelta delle parole era stata determinata dall’intenzione di tracciare un profilo orientato, essenziale, “leggibile”, del pensiero dell’autore. Qui ci troviamo al cospetto di una imponente rassegna del lessico e dell’espressione gramsciana in tutta la sua estensione che si presenta come un ponderoso sussidio per lo studio dei Quaderni, e, attraverso questi, per la ricostruzione complessiva del pensiero di Gramsci. I rimandi testuali del Dizionario si riferiscono sempre al testo dell’edizione Gerratana ed all’apparato critico del medesimo.

Nella prefazione si afferma che la scrittura di G. ha carattere mobile, aperto, antidogmatico. In sostanza le tre determinazioni indicate dai curatori dicono la medesima cosa. Il pensiero di Gramsci è aperto nel senso che egli tende ad affrontare qualsiasi possibile questione - ovviamente all’interno dei principi (marxisti) su cui il suo pensiero si fonda; è antidogmatico nel senso che intende il marxismo non come sistema di verità assolute ed immutabili, ma come metodo di interpretazione di una realtà continuamente mutevole, capace di accogliere qualsiasi apporto conoscitivo da qualunque parte provenga: é mobile nel senso che ricava da quei principi ciò che li rende adatti all’analisi delle più diverse questioni.

Per questo è prezioso il criterio a cui si attengono i redattori del Dizionario, che è quella di dare, voce per voce, e quindi tema per tema, “anche” una interpretazione  del pensiero gramsciano selezionando il materiale,  ordinandolo e ponendolo in una gerarchia significativa, attenendosi cioè alla fondamentale raccomandazione rilasciata dallo stesso Gramsci, che cioè, “nella decifrazione di ‘una concezione del mondo’  non ‘esposta sistematicamente’, ‘la ricerca del leit motiv, del ritmo del pensiero in sviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni [...] e degli aforismi staccati’”  (pag. 6 della Prefazione, originariamente in Q. 16, 2, 1840-2). 

Entrambe le edizioni del Quaderni presentano, infatti dei rischi. La “sistemazione” di Platone, storicamente meritoria, presenta quello di sovrapporre al pensiero ed alle intenzioni di Gramsci quelle dei curatori (sul problema v. Togliatti editore di Gramsci  a cura di Chiara Daniele, pubblicato dallo stesso Caroccci). La edizione “critica” di Gerratana d’altro canto, amata dai gramsciologi di professione e dalla critica filologica, è del tutto inutilizzabile ai fini della divulgazione e della formazione politica. In quel lavoro il pericolo sta addirittura nel rischio di perdere di vista - nonostante il ricco, dotto e preciso apparato di note - il carattere organico dei principi a cui Gramsci fa riferimento, il marxismo.

Quella apertura antidogmatica e mobile è un carattere specifico del metodo marxista, che, proprio in quanto metodo, è applicazione sistematica ma “aperta” alle più diverse questioni. Nel marxismo “tutto si tiene” costituendo quella “concezione generale del mondo” a cui fa riferimento Gramsci stesso, e che, in ultima analisi, si fonda su tre principi metodologici che in Gramsci non vengono mai meno: il materialismo, lo storicismo e la dialettica. Principi a cui il Dizionario dedica ottime voci (sui riferimenti interni contenuti nelle stesse ritorno più avanti). In un certo, si potrebbe giungere ad affermate che la loro costante presenza rende fortemente sistematico il pensiero di Gramsci anche se esso non può e non deve essere ridotto a manuale. La a-sistematicità riguarda dunque esclusivamente la ”esposizione”, non l’ interna struttura teorica.

La destinazione del Dizionario non è espositiva (come in parte “Le parole di Gramsci” cit.) ma “può o vuole essere strumento utile per accompagnare la riscoperta” del pensiero gramsciano. Da questo punto di vista l’opera rivela la sua insostituibilità nel permettere una lettura organica e approfondita dei Quaderni.  E’ in questo senso, credo, che si debba leggere l’accenno esplicito all’edizione Gerratana, che è quella che offre difficoltà di lettura organica non superabili senza un ausilio di questo genere. Direi che nella versione Platone, la difficoltà sia minore, naturalmente a patto di dare per buona la sistemazione tematica tentata in quel primo (ed a mio parere, ottimo) approccio “divul-gativo”.

Diciamo dunque che gli scopi di questa ponderosa impresa sono quattro: rendere conto dei problemi storici, culturali, filosofici, giornalistici sollevati da Gramsci; informare su autori, personaggi, movimenti a cui gli illimitati interessi gramsciani si rivolgono; schedare i significati letterali dei termini specifici della scrittura gramsciana traendoli dalle molteplici ricorrenze di cui è possibile seguire l’iter genetico attraverso la stratificazione dei testi; e infine enunciare in modo chiaro e sintetico il senso teorico generale dei concetti chiave del gramscismo  (blocco storico, egemonia, nazionale-popolare etc.).

La scelta di limitarsi agli scritti carcerari è per un verso condivisibile per un altro meno. È felice perchè gli scritti pre-carcerari vanno letti per quello che sono, critiche teatrali o scritti politici strettamente legati ad eventi politici, sindacali, sociali, contingenti, “militanti”, ed un contributo “filologico” (una edizione alla Gerratana per intenderci),  avrebbe costitui-to una inutile e depistante civetteria universitaria. Naturalmente gli autori avvertono che “laddove (..)  lo hanno ritenuto utile, sono stati fatti richiami anche a quanto Gramsci aveva scritto negli anni precedenti il carcere”. Ma questa scelta comporta la rinuncia  a mostrare (e dimostrare) la continuità tra i due “Gram-sci”: l’organizzatore politico e rivoluzionario e il successivo pensatore prigioniero.

In questo senso la descrizione che G. fa della struttura del partito politico mostra che  questo è pensato come uno strumento  di lotta politica tutt’ altro che conciliativa, dialogica e vincolata alle regole della democrazia parlamentare borghese. In realtà si tratta del partito rivoluzionario di Lenin adattato alla dimensione nazional-popo- lari della società politica italiana. La terminologia “militare” che usa è chiaramente indicativa, ed è attorno alla questione delle “proporzioni definite” fra gli elementi strutturali del partito che si articola la doppia definizione di “moderno Principe” e di “intellettuale collettivo”.  Gramsci, insomma, nel carcere fascista è ancora e più che mai un dirigente “rivoluzionario” ed un organizzatore politico che avrebbe (forse!) condiviso il ”partito nuovo” di Togliatti ma solo come conseguenza dell’ opportunità di fase.  Altrettanto va detto a proposito del concetto di “rivoluzione”, articolato in ben sei lemmi: rivoluzione, rivoluzionario,  r. francese, r. passiva,  r. permanente, rivoluzione-restaurazione.  Per trovare quella di Lenin occorre cercare Lenin in cui i tema della rivoluzione d’Ottobre riceve solo un riferimento ellittico nel termine di egemonia, a cui occorre ulteriormente riferirsi. Ma si tratta di una circostanza non irrilevante per non conferire al tema ricorrente dell’egemonia un significato conciliatorio (se non sbaglio, da qualche parte definisce se stesso come “un rivoluzionario che non ha avuto fortuna”).

L’impianto del lavoro si fonda sulla ricerca puntuale di tutti i significati e le sfumature che i vari termini assumono nel corpus gramsciano. Prendo ad esempio la voce “egemonia” che affronta il concetto, forse, più complesso di Gramsci. Il termine è inseguito dalla prima  “occorrenza” [Q. 1, 44, 41] all’ultima [Q. 29, 3, 2346]. Cospito, redattore della voce, a proposito dell’ampio ventaglio di significati che assume, parla di “oscillazione” (“fin dall’inizio G. oscilla …ecc.”).  Il termine non mi sembra del tutto appropriato. Tutte le espressioni gramsciane sono imbevute di una molteplicità di significati che riflettono la complessità della situazione storica (sociale, culturale, politica) in cui le cose acquistano dimensione concretamente reale. In questo si esprime il “materialismo” storicistico di Gramsci, e la sua accezione del principio metodologico della dialettica.  Il volto delle cose “appare” diverso a seconda del punto di vista specifico dal quale esse vengono prese in esa-me. Le apparenti oscillazioni, o addirittura contraddizioni, derivano proprio dalla complessità della realtà e dalle “contraddizioni” che la caratterizzano.

Per Gramsci si pone una questione ermeneutica di grande rilevanza, la stessa che si pone per Marx, Lenin e pochissimi altri autori: Gramsci non è un pragmatico un teorico in quanto tale e i suoi scritti non sono dottrine analisi pratiche. Fra le due realtà non c’è distinzione. E non si tratta nemmeno di una semplice identificazione come sarebbe una applicazione al caso concreto di una teoria o la generalizzazione teorica di una constatazione di fatto. Si tratta di un vero e proprio cortocircuito per cui ognuna di queste  determinazione è allo stesso tempo l’altra. Di conseguenza qualsiasi approccio tradizionale risulta più o meno insoddisfacente.

È ovvio che non sempre in un dizionario si possano individuare direttamente i grandi percorsi di un pensatore.  Da questo punto di vista lo strumento è il rinvio ad altre voci che conclude ogni lemma.  Questi rinvii, però mi sembrano talvolta non del tutto soddisfacenti. Faccio tre esempi:  la voce dialettica (di Prestipino) rinvia a materialismo storico e determinismo (dello stesso) e necessità (di Frosini), ma stranamente non a contraddizione a qualità-quantità (en-trambe ancora di Prestipino), a struttura e sovrastruttura (entrambe di Cospito) che ne sono la massima espressione storica. Le due voci relative al materialismo non contengono il richiamo a dialettica. La voce storicismo (una parola chiave del lessico gramsciano) rinvia a materialismo storico, ma non a dialettica. Si perde così parte della connessione fra i tre elementi fondamentali del metodo marxista. Ne è riprova l’assenza del richiamo a dialettica nella voce  praxis (in realtà su filosofia della p. di Dainotto) e persino in quella unità di teoria e pratica (Frosini). 

A questo punto quello che ancora manca per la diffusione del pensiero carcerario gramsciano è una ampia antologia organica, ragionata (e non scolastica come quella di Santucci). Una impresa del genere potrebbe avvicinarsi alle future sistemazioni a cui Gramsci accenna ripetutamente e di cui indica anche i criteri generalissimi. Per questo lavoro il dizionario di Liguori e Voza è un sussidio indispensabile.

 


Lezioni gramsciane

L’inesauribile officina dei «Quaderni»

di Alberto Burgio

Le parole chiave per accedere all'attualità dell'opera di Antonio Gramsci nell'accurato e vivace dizionario da poco pubblicato da per Carocci. Una riflessione su un autore che si è posto l'obiettivo di sviluppare il lessico e le forme politiche necessarie alla trasformazione della realtà, come sostiene un saggio per DeriveApprodi.

L'officina gramsciana, per fortuna, non subisce i contraccolpi della crisi. C'è un esercito di studiosi, in Italia e nel mondo, che continuano a lavorare sul grande lascito teorico di Antonio Gramsci - grande in quantità e qualità - traendone materiali preziosi per la battaglia culturale, quindi per la lotta politica. Con buona pace di chi si è già vestito a lutto o sta per traslocare in cerca di nuove sicurezze o di meno precarie gratificazioni. L'ultimo frutto di questo lavoro collettivo - e del buon uso della informatizzazione dei testi - è un vero e proprio monumento al Gramsci carcerario, per il quale siamo grati ai due curatori e ai sessanta collaboratori che hanno preso parte all'impresa (Dizionario gramsciano 1926-1937, a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza, Carocci, pp. 918, euro 85). Un lessico dei Quaderni e delle Lettere: perché? e che cos'è? «Questo Dizionario gramsciano 1926-1937 - rispondono Liguori e Voza - si pone l'obiettivo di ricostruire e presentare al lettore, in termini il più possibile accessibili, il significato dei lemmi, delle espressioni, dei concetti gramsciani» e «nasce dalla convinzione che lo stato dei testi carcerari e la loro storia, il metodo "analogico" seguito da Gramsci, lo spirito di ricerca e di dialogicità che li caratterizza, la peculiare "multiversità" del linguaggio dell'autore e persino l'ingente ed eterogenea mole interpretativa prodotta fino a oggi rendano tutt'altro che agevole al lettore comune, e in buona parte anche allo studioso, la comprensione del significato o della possibile gamma di significati delle "parole di Gramsci"». C'è quindi in primo luogo un problema di chiarificazione. Poi c'è la vexata quaestio della cronologia interna dei Quaderni, che non è sempre di lana caprina, perché in molti casi impatta direttamente sulla struttura logica dei concetti. Insomma Gramsci non è affatto facile, capire il suo pensiero è sovente un'impresa, ma poiché il suo contributo è indispensabile, uno strumento come questo è di primaria importanza.

Un supermarket da evitare

Già sentiamo l'obiezione dei postmoderni mistici del frammento: così Gramsci è preso in gabbia! inchiodato alle 629 spine che lo passano ai raggi X! Come se la ricerca della coerenza interna sotto il vincolo della completezza fosse un optional. Su Gramsci si è combattuta, specie negli ultimi anni, una guerra che solo di nome ha riguardato il senso del suo lavoro e che in realtà ha mirato a legittimare l'arbitrio: il preteso diritto di muoversi nel labirinto dei Quaderni come in un supermarket, scegliendo quel che più va genio e ignorando quanto ostacolerebbe il reclutamento di Gramsci tra le file dei postcomunisti, degli anticomunisti, dei filo-atlantisti e chi più ne ha più ne metta. Ma lasciamo andare e godiamoci queste 900 pagine di scavo analitico che compensano alla grande il tempo della loro lettura. Sì, perché questo dizionario è anche un libro da leggere. Lo si può naturalmente usare secondo la sua destinazione primaria, come una bussola per la navigazione (non in alternativa, ma in aggiunta all'indice analitico dell'edizione Gerratana, del quale è un prezioso complemento). Ma può servire anche per costruire nuovi percorsi virtualmente infiniti, reti concettuali suggestive e feconde. Impiegando, in prima battuta, i rimandi che collegano le diverse voci, ma anche costruendo nessi, sfruttando echi e ricorrenze. Facciamo solo un esempio, per spiegarci. Prendiamo tre voci esemplari (rapporti di forza, società civile e Stato), esemplari non solo per la rilevanza dei temi e la loro centralità nella trama teorica dei Quaderni, ma anche per la qualità delle voci: il loro equilibrio e rigore filologico, la loro chiarezza e densità concettuale.

Un pensiero in movimento

Il percorso analitico sui «rapporti di forza» (concetto che Gramsci focalizza in una fondamentale nota del quaderno 13) ne mette perfettamente in rilievo la funzione critica (nei confronti degli schemi economicistici del marxismo volgare) e il connotato dinamico (tutto, nella totalità «politico-storica», è movimento e mutamento, in un flusso continuo di forze che si plasmano a vicenda e interagiscono sul terreno sociale, sul piano politico e in àmbito internazionale). Dopodiché, scandagliando l'articolazione del concetto, la voce rimanda a un ventaglio di lemmi e sintagmi, per così dire esplodendo. Scienza della politica, Machiavelli, soggettivo, volontà, catarsi, Lenin, Prefazione del '59, nazionale-internazionale. E naturalmente, in primis, società civile e Stato. Da qui, ripartendo, si penetra nel cuore stesso della visione politica che prende corpo nei Quaderni e nella quale «società civile» designa, innovando il lessico tradizionale, il luogo privilegiato dell'attività politica informale, quindi dell'egemonia, mentre «Stato» si biforca declinandosi in un significato stretto (come sinonimo di «società politica», sede delle istituzioni del comando, della coercizione, della burocrazia e dell'amministrazione) e in un'accezione larga (anch'essa del tutto originale), come terreno complessivo della sinergia tra direzione (egemonia e consenso) e dominio (forza). Anche in questi casi le voci corrono puntuali per un territorio impervio, chiamando in causa innumerevoli altre parole-chiave: intellettuali, liberismo, diritto, funzionario, blocco storico, guerra di posizione, rivoluzione passiva, Oriente-Occidente... Basta: non occorre moltiplicare gli esempi. Piuttosto, fermiamoci ancora un istante sulla struttura dell'opera e su quanto essa rivela. Non sorprende che delle 629 voci (129 delle quali dedicate a nomi propri: persone, Stati e luoghi geografici, soggetti politici, istituzioni ed epoche storiche) gran parte delle più corpose attengano alla politica (analisi e teoria). Ma è interessante che gli insiemi semantici di maggiore entità concernano, in questo campo, la guerra e la rivoluzione. Così come è degno di nota che, considerata insieme alle voci correlate (marxismo, materialismo storico e Prefazione del '59), quella su Marx sia di gran lunga la voce più ampia tra quelle dedicate a nomi di persona. Il plesso concettuale più esteso attiene all'americanismo, direttamente tematizzato anche nelle voci americanismo e fordismo, fordismo e taylorismo. Segue a ruota filosofia, con i corollari filosofia classica tedesca, filosofia della praxis e filosofia speculativa.

Inutile pedanteria

Un particolare merito è l'aver focalizzato alcune espressioni tipiche della lingua di Gramsci (tra cui concio della storia, molecolare, ritmo del pensiero) che di rado hanno riscosso l'attenzione che meritano. Se vogliamo individuare, per contro, un difetto, si può forse lamentare (oltre all'assenza di voci che ci si sarebbe aspettate, come civiltà, Mussolini, Napoleone III e, soprattutto, rivoluzione russa) un certo feticismo terminologico, per cui non si trova la voce sovrastruttura, ma superstruttura, né la voce planismo o piano (economia di), bensì economia programmatica, col rischio di disorientare quel «lettore comune» al quale, pure, l'opera si rivolge. Ma insomma, si tratta del classico pelo nell'uovo, che Gramsci bollerebbe come «pedanteria». Non è questo l'importante, bensì l'avere finalmente a disposizione un lessico gramsciano affidabile e pressoché completo. Per il poco che manca (e in attesa che l'informatizzazione dei testi precarcerari permetta il completamento dell'opera), aspetteremo la seconda edizione.

 

(da “il manifesto”, 10-01-2010)

































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