I «QUADERNI DI
TRADUZIONE»
E L’AVVIO
DELL’EDIZIONE NAZIONALE
Guido Liguori
Con il volume (in due tomi)
dedicato ai Quaderni di traduzione
(1929-1932), a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni, ha avuto inizio la pubblicazione della «Edizione
nazionale degli scritti di Antonio Gramsci
promossa dalla Fondazione Istituto Gramsci», per i
tipi dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (pp. 915, euro 120). Il «Piano dell’edizione» prevede tre sezioni: Scritti (1910-1926), diretta da Leonardo Paggi; Quaderni del carcere, diretta da Gianni Francioni; Epistolario,
diretta da Chiara Daniele. A sua volta la nuova edizione dei Quaderni – apprendiamo
dalla Nota al testo di Gianni Francioni, posta in coda al secondo tomo – si articolerà
«in tre volumi, rispettivamente dedicati ai quaderni di traduzione (rimasti
esclusi dall’edizione Gerratana), ai quaderni
miscellanei (che comprendono anche le note di prima stesura) e ai quaderni
monografici» (p. 835).
La scelta di iniziare la
pubblicazione dai Quaderni di traduzione
è valida: essi erano finora quasi del tutto inediti (Gerratana ne pubblicò brevi estratti in appendice
all’edizione critica dei Quaderni,
uscita nel 1975 presso Einaudi). Alla base della
sostanziale esclusione di questa parte non irrilevante dell’opus carcerario gramsciano – 700 pagine di manoscritti dei 3000 complessivi
– stava la convinzione di Gerratana secondo cui i
quaderni di traduzione si collocano «chiaramente al di
fuori del piano di lavoro propostosi da Gramsci nella
stesura dei Quaderni», in quanto mero
«esercizio distensivo» messo in essere da Gramsci in
carcere a partire da quando iniziò a scrivere (le traduzioni furono anzi il
primo prodotto della scrittura carceraria di Gramsci)
fino al 1932. Contro tale opinione, in tanti anni di critica gramsciana, è da ricordare solo quella, argomentata, di
Lucia Borghese, che nel 1981 scrisse un saggio intitolato Tia Alene in bicicletta. Gramsci traduttore dal tedesco e
teorico della traduzione.
Aveva ragione Gerratana
o hanno ragione i due curatori di questo bel volume, Gianni Francioni
e Giuseppe Cospito, che invece ritengono i quaderni
in questione (come già la Borghese) parte integrante e significativa
degli scritti del carcere? In primo luogo, una «edizione nazionale» non può che
avere un criterio di completezza – come ha sostenuto giustamente Francioni fin dall’inizio degli anni Novanta –, almeno per
un autore come Gramsci, il cui lascito letterario è
ampio ma non certo sconfinato. È utile al lettore avere a disposizione questa
pubblicazione per poter decidere egli stesso della valenza o della non valenza teorica degli esercizi di traduzione fatti da Gramsci, in
altre parole del loro rapporto con i Quaderni
così come li abbiamo conosciuti fino ad ora. Quale sia
questa valenza sarà il tempo a dircelo. Per ora supponiamo – anche sulla scorta
della bella Introduzione
di Giuseppe Cospito – che essa sia soprattutto
relativa a una ricerca sulle fonti di
Gramsci. In altre parole, ciò che Gramsci
ha tradotto ha una certa attinenza con alcune parti non secondarie del suo
discorso teorico, se non altro – così dice Cospito –
come «suggestione», come spunto, come documento e a volte molla di un
interesse. È allora sostanzialmente un vezzo formalistico l’affermare – come fa
Francioni nella Nota
al testo – che le traduzioni stiano sullo
stesso piano delle note gramsciane propriamente
dette? Bisogna tener presente che i Quaderni
non sono un qualcosa di omogeneo, ma vedono
l’alternarsi di contributi molto diverse, poiché si va dalla semplice
annotazione bibliografica di meno di due righe al saggio sviluppato in molte
pagine. E forse una traduzione ci dice di più in
merito al «laboratorio» carcerario di
un semplice appunto bibliografico. Eppure nessuno ha proposto, almeno a partire dall’edizione
critica, di espungere dai Quaderni
quelle note che si limitano a segnalare un libro, o una serie di libri, o ad
appuntare velocemente un tema, a mo’ di promemoria. Perché
allora elidere centinaia di pagine in cui Gramsci
esercitava la fatica del tradurre? Va ricordato che si tratta di un autore
abituato «a cavar sangue dalle rape», necessitato a
riflettere a partire dai materiali eterogenei e vari che la dura situazione
carceraria gli permetteva di frequentare.
Cosa traduceva Gramsci?
Egli – va detto innanzitutto – traduceva dal tedesco e
dal russo. In inglese – lingua che conosceva meglio e che
esercitava anche leggendo qualche periodico – vi sono pochi esercizi. Meno
avanzata era la sua conoscenza del tedesco. Egli comincia a tradurre un numero
della rivista Die literarische Welt, e già qui inizia la «caccia alle fonti», poiché si
tratta di un numero dedicato alla letteratura statunitense. Gramsci
traduce poi alcune favole dei fratelli Grimm, intervenendo
con una manipolazione diretta, tendente a laicizzare
tali fiabe (che si illudeva di poter far pervenire ai
nipotini), togliendo o cambiando i richiami alla trascendenza e alla provvidenza divina, e introducendovi
una simbologia più vicina ai suoi ideali comunistici. Ancora dal tedesco Gramsci traduce Goethe e un
manuale di linguistica: e viene da pensare ai suoi interessi per il folclore e
per lo studio del linguaggio. E poi, soprattutto, traduce una
antologia di scritti di Marx: le Tesi
su Feuerbach, la Prefazione del ’59, parti del Manifesto,
la Questione ebraica e Lavoro salariato e capitale, nonché un
brano della Sacra famiglia. Gramsci inoltre traduce dal russo una antologia
di grandi scrittori di quel paese – e non si può fare a meno di ricordare come
nei Quaderni i grandi scrittori russi
(Tolsoj in
primis) siano esaltati in quanto esemplificazioni di uno spirito nazionale-popolare. È lo stesso Cospito,
però, a suggerire giustamente molto cautela, quando afferma: «in mancanza di elementi di certezza, preferiamo rinunciare a istituire
legami diretti tra le traduzioni gramsciane e le note
carcerarie sul medesimo argomento» (p. 19). Questa è – a me sembra – una avvertenza che ha carattere generale: è difficile
istaurare un nesso diretto tra esercizi di traduzione ed elaborazione teorica,
anche se uno studio più attento andrà effettuato sui nessi che legano il numero
tradotto di Die literarische Welt e gli scritti di Marx con l’elaborazione teorica.
In particolare per gli scritti di Marx appare evidente – ma non è una novità,
già l’edizione Gerratana permetteva di giungere a
tale conclusione – come alcune delle opere o parti di opere
tradotte abbiano un valore strategico in relazione al Marx dei Quaderni, a partire dalle Tesi e dalla Prefazione, mentre si può indagare quale sia il nesso fra la
traduzione (problematica) della Judenfrage e la tematizzazione
della società civile (con incertezze nella traduzione, essendo in tedesco
società civile e società borghese una stessa parola).
Tornando alla Nota al testo di Francioni
cui si faceva cenno, l’autore vi riepiloga una idea di
edizione dei Quaderni che non sarà
quella dell’edizione Gerratana. Francioni
cioè rifiuta di offrire al lettore «la disposizione in
sequenza di tutto il materiale in base alla data di inizio di ciascun
quaderno», poiché a suo giudizio Gramsci stesso opera
– nella compilazione dei Quaderni –
delle ripartizioni mirate a distinguere quaderni di traduzione, quaderni
miscellanei, campi tematici particolari (Canto
decimo, Appunti di filosofia, più
avanti Note sul Risorgimento italiano).
Nel ’32 il prigioniero interrompe gli esercizi di traduzione e inaugura i
«quaderni speciali», monotematici, di seconda stesura. Si tratta dunque per Francioni di restituire al lettore la complessa geografia
degli scritti di Gramsci, leggendone l’intenzionalità
con cui essi vengono prodotti. Apprendiamo così che la
nuova edizione manterrà per lo più l’attuale numerazione dei Quaderni e sarà salvata la loro unità
materiale (tranne che in un paio di casi!), mentre nei Quaderni 4, 7, 8, 9, 10 e 11 muterà anche la disposizione dei
paragrafi (e, pare di capire, la numerazione delle note), al fine di
ristabilire «la cronologia interna dei paragrafi» (p. 846).
Sorge qui una domanda: se si
parte dalla convinzione, come dice Francioni, che è
impossibile restituire al lettore i Quaderni
così come Gramsci li ha scritti, secondo il loro
farsi nel tempo (ammesso che ciò sarebbe giusto), perché non continuare a usarli così come ci sono pervenuti materialmente (edizione Gerratana, con il
ripristino delle poche modifiche a suo tempo apportate), esercitando le diverse
ipotesi di datazione nell’apparato critico?
Il nuovo criterio preannunciato –
che in sé appare già una interpretazione (non a caso Francioni
pensa di poter decifrare anche i «comportamenti scrittorii
– spesso inconsci – che traspaiono dai manoscritti») – sarà foriero di nuovi
sviluppi ermeneutici? Ci aiuterà a capire meglio Gramsci e la sua complessa scrittura labirintica, la sua
«officina»? Sarà sulla base della risposta a questa domanda che potremo dire se
la nuova edizione dei Quaderni avrà o
no senso, e anche se essa avrà o no diffusione. Poiché, non è particolare da
poco, l’edizione Gerratana – anche per le numerose
traduzioni che ha originato, per gli strumenti elettronici recentemente comparsi per aiutarne la lettura, per la sedimentazione di studi
e interpretazioni che ha prodotto – è divenuta uno strumento basilare per lo
studio di Gramsci. Sostituirla con una nuova edizione
comporta un passo su cui occorrerà riflettere bene.
Infine un suggerimento: perché
l’edizione nazionale non mette a disposizione del lettore anche una
riproduzione fotografica dei Quaderni,
in modo che ciascuno possa meglio valutare la bontà dell’interpretazione francioniana, che – come
si sa da tempo – si basa anche sulla valutazione di t tagliate e indizi grafici di varia
natura? Che sia data la possibilità a tutti di vestire i panni del detective e di valutare la bontà di una interpretazione che nasce dalla filologia.