Il processo non ha fine.

Giornata di studi dedicata ad Antonio Gramsci

 

di Francesca Chiarotto

 

 

 

«Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni». Questa la dichiarazione del  p.m. fascista Isgrò nei confronti di Antonio Gramsci, che interpretava sostanzialmente la volontà personale di Benito Mussolini nel «Processone» che nel maggio del 1928 portò alla sbarra, oltre a Gramsci, la maggior parte della dirigenza comunista (tra cui Terracini, Scoccimarro, Marchioro, Flecchia). E la condanna giunse, il 4 giugno 1928, a vent’anni, 4 mesi e 5 giorni: sostanzialmente una condanna a morte per il prigioniero Gramsci, le cui precarie condizioni di salute precipitarono a causa del duro regime carcerario cui fu sottoposto.

Sabato 26 maggio 2007, presso il Circolo dei Lettori, a Torino, si è tenuta una giornata di studio dedicata ad Antonio Gramsci, intitolata «Il Processo non ha fine» organizzata da FestivalStoria, in ideale prosecuzione dell’edizione 2006, dedicata proprio al «Processo nei secoli». Angelo d’Orsi (direttore di FestivalStoria) ha delineato, con la relazione Da Torino a Roma: Gramsci intellettuale e politico, la formazione politica e intellettuale torinese di Gramsci. D’Orsi ne ha ricordato il garzonato universitario, il fondamentale incontro con la «civiltà dei produttori», con gli operai «uomini in carne ed ossa», il percorso formativo essenziale per comprendere le scelte e le opere del Gramsci «maturo».

Aldo Agosti ha tracciato il percorso del Pci, dall’azione politica alla clandestinità, evidenziando il paradosso che lo caratterizza a partire dalla sua nascita: il Pci fu, infatti, l’ultima delle sezioni dell’Internazionale comunista a sorgere, con la prospettiva della «rivoluzione alla porte»; in realtà la situazione italiana, segnata da un’ondata di violenza reazionaria contro il movimento operaio, rivelava tutto l’anacronismo dell’ipotesi rivoluzionaria. Il neonato partito riuscì, in un’Italia già funestata dal dilagare dello squadrismo fascista, a imporsi su tutto il territorio nazionale fino a raggiungere, nel 1925, il considerevole numero di 25.000 iscritti. Il 1926, anno del Congresso di Lione (in cui Gramsci e Togliatti delinearono un riorientamento strategico per il Partito), fu anche l’anno delle leggi eccezionali (novembre): il Comitato centrale perse la metà dei suoi membri perché arrestati e deportati. Nei diciassette anni in cui il Tribunale Speciale fu in carica, i militanti comunisti pagarono il prezzo più alto tra condanne al carcere e al confino. Ciononostante, lo sforzo organizzativo e l’attivismo consentirono al Partito un’attività clandestina di notevole riguardo (con la pubblicazione di volantini, giornali…). Fu costituito un Centro estero a Parigi (guidato da Togliatti) e un Centro clandestino in Italia (al cui vertice fu posta Camilla Ravera). Di fatto, a dispetto delle enormi difficoltà in cui si trovò a operare, il Pci riuscì a mantenere una presenza reale e politica in diverse aree del Paese.

Di grande interesse anche l’intervento di Mimmo Franzinelli (Gli strumenti di «vigilanza e repressione» del regime), che ha descritto in particolare l’attività svolta dalla polizia contro il Pci negli anni Venti, ossia nel periodo compreso tra i due processi del 1923 e del 1928. Franzinelli ha messo lucidamente in evidenza le strategie del regime, caratterizzate da intimidazioni, lusinghe, promesse, compromessi, evidenziando le inevitabili interconnessioni e i conflitti che si crearono tra i rivoluzionari professionali e i funzionari del ministero. Decade così il mito dell’impermeabilità dell’apparato comunista alle manovre poliziesche, ma allo stesso tempo emergono sia la sua eccezionale capacità di ripresa, sia la sua straordinaria vitalità. Nella parte conclusiva della relazione sono stati descritti i casi di alcuni militanti «sedotti» dalla polizia e coinvolti nella lotta contro il Pci (Antonio Quaglia, Eros Vecchi…).

Appassionante e frizzante la relazione dell’avvocato penalista Giampaolo Zancan (Analisi di un processo politico), che ha analizzato, dalla Sua prospettiva «specialistica», la dinamica processuale. Ha evidenziato, innanzitutto, la straordinaria raffinatezza tecnica del giurista Alfredo Rocco, autore della Legge del 26 novembre 1926, Provvedimenti per la difesa dello Stato. Ha inoltre tracciato le caratteristiche fondamentali del processo politico, entrando nel merito del «Processone», che, snodandosi nelle sue varie fasi, assume caratteristiche di connivenza (in cui l’onere probatorio è lasciato all’accusa stessa), fino ad arrivare alla rottura finale, con l’intervento di Gramsci (che conferma dignitosamente e serenamente di essere militante del Pci, nonché deputato in carica al momento dell’arresto), e l’appassionante arringa dell’avvocato UmbertoTerracini, che parlando a nome di tutti gli imputati e con l’utilizzo della ragione ironica, evidenzia sostanzialmente l’illegalità del Processo cui sono stati sottoposti.

Chiara Daniele (Le lettere di Gramsci: umanità e letteratura) ha messo in luce, oltre all’importanza delle Lettere dal carcere, quali introduzione a Gramsci nel panorama culturale italiano, la necessità di connettere alle lettere (alcune di esse ancora inedite), i carteggi  coevi ad esse collegati (in particolare i carteggi tra Tatiana Schucht e la famiglia Schucht a Mosca e tra Tatiana e l’economista Piero Sraffa). Questi incroci permettono ora una nuova lettura delle Lettere, approfondendo alcuni nodi chiave della vicenda umana, politica e intellettuale di Antonio Gramsci nel decennio 1926-1937. Infine, Giuseppe Vacca (I «Quaderni del Carcere»: un tesoro del pensiero), ha tratteggiato, nella lettura dei Quaderni, il delinearsi del pensiero storico-politico di Gramsci, che costituisce l’ossatura del suo lavoro nella prigione fascista. Pur premettendo quanto la forza dell’edizione tematica dei Quaderni (1948-1951) sia tuttora presente nel panorama culturale, Vacca ha sostenuto che ci si debba riferire, oggi, per la corretta lettura dei Quaderni, all’edizione Gerratana del 1975, la sola in grado di farci cogliere il «ritmo di pensiero in sviluppo». Nella lettura dei Quaderni è imprescindibile l’unità fra biografia politica e intellettuale di Antonio Gramsci. In una lettera a Tatiana del 19 marzo 1929, in seguito alla condanna definitiva, egli annuncia esplicitamente il programma di ricerca che si prefigge: 1) lo studio della teoria e storia della storiografia; 2) la storia degli intellettuali italiani; 3) lo studio dell’americanismo. In tutti i casi, emerge un programma politico preciso e inequivocabile, che intende, in costante riferimento e confronto con Benedetto Croce, tradurre in un linguaggio storico italiano il tema della rivoluzione, con ricorrente rimando all’auspicata alleanza tra operai e contadini e con la costituzione di un movimento capace di farsi egemone. Nella stessa lettera, Gramsci dichiara esplicitamente che condurrà i suoi studi für ewig, per l’eternità, ma ciò sarà nel senso dell’eternità dei valori per i quali, anche in carcere, continuerà a combattere. Gramsci resterà un combattente politico fino alla morte.

Particolarmente intensa la lettura di alcuni passaggi delle Lettere dal carcere condotta da Gianni Bissaca e la riproduzione di brani tratti dalla registrazione di un vecchio spettacolo teatrale Il Grande Processo (regia e testi di Edgardo Siroli, con la supervisione di Umberto Terracini, prodotto da Casa Museo di Antonio Gramsci di Ghilarza, e dal Centro Teatrale Emilia Romagna).