Gramsci vivo

 

Lelio La Porta

 

 

Può oggi Gramsci essere utile? L’ultimo lavoro di Giuseppe Prestipino, intitolato Gramsci vivo e il nostro tempo (Milano, Edizioni Punto Rosso, pp. 236, euro 12) risponde con dovizia di argomentazioni al quesito partendo dalla constatazione che l’autore sardo oggi è «uno e trino»; infatti «vi è il Gramsci sotterrato per sempre, ma del quale sarebbe doveroso custodire carte e memorie. Vi è il Gramsci sapientemente notomizzato, sul tavolo dei filologi esperti, nell’attesa che possa essere imbalsamato come un grande classico. Vi è infine il Gramsci vivo al quale altri chiede, non risposte, ma un’interlocuzione che si proietti sui problemi del nostro tempo» (p. 117). Prestipino, quindi, si proietta nell’analisi di quest’ultimo Gramsci, pur tenendo presenti le insidie nascoste dietro un tale approccio. Il tempo del percorso è scandito dalla dialettica, una dialettica particolarissima che pone Gramsci in posizione originale rispetto alla classica dialettica hegelo-crociana.

Prendiamo ad esempio in considerazione il concetto generale gramsciano di rivoluzione, la categoria di rivoluzione passiva non è altro che una delle possibili sintesi cui le due forze antagoniste contrapposte rappresentative del vecchio e del nuovo possono pervenire: si tratta di una rivoluzione conservatrice che ha nell’odierna restaurazione un esempio quantomai calzante. Quest’ultima, infatti, propaganda cultura e democrazia diretta attraverso i media e, a differenza delle rivoluzioni passive di altri tempi, non teme ribellioni ma produce essa stessa ribelli nella forma dei terroristi che le garantiscano l’eterna sopravvivenza. Soltanto avendo come riferimento Gramsci, sostiene Prestipino, si può addivenire a una sintesi alternativa, ossia a una rivoluzione attiva, che non può che assumere i caratteri della riforma intellettuale e morale. Proprio la possibilità di una sintesi alternativa, ferme restando identiche la tesi e l’antitesi (ossia il vecchio e il nuovo), costituisce la novità della dialettica gramsciana rispetto a quelle di Hegel e dello stesso Croce. Inoltre, come non notare che il concetto gramsciano di rivoluzione attiva, quindi il «rovesciamento della rivoluzione passiva» (p. 143), può essere letto hic et nunc nelle forme da perseguire di una riforma permanente, nei termini posti già dallo stesso Berlinguer? Al dunque, se la sintesi del processo dialettico che vedeva il capitale come tesi e la classe operaia subalterna come antitesi (giustamente Prestipino propone di non attribuire la subalternità al lavoro dipendente, ma di estenderla a tutta una serie di soggetti sottoposti al dominio delle classi dominanti) era la rivoluzione passiva, oggi tale sintesi può assumere la forma alternativa della riforma permanente determinata dall’attività (prassi) dell’antitesi al fine di «neutralizzare-incorporare la tesi» (p. 147). Tutto questo si traduce all’interno del blocco storico dove avvengono i processi di egemonia, cioè di manifestazione della prevalenza di un elemento sull’altro.

Proprio lo snodo costituito dalla coppia antagonista capitale-lavoro è per Prestipino il cuore di ogni questione odierna legata all’egemonia e perciò ad una possibile riforma permanente. Scrive l’autore: «Anticipa il nostro tempo […] la concezione gramsciana che vede la coppia capitale-lavoro ricompresa nella più ampia divaricazione tra dominio e subalternità, con una dilatazione del conflitto che corrisponde all’odierna sottomissione, davvero “totalitaria”, di ogni forma di vita (non del lavoro soltanto) alla razionalità-irrazionalità capitalistica» (p. 99). Riguadagnare la democrazia, in un quadro di riforma permanente, significa, secondo Prestipino, scrollarsi di dosso la democrazia cosiddetta dei consumatori che è un’invenzione del capitalismo globalizzato che rende ciascuno di noi un autentico feticcio. Per combattere questa battaglia egemonica servirebbe un nuovo partito, ossia un partito con una nuova forma, non più il «principe» gramsciano. Nonostante l’autore si soffermi a discutere le ultime proposte avanzate in proposito (pp. 101-105), rimane nella mente del lettore l’impressione che il convitato di pietra al ragionamento sia quello stesso soggetto politico collettivo di cui Gramsci fu segretario, lasciandone l’eredità, al momento dell’arresto, a «un suo non sempre cattivo discepolo» (p. 117), e di cui lo stesso Prestipino ha vissuto come protagonista di primo piano fasi importanti della vita (p. 234). Un partito che fece, gramscianamente, del metodo l’arma del suo radicamento sociale e della sua battaglia politica.

Al culmine di un serrato dibattito con altri interpreti intorno alla dialettica in Gramsci, Prestipino pone un paragrafo intitolato Politica come (anche) micro-progetti alternativi. Qui, mi sembra, si misura il senso più profondo di quell’utilità di Gramsci da cui ha preso il via il nostro discorso, Gramsci che auspica «il passaggio di compiti dagli organi dello Stato in senso stretto alla società civile in quanto momento non secondario dello “Stato integrale”›› (p. 46). A questo proposito Prestipino suggerisce una serie di possibili soluzioni all’ormai endemico deficit di politica nel nostro paese attraverso l’attribuzione di compiti nuovi e nuove responsabilità a tutta una serie di soggetti (dagli anziani ai giovani) che sono i protagonisti della società civile; e conclude con una domanda: «Non si comincerebbe anche così a inventare alcune premesse per il socialismo e, in una più incerta prospettiva, per il comunismo?» (p. 47). Nell’attesa della risposta credo sia lecito armarsi con tanto pessimismo dell’intelligenza che va comunque controbilanciato con una quantità, seppure minore, di ottimismo della volontà.