Gramsci in Parlamento

 

Guido Liguori

 

Il 17 aprile 2007 Antonio Gramsci è stato commemorato alla Camera dei Deputati. La commemorazione – che ha di fatto dato il via alle manifestazioni e ai convegni in occasione del settimo decennale della scomparsa del pensatore sardo – è stata organizzata nella Sala della Lupa dalla Fondazione Camera dei Deputati, presieduta da Pierferdinando Casini, che ha aperto la cerimonia citando Benedetto Croce (“Gramsci è patrimonio di tutti”) e ricordando la grande fortuna internazionale di Gramsci. Casini ha poi richiamato il fatto che proprio nella Sala della Lupa, nel giugno 1924, si riunirono i deputati antifascisti – tra essi Gramsci – dopo l’omicidio Matteotti, e lì decisero di ritirarsi “sull’Aventino delle loro coscienze”. Casini ha concluso rendendo omaggio non solo al grande pensatore, ma anche all’uomo Gramsci, che non tradì mai i propri ideali e che anche da chi non ne condivide le riflessioni merita rispetto per il suo esempio di vita.

Ha quindi preso la parola il Presidente della Camera Fausto Bertinotti, per il quale Gramsci va ricordato tra i protagonisti assoluti del Novecento, come intellettuale e come dirigente politico, nella tradizione delle personalità di maggior spicco del movimento operaio. Bertinotti ha ricordato il Gramsci dell’Ordine Nuovo, alfiere della partecipazione operaia e della democrazia consiliare. E il Gramsci vittima del fascismo, che ne spense la libera iniziativa, non il pensiero, il quale divenne anzi causazione ideale anche della sua sconfitta. Gramsci – a differenza di altri – vide come il fascismo non fu solo “una parentesi”, ma affondasse le sue radici nei problemi irrisolti della storia d’Italia, nel sovversivismo delle classi dirigenti. Nei Quaderni sono tante le questioni affrontate e non ancora risolte (dalla questione cattolica a quella meridionale, dal tema del ruolo degli intellettuali a quello dei processi lavorativi nella modernizzazione): tutte provano la grandezza di un pensiero, anche ciò che risulta non condivisibile o contestabile.

Nonostante i dissensi col gruppo dirigente del Pcus e con i suoi stessi compagni comunisti in carcere – ha concluso Bertinotti – non venne mai meno in Gramsci la fede nelle proprie ragioni e nelle ragioni del movimento in cui militava.

Ha preso infine la parola Mario Tronti, incaricato del discorso commemorativo. Mescolando ricordi personali e analisi critica, Tronti ha rievocato la diffusione del pensiero di Gramsci in Italia, l’edizione tematica nata come effetto dell’impulso pedagogico di Togliatti (“allora ci si preoccupava di educare le masse, non di seguire la massa”), soffermandosi in particolare sulla riflessione gramsciana dedicata a Machiavelli, inizio della grande riflessione sulla politica nella Modernità: una politica che non ha bisogno dell’etica per nobilitarsi, poiché si nobilita da sé. Tronti ha affermato che non vanno nascoste le ombre che pure si trovano nella riflessione gramsciana, laddove il Moderno Principe, il partito politico, viene visto come destinato a produrre esiti universali e totali. Poiché non solo di processi universalizzanti ma anche di esiti totalizzanti è stata portatrice la politica del secolo scorso.

Gramsci aveva previsto acutamente le possibili degenerazioni del partito che si fa Stato. L’originale leninismo di Gramsci sta nel rapporto virtuoso che egli ricerca tra classe dirigente e classe sociale. Egli vede i pericoli odierni, la delega immediatistica a un individuo da parte di una moltitudine. Gramsci è dunque vaccino contro le malattie della politica contemporanea: l’antipolitca, il populismo, la demagogia.

Gramsci non va rinchiuso nel ruolo di padre della patria, né era un’anima bella. Egli ha dimostrato come un uomo di parte possa divenire risorsa per tutta una nazione. E non solo, come è dimostrato dalla sua fortuna mondiale, di cui sono testimonianza le iniziative convegnistiche che stanno per prendere il via, grazie soprattutto alla Fondazione Gramsci e all’International Gramsci Society.

Tronti ha poi affermato di amare soprattutto il Gramsci giovane, il Gramsci di “odio gli indifferenti” e della “rivoluzione contro il Capitale”, il Gramsci dell’Ordine Nuovo, che a Torino va a scuola dalla classe operaia. Nei Quaderni vi è continuità esplicita con l’Ordine Nuovo nel tratteggiare la figura dell’intellettuale organico (al partito e alla classe), “specialista + politico”, dirigente politico armato di cultura. E vi è la teoria dell’egemonia, che vuol dire: guidare seguendo. Essere alla testa di un corso storico che è già in movimento anche per le idee che vi sono state riversate.

Concludendo con una nota autobiografica, Tronti ha ricordato come nelle sezioni comuniste del dopoguerra, anche le più popolari, vi fosse sempre una piccola biblioteca. Quando egli si iscrisse alla Fgci, gli furono dati tre libri: il Manifesto di Marx ed Engels, Il tallone di ferro di Jack London e le Lettere dal carcere. Cultura del popolo e cultura degli intellettuali raramente di incontrano. Ma il ponte fra queste due culture lo seppe costruire – anche grazie a Gramsci – il movimento operaio, creando coscienza e organizzazione delle masse, progetti di liberazione da una parte, ma anche cultura alta, analisi scientifica della realtà.

In occasione della commemorazione, la Camera dei deputati ha editato e distribuito al pubblico un opuscolo: Antonio Gramsci, Ai figli. Lettere dal carcere, contenente le 42 missive scritte a Delio e Giuliano. L’elegante libretto contiene anche la riproduzione fotografica degli originali di alcune delle lettere, più alcune fotografie di Antonio, Giulia, dei loro figli, di Ales e di Turi.