GRAMSCI TRA CRAXI E LE CARRÈ

 

Guido Liguori

 

 

 

Molti aspetti della biografia gramsciana non sono oggettivamente facili da chiarire. Alcuni di essi sono stati e sono al centro di controversie storiografiche, più o meno fondate. Negli ultimi anni ha preso corpo una corrente, forse più giornalistica che storiografica, la quale si è lanciata in nuove tesi interpretative, contraddistintesi più per la spregiudicata iconoclastia perseguita a ogni costo che per essere fondate su documenti nuovi e fatti realmente accertati. Riletture a volte ingenue, più spesso malevole, contraddistinte quasi sempre da intenzionalità aprioristicamente polemiche, verso il Pci o verso l’Internazionale, verso Togliatti o verso la storiografia comunista. Ovviamente molto di ciò fa parte di un dibattito storiografico che – va da sé – è bene che sia articolato, variegato, assolutamente libero dalle ipoteche di partito che in tempi ormai lontani – precedenti quanto meno al saggio togliattiano sulla formazione del gruppo dirigente del Pci (1960) – condizionarono davvero pesantemente la ricerca.

Si rischia ora di esagerare in direzione opposta. E di tornare addirittura alle tesi agitate dalle campagne politico-storiografiche con cui politici e intellettuali organici al progetto craxiano cercavano, nel corso degli anni ottanta, di delegittimare in tutti i modi il Partito comunista italiano per fini di bottega. Proprio a quelle tristi «campagne mediatico-storiografiche» fa pensare la lettura di un volume ora in libreria per i tipi della Marsilio, Antonio Gramsci. Storia e mito, di Luigi Nieddu.

Scritto in apparenza col taglio della ricerca scientifica fűr ewig e non privo di qualche «scoperta» di archivio (quelli italiani), sia pure non rilevante, il libro è in realtà una rilettura di alcuni tratti della vicenda biografica di Gramsci talmente forzata da sfiorare il ridicolo e da svelare un punto di vista politico dell’autore molto preciso, quello – oggi particolarmente in auge – per cui tutto ciò che sappia o abbia saputo anche lontanamente di «comunismo» sia condito inevitabilmente con quanto di più nefasto si possa immaginare.

I tratti della biografia gramsciana più discussi – è noto – sono quelli del rapporto col padre, degli esordi nella stampa e nel partito socialisti, gli anni della lotta contro Bordiga, i contrasti del ’26, la lettera di Grieco del ’28, l’opposizione alla «svolta» e le reazioni da parte del partito e dell’Internazionale, il ruolo dei familiari russi, i sospetti del recluso, le circostanze della morte. C’è chi su questi punti ha già ricamato, forzando indizi e circostanze, pur in assenza di un qualunque riscontro oggettivo. Nieddu non solo riprende e ripete e rafforza tutte le ipotesi più malevoli, ma ne introduce di nuove. Ad esempio, avevate mai saputo che l’Ordine Nuovo del 1919-’20 era diretta emanazione del Comintern, che i maggiori articoli gramsciani ivi comparsi sono stati in realtà scritti o dettati da emissari di Mosca in Italia? Insomma, Gramsci era solo un agente leninista fin dal ’19...

Intrapresa questa strada, l’A. la percorre fino in fondo. Gramsci è l’«uomo di Mosca», ma nella lotta contro Bordiga sono le figure di Togliatti e Scoccimarro quelle che sembrano a Nieddu le più rilevanti. Il comunista sardo è manovrato ora dagli uni ora dagli altri, ora da Tasca, ora dai russi, ora da «Scocci» e Togliatti, ininterrottamente dal ’14 al ’26: un vero e proprio «pupazzo», un uomo di paglia. Resta solo da scoprire chi sia il vero autore dei Quaderni... Certo non può essere un simile imbelle. Non si capisce infatti, seguendo il libro, come in carcere Gramsci diventi capace di lottare contro tutto e contro tutti: probabilmente – essendo con le lettere del ’26 divenuto (per Nieddu) nei fatti antisovietico e potenzialmente anticomunista – questo solo evento è capace, come la cresima per i primi cristiani, di rifornirlo di tutte le virtù dello spirito che prima gli erano negate. Dopo essere stato per anni alquanto meschino e debole e incapace, gli viene ora riconosciuta come per incanto una inedita dirittura morale.

Tutti gli altri, in compenso, sono cattivi fino in fondo. Le sorelle Schucht, va da sé, sono tutte agenti del Kgb o della Ghepeù che dir si voglia. Il nostro A., a cui evidentemente piacciono i romanzi spionistici alla Le Carrè o i film di 007, le chiama addirittura «allodole»: comuniste disposte a tutto, anche ad andare «a letto con il nemico» (e a sposarselo e a farci un paio di figli...), per obbedire a Lenin prima e a Stalin poi. Gramsci è costantemente spiato da tutti, più che «l’uomo di Mosca» ne sembra il nemico o il prigioniero. A Vienna è isolato, gli aprono la corrispondenza, vive circondato da bordighisti o da protostalinisti. Sono Togliatti & co. che ovviamente, con subdola manovra, lo fanno condannare, altrimenti il Tribunale fascista non avrebbe avuto prove... Tania resta in Italia per sorvegliarlo e ogni sua mossa dipende dagli ordini rigidi che le vengono dati dall’ambasciatore sovietico o da Piero Sraffa, che l’A. chiama ripetutamente, sempre in fedeltà al gergo di Le Carrè, «il controllore». Addirittura la morte di Gramsci sarebbe stata procurata dai suoi compagni e amici, e in primis da Sraffa e da Tania, che ostacolandone in ritorno in Sardegna lo avrebbero fatto irritare e avrebbero procurato un fatale «sbalzo di pressione», probabile «concausa della rottura di un vaso sclerotizzato e intasato per giunta da un trombolo o da un embolo». Ciliegia sulla torta, Nieddu avanza ripetutamente, e neanche tanto surrettiziamente, la tesi che quel buon uomo di Mussolini, ogni volta che poteva far qualcosa per aiutare il vecchio amico «di corrente», interventista come lui, la faceva in meno di ventiquattro ore, purché non si violassero leggi e regolamenti: il fascismo, è noto, è stata la massima espressione del legalitarismo, mentre per Nieddu gli Arditi del popolo erano veri e propri «squadristi rossi».

Per sostenere tutte queste sciocchezze, l’A. deve volutamente ignorare episodi e situazioni, fatti avvalorati da decine di testimonianze: dal ruolo di primo piano svolto da Gramsci a Torino nel «biennio rosso» ai tentativi per liberarlo dal carcere fascista che lo uccideva, dall’irrilevanza della lettera di Grieco del ’28 ai fini processuali, come dimostrato da Giuseppe Fiori, alle problematiche condizioni di salute di Tania, che causarono alcuni periodi di lontananza dal recluso, all’indefessa opera di Sraffa, verso cui del resto Gramsci riponeva una fiducia senza limiti. Si tace delle persecuzioni carcerarie, dell’assistenza medica inesistente, dell’insonnia notturna indotta, prima che dai dubbi e dai cattivi pensieri, dalle ispezioni delle guardie in cella nel mezzo della notte. E così via.

Poco più di un anno fa Ruggero Giacomini intitolava un breve opuscolo edito presso La città del sole (Napoli 2003) Gramsci detenuto, il Pci e la Russia sovietica. Distorsioni e falsi del revisionismo storico. Il libretto mi parve buono, ma dal titolo esagerato. Purtroppo ora quel titolo appare del tutto giustificato.

In una nota a inizio del «suo» Antonio Gramsci, Nieddu ringrazia una mezza dozzina di Archivi e di Istituti Gramsci (Roma, Torino, Cagliari), il Centro studi Piero Gobetti e soprattutto il professor Giovanni Sabbatucci. Dimentica di specificare, come usa, che è solo lui il responsabile di quanto ha scritto: il che va da sé, ovviamente. A noi tocca però ringraziare almeno la casa editrice Marsilio per averci permesso la lettura di questo bell’esempio di libro di fantasia, di romanzo di spionaggio da guerra fredda. Almeno Le Carrè scriveva bene, un tempo.

 

ps.: i lettori e giovani studiosi di Gramsci che vogliano approfondire i temi della biografia gramsciana cui qui si fa cenno possono leggere, oltre allo scritto di Giacomini sopra citato, in primo luogo i seguenti testi: M. Paladini Musitelli, Introduzione a Gramsci (Laterza 1996); A. D’Orsi, Introduzione ad A. Gramsci, La nostra città futura (Carocci 2004); F. Scalambrino, Un uomo sotto la Mole. Biografia di Antonio Gramsci (Editrice Il Punto 1998); Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926 (Einaudi 1999); G. Fiori, Gramsci Togliatti Stalin (Laterza 1991); M. Pistillo, Gramsci in carcere. Le difficili verità di un lento assassinio (Lacaita 2001).