Da Josè Martì a Gramsci passando per Cuba.
di Elisabetta Gallo
Il giorno 25 ottobre
2007, si è tenuto nella sede dell’Istituto per gli Studi filosofici di Napoli
il convegno Josè Martì, Antonio Gramsci e
la cultura universale, promosso dall’ambasciata di Cuba in Italia, dalla
rivista “Latinoamerica” e dall’associazione “Amici di Cuba”.
I lavori si sono
svolti in due sessioni di un’unica giornata, entrambe presiedute dal Alessandra
Riccio, redattrice della rivista “Latinoamerica” nonché prima relatrice della
mattinata con un ritratto di Josè Martì. Il personaggio è poco conosciuto in
Italia: egli fu il teorizzatore di una fase postcoloniale di Cuba basata sulla
modernizzazione e lo sviluppo industriale. Vissuto per la maggior parte della
sua vita negli USA ma in prima linea della guerra di liberazione di Cuba contro
la Spagna, Martì è accomunato a Gramsci per numerosi aspetti, come evidenziato
dalla studiosa di storia dell’America Alessandra Lorini, dell’Università di
Firenze: entrambi teorici della modernizzazione e della “disciplina
industriale” per emancipare davvero le masse popolari; entrambi martiri in nome
dei loro ideali (costati il sacrificio della vita); entrambi autori di testi
dal carattere frammentario e incompiuto; entrambi scomparsi prematuramente (46
anni Gramsci e 41 Martì).
Cuba considera Josè
Martì più di un eroe nazionale: egli è un precursore, un anticipatore della
storia, un teorizzatore dell’esperimento del “socialismo cubano” ante litteram. Il convegno, svolgendosi
in Italia, è stato però dominato da una riflessione su Gramsci. Le relazioni di
Alberto Filippi (Istituto Gramsci) ed Elisabetta Gallo (International Gramsci Society-Italia) hanno trattato della
diffusione del pensiero di Gramsci in America Latina, a partire dagli anni
Trenta in un veloce excursus fino
agli anni Novanta. Gli interventi si sono soffermati sulla strategia
dell’Internazionale comunista negli anni Venti, incapace di riconoscere la
peculiarità storica e culturale dell’America Latina, per la quale viene
individuata dal Comintern una via al socialismo che passi per il rafforzamento
della borghesia. Il radicamento di tale schema storico, a cui era rimasta
ancorata l’ortodossia marxista di stampo positivista, costituisce un ostacolo
alla successiva ricezione del pensiero gramsciano, la cui circolazione inizia
con la traduzione delle Lettere
nell’immediato secondo dopoguerra. La fiducia nella rivoluzione armata
sostenuta dalle campagne, sul modello castrista e maoista, contribuisce
sicuramente a mantenere una sorta di diffidenza nei confronti del pensiero
gramsciano nella seconda metà degli anni Cinquanta e Sessanta; diffidenza che
il massiccio radicamento di Althusser in America Latina accresce negli anni
Settanta.
Il definitivo
incontro tra Gramsci e le masse latinoamericane avviene negli anni Ottanta e
Novanta, gli anni in cui le politiche del neoliberismo si impongono con tutta
la loro aggressività, mentre i regimi militari cominciano a mostrare segni di
logoramento. La difficile ricerca di un compromesso delle dittature con la
società civile, il protagonismo dei subalterni (orgogliosamente consapevoli
della loro identità e cultura), la lotte postcoloniali e antimperialiste, il
ruolo degli intellettuali, la teologia della liberazione sono tutti elementi di
cui il dibattito su Gramsci in America Latina si nutre e che il pensiero
gramsciano contribuisce a sua volta a mettere a fuoco.
Gianni Vattimo, a
chiusura della prima sessione dei lavori, ha suscitato un vero entusiasmo tra
il pubblico con il suo fare istrionico, costellando il suo intervento a braccio
di battute e di sagaci riferimenti al presente. Descrivendo il suo percorso in
controtendenza assoluta rispetto quanto sta avvenendo nel panorama politico e
culturale italiano, Vattimo si è chiesto se “l’insuccesso gli stesse dando alla
testa”: veementi critiche stanno infatti suscitato le sue più recenti
dichiarazioni di avvicinamento al comunismo e all’esperienza rivoluzionaria di
Cuba, dopo una vita spesa in tutt’altra collocazione. Vattimo ha raccontato il
sui incontro con Fidel Castro a Cuba a si è detto scettico e preoccupato delle
direzioni intraprese dal governo Prodi, dalla sinistra italiana e, in generale,
dalle democrazie occidentali. Malgrado l’apparente pluripartitismo
dell’Occidente, il rischio di schiacciamento al “pensiero unico”, all’unica
ideologia del mercato e del profitto, sopravissuta alla “fine delle ideologie”,
sta ottenebrando senso critico e strategia politica della sinistra. Per questo
il “neo-umanesimo” di Cuba, malgrado il monopartititsmo e il lungo potere di
Castro, ha molto da insegnare ad un Occidente sempre più stanco, depresso,
lontano dai valori di collettività, di progresso intellettuale di massa, di
bene comune. Ed è sempre per questo che pensatori come Josè Martì e Gramsci non
vanno celebrati in modo rituale ma vanno studiati, conosciuti, letti e riletti
in quanto veri e propri ispiratori di ricerca critica e problematizzazione, ma
anche portatori di valori sovraindividuali.
Il lungo intervento
di Vattimo, ascoltato da un attenta platea e applauditissimo alla sua
conclusione, ha stimolato l’intervento dell’Avv. Gerardo Marotta, storico
presidente dell’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli. Marotta ha voluto
portare il suo saluto a Vattimo e al Convegno, ma ha anche volute leggere per intero
(e scandendo assai chiaramente parola per parola) l’articolo di Ernesto Galli
della Loggia sul “Corriere della Sera”, che redarguiva duramente il
“prestigioso istituto” per aver ospitato un convegno co-organizzato
dall’Ambasciata di Cuba, di un paese cioè dominato dalla dittatura e nel quale
non c’è il rispetto per i diritti umani. Anche Marotta ha dato prova una
vivacissima e lucida vis polemica nei
confronti di Galli della Loggia, chiedendo a Vattimo di scrivere di suo pugno
la risposta, cosa che Vattimo ha puntualmente fatto, leggendo alla platea il
“compito” svolto a chiusura del convegno.
Gli interventi di
Alessandra Ciattini (Università “La Sapienza” di Roma) su Gramsci e la
religiosità cubana e quello di Alfonso Amendola (Università di Salerno) su
Gramsci e il teatro hanno riportato il convegno su un binario più
specificatamente accademico.
Alessandra Ciattini
ha sottolineato il carattere sincretico della religiosità cubana in cui
l’elemento pagano e quello cristiano si combinano ma non solo questo: nella
celebrazione e culto dei santi si è affermato il carattere quasi materiale di
queste figure, una “resistenza” nel senso del sacrificio ma anche del riscatto
nel quotidiano. Questo comporta nel sentire collettivo una sorta di “spirito di
scissione” tra “istinto di classe” e piena coscienza di classe, tra prassi
politica e cultura religiosa, tra il folklore e il senso comune tra cui,
dissentendo da Gramsci, per Alessandra Ciattini non ci sarebbe continuità bensì
un salto.
La giornata ha avuto
il suo cammeo nella presenza di Armando Hart Dàvalos, ex ministro della Cultura
a Cuba nonché eroe della rivoluzione. La sua presenza, salutata con una standing ovation, ha costituito un
momento di viva commozione e sincero affetto da parte della platea, che ha potuto
ascoltare e leggere le copie distribuite in sala dell’intervento intitolato Martì, Gramsci e le sfide del XXI secolo tradotto
dallo spagnolo. Sia Martì che Gramsci, ha affermato Hart, sottolinearono il
ruolo della cultura in quanto elemento fondamentale per la nuova società. Martì
addirittura fu grande sostenitore dell’idea di fare di Cuba “l’università del
continente”. Il loro pensiero, per Armando Hart, ha subito un lungo oblio ed
una interpretazione talvolta distorta: il movimento comunista negli anni Venti
e Trenta e alla fine della seconda guerra mondiale era sfociato in una via ben
diversa dall’approccio di Gramsci ai temi della democrazia, della cultura, del
socialismo, del rapporto tra Stato, Partito e intellettuali. Ma, afferma Hart,
trovandosi ad innalzare il livello di educazione e di alfabetizzazione delle
masse cubane in veste di ministro della cultura negli anni successivi alla
rivoluzione, ed essendo convinto dell’importanza di mantenere vivo il
socialismo affinché la rivoluzione progredisca e vada avanti, senza ossificarsi
in simboli e rituali retorici, ecco che il pensiero di Gramsci si rivela
fondamentale fino a diventare il riferimento europeo imprescindibile insieme a
Marx, Engels e Lenin. La Rivoluzione Cubana ci aiuta a capire Gramsci, ha
affermato Hart, così come Gramsci aiuta la rivoluzione cubana, a sua volta una
rivoluzione “contro il capitale”.
Il contributo più
importante di Gramsci è dato, per Hart, dallo studio della pratica sociale
trasformatrice in quanto tema centrale della politica. Martì, come Gramsci,
concepì la cultura come strumento di liberazione; tale cultura deve concepirsi
locale e universale, avere un’origine riconoscibile ed un fine chiaro: liberare
gli oppressi. Josè Carlos Maràtegui, fondatore del partito comunista peruviano,
ripropone la stessa prospettiva affermando che il socialismo in America Latina
non poteva essere né copia né calco di altre esperienze, bensì creazione
eroica. Sullo stesso motivo dell’originalità ha insistito Julio Antonio Mella,
fondatore del 1925 del Partito Comunista Cubano. L’esperienza rivoluzionaria
non va quindi semplicemente esportata ma deve essere “tradotta” e dar sempre
vita a qualcosa di nuovo. “Se ripercorressimo”, afferma Hart “la memoria
storica nel socialismo della nostra America, si comprenderà che la principale
deficienza della cosiddetta sinistra latinoamericana, nonché su scala mondiale,
nel XX sec., è stata quella di allontanarsi dalla cultura”. La filosofia deve
innanzitutto cimentarsi nell’analisi critica delle verità del senso comune. Se
il sec. XVIII è stato il secolo dei lumi e il sec. XIX e XX quelli del “fuoco”
della rivoluzione armata, il socialismo del XXI sec. deve riuscire a mescolare
il marxismo europeo con l’ancestrale tradizione indigena; ed è questa, per Hart,
la forza essenziale di Castro, Chàvez ed Evo Morales.