I Quaderni non sono un bricolage, c'è la trama della rivoluzione

 

In libreria una raffinata interpretazione filologica di Raul Mordenti sul pensiero gramsciano. Gli scritti del carcere rompono con la tradizione enciclopedica. Sono un'opera-mondo, come i testi di Benjamin e Canetti. Ma non sono uno zibaldone caotico

Giorgio Baratta


Immaginiamo di trovarci, nella nostra automobilina filologica, sulla superficie di un territorio molto noto ma poco conosciuto. Possiamo viaggiare in lungo e in largo, in qualsiasi direzione. Attenzione. Stiamo toccando la Terra, con tante città e paesi - lettere, note e appunti - dell'Opera del carcere di Antonio Gramsci. Le strade sono impervie e assai tortuose; a volte si tratta di sentieri o sentierini; sono rari percorsi rettilinei o con curve agili e larghe. Scarsa e confusa la segnaletica. Ma il viaggio è affascinante,ricco di sorprese.

Abbiamo ricevuto un incarico: disegnare la mappa dell'intero territorio, suddividendolo in aree regioni province località, fissando i confini, determinando sovrapposizioni. Obiettivo è verificare se in Terra Gramsci regni un ordine segreto e sotterraneo (totalità) che si accompagni all'evidente anarchia nella quale vivono, tutto sommato serenamente, i cittadini (i frammenti).Chi è disposto ad aiutarci?

Ecco qua, Raul Mordenti, con il suo bel nuovo libro Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti, pp. 206, euro 14). Ci spiega che siamo in presenza di un'Opera Mondo, anzi di un'Opera Vita, che pertanto va percorsa con lo spirito della "filologia vivente", come quella che anima o deve animare la visione di questa Terra con rispetto e fedeltà verso i singoli frammenti, intesi sempre come parti, grandi o piccole, a volte piccolissime di un vasto organismo; ci spiega inoltre, Raul, che la filologia vivente già pulsa nella circolarità o traducibilità reciproca tra dirigenti, quadri e base del partito politico così come lo ha rifondato idealmente Terra Gramsci. Il punto, continua Raul, è che organismo-parole e partito-democrazia sono totalità per natura aperte, illimitate, interminate e interminabili (strutture dialogiche, costantemente in cerca di nuovi interlocutori). Ma se è così, se questa terra è così frastagliata e complicata, non sarebbe allora meglio o più facile tagliare il nodo, buttare a mare la totalità e il partito, e immergersi in essa come in un postmoderno zibaldone fatto di sano caotico bricolage? No! dice Raul: se rinunciamo alla totalità, rinunciamo alla dialettica, se rinunciamo alla dialettica, rinunciamo alla rivoluzione e insomma… a Gramsci.
Sembrano due le anime - ma è una sola - dell'autore di questo libro: quella ancora hegeliana, che attribuisce la "paradossale attualità" di Gramsci, teorico della sconfitta (come già sottolineò, ai tempi della Thatcher, Stuart Hall) all'inattuale percorso di un pensatore comunista sino alle midolla, tutto intento a scavare dentro «la trama fondamentale del concetto di rivoluzione», appassionato del presente-futuro dell'umanità, ancor più che implacabile impietoso analizzatore del passato; e quella sottile e sofisticata del critico letterario comparato che sa leggere Gramsci in contrappunto con Valéry, Benjamin, Canetti, e ragiona sottilmente sulla distruzione-creazione che Gramsci-Mondo opera nei confronti della circolarità chiusa della vecchia en-ciclo-pedia, aprendo un terreno che, come il Gadda letto da Calvino, si presenta «come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo».
La lettura del libro è scorrevole, in realtà ardua perché, anche in un capitolo puramente storiografico, come quello dedicato al Gramsci di Togliatti, l'unità delle due anime non appare così immediatamente. Qualcuno dirà: vedi che avevo ragione io a ritrovare in Raul un nostalgico del determinismo, se egli attribuisce alla dea-pubblicità la capacità di «rinviare il giorno della fine» di questo «ossessivo sovra-consumo improduttivo di massa» che è diventato il capitalismo. In realtà, nel gioco delle due anime c'è una base fertile per un'esegesi paziente del lavoro di Mordenti. Qui si voleva soprattutto ringraziarlo per il pregevole prezioso servizio arrecato agli inizi di quella che forse si presenta come la terza fase della fortuna di Gramsci: dopo la fortuna nazionale innescata dall'edizione togliattiana e quella internazionale in seguito all'edizione critica gerrataniana, la fortuna che oggi si presenta come regionale-nazionale-internazionale, avviata dalla pubblicazione del primo volume, non a caso di "traduzioni", dell'edizione nazionale degli Scritti di Gramsci.
Rivoluzione ed egemonia sono due fermenti organicamente combinati. «L'egemonia va costruita fin d'ora; essa non è affatto il "contrario" della rivoluzione ma è invece la condizione e la forma della rivoluzione in Occidente». Per illustrare e dimostrare questa tesi, Raul percorre un itinerario ampissimo, dal giovane Gramsci ordinovista fino alle interpretazioni recenti, in particolare quelle di Hall, Said e dei Cultural Studies. Che dire di questa tesi? La filologia, così giustamente cara a Mordenti, informa che - certo anche in conseguenza della censura carceraria - Gramsci non parla di rivoluzione in assoluto, senza aggiunte; parla piuttosto di «rivoluzione in permanenza», come espressione della vittoriosa guerra di movimento della borghesia, a partire dalla presa della Bastiglia, espressione da lui usata anche a proposito della conquista del potere da parte del proletariato in Russia, assimilabile alla guerra di movimento. Per intendere invece la nuova epoca "complessa" della guerra di posizione in Occidente, Gramsci conia la fondamentale categoria di "rivoluzione passiva", che vede nuovamente la borghesia al posto di comando. E il proletariato? Per esso la strategia è fondata sulla lotta egemonica.
Una teoria elaborata in primo luogo da Lenin che considera l'egemonia come una «forma attuale della dottrina […] della "rivoluzione permanente"». Il problema, centrale e delicatissimo, sta nel fatto che Lenin ha elaborato la teoria dell'egemonia in una situazione di guerra di movimento, mentre Gramsci la rivisita e la ripropone nella mutata temperie della guerra di posizione. Lenin stesso, ricorda Gramsci, aveva sottolineato come il movimento operaio internazionale non sia riuscito a "tradurre" nelle lingue europee la lingua della rivoluzione d'ottobre. Ci si chiede pertanto: l'"attualità" che Gramsci riconosce alla "rivoluzione permanente" vale, oltre che per l'ottobre sovietico, anche per la lotta egemonica in Occidente? Su questo punto è in atto una controversia tra alcuni studiosi, tutt'altro che secondaria o puramente nominalistica.
In carcere Gramsci attenua consapevolmente la fraseologia rivoluzionaria. Nel trascrivere un passo dal Quaderno 8 al Quaderno 10 passa dal concetto di "rivoluzione culturale" a quello di "riforma morale e intellettuale".
E allora? Un'ipotesi, recentemente avanzata da Giuseppe Prestipino, è che la mordentiana "necessità della rivoluzione" sia adeguatamente traducibile, in linguaggio gramsciano, con necessità della "riforma morale e intellettuale". Ciò significherebbe che dobbiamo rivedere per intero i concetti tradizionali di riforma e rivoluzione. Ma è proprio a questo tipo di coraggio e di ardimento che ci invita, con tutta la sua passione comunista, l'abilissimo pilota della preziosa automobilina filologica.

.[da «Liberazione», 19/07/2007]