“ANTONIO GRAMSCI E LA STORIA D’ITALIA”

 

Marzio Zanantoni

 

 

 

Organizzato dal Centro Filippo Buonarroti di Milano, con la collaborazione dell’Istituto di Studi sul Capitalismo di Genova e dell’Associazione “Proteo”, si è tenuto a Milano il 22 marzo, presso la Camera del Lavoro, il Convegno Antonio Gramsci e la storia d’Italia. Come era già successo in occasione del centenario labrioliano (2004), anche in occasione dell’anno gramsciano è Milano che apre la stagione congressuale, per non sovrapporsi alle numerose e importanti iniziative previste nell’intero corso dell’anno. Ma, come già nel caso di Labriola, anche questa volta la Milano ufficiale, accademica, spicca per l’indifferenza nei confronti di iniziative di questo genere: va dunque dato merito all’impegno e alla disponibilità del Centro Filippo Buonarroti, sensibile e attento alla studio delle culture e dei movimenti della sinistra italiana nell’Italia contemporanea, se la metropoli milanese non ha mancato un appuntamento così importante come l’anno gramsciano ed ha comunque offerto agli studiosi una significativa occasione di riflessione e di dibattito.

Il tema scelto - Antonio Gramsci e la storia d’Italia -  esprime la volontà di esplorare terreni diversi e quindi di concentrarsi su questioni il più possibile originali rispetto alle numerose altre iniziative che caratterizzeranno i prossimi mesi: ma nel contempo ha influito sulla scelta anche la consapevolezza dell’opportunità di approfondire in modo organico una tematica, quella appunto del Gramsci storico - ma anche protagonista della storia - che è certamente minoritaria rispetto alla grande attenzione che sarà dedicata, nel corso delle ricorrenze gramsciane, all’aspetto filosofico e politico del suo pensiero.

Già nella prima relazione tenuta da Marzio ZanantoniGramsci e la storia della nazione italiana – è stato messo in evidenza, sulla scorta dell’importante e recente libro di Alberto Burgio su Gramsci storico, come i Quaderni del carcere rappresentino “un grande libro di storia”  e in questa ottica, Zanantoni ha inteso tracciare, attraverso le note gramsciane, una sorta di “biografia” della nazione italiana, toccando soprattutto due aspetti: da un lato ricostruendo le riflessione metodologiche di Gramsci in merito alla possibilità di una storia unitaria della nazione e dall’altro evidenziando alcuni caratteri propri degli italiani, come l’individualismo, l’apoliticismo, il campanilismo ecc. Giuliano Albarani, dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Modena, ha riletto uno dei temi classici dell’indagine storica del pensatore sardo: il Risorgimento e l’Unità d’Italia. Pur accennando alla battaglia storiografica e politica insieme, svoltasi tra Romeo e gli storici marxisti negli anni cinquanta e sessanta in particolare, Albarani ha voluto soffermarsi più dettagliatamente sull’analisi dell’egemonia moderata dominante nel periodo risorgimentale per mettere in evidenza l’apprezzamento espresso da Gramsci verso  la capacità di dominio culturale e politico dimostrata da Cavour e dai moderati, per sottolineare la forza costruttiva che l’ambito culturale viene ad assumere in ogni momento di lotta a lungo termine tra due fazioni.

Argomento della relazione dello storico Giorgio Galli è stato invece il rapporto tra Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga riguardo al carattere e al ruolo del Partito comunista d’Italia. Se Bordiga, secondo il relatore, aveva visto meglio di Gramsci il ruolo che il partito deve avere come soggetto capace di dare omogeneità e guida alle istanze del proletariato, nelle riflessioni dal carcere è invece Gramsci a sviluppare meglio taluni caratteri più moderni del partito, al punto che le sue riflessioni finiscono col presentare “pericolose” diversità nei confronti dell’esperienza sovietica e staliniana. Altro tema classico della analisi storica del pensatore sardo è quella ripresa da Salvatore Distefano con la sua relazione su Gramsci e la Questione meridionale, relazione nella quale sono state ricostruite le riflessioni gramsciane sull’argomento, dai primi scritti giovanili sino ai Quaderni. Con le due relazioni di Marco Vanzulli, dell’Università Bicocca di Milano, su Gramsci e Labriola e di Giuseppe Cospito, dell’Università di Pavia, su Gramsci e Marx, si sono toccati i problemi inerenti alle continuità, influenze, diversità, tra il pensatore sardo e i suoi maestri marxisti. Vanzulli ha messo in evidenza soprattutto alcune diversità di fondo con Labriola, per sottolineare fortemente e positivamente, a suo giudizio, la valorizzazione gramsciana del lato soggettivo e volontaristico della filosofia della prassi, pur in una prospettiva materialistica. Anche Cospito, occupandosi delle traduzioni gramsciane di alcuni brani di Marx, svolte quasi a memoria in carcere, ha evidenziato come il modo di tradurre da parte di Gramsci alcuni concetti marxiani, sia indicativo di una adesione non passiva, ma tenda a far emergere una personale concezione della filosofia marxista. Eros Barone dal canto suo, trattando il tema Gramsci e la letteratura, si è occupato in particolare di aspetti inerenti al problema della prosa di Gramsci come espressione del pensiero dell’ideazione e della educazione rivoluzionaria, oltre che del problema della riforma intellettuale e morale da intendere comunque in stretto collegamento con la struttura dei rapporti di produzione, e del basilare concetto di egemonia, intellettuale e morale, come nodo centrale della prassi. Infine Carlo Antonio Barberini, trattando di Gramsci e l’Ordine nuovo, si è soffermato sul ruolo decisivo svolto dalla Rivoluzione d’Ottobre e quindi da Lenin sulla formazione politica di Gramsci e sulla sua maturazione comunista: in particolare ha mostrato come l’Ordine nuovo fosse, negli anni 1919-’20 la cassa di risonanza in Italia della linea e della politica dell’Internazionale comunista, pur con tutti i limiti di assimilazione del bolscevismo che caratterizzeranno il gruppo fondatore del Partito comunista d’Italia e che, per quanto riguarda Gramsci, saranno evidenziati in particolare in quel periodo dalla incapacità di cogliere i nodi strategici della battaglia politica in Italia, come dimostrerà tra l’altro la confusione tra i Consigli di fabbrica ed i Soviet o il ritardo nella nascita del PCd’I.

Al termine del Convegno si è svolta un intenso e vivace dibattito tra il pubblico e i relatori, dibattito che ha avuto al centro un tema che è emerso spesso durante tutti i lavori: si tratta del tema del valore, nella riflessione gramsciana, della battaglia culturale, nell’ambito di un periodo storico caratterizzato dal dominio capitalistico. Una discussione sempre presente nella storia dei convegni e delle interpretazioni gramsciane, ma che nel convegno milanese è stato riproposto in termini nuovi soprattutto dai più giovani studiosi, che probabilmente, leggendo Gramsci con occhi meno influenzati dalle battaglie, anche strumentali, dei decenni precedenti, apprezzano, del pensatore sardo, la particolare riflessione circa le capacità egemoniche che la cultura, i mezzi di comunicazione, le attività intellettuali nel loro insieme riescono a produrre. Per alcuni questo lato del marxismo di Gramsci costituisce ormai il lascito più importante (“classico”) del pensatore sardo e l’aspetto più nuovo ed attuale del suo pensiero. Per altri, l’eccessiva sottolineatura delle opportunità offerte da una battaglia culturale che è pur sempre un dato sovrastrutturale della società, rispetto alle tematiche e ai problemi economici strutturali e alle relative scelte strategiche, rischia invece di penalizzare e sminuire il lascito gramsciano, riducendo la complessa e ricca figura di Gramsci a quella di un pensatore il cui marxismo è talmente impregnato di influenze idealistiche da essere poco utilizzabile in una battaglia politica per cambiare il mondo.

Del Convegno è prevista la pubblicazione degli Atti, presso la casa editrice Unicopli, entro il 2007.