Teorie in viaggio da Gramsci a Edward Said
Sandro Mezzadra
Si potrebbe, per ridere,
sostenere che la Francia è l'inizio dell'Africa
tenebrosa e che il jazz band è la prima molecola di una nuova civiltà eurafricana
Cartografie del mondo globale Materialismo geografico e cosmopolitismo
in «Esercizi di potere», una raccolta di studi postcoloniali
curati da Iain Chambers
Sandro
Mezzadra
«Come
vedi», scriveva Antonio Gramsci all'amico Giuseppe
Berti dal carcere di San Vittore, l'8 agosto 1927, «io
razzolo anche nei letamai!». Descrivendo le disordinate letture di quei primi
mesi di detenzione, Gramsci si compiaceva della sua
«capacità abbastanza felice di trovare un qualche lato interessante anche nella
più bassa produzione intellettuale, come i romanzi d'appendice».
Difese dell'Occidente
«Se
avessi la possibilità», aggiungeva, «accumulerei
centinaia e migliaia di schede su alcuni argomenti di psicologia diffusa
popolare». D'altro canto, la stessa sensibilità culturale consentiva a Gramsci di farsi beffe di un libro «tanto strombazzato» e
dal titolo tanto altisonante quanto quello, da poco uscito in Francia, di Henri Massis, Défense
de l'Occident. «Ciò che mi fa ridere», si legge
nella stessa lettera a Berti, «è il fatto che questo
egregio Massis, il quale ha una benedetta paura che
l'ideologia asiatica di Tagore e di Gandhi non distrugga il razionalismo cattolico francese,
non s'accorge che Parigi è diventata una mezza colonia dell'intellettualismo
senegalese e che in Francia si moltiplica il numero dei meticci. Si potrebbe,
per ridere, sostenere, che se la Germania è l'estrema propaggine dell'asiatismo
ideologico, la Francia è l'inizio dell'Africa tenebrosa e che il jazz-band è la
prima molecola di una nuova civiltà eurafricana!». Fa
una certa impressione rileggere queste righe, così prossime a
una sensibilità che oggi si definirebbe senza indugio «postcoloniale».
Laboratori
latinoamericani
Vi
è qui una delle tante tracce seguendo le quali è
possibile ricostruire il profilo di un «altro Gramsci»,
decisamente diverso - e assai più vicino a noi - rispetto a quello ingessato
dall'ortodossia e dal culto di partito che fino a non molti anni fa, a dispetto
del prezioso lavoro filologico e interpretativo svolto con rigore da grandi
interpreti della sua opera, continuava a circolare nella cultura politica
italiana. Non sorprende, in questo senso, che un uso più libero e creativo del
pensiero gramsciano, foucaultianamente
considerato una «cassetta degli attrezzi», sia stato
fatto a partire dagli anni Settanta al di fuori dell'Italia.
Un
discorso a parte, in questo senso, andrebbe fatto sul grande
laboratorio latinoamericano, dove il confronto con Gramsci
assume una rilevanza cruciale e caratteri di assoluta originalità fin dalla
fine degli anni Venti, con la pubblicazione dei Sette saggi sulla realtà
peruviana di José Carlos
Mariátegui.
Lo
stesso dibattito latino-americano, d'altro canto, si è proficuamente
intrecciato, in anni più recenti, con la rilettura di Gramsci
avviata nel mondo anglosassone dai saggi di Stuart
Hall, che hanno fatto dell'autore dei Quaderni del
carcere un riferimento imprescindibile per gli studi culturali e postcoloniali. Basti ricordare, a questo proposito, i
lavori dello storico indiano Ranajit Guha, fondatore dei «Subaltern Studies», e quelli di Edward Said, che proprio dalla
ripresa di concetti (subalternità, egemonia) e di testi (Alcuni temi della quistione meridionale) gramsciani
hanno preso l'avvio per muovere verso esiti che hanno profondamente segnato i
dibattiti culturali «globali» degli ultimi anni.
Proprio
Said ci ha ricordato del resto che non solo le
persone, ma anche le teorie viaggiano (Traveling
Theory si intitola
appunto uno dei saggi più noti del grande critico palestinese, scritto nel 1982
e poi «rivisitato» nel 1994). E viaggiando possono certo «addomesticarsi»,
perdere la propria originaria carica di provocazione, ma possono anche
«ibridarsi» in altre costellazioni storiche, geografiche e culturali, dando
luogo a concatenazioni e a esiti tanto imprevisti
quanto interessanti.
Varrebbe
davvero la pena di saggiare in riferimento al pensiero
di Gramsci l'intuizione di Said,
di ricostruire in questa chiave la storia globale della sua ricezione e reinterpretazione: quel che ne deriverebbe non sarebbe
soltanto la stesura di un capitolo particolarmente affascinante di storia
intellettuale del Novecento, ma anche l'allestimento di un grande archivio di
testi, temi e concetti a disposizione del pensiero critico contemporaneo. Un
primo contributo in questo senso è offerto dal volume curato da Iain Chambers per la casa
editrice Meltemi, Esercizi di potere. Gramsci, Said e il postcoloniale (pp. 140, euro 14).
Non
si tratta, come scrive lo stesso curatore, di un lavoro di approfondimento
accademico: piuttosto, di una raccolta di brevi interventi di diversa
provenienza disciplinare (letteraria, storica, filosofica) che si propongono di
indicare in modo stenografico «delle strade non ancora imboccate, degli
orizzonti ancora da attraversare, nella convinzione che il senso del mondo
esiste nell'atto di riconfigurarlo e, dunque,
trasformarlo». Questa necessità, sottolineata da Gayatri Spivak (su cui si
soffermano in particolare Lidia Curtis e Marina De
Chiara), di «re-immaginare il pianeta» fa da sfondo all'intero volume, la cui
trama viene dipanandosi tra l'imperativo gramsciano
di «pensare "mondialmente"» e le riflessioni di Said
sul cosmopolitismo e sul concetto di worldliness
(al centro degli interventi di Lea Durante e Serena Guarracino).
Vivere
in stato di traduzione
Il
contrappunto tra Gramsci e Said
produce così i suoi effetti nell'interpretazione di un romanzo della scrittrice
egiziana Ahdaf Soueif, In
the Eye of the Sun
(1992), in cui il movimento continuo della protagonista tra Egitto e
Inghilterra diventa metafora di un «vivere in un vero e proprio stato di
traduzione»: espressione paradigmatica di una nuova «subalternità
transnazionale, economica e culturale ma, anch'essa, messa in movimento, in un
tragitto che viene dal sud e porta il sud dentro di sé», sfidando le stesse
coordinate geografiche della nostra comprensione del mondo (Marta Cariello); oppure, nell'intervento di Sara Marinelli, diventa un prisma che consente di leggere il
mondo da uno dei suoi tanti margini, il carcere di Secondigliano.
Coerentemente
con l'attenzione sempre riservata da Said al
«materialismo geografico» gramsciano, il libro curato
da Chambers ben si presta a
essere letto come contributo a una cartografia del mondo globale contemporaneo,
nel tentativo di rendere conto di quel processo di continuo rimescolamento dei
confini che ne costituisce uno dei tratti salienti.
Verso
un nuovo umanesimo
Più
in generale, del resto, il dialogo tra Gramsci e Said propone, come opportunamente
sottolinea lo stesso Chambers, l'importanza strategica
di un'analisi culturale capace da una parte di costituire un terreno di
riflessione critica sulle trasformazioni che investono l'economia e la
politica, sfidandone la «autonomia», dall'altra di ribadire continuamente «la
centralità dell'esercizio complessivo del potere». E di non rinunciare, per
riprendere il tema dell'intervento di Giorgio Baratta (tra gli interpreti
italiani di Gramsci senza dubbio uno dei più attenti
agli usi che ne sono stati fatti negli studi culturali e postcoloniali),
a porre la domanda sulla possibilità di un nuovo «umanesimo dopo la "morte
dell'uomo"».
(il manifesto,
4 giugno 2006)