Gramsci e Moro prigionieri
Guido Liguori
Strano
libro, questo di Massimo Mastrogregori, I due prigionieri. Gramsci, Moro e la storia del
Novecento italiano (Genova, Marietti,
2008, pp. 340, euro 22). Strano non solo perché – benché
l’autore dimostri spesso competenza sul e intelligenza
del materiale trattato – si presenta in una forma troppo (volutamente)
divulgativa, a volte davvero eccessiva nel didascalismo
che lo sorregge. Strano perché muove da un assunto troppo generico e poco significativo: la somiglianza tra i casi di Antonio Gramsci e di Aldo Moro. In cosa la vicenda dei due leader
politici si somiglierebbe? Certo, entrambi furono
«prigionieri». In epoche diversissime e lontane (nell’Italia
fascista il primo, negli anni Settanta, in piena democrazia repubblicana il
secondo). Ma prigionieri di chi? Il comunista
sardo, rinchiuso per circa un decennio nelle carceri dello Stato fascista o in
luoghi analoghi, pagando infine con la vita l’impossibilità
di curare adeguatamente le proprie non lievi patologie; il leader
democristiano, ostaggio per una manciata di settimane, nel 1978, delle Brigate
Rosse, che decisero poi di eliminarlo e lo assassinarono con qualche raffica di
mitra.
Tutti e due prigionieri? Tutti e due
in lotta per la vita, traditi da amici di partito infidi, autori di epistolari
che avevano come fine più o meno esplicito quello di cercare di salvare le
rispettive esistenze? Queste le tesi, a mio avviso piuttosto
superficiali, che si ritrovano nel libro. Superficiali perché
imparagonabili mi sembrano i due casi, le situazioni specifiche delle due
“prigionie”, la differenza profonda tra i contesti e
gli stessi comportamenti degli attori delle due tragedie che vengono poste a
raffronto.
Nelle parti che riguardano la vicenda gramsciana,
non si può dire che l’analisi di Mastrogregori arrivi
a risultati nuovi o a sintesi riepilogative particolarmente brillanti. Mi
riferisco soprattutto alle considerazioni sulla struttura dei Quaderni e alla storia della loro
diffusione: sono state scritte su questo intere biblioteche
e l’autore – che pure non le ignora – ne offre una sintesi poco approfondita e
a tratti discutibile. Anche i momenti di maggiore approfondimento nel libro (Gramsci “recensore” di Croce e Croce recensore di Gramsci) sembrano infatti viziati
da una eccessiva indulgenza verso il ruolo del filosofo neoidealista e
soprattutto da una mancata contestualizzazione della
vicenda inerente la “contesa” dell’eredità gramsciana
nel dopoguerra.
Quando – dopo aver letto decine e centinaia di pagine – verso la fine
del volume troviamo scritto dallo stesso autore che
«nelle distinte vicende dei due prigionieri ci sono alcune somiglianze, un po’
estrinseche» (p. 279), ci domandiamo perché si sia voluto tentare l’impresa in
questione, che poggia per stessa ammissione di Mastrogregori
su somiglianze così poco pertinenti.