Il Gramsci di Santucci

 

Guido Liguori

 

 

Antonio A. Santucci, recentemente scomparso a soli 54 anni, è stato uno degli studiosi di Gramsci più noti nel mondo. Non tanto per i libri, i saggi, gli articoli che ha scritto – che pure sono stati numerosi e tradotti in numerose lingue –, ma soprattutto per la sua pluridecennale opera di curatore e organizzatore di libri ed eventi gramsciani, nonché per il suo essere a lungo punto di riferimento degli studiosi gramsciani provenienti dai paesi dei cinque continenti, all’interno della Fondazione Gramsci, negli anni ottanta, allorquando fu il collaboratore più stretto di Valentino Gerratana. Accanto a Gerratana e nei lavori svolti insieme a lui – ad esempio la curatela degli scritti gramsciani dell’Ordine Nuovo, e poi in tanti altri, che sempre poterono contare sul consiglio amichevole di Valentino (ma vale anche l’inverso, come lo stesso Gerratana scrisse esplicitamente) – Santucci sviluppò non solo una conoscenza profondissima dell’opera di Gramsci, ma anche un metodo direttamente condizionato dal Maestro, un metodo fatto di sobrietà e di rigore, di fedeltà al testo e di rifiuto assoluto dei voli pindarici basati sul niente che pure a volte fanno la fortuna degli interpreti più disinvolti.

L’autore di Santucci – che pure si interessò e produsse opere anche su altri grandi nomi della cultura moderna (Diderot, Marx, Engels, Labriola, solo per ricordarne alcuni) – fu dunque senza dubbio Gramsci. E il Gramsci di Santucci, e il Santucci studioso di Gramsci, sono oggi ricordati grazie a una bella iniziativa editoriale della Sellerio (Antonio A. Santucci, Antonio Gramsci 1891-1937, a cura di Lelio La Porta, premessa di Eric J. Hobsbawm, con una nota di Joseph A. Buttigieg, pp. 191, euro 12), che ripubblica in un unico volume due scritti di Santucci ormai esauriti da tempo: un fortunato libro del 1987 apparso nella mitica collana dei Libri di base degli Editori Riuniti diretta da Tullio de Mauro con il titolo  Antonio Gramsci. Guida al pensiero e agli scritti e il primo capitolo di una piccola monografia, Gramsci, apparsa nel 1996 per i tipi della Newton & Compton, che faceva il punto sulla nuova stagione interpretativa apertasi con «l’indimenticabile ‘89».

Il libro non è però solo una testimonianza per un amico scomparso, come pure la collaborazione e gli scritti di Hobsbawm, Buttigieg e La Porta indicano con chiarezza, unitamente alla stessa scelta dell’editrice e alla sensibilità da questa dimostrata – Sellerio pubblicò a metà anni novanta una raccolta delle Lettere dal carcere curata da Antonio che, controversa per motivi diciamo pure di basso profilo, legati ai diritti dell’eredità letteraria di Gramsci, oggi ormai prossimi alla definitiva scadenza, resta la più completa e complessivamente la migliore tra quelle disponibili in lingua italiana. Il libro oggi proposto è ancora una utile introduzione alla figura e all’opera del grande sardo, di cui con efficacia Santucci tratteggia la biografia – anche nei suoi aspetti non scontati o edificanti – e delinea i motivi teorici di maggior spessore.

Ciò non toglie che molti anni e molti studi sono trascorsi dagli anni ottanta e nuove pagine potrebbero essere scritte o riscritte, e Antonio senz’altro l’avrebbe fatto. Va anche aggiunto però che l’opera di Gramsci, e anche la sua vicenda biografica, sono costantemente soggetti a revisione e approfondimento, come sarebbe naturale e positivo, se non fosse che quest’opera di «revisione» è ancora influenzati dalla congiuntura politica del nostro paese, in cui evidentemente non è facile accettare che il saggista italiano moderno più diffuso nel mondo (più tradotto, più pubblicato, più studiato) dai tempi di Machiavelli sia un comunista e un marxista. Né sono mancati i tentativi di ridurre Gramsci a una sorta di liberale di sinistra, o a un «azionista» sui generis, o a un democratico solo incidentalmente incappato in un «peccato di gioventù», la lotta di classe e una vita dedicata al riscatto e alla liberazione delle classi subalterne. Di fronte a molte operazioni smaccatamente strumentali e dunque inevitabilmente di corto respiro, il ricordo e l’opera di Santucci restano a indicare uno studioso che, pur ben conoscendo la passione politica e non disdegnando la divulgazione anche giornalistica, mai cedette alla tentazione di dimenticare uno dei motti gramsciani che amava citare, quello che ci ricorda che «la verità è sempre rivoluzionaria».