Il ritorno di Lehner

 

Guido Liguori

 

 

La storia della ricezione gramsciana è piena di tentativi più o meno felici di annettere il marxista e comunista sardo ad altri campi politici. Molto spesso tali tentativi hanno il fine di contrapporre la grandezza, o comunque l’apprezzabilità di Gramsci, alla presunta bassezza, efferatezza, malvagità dei suoi compagni di partito, in particolare di Togliatti. Esaltando il primo, si cerca di colpire i secondi, come scrisse Togliatti stesso di fronte ai primissimi tentativi del genere, nel dopoguerra. Naturalmente un conto è se tale operazione la tenta Benedetto Croce (nel 1947, recensendo le Lettere; ma facendo onesta marcia indietro l’anno dopo, iniziando lo studio dei Quaderni), un conto è se la fa gente come Giancarlo Lehner, parlamentare berlusconiano dagli anni ‘80 impegnato – tra i fedeli di Craxi – sul fronte della “lotta storiografica” contro il Pci. Ora Lehner torna ai suoi primi amori, pubblicando un libro su La famiglia Gramsci in Russia, con i diari inediti di Margarita e Olga Gramsci (Milano, Mondadori, pp. 306, euro 20).

Il volume si compone di due parti ben distinte: un lungo saggio (187 pagine) di Lehner su Togliatti contro Gramsci; e una seconda parte contenente il Diario di Margarita Gramsci e i Ricordi di Olga Gramsci. Cominciamo dalla fine: chi sono queste due donne che portano un cognome tanto impegnativo? Margarita è la prima moglie del figlio di Antonio, Giuliano, con cui  divorziò nei primi anni ‘60 (dal secondo matrimonio di Giuliano nacque Antonio Gramsci jr., di cui da poco è uscito il più serio e interessante La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht, L’Unità, ottobre 2008) Le due donne vivono da diversi anni in Svezia, sono fieramente anticomuniste (e piene di ammirazione per Putin), furono scoperte già alcuni anni orsono da Massimo Caprara e usate (Olga) – sempre per dire tutto il male possibile del Pci e dei comunisti in generale – per alcuni articoli scritti per “il Giornale” e per il libretto sui “carcerieri di Gramsci” (i suoi compagni di fede politica, i comunisti, ovviamente, non i fascisti) scritto da Caprara e uscito nel 2001.

Cosa scrivono ora le due donne? Margareta racconta la sua vita, il suo lavoro e le sue peripezie, solo in parte soffermandosi sulla famiglia Gramsci-Schucht: spende molte buone parole per Antonio, Giulia e Giuliano, ricorda episodi familiari anche imbarazzanti – la vecchia Evgenija, «prepotente e despota naturale» (p. 200) e «fanatica stalinista» (p. 274), che maltratta la vecchia Julija affetta da epilessia, forse perché da sempre innamorata di Nino (tenacissima nell’amore e nell’odio, tutta una vita!) –, soprattutto  sparla in tutti i modi dei sovietici, del Pci e di Togliatti. Senza alcuna pezza d’appoggio documentaria o storiografica, ripetendo le storielle apprese probabilmente da Caprara e Lehner: Gramsci (Antonio) non liberato dai comunisti quando ve ne sarebbe stata la possibilità perché tornava loro comodo tenerlo in prigione per poter fare propaganda antifascista e forse ucciso dai servizi segreti sovietici (buttato giù dalla finestra o avvelenato: scegliete voi, l’autrice prospetta entrambe le possibilità!); Tania uccisa probabilmente da Stalin (nessuna prova, se non il fatto che nella Russia staliniana ciò era... possibile!); il Pci che blandisce Delio e Giuliano ma non li vuole far vivere in Italia temendo chissà quale rivelazione (Giuliano è descritto come una sorta di dissidente e la ex moglie si dice certa che durante lo stalinismo Togliatti non avrebbe esitato a denunciarlo e farlo arrestare: affermazioni anche qui senza alcun fondamento). Insomma, elementi di un qualche interesse storiografico, mi sembra, meno di zero, se si fa eccezione per la testimonianza (certo bisognosa di conferme) delle condizioni di vita dei Gramsci-Schucht negli anni ‘50 e ‘60 del ‘900 e per i rapporti tra i vari componenti della stessa famiglia. Olga invece – più brevemente (è più giovane) – ci parla del suo papà, dei suoi amori, dei suoi figli: una testimonianza ancora meno rilevante sul fronte della conoscenza di Gramsci, ugualmente condita di qualche sparata anticomunista. All’altezza, appunto, dei giornali e dei giornalisti di Berlusconi.

Non molto più in alto vola il saggio di Lehner, nel quale si ripetono tutti i luoghi comuni contro Togliatti e contro il Pci che circolano dagli anni ‘80 proprio grazie alle campagne storiografiche craxiane, a cui l’autore partecipò attivamente, come corsivista dell’ “Avanti!” e collaboratore dell’ex-ministro Lagorio (avevano scritto a quattro mani, nel 1987, un indimenticato Turati e Gramsci per il socialismo), naturalmente aggiornate dagli eventi, dalle polemiche e dalle chiacchiere di questi ultimi vent’anni. Si inizia dalla questione dei diritti di autore delle opere gramsciane, con cui si riduce a una questione economica il problema della gestione degli scritti di Gramsci. Le sorelle Schucht volevano affidare a Stalin la loro cura, perché non avevano fiducia nei comunisti italiani. Viene da chiedersi: ponevano così una questione economica o politica? E cosa avrebbe fatto Stalin degli scritti di Gramsci: li avrebbe affidati a Zdanov? Sarebbero mai usciti? Sarebbe stato Zdanov, nei confronti degli scritti gramsciani, più “liberale” di Togliatti curatore delle Lettere e dei Quaderni? Ovviamente lo diciamo ironicamente, poiché sicuramente di Gramsci – certo indigesto ai canoni del Diamat – non sarebbe stato pubblicato mai nulla o quasi nulla, se la faccenda non fosse stata gestita accortamente da Togliatti (si veda su questo Giuseppe Vacca, Appuntamenti con Gramsci, capitolo VI; e Togliatti editore di Gramsci, a cura di Chiara Daniele, entrambi editi da Carocci).

Il saggio di Lehner continua con l’accusa che sia stato Togliatti a far arrestare Gramsci per non permettergli di contrastare il «lavaggio del cervello» fatto dall’inviato del Comintern Hombert-Droz nei confronti dell’intero gruppo dirigente dei comunisti italiani subito prima dell’arresto di Gramci (p. 73; ma poco dopo il colpevole dell’arresto sembra essere Berti...). O con la confusa ripetizione delle accuse a Grieco e a Togliatti sulla “lettera del ‘28” (in merito alla quale si veda ora il libro di Luciano Canfora, La storia falsa, Rizzoli, 2008). O con la vita del Pcd’I clandestino descritto con un’ottica da Peppone e don Camillo (“contrordine compagni!”, ripete Lehner con fine ironia). O con la volontà di censurare i Quaderni appena letti, in Spagna e in Urss (evidentemente era meglio per l’autore che il Pci facesse la fine del partito comunista polacco...), ecc. Togliatti viene descritto con tratti addirittura lombrosiani («intrigante, volpino, cinico»: p. 49), è prova a suo carico persino aver chiesto «subito copia» delle lettere di Gramsci. Prima viene indicato come complice-compare di Dimitrov nel perpetrare i crimini dello stalinismo, poi si afferma che solo l’invasione nazista lo salva dalla giusta punizione per avere tradito Gramsci. E chi lo avrebbe dovuto punire? Stalin e Dimitrov! Ma non era Gramsci, per costoro, il “nemico”, il sospettato di trockijsmo? Non ci si capisce nulla...

Ma l’apice del rigore metodologico (si fa per dire, ovviamente) Lehner lo raggiunge parlando di Piero Sraffa. Costui è indicato senza alcun dubbio come una spia sovietica, l’«uomo di Mosca» (p. 45) incaricato di sorvegliare Gramsci, Tania, ecc. Le prove a suo carico? In primo luogo risiedeva a Cambridge in un periodo in cui le università inglese erano piene di spie (e dunque: perché non anche Sraffa?). In secondo luogo, negli archivi della Terza Internazionale non vi è nulla su di lui, cioè – afferma Lehner senza fornire alcun  riferimento – la cartella a suo nome è vuota. E dunque sicuramente «là dentro c’erano le prove delle sue mansioni per conto dell’NKVD, del Comintern e di Stalin» (p. 49). Siamo cioè all’assurdo: poiché non vi è nulla negli archivi su Sraffa, di lui si può sospettare e dire tutto! Del resto il grande economista, uno dei maggiori del ‘900, è per l’autore «personaggio ambiguo, doppio e triplo, ben inserito negli ingranaggi del Comintern e tra i fondatori della colonia di spie della Lubjanka all’interno dell’Università di Cambridge» (ibidem): affermazioni fatte senza alcuna “pezza d’appoggio”, in modo del tutto gratuito. Da una parte Piero, tramite il padre, agisce per fare ottenere a Gramsci la libertà condizionale, dall’altra briga con Togliatti per far fallire i progetti di liberazione del detenuto, suo amico di vecchia data. Diabolici, questi comunisti!

Come si può affermare tutto ciò che Lehner afferma senza alcun riscontro, senza una testimonianza, senza un ritrovamento d’archivio? Il punto è questo: può essere che Sraffa fosse una “spia sovietica”? Non so se sia possibile escluderlo. Di sicuro non mi sembra possibile affermarlo seriamente, nero su bianco, senza alcun elemento a supporto. O la prova della sua “colpevolezza” starebbe nel non aver supportato i sospetti e le accuse delle sorelle Schucht contro Togliatti di fronte a Stalin? Per Lehner, dopo la morte di Gramsci Sraffa consigliò a Tania di andare a Parigi con il pretesto di chiarire i suoi dubbi con un franco colloquio con i dirigenti comunisti italiani al solo scopo di gettarla «nella tana del lupo, presso il centro estero del Pci, in quel di Parigi, città dove [era] accadimento del tutto normale poter perdere la vita per mano di sicari stalinisti» (p. 47). Siamo alla farneticazione.

Purtroppo da qualche anno a questa parte è invalsa l’usanza di congetturare tutto e il contrario di tutto sulla vicenda storica gramsciana, senza sentire il bisogno di esibire una qualche “prova” documentale. E questi sono i risultati ultimi di tale metodo a dir poco disinvolto. Che certo raggiunge in questo “saggio” di Lehner punte inusuali (per fortuna). Gramsci è “simpatico” al nostro autore anche se in modo strumentale, per poter colpire, assolvendo lui, tutti gli altri comunisti di ieri, oggi e domani. L’autore infatti non dimentica che «Antonio non fu un santo ... fu leninista»! Ma evidentemente egli fu miracolato (si convertì, direbbe monsignor De Magistris) e così «negli ultimi anni considerò sbagliata la Causa alla quale aveva dedicato l’intera esistenza» (p. 54).

Insomma, Lehner potrebbe essere considerato, per il suo modo sgangherato di fingersi storico, un tipico esempio – avrebbe detto Gramsci – di «lorianismo», non raro oggi in Italia. Ma forse è, più che altro, un caso da psicoanalisi. Egli stesso getta una luce inedita sulle motivazioni che lo spingono a occuparsi in questo modo di Gramsci, quando scrive: «Mio padre, allora semplice manovale, risparmiò su tutto, pur di comprare i volumi di Gramsci, esortandomi, benché io fossi scolaro delle elementari, a leggerli» (p. 340). Metodi pedagogici discutibili, certo: solidarizziamo con il piccolo Lehner. Ma del fatto che Giancarlo non ebbe da bambino il trenino perché il padre preferì comprare i Quaderni dobbiamo continuare ancora oggi a pagare noi le conseguenze? Per favore, comprategli un trenino!