Gramsci e la rivoluzione necessaria
Lelio
La Porta
«Quando
tutta l’economia mondiale sarà diventata capitalistica e di un certo grado di
sviluppo, quando cioè la “frontiera mobile” del mondo
economico capitalistico avrà raggiunto le sue colonne d’Ercole», quando il
capitalismo si sarà esteso al punto da non essere più ulteriormente estensibile
rischiando così il collasso, emergeranno le sue contraddizioni sia economiche
sia politiche e la soluzione politica del problema sarà «in un rovesciamento
della praxis». L’ultima espressione fa intendere che
l’autore del testo citato è Gramsci
(Q 10, p. 1279) il quale individuava la linea di tendenza dello sviluppo
capitalistico, l’attuale globalizzazione, ma ne
metteva in evidenza anche i pericoli
per il capitalismo stesso e quindi la necessità per le forze antagoniste (Gramsci avrebbe detto «subalterne») di predisporsi non
all’accettazione del presente, ma al ripensamento della rivoluzione come punto
«all’ordine del giorno della storia». Una rivoluzione, in questa
ottica, né imminente né inevitabile, ma sicuramente attuale. Questo è,
sinteticamente, il punto di vista sostenuto da Raul Mordenti
nel suo Gramsci e la rivoluzione necessaria (Roma,
Editori Riuniti, 2007, pp. 206, euro 14).
Ripercorrendo
alcuni dei luoghi centrali della elaborazione gramsciana e inserendo in questo contesto una serie di
considerazioni molto polemiche su alcune delle letture contemporanee di Gramsci, sul suo uso a scopi politici o anche su
ricostruzioni a beneficio di redazioni compiacenti e revisionisticamente
interessate di aspetti della sua vita legati in specie ai suoi rapporti con il Pci e Togliatti, Mordenti ci
offre un quadro esauriente della figura di Gramsci
intellettuale e dirigente politico. Tutto il lavoro si svolge nella direzione
di dare un senso all’affermazione che ne costituisce
l’incipit, invero provocatoria se messa in rapporto con gli sviluppi più
recenti degli studi intorno al grande sardo: «Antonio Gramsci
era comunista». Affermazione non solo provocatoria ma anche perentoria, che non
lascerebbe spazio a discussioni ulteriori e farebbe
intendere che per l’autore le diatribe sulla classicità di Gramsci
lasciano il tempo che trovano se non ricondotte all’origine della questione,
cioè l’appartenenza politica di Gramsci stesso. In
realtà le cose stanno diversamente e basterebbe leggere l’ultimo capitolo del
libro, La scrittura della rivoluzione,
per rendersi conto che anche Mordenti riconosce a Gramsci la patente di classico riproposta in base alla
categoria di «opera mondo», con la quale si intende un testo in cui alla
molteplicità delle convenzioni linguistiche si aggiunge il fatto di essere
suscettibile di una quantità interminabile di interpretazioni; a tal proposito
scrive l’autore: «Essere diversamente interpretati […] lungo il tempo è il
destino che accomuna i classici; anzi ciò che li definisce è proprio il fatto
di sopportare il peso di tali stratificate interpretazioni senza restarne
soffocati e annichiliti».
Una
categoria gramsciana che sembra stare molto a cuore a
Mordenti è il brescianesimo,
anzi il «neo-brescianesimo». Non avendo potuto avere,
visto il suo stato ecclesiastico, dei figli, almeno riconosciuti come tali, il
gesuita padre Bresciani ebbe molti nipoti, che sono l’oggetto dell’attacco gramsciano
nei Quaderni, e oggi ha molteplici
pronipoti, le cui caratteristiche peculiari sono l’anticomunismo, l’astio, la
falsificazione della realtà, la malafede (che l’autore riassume
nell’espressione «mentire sapendo di mentire»). Per essere compiutamente brescianeschi non c’è bisogno di prendere i voti:
d’altronde nel gruppo dirigente berlusconiano,
massimo esempio di neobrescianesimo, secondo
Mordenti, non sembra ci siano né alti prelati ma neanche parroci di campagna.
Si potrebbe però accludere all’elenco dei pronipoti di padre Bresciani anche diversi politici, molto
prossimi, peraltro, a volte, anche allo Stenterello che Gramsci già ricordava nel 1917 riprendendo una quartina del
Giusti: «Dietro l’avello / di Machiavello / giace lo
scheletro / di Stenterello». Lo Stenterello, commentava Gramsci,
urla, sbraita, esalta le virtù della stirpe e gli antenati, ma non fa nulla,
non lavora, non produce neanche uno straccio di idea.
Questa è la genia che rende necessaria la rivoluzione, la «riforma
intellettuale e morale»; anche per questo bisogna sostenere che Gramsci è un classico comunista.
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