Recensione
a Giorgio Baratta, Antonio Gramsci in
contrappunto. Dialoghi col presente
Roma, Carocci, 2007, pp. 301, € 22,50
Lothar
Knapp
Il libro di Giorgio Baratta ha il
merito di aprire nuove prospettive alla comprensione di ampie parti dei Quaderni del carcere in una lettura
parallela con le Lettere dal carcere.
L’aspetto innovativo consiste prevalentemente nell’introduzione di un concetto
mutuato dall’ambito musicale che, nella sua applicazione alla comprensione del
testo, conferisce a quest’ultimo un’ombra di musicalità non inappropriata alla
fluidità dei concetti nel linguaggio gramsciano. Si tratta del concetto di contrappunto, ripreso dallo storico
della cultura e studioso di Gramsci Edward W. Said[1],
che Baratta trasferisce dall’ambito della storia della musica a quello della
storia concettuale del lessico politico di Gramsci, gettando in tal modo le
basi per una rinnovata comprensione del testo gramsciano in alcuni suoi
aspetti. Già in Said ritroviamo l’utilizzo della categoria di contrappunto in
senso traslato, in una applicazione a testi confrontati tra loro e il cui
sviluppo viene presentato al lettore in maniera contrappuntistica, analogamente all’andamento polifonico nella
musica; vengono, per esempio, confrontate un’opera riconosciuta appartenente
alla letteratura alta della metropoli in ambito anglosassone con un’opera
proveniente dalla rispettiva periferia delle subculture anglofoni, capace di
illuminare la prima di una luce critica. Questo confronto integra anche una
componente spaziale nella funzione del contrappunto, e cioè la dialettica di centro e periferia. Per Said il centro
sta ad indicare il monopolio letterario angloamericano, la periferia la produzione dei paesi anglofoni che l’autore analizza
in Cultura e imperialismo. Letteratura e
consenso nel progetto coloniale dell’Occidente; in Baratta questi concetti
denotano inoltre gli opposti di cultura alta e cultura popolare, posizione
dominante e subalterna in senso egemonico. Essi costituiscono gli strumenti
analitici della teoria del contrappunto, sulla cui base l’autore auspica di
poter presentare una nuova visione dei testi gramsciani. Bisogna aggiungere che
questi concetti-chiave permettono all’autore di allargare l’ambito di ricerca
degli studi gramsciani al di là dell’Europa, anzitutto al continente
sudamericano, come documentato nella quarta parte del libro, intitolata Transiti e dimore.
L’approccio
analitico del libro, il suo fondamento metodologico, consiste dunque nella
messa in parallelo di storia della musica e storia sociale, di dati dello
sviluppo delle forme musicali e della corrispondente formazione storica di
condizioni politico-sociali. Per dimostrare questo l’autore risale a ritroso
nella storia seguendo lo sviluppo delle forme musicali dall’epoca barocca
all’età classica, e ancora sino alla musica moderna; egli individua come
elemento formativo del barocco l’arte della fuga, nella sua forma compiuta in
Bach, alla quale si sostituisce in epoca classica la forma musicale
caratteristica della sonata, mentre con la fine della fase classica ha luogo
una specie di ritorno ad un principio antico della musica, al contrappunto.
Sulla scia di Said e del suo dialogo con Barenboim[2],
Baratta si richiama ad Adorno e ai suoi scritti musicali[3],
per integrare questo sviluppo delle forme nella sua ricerca. Culmine di uno
sviluppo di 350 anni di tonalità, la
forma-sonata si è imposta come forma dominante dell’espressione musicale,
ricorda l’autore. «Da qui il “latente contenutismo” di una forma che è sintesi
di forma e contenuto, o meglio rappresenta il dispiegamento della tensione tra
forma e contenuto in vista della loro conciliazione, espressa dal classicismo
di Haydn, Mozart e Beethoven» (p. 18). Con Adorno, l’autore intende per forma «sonata» l’espressione
dell’«armonia di interesse individuale e interesse collettivo teorizzato dal
liberalismo», come scrive Adorno, alludendo a un parallelismo tra Beethoven e
Hegel, «tra forma “sonata” e dialettica, tra lingua musicale e linguaggio della
modernità» (18). Di fronte ad una fase della musica classica giunta ormai al
tramonto, Adorno si è chiesto che cosa potrebbe seguire alla morte del vecchio, scrive Baratta, e questa
domanda equivarrebbe all’affermazione di Gramsci «che il vecchio muore e il
nuovo non può nascere»; non essendo in vista alcuna «nuova totalità formale»,
«capace di ridurre a unità gli elementi diversificati della composizione», è
sottratto ogni fondamento ad una «universale relazione reciproca delle voci
nella loro molteplicità» e si spiega così il ritorno al «predominio radicale
del contrappunto» (19). Su questo si fonda «l’organizzazione contrappuntistica
della “neue Musik”», la polifonia delle voci, non più capace di ricomporre gli
elementi diversificati in una sintesi, ma che riflette piuttosto una
costituzione sociale caratterizzata da una crescente destrutturazione (19-20).
A questo punto,
l’approccio di Said offre la possibilità di una nuova concezione della teoria
del contrappunto da sperimentare
nella sua applicazione all’interpretazione del testo letterario, prosegue
Giorgio Baratta. Si pone dunque la questione in che modo il principio del
contrappunto possa essere in grado di creare una nuova unità della diversità o
addirittura degli elementi contraddittori, e questa sarebbe assicurata dal
fatto – ancora derivato da Adorno – che il fulcro dell’interesse si sposta dal
centro del fenomeno alla sua periferia[4].
Alle periferie subalterne verrebbe in tal modo attribuita la stessa rilevanza
che al centro dominante; centro e periferia si ritroverebbero così posti in una
relazione dialettica[5].
Ci si chiede allora quale sia il rapporto tra dialettica e contrappunto
o quale dovrebbe essere e se quest’ultimo smorzi la prima o addirittura si
sostituisca ad essa, come pare a volte. «Il Novecento appare caratterizzato
dalla disgregazione della dialettica, perlomeno della vecchia dialettica (ma ce
n’è un’altra?)» (18-19). Ritorneremo più avanti su questo punto.
L’autentico campo
di ricerca intorno al contrappunto in
relazione al rapporto tra alta cultura
e cultura popolare sta nella
costellazione concettuale umanesimo,
egemonia e democrazia, termini
che descrivono lo spazio sociale nel quale ha luogo la mediazione tra cultura
dominante e cultura subalterna e nel quale la cultura subalterna può aspirare a
una posizione egemonica rispetto alla visione del mondo predominante sinora;
tale egemonia inaugurerebbe una fase della democrazia non più dominata dal
centro e nella quale anche l’egemonia nel senso del centralismo democratico risulterebbe ormai superata.
Metodologicamente, queste categorie vengono affrontate tramite i concetti di dialettica, traducibilità e contrappunto,
presentati nell’Introduzione.
Quel che l’autore
chiama filologia vivente (45) è
l’insieme degli strumenti e delle operazioni linguistiche e gnoseologiche che
caratterizzano la catena di concetti presi in considerazione. Per quanto
riguarda il rapporto tra dialettica e
contrappunto si pone però il problema
della sovrapposizione, a tratti anche dell’identificazione dei due concetti,
con il conseguente sfumarsi dei confini tra i due ambiti concettuali. Nel
contesto considerato sin qui, la necessità della dialettica (sotto l’aspetto
economico, ma anche territoriale) è rimasta incontestata, ma in altri luoghi
del libro (come anche nell’Introduzione)
l’autore accenna ad una disgregazione della dialettica nel corso del ventesimo
secolo (18), un pensiero ripreso e ampiamente discusso nel paragrafo 8.5. dal
titolo Contrappunto.
All’inizio del ventunesimo secolo la
situazione è oramai diversa ma non al punto che sia possibile abbandonare la
teoria delle contraddizioni o intravedere una qualche forma di superamento
(156). Il problema è un altro: la «teoria delle contraddizioni» nella versione moderna, gramsciana, richiede un’integrazione
o un confronto, che le consenta il transito a una forma-pensiero non più
viziata dalla tradizione dialettica in senso stretto,
universalistico-eurocentrica, hegeliana-beethoveniana. Avviene uno slittamento:
la teoria dialettica delle contraddizioni si avvicina alla «teoria del
contrappunto» nel senso di Said. Assieme al preteso «universalismo» della
vecchia dialettica verrebbe a cadere anche il suo perdurante legame con
l’idealismo filosofico: «L’ipotesi […] è che la dialettica del contrappunto […]
disegnando lo spazio di un dialogo ideale tra Gramsci e Said, sia in grado di
riconsiderare seriamente – nel senso di liquidarlo – il residuo di
universalismo-idealismo della vecchia dialettica[6]».
Si affaccia la necessità di una «metodologia che rinunci sistematicamente a
ogni generalizzazione (di specie, di genere, di classe, ecc.) ricercando – a
partire dai gruppi, sottogruppi, individui –le relazioni, gli intrecci, le
integrazioni via via piú complesse alle quali obbedisce la logica molecolare del metodo gramsciano». Sta
qui «la potenzialità di senso immanente al “contrappunto”», sottolinea l’autore
(157-58).
Occorre qui
compiere, gramscianamente, un passo in avanti: al nesso dialettica-contrappunto
si annoda la rete traduzione-traducibilità. Fondamentale per la teoria della
traduzione si rivela una sorta di dialettica dei concetti da intendersi nel
senso di stratificazioni contrappuntistiche di senso. Si apre qui un complesso
terreno di indagine che è possibile solo sfiorare. La terminologia puramente teorica
si coniuga con le questioni di filosofia politica. L’impressione forse più
diretta data dalla percezione di un tale terreno si ha con la metafora
gramsciana del raggio e dei prismi:
«lo stesso raggio luminoso passando per prismi diversi dà rifrazioni di luce
diversa». Secondo Gramsci affiora qui «la più delicata, incompresa eppure
essenziale dote del critico delle idee e dello storico dello sviluppo sociale»
e cioè: l’attitudine a «trovare la reale identità sotto l’apparente
differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto
l’apparente identità» (22). Baratta: «È il movimento della realtà a determinare
se e quando i molti (diversi) si strutturino secondo contraddizioni, che danno luogo a conflitti, anche violenti, o
secondo differenze, passibili di
competizione egemonica, perlopiù (ma non solo) pacifica» (23). La “diversità”,
se e in quanto si presenta come espressione di contraddizioni, non può venir né
risolta né integrata nella dimensione dell’egemonico, mentre questa possibilità
esiste per le differenze. Questa
distinzione non è fissa, ma mobile. Le contraddizioni possono essere o restare
antagonistiche, o diventare (come diceva Mao Tse Dong) “contraddizioni in seno
al popolo”, cioè, in linguaggio a noi più vicino: differenze. Oper qui la
teoria della traduzione. Secondo Baratta: «Gramsci ha tradotto la dialettica, un suo aspetto, nel linguaggio
dell’egemonia». Lo scopo perseguito con questa traduzione sta nell’orientamento in direzione della
lotta per l’affermazione della democrazia, o, detto diversamente: «La
traducibilità delle contraddizioni nella
lotta egemonica è il fondamento della democrazia» (198).
Anche in
quest’ottica la democrazia viene
caratterizzata come qualcosa che può risorgere solo a partire dall’egemonia delle
classi subalterne. Aver mostrato queste prospettive storiche dal punto di vista
di un Gramsci in contrappunto è il
merito del nuovo libro di Giorgio Baratta.
(Rivista on-line “TestoeSenso”, traduzione di Leonie Schröder)
[1] E.W. Said, Cultura e imperialismo. Letteratura e
consenso nel progetto coloniale dell’Occidente.Gamberetti, Roma 1998 (ed.
orig. Culture and Imperialism. New
York 1993) nonché E.W. Said, Umanesimo e
critica democratica. Cinque lezioni. Il Saggiatore, Milano 2007 (ed. orig. Humanism and Democratique Criricism. New
York 2004).
[2] D. Barenboim, E. W. Said, Paralleli e paradossi. Pensieri sulla musica, la politica e la società. Milano 2004 (ed. orig.: Parallels and Paradoxes. Explorations in Music and Society. New York 2002).
[3] T.W. Adorno, Il problema della forma nella nuova musica, in
Id., Immagini dialettiche. Scritti
musicali, 1955-65, a cura di G. Borio, Einaudi, Torino 2004.
[4] Cfr. Adorno, La funzione del contrappunto nella nuova
musica, in Immagini dialettiche, cit.
[5] Cfr. Said Orientalismo, pp. 20 s.
[6] A tale proposito è
determinante il riferimento ad Alberto Mario Cirese nel capitolo 8 del libro di
Baratta intitolato “Folclore e filosofia”.