Ideologia

 

 

Guido Liguori

 

 

 

Affrontare la trattazione del lemma “ideologia” nei Quaderni del carcere vuol dire porsi dinanzi a due ordini di questioni, collegate ma distinte. In primo luogo, occorre raffrontare la concezione gramsciana dell’ideologia con la concezione dell’ideologia che si trova in Marx, in Engels e nel marxismo prima di Gramsci, per vedere continuità e rotture che l’autore mantiene e introduce nella propria originale interpretazione del lemma. In secondo luogo, occorre fare i conti con la accentuata polisemicità del termine, in Gramsci e oltre Gramsci, nonché ricostruire la famiglia di lemmi in cui esso è inserito nei Quaderni.

Riguardo al primo aspetto, si tenterà di delineare una rapida ricostruzione dei significati con cui il lemma giunge fino a Gramsci (soprattutto per ciò che concerne la tradizione marxista), come propedeutica alla intelligenza della teoria dell’ideologia dell’autore. In relazione al secondo aspetto, si cercherà di ricostruire storia e significati della presenza del termine nell’opera, nonché i lemmi diversi nei quali il concetto si articola.

 

1. Da Marx a Gramsci

È Gramsci stesso (Q 4, 35, 453-4, A) a ricordare, traendo spunto da un articolo apparso sul “Marzocco”[1], l’«origine del concetto di “ideologia”», la cui genesi è da ricondurre notoriamente al sensismo. Nel passo in questione, l’uso alterno della maiuscola e della minuscola nella scrittura gramsciana del lemma serve per distinguere la concezione di de Tracy e degli altri idéologues («Ideologia» come «scienza delle idee») dall’uso successivo del termine («ideologia» come «sistema di idee»). Gramsci evidenzia l’imprinting materialistico-volgare che contraddistingue l’«Ideologia» (con la maiuscola) del movimento filosofico di matrice sensistica, non a caso accostato a Bucharin[2], mentre ne sottolinea il distacco dal «Materialismo storico»: per Marx – afferma Gramsci – l’origine delle idee non è da ricercarsi nelle sensazioni, nella «fisiologia»; proprio da tale radice, criticata e respinta, verrebbe l’implicito «giudizio di valore» («di disvalore», corregge il testo C: Q 11, 63, 1491) che ha il termine nei «fondatori della filosofia della prassi».

In realtà le cose sono più complesse di quanto Gramsci qui veda. In merito alla genesi del concetto, in primo luogo, egli non fa cenno al marchio negativo che per primo Napoleone  impresse al termine, connotandolo parimenti di una forte politicità (ideologie come idee che vogliono orientare la politica), quando «con tono sprezzante definì ideologi Destutt de Tracy e Volney, i quali avevano cercato di opporsi alle sue ambizioni imperiali», lasciando intendere  che essi – in quanto intellettuali – sostituivano «considerazioni astratte alla politica reale»[3].

In secondo luogo, e soprattutto, Gramsci non conosce probabilmente L’ideologia tedesca. Del libro, scritto da Marx ed Engels nel 1845-’46 ma edito solo nel 1932, il primo, fondamentale capitolo, Feuerbach, era stato «pubblicato per la prima volta in lingua russa nel 1924 e successivamente (1926) in tedesco»[4]. Gramsci potè leggerlo o leggerne qualche recensione? Resta il fatto che non ve ne è traccia nella sua opera. Egli cioè non ha probabilmente a disposizione quello che oggi siamo abituati a considerare il luogo di nascita del moderno concetto di ideologia nella sua connotazione negativa classicamente marxiana e marxista. È in questo scritto, infatti, che compare il celebre brano che recita:

Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico[5].

Come si vede, la coupure tra Marx e gli idéologues non era così totale come a Gramsci pareva. Certo, Marx ed Engels – riprendendo il termine in quanto anch’essi vogliono indagare la genesi delle idee – spostano la ricerca sul piano storico-sociale. Ma il loro linguaggio lascia trasparire ancora una modalità di ragionamento modellata su quell’impianto fisiologico (la metafora della retina) che Gramsci considera non ricevibile[6].

Se Gramsci probabilmente non conosceva L’ideologia tedesca, conosce bene – e utilizza ampiamente – la marxiana Prefazione del ’59, dove si legge:

Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo[7].

Frosini ha rilevato in più occasioni[8] come qui Marx voglia innanzitutto mettere in guardia lo studioso dal confondere lo studio scientifico delle «condizioni economiche della produzione» con la loro rappresentazione ideologica. Si può aggiungere che tale lettura negativa dell’ideologia sembra confermata dal prosieguo stesso del testo di Marx:

Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa[9].

Se questo è vero, però, è vero anche che l’affermazione di Marx secondo la quale le “forme ideologiche” permettono di “concepire” e “combattere” il conflitto fondamentale delle classi in lotta è ben altra cosa rispetto alla secca concezione del 1845-‘46, quando l’ideologia era vista in termini unicamente negativi. Qui – è stato sostenuto – «c’è una notevole correzione rispetto alle ideologie equiparate nel 1845-46 soltanto a una coscienza distorta, “capovolta”, del mondo reale. Non è detto che tale natura di immagini capovolte l’abbiano sempre»[10]. Accanto, cioè, alla dicotomia scienza\ideologia, Marx sembra (sincreticamente) prospettare una concezione delle “forme ideologiche” che non hanno connotati negativi, ma appaiono anzi utili e persino necessarie. È sufficiente per dire che vi sono dunque in Marx almeno[11] due teorie dell’ideologia, o quantomeno due facce della stessa? A mio avviso sì. E non sarà dunque un caso che proprio di qui prenderà le mosse Gramsci – come vedremo – per la sua concezione in positivo della teoria delle ideologie, sia pure grazie a una interpretazione dilatata del passo in questione.

Troviamo una “appendice” quanto mai interessante di questo discorso che potremmo chiamare delle due facce dell’ideologia nei “fondatori della filosofia della prassi”, in una celebre lettera del vecchio Engels a Franz Mehring (in data 14 luglio 1893). È il luogo in cui viene prodotta l’espressione, che poi diverrà canonica, dell’ideologia come “falsa coscienza”, che larga diffusione ebbe grazie proprio a Mehring e alla sua fortunata Storia della socialdemocrazia tedesca[12] che anche Gramsci avrebbe potuto facilmente leggere. Scrive Engels:

L’ideologia è un processo che è compiuto, è vero, dal cosiddetto pensatore con coscienza, ma con una falsa coscienza. Le vere forze motrici che lo muovono gli rimangono sconosciute; altrimenti non si tratterebbe appunto di un processo ideologico[13].

Siamo sulla linea dell’Ideologia tedesca, appena condita da un aroma protofreudiano, che non elimina i problemi aperti e mai risolti dalla definizione del 1845-’46: ad esempio, viene da chiedersi, se si parla di “falsa coscienza” si presuppone la possibilità di una “vera coscienza”[14] che non sia immediatamente “scienza”? Ma è qui più importante soffermarsi su un altro aspetto: nella lettera di Engels non vi è solo questa precisazione. Vi è anche – in linea con quanto egli andava facendo in quegli anni per correggere il determinismo economicistico del pensiero marxiano e marxista, attività che Gramsci conosce, apprezza e valorizza nei Quaderni – la seguente affermazione:

la stupida rappresentazione degli ideologi, secondo cui, poiché noi neghiamo alle diverse sfere ideologiche che hanno una funzione nella storia, un’evoluzione storica indipendente, negheremmo ad esse anche ogni efficacia storica. Vi è qui alla base la banale rappresentazione non dialettica di causa e effetto come poli che si oppongono l’un l’altro in modo rigido, l’assoluta ignoranza dell’azione e reazione reciproca. Il fatto che un fattore storico, non appena generato da altre cause in ultima istanza economiche, reagisce a sua volta e può esercitare una pressione sull’ambiente che lo circonda e perfino sulle sue proprie cause, questi signori lo dimenticano spesso in modo quasi premeditato[15].

Ideologi sembrano qui essere per Engels proprio coloro i quali negano l’ “efficacia storica” delle ideologie, la loro autonomia relativa, la loro azione con cui è possibile incidere sull’ “ambiente” e persino modificare “le vere motrici”, gli assetti del mondo socio-economico. Sono concetti – non va dimenticato – che giungono a Gramsci anche tramite la mediazione di Labriola, fin dagli anni del Grido del popolo, dove il giovane socialista sardo pubblica il terzo paragrafo del saggio labriolano Del materialismo storico (in cui si ragiona appunto sul concetto di “ultima istanza”), intitolandolo Le ideologie nel divenire storico[16]. Ma già con Engels siamo – mi sembra si possa dire – a un passo da Gramsci, dall’inizio almeno del suo discorso sul tema dell’ideologia. È combinando una lettura dilatata della Prefazione del ’59 con le fondamentali Tesi su Feuerbach e con la lezione dell’ultimo Engels che Gramsci giunge nei Quaderni alla sua concezione positiva dell’ideologia[17]. Tuttavia, se Gramsci trova già nell’ultimo Engels un piedistallo prezioso per la sua “riabilitazione” del concetto di ideologia, va anche detto che la tradizione marxista giunge prima di lui a usare – sia pure senza una adeguata tematizzazione – un concetto di ideologia molto diverso da quello del 1845-’46. Qualche accenno sembra compaia già in Eduard Bernstein e nel marxismo della Seconda Internazionale[18]. È però col marxismo russo che si afferma un uso del tutto nuovo e positivo del lemma. Per fare solo l’esempio più noto, nel Che fare? Lenin scrive:

la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una “terza” ideologia, e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese [...] l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione[19].

Ideologia contro ideologia, persino con un accenno di teoria degli “apparati ideologici”, all’insegna di un soreliano “spirito di scissione” assoluto e totale. Non sembri blasfemo accostare Lenin e Sorel: due autori diversissimi, che contribuirono in modo rilevante a formare in Gramsci quell’attenzione specifica all’elemento della soggettività rivoluzionaria che ne costituì uno dei tratti distintivi. Non sorprende che, accanto a un uso più tradizionale e spregiativo del termine, vi siano nel giovane Gramsci formulazioni vicine a quelle di Lenin[20], come quando egli scrive, nel marzo 1918: «il presidente Wilson, i massimalisti russi. Essi rappresentano l’estremo anello logico delle ideologie borghesi e proletarie»[21].

Per il giovane Gramsci la concezione dell’ideologia in Marx (quella che oggi consideriamo classica, nell’accezione di visione distorta della realtà) è inaccettabile: Marx stesso è un ideologo, non può non esserlo, poiché se da un lato egli «irride le ideologie», dall’altro «è ideologo in quanto uomo politico attuale, in quanto rivoluzionario»[22]. Compare già qui una distinzione, destinata a essere riproposta, sia pure con altro spessore, nei Quaderni, tra due semantiche del lemma: «le ideologie sono risibili quando sono pura chiacchiera, quando sono rivolte a creare confusione, ad illudere e asservire energie sociali, potenzialmente antagonistiche», ed è contro queste che – per il giovane Gramsci – si scaglierebbe Marx. Il quale però, «come rivoluzionario, cioè uomo attuale di azione, non può prescindere dalle ideologie e dagli schemi pratici, che sono entità storiche potenziali, in formazione»[23].

 

2. Gramsci e Marx (e Croce)

Se si sfogliano i primi tre Quaderni gramsciani alla ricerca della ricorrenza del lemma “ideologia” ci si trova davanti a un uso diffuso e variegato, ma apparentemente poco significativo, nel senso che il termine compare ma non è concettualizzato. Conviene dunque rimandare questo esame, passando subito ad affrontare – in continuità con quanto sopra esposto – il Quaderno 4 (del resto sostanzialmente coevo ai precedenti), dove Gramsci fa i conti con la teoria dell’ideologia di Marx (e di Croce). Non prima di aver segnalato, però, come un breve passo della Prefazione del ’59 – sopra riportato – compaia già in Q 1, 113, 1001, A, in riferimento alla storia del diritto penale. Gramsci cita a memoria e traduce in modo approssimativo, salvo poi correggere dopo aver tradotto nel Quaderno 7 parte del fondamentale scritto marxiano[24]. Resta il fatto che ha ben presente il testo in questione, che costituirà nei Quaderni il luogo marxiano più frequentato, insieme alle Tesi su Feuerbach.

È negli Appunti di filosofia. Materialismo e idealismo. Prima serie che Gramsci inizia il confronto con il marxismo e lo scontro con Croce. Esso ha per posta anche il tema dell’ideologia, che viene anzi indicato tra i primi:

Per gli idealisti: vedere quali elementi del marxismo sono stati assorbiti "esplicitamente", cioè confessatamente. Per esempio, il materialismo storico come canone empirico di ricerca storica del Croce […] il valore delle ideologie ecc (Q 4, 3, 422)[25].

L’intento di Gramsci è in primo luogo quello di “difendere” Marx dalla distorta e interessata lettura fattane dal filosofo neoidealista che tra l’altro da una parte, negli Elementi di politica, affermava che «il fondatore della filosofia della praxis» aveva ridotto le superstrutture ad «apparenza e illusione» e dall’altra – scrive Gramsci – si appropriava di una parte della teoria dell’ideologia di impronta marxiana. Scrive il nostro autore, nella nota intitolata Croce e Marx:

Il punto che più interessa di esaminare è quello delle "ideologie" e del loro valore: rilevare le contraddizioni in cui Croce cade a questo proposito. Nel volumetto Elementi di politica il Croce scrive che per Marx le "superstrutture" sono apparenza e illusione e di ciò fa un torto a Marx […] Ma è vero ciò? La teoria di Croce sulle ideologie, ripetuta recentemente nella recensione apparsa sulla "Critica" del volumetto del Malagodi, è di evidente origine marxista: le ideologie sono costruzioni pratiche, sono strumenti di direzione politica, sebbene essa non riproduca della dottrina marxista che una parte, la parte critico-distruttiva. Per Marx le "ideologie" sono tutt'altro che illusioni e apparenza; sono una realtà oggettiva ed operante, ma non sono la molla della storia, ecco tutto. Non sono le ideologie che creano la realtà sociale, ma è la realtà sociale, nella sua struttura produttiva, che crea le ideologie. Come Marx potrebbe aver pensato che le superstrutture sono apparenza ed illusione? Anche le sue dottrine sono una superstruttura. Marx afferma esplicitamente che gli uomini prendono coscienza dei loro compiti nel terreno ideologico, delle superstrutture, il che non è piccola affermazione di “realtà”: la sua teoria vuole appunto anch'essa “far prendere coscienza” dei propri compiti, della propria forza, del proprio divenire a un determinato gruppo sociale. Ma egli distrugge le “ideologie” dei gruppi sociali avversi, che appunto sono strumenti pratici di dominio politico sulla restante società: egli dimostra come esse sono prive di senso, perché in contraddizione con la realtà effettuale (Q 4, 15, 436-7, A).

La citazione è lunga ma la nota è strategica ai fini del nostro studio. Vediamo perché. Gramsci vi afferma che:

a) Croce trae dal marxismo solo una parte dell’originaria teoria dell’ideologia, quella “critico-distruttiva”, sostenendo che le ideologie sono “costruzioni pratiche” e “strumenti di direzione politica”. Una visione ristretta, ma che Gramsci non respinge. Dunque anche per il marxismo le ideologie sono «costruzioni pratiche, sono strumenti di direzione politica»;

b) l’espressione qui usata da Gramsci – «Non sono le ideologie che creano la realtà sociale, ma è la realtà sociale, nella sua struttura produttiva, che crea le ideologie» – suona abbastanza simile a quella dell’Ideologia tedesca che recita: «Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza»[26]: non è in discussione certo l’adesione di fondo alla “concezione del mondo” marx-engelsiana, ma la sua interpretazione;

c) per Marx, dice Gramsci, «le "ideologie" sono tutt'altro che illusioni e apparenza; sono una realtà oggettiva ed operante», anche se non sono «la molla della storia»: se si ritorna brevemente alla lettera di Engels del 1893 si vedrà come questi respingesse con sdegno esattamente la tesi della non efficacia storica delle ideologie: Gramsci appoggia di fatto la propria interpretazione alla correzione antideterministica e dialettica che l’ultimo Engels apporta al “marxismo”;

d) viene richiamato anche il Marx del ’59, che Gramsci dilata notevolmente, fondandovi di fatto la possibilità di una concezione positiva dell’ideologia. Il marxismo, così, diventa una ideologia tra le altre, anch’essa avente lo scopo di “far prendere coscienza” a un gruppo sociale, a una classe, il proletariato;

e) la parte critica della teoria dell’ideologia di Marx è da riservare – per Gramsci – alle teorie avversarie, «strumenti pratici di dominio politico» e «prive di senso, perché in contraddizione con la realtà effettuale». Se si va a confrontare il corrispondente testo C (Q 10-II, 41-XII, 1318 ss.) del passo che stiamo esaminando, la differenza tra il marxismo e «le altre ideologie» viene ancora più palesemente individuata grazie al fatto che queste ultime sono «inorganiche perché contraddittorie, perché dirette a conciliare interessi opposti e contraddittori», mentre il marxismo «non tende a risolvere pacificamente le contraddizioni [...] anzi è la stessa teoria di tali contraddizioni».

L’ideologia non è in sé necessariamente negativa, ma non tutte le ideologie sono uguali. Esse costituiscono il terreno comune e necessario della coscienza e anche della conoscenza[27], ma la superiorità dell’ideologia marxista è data dalla consapevolezza del proprio carattere non assoluto e non eterno: espressione consapevole di parzialità, legata come è a una classe e a un momento storico. Il marxismo è una ideologia tra le altre, ma a differenza delle altre non nega le contraddizioni, anzi le palesa, le esibisce, le analizza. Ha in comune con le altre ideologie il fatto che riveste una determinata utilità per un gruppo sociale. Ma non si spaccia per qualcosa al di sopra o al di là della storia. Rielaborando un altro testo di questo quaderno (Q 4, 24, 442-3), in seconda stesura Gramsci scriverà:

La filosofia della praxis non solo pretendeva di spiegare e giustificare tutto il passato, ma di spiegare  e giustificare storicamente anche se stessa, cioè era [...] la liberazione totale da ogni “ideologismo” astratto (Q 16, 9, 1864).

E allorquando il marxismo dimentica la sua specificità (ad esempio nel caso del «Saggio popolare» di Bucharin), esso finisce col divenire, per Gramsci, «una ideologia nel senso deteriore, cioè una verità assoluta ed eterna» (Q 4, 40, 466).

Ma non è solo questione di statuto teorico. Storicamente, le ideologie sono cosa ben diversa a seconda se sono «necessarie» e «organiche», o meno. E non è questione che riguardi solo il marxismo. Infatti, rileva Gramsci, erroneamente

si dà il nome di ideologia sia alla soprastruttura necessaria di una determinata struttura, sia alle elucubrazioni arbitrarie di determinati individui. Il senso deteriore della parola è diventato estensivo e ciò ha modificato e snaturato l’analisi teorica del concetto di ideologia (Q 7, 19, 868, B).

Occorre invece distinguere – continua la nota – «tra ideologie storicamente organiche, che sono cioè necessarie a una certa struttura, e ideologie arbitrarie, razionalistiche, “volute”». Non si tratta solo del marxismo o delle ideologie storicamente “progressive”. Perché, aggiunge Gramsci, «in quanto storicamente necessarie [...] esse “organizzano” le masse umane, formano il terreno in cui gli uomini si muovono, acquistano coscienza della loro posizione, lottano ecc.» (Q 7, 19, 869). Eccoci tornati alla Prefazione del ’59, che qui Gramsci parafrasa e interpreta alla luce delle sue convinzioni. Le ideologie “organizzano” le masse: divengono addirittura soggetto, sia pure limitatamente a questo brano.

Nella “battaglia” per ribadire la «validità delle ideologie» (così suona il titolo di Q 7, 21, 869, B), Gramsci si appella anche ad altri luoghi di Marx, dal Capitale e dal Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione[28]:

Validità delle ideologie. Ricordare la frequente affermazione che fa il Marx della “solidità delle credenze popolari” come elemento necessario di una determinata situazione [...] Altra affermazione del Marx è che una persuasione popolare ha spesso la stessa energia di una forza materiale o qualcosa di simile e che è molto significativa. L’analisi di queste affermazioni credo porti a rafforzare la concezione di “blocco storico”, in cui appunto le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma, distinzione di forma e contenuto meramente didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze materiali (Q 7, 21, 869).

Ovviamente Gramsci qui può “usare” Marx perché equipara ideologia e “senso comune”. Siamo cioè sempre nell’ambito di una lettura dialettica, antideterministica e antieconomicistica di Marx, a cui si aggiunge però “la saldezza delle credenze popolari”, delle quali per altro Gramsci non mancherà di vedere i risvolti negativi e pericolosi, pure se risultano “utili” nelle fasi di difficoltà, sconfitta e ripiegamento. Il suo obiettivo di fondo è comunque liberare il marxismo dalle “incrostazioni” economicistiche. Egli scrive:

Struttura e superstruttura. Economia e ideologia. La pretesa (presentata come postulato essenziale del materialismo storico) di presentare ed esporre ogni fluttuazione della politica e dell'ideologia come una espressione immediata della struttura, deve essere combattuta teoricamente come un infantilismo primitivo (Q 7, 24, 871, B).

È la polemica contro Bucharin, ma soprattutto contro il “marxismo ortodosso” della Terza Internazionale, causa non secondaria delle fallimentari “svolte” politiche di quegli anni. Nella sua rivalutazione delle ideologie, Gramsci è comunque sempre attento a condurre una “lotta su due fronti”, contro l’«economicismo» da una parte e contro l’«ideologismo» dall’altra, cioè contro la tendenza a sopravvalutare tanto le «cause meccaniche» che «l’elemento “volontario” e individuale» (Q 4, 38, 456, A). Tuttavia il suo tentativo di elaborare una teoria innovativa ma che non rompa i ponti con Marx non può nascondere il sostanziale scarto che Gramsci compie rispetto al pensatore tedesco. Del quale, senza saperlo (poiché non conosce L’ideologia tedesca), mi sembra metta in luce una contraddizione: non si può da una parte affermare che l’ideologia indichi una visione distorta della realtà (nel 1845-’46) e farne poi il terreno di una fondamentale “presa di coscienza” (nel 1859). Gramsci non percepisce tale contraddizione perché non conosce il manoscritto lungamente lasciato alla «critica roditrice dei topi»[29], ma anche perché riclassifica la teoria negativa dell’ideologia come a carico dei soli “gruppi avversari”. La teoria positiva dell’ideologia, che vedremo strutturarsi nei Quaderni come concezione del mondo e luogo di costituzione della soggettività collettiva, riguarda in realtà tutte le “classi fondamentali”, e non solo, perché intorno ad essa ruota la “guerra di posizione” e la lotta per l’egemonia che attraversa l’intera società.

 

3. Il lemma “ideologia”

Ho già fatto cenno alla accentuata polisemicità del termine. Terry Eagleton[30] ha enumerato sei differenti modi di intendere e usare il lemma in questione, Ferruccio Rossi-Landi[31] addirittura undici. Entrambi fanno riferimento a Gramsci, anzi lo considerano un autore fondamentale per la  ridefinizione e l’allargamento del significato del termine. Cercando in questo paragrafo di studiare come il nostro autore usi la parola “ideologia” e i suoi derivati non mi rifarò ad alcuna delle gabbie interpretative esistenti. Segnalo però che la distinzione di fondo che molti studiosi e storici dell’ideologia sembrano accettare è quella tra ideologia come falsa coscienza e ideologia come visione o concezione del mondo. Gramsci si situa – sulla base delle considerazioni fin qui fatte – soprattutto, anche se non esclusivamente, sul secondo versante.

Per ricostruire l’uso del termine nei Quaderni del carcere esaminerò prima le accezioni in cui il lemma compare, quindi la famiglia di lemmi e concetti in cui è inserita. La concezione gramsciana dell’ideologia, infatti, può essere ricostruita solo se si prendono in considerazione anche altri lemmi, quali ad esempio concezione del mondo, filosofia, conformismo, religione, fede, senso comune, folclore, ecc. Tutti meriterebbero una trattazione ad hoc, qui non possibile. Accennerò soltanto ad alcuni, mentre mi soffermerò maggiormente su altri, che con “ideologia” intrattengono un rapporto tanto stretto da non poter essere non solo eluso, ma neanche rinviato.

Facciamo dunque un passo indietro nell’esame dei Quaderni, torniamo al Quaderno 1. Abbiamo detto che il lemma in questione e i suoi derivati sono presenti spesso in modo apparentemente poco significativo. Nel senso che Gramsci usa la parola in senso corrente, anche se con delle “impennate” di senso. Facciamo qualche esempio, prima di proporre una classificazione. Il nostro autore ad esempio parla degli «atteggiamenti ideologici» dell’Ojetti (Q 1, 24, 18, A); della «ideologia (il mito dell’America)» determinata dal fenomeno migratorio (Q 1, 43, 33, A); del fatto che in ogni regione italiana «esistono gruppi e gruppetti caratterizzati da motivi ideologici e psicologici propri» (Q 1, 43, 33, A); della sfera della cultura in cui «i diversi strati ideologici si combinano variamente» (Q 1, 43, 34); delle «città del silenzio», dove «esiste una unità “urbana” ideologica contro la campagna» (Q 1, 43, 35); oppure osserva che «quando la classe dominante ha esaurito la sua funzione, il blocco ideologico tende a sgretolarsi» (Q 1, 44, 42, A); o che «il Partito d’Azione era implicitamente antifrancese per l’ideologia giacobina mazziniana» (Q 1, 44, 43). Siamo appena a p. 43, potrei continuare. Nel Quaderno 1, dunque, il termine ricorre frequentemente, in contesti e modalità più o meno occasionali, più o meno interessanti (è evidente che gli ultimi due esempi hanno ben altro spessore dei precedenti). Cerchiamo di avanzare una classificazione, per capire cosa “ideologia” significasse non solo nel linguaggio filosofico di Gramsci e della sua epoca, ma nel linguaggio corrente dell’uno e dell’altra, partendo ovviamente dall’assunto gramsciano secondo il quale la lingua esprime anch’essa, sempre, una “concezione del mondo”.

Va detto innanzitutto che anche in Gramsci è presente un uso spregiativo del termine, che definirei “napoleonico”. Troviamo ad esempio scritto:

«…Tutto il resto è romanzo ideologico, d'appendice…» (Q 1, 143, 129, A); «Il Boullier, che si pone da un puro punto di vista ideologico, non capisce niente della quistione» (Q 1, 144, 129, B); «Ciò che è strano è che dei marxisti ritengano superiore la "razionalità" alla "politica", la astrazione ideologica alla concretezza economica» (Q 1, 151, 134, A); «... come se ciò che è stato ed è stato distrutto non sia altrettanto "ideologico", "astratto", "convenzionale", ecc..»  (Q 2, 91, 249, B); «ogni gruppo può richiamarsi a uno di questi filoni tradizionali, distinguendo tra fatti reali e ideologia» (Q 3, 62, 342, B); «…il "pensiero sociale" cattolico [...] in quanto elemento ideologico oppiaceo» (Q 5, 7, p. 546, B); «si tratta di “ideologia”, di tendenza pratico‑politica unilaterale, che non può dare fondamento a una scienza» (Q 8, 27, 958, A); «...fanatismo ideologico...» (Q 9, 104, 1167, A); «Il difetto massimo di tutte queste interpretazioni ideologiche del Risorgimento...» (Q 9, 107, 1171, A); «Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversario [...] significa appunto essersi liberato dalla prigione delle ideologie (nel senso deteriore, di cieco fanatismo ideologico)» (Q 10-II, 24, 1263, B).

L’ideologia “nel senso deteriore del termine” è dunque presente, nei primi quaderni, in una vasta gamma di casi. Ma ben presente è, fin da questi primi anni di riflessione carceraria, anche l’ideologia intesa come sistema di idee politiche. In Q 4, 15, 436 la riflessione di Gramsci incrocia quella di Croce che ha recensito il libro di Giovanni F. Malagodi Le ideologie politiche (Laterza, 1928), libro che Gramsci conosce e che è anche conservato tra i libri del carcere[32]. E “ideologia” è usato da Gramsci anche nel senso di ideologia politica. Egli parla di «ideologia mazziniana» (Q 1, 44, 43, A); di giacobini che «seguivano una certa ideologia» (Q 1, 46, 61, A); di romanzi «a caratteri spiccatamente ideologico-politico, di tendenza democratica, legato alle ideologie quarantottesche» (Q 3, 78, 358, A); di «ideologia liberale» (Q 6, 81, 752, B). Ma il riferimento può essere anche politico in senso lato: avremo così l’«ideologia massonica» (Q 1, 157, 138, A) e l’«ideologia puritana» (Q 1, 158, 138), l’«ideologia meridionale» (Q 1, 44, 46, A) e l’«ideologia patriottica» (Q 2, 107, 254), l’«ideologia legata alla tradizione di Roma» (Q 4, 67, 512).

Fin da subito, però, il lemma è usato anche in riferimento a ceti e gruppi sociali. Particolarmente  interessante mi sembra Q 1, 43, 33, A, dove Gramsci – nell’ambito della sua ricognizione sulle «riviste tipo» – afferma:

Occorre tener presente che in ogni regione, specialmente in Italia, data la ricchissima varietà di tradizioni locali, esistono gruppi e gruppetti caratterizzati da motivi ideologici e psicologici propri; “ogni paese ha o <ha> avuto il suo santo locale, quindi il suo culto e la sua cappella”. La elaborazione unitaria di una coscienza collettiva domanda condizioni e iniziative molteplici. La diffusione da un centro omogeneo di un modo di pensare e di operare omogeneo è la condizione principale, ma non deve essere e non può essere la sola. Un errore molto diffuso consiste nel pensare che ogni strato sociale elabori la sua coscienza e la sua cultura allo stesso modo, con gli stessi metodi, cioè i metodi degli intellettuali di professione.

Se si legge con attenzione il passo, mi sembra se ne possa dedurre che:

a) Gramsci collega l’ideologia alla religione (popolare), al folclore e (più avanti nella nota) al senso comune;

b) egli auspica una “coscienza collettiva” che superi e sostituisca l’ideologia dominante e ritiene che per far ciò sia necessaria un’azione organizzata che sappia dialetticamente tener conto del “senso comune” al fine però di superarlo;

c) «ogni strato sociale» ha «la sua coscienza e la sua cultura», cioè la sua ideologia.

L’ideologia, dunque, non è solo strettamente politica. Individua un gruppo o strato sociale. Altre tracce di questo modo di intendere il lemma (come “ideologia sociale”) sono del resto presenti in questi quaderni su cui abbiamo concentrato l’analisi e oltre. In Q 1, 107, 98, B, a proposito dell’America latina, si afferma che «la massoneria e la Chiesa positivistica sono le ideologie e le religioni laiche della piccola borghesia urbana»; in Q 3, 153, 405, A si afferma che Il conte di Montecristo riassume «l’ideologia popolare intorno all’amministrazione della giustizia». Più avanti troveremo l’espressione dal sapore leninista di «ideologia proletaria» (Q 6, 168, 820, B).

L’indagine iniziale sul ruolo dell’ideologia è strettamente legata alla religione. Ancora, e non a caso, negli Appunti di filosofia I, si legge:

che la scienza sia una superstruttura è dimostrato dal fatto che essa ha avuto periodi interi di eclisse, scacciata da un'ideologia dominante, la religione soprattutto (Q 4, 7, 430, A)[33].

L’espressione «ideologia dominante» era già comparsa, al singolare, in Q 3, 34, 311-2, B.  Ma conta soprattutto rilevare come nel ragionamento gramsciano, accanto alle ideologie in senso deteriore e alle ideologie politiche, è fin dall’inizio presente una concezione dell’ideologia come sistema di idee non immediatamente politico, ma visione o concezione del mondo più larga. Riflettendo sulla religione come sul romanzo d’appendice, sull’Italia meridionale come sull’America meridionale, i Quaderni cercano di mettere a fuoco come si forma una ideologia diffusa, non solo “politica”, essenziale per la conquista e il mantenimento del potere, sapendo che «quando la classe dominante ha esaurito la sua funzione, il blocco ideologico tende a sgretolarsi» (Q 1, 44, 42, A).

“Blocco ideologico” è concetto che Gramsci approfondisce e articola nel Quaderno 3, interrogandosi – in un paragrafo intitolato Argomenti di cultura. Materiale ideologico – su come sia articolata la «struttura ideologica»[34] di una classe dominante:

Uno studio di come è organizzata di fatto la struttura ideologica di una classe dominante: cioè l'organizzazione materiale intesa a mantenere, a difendere e a sviluppare il "fronte" teorico o ideologico [...] La stampa è la parte più dinamica di questa struttura ideologica, ma non la sola: tutto ciò che influisce o può influire sull'opinione pubblica direttamente o indirettamente le appartiene: le biblioteche, le scuole, i circoli e clubs di vario genere, fino all'architettura, alla disposizione delle vie e ai nomi di queste. Non si spiegherebbe la posizione conservata dalla Chiesa nella società moderna, se non si conoscessero gli sforzi […] per sviluppare continuamente la sua particolare sezione di questa struttura materiale dell'ideologia […] Cosa si può contrapporre, da parte di una classe innovatrice, a questo complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante? Lo spirito di scissione, cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica, spirito di scissione che deve tendere ad allargarsi dalla classe protagonista alle classi alleate potenziali: tutto ciò domanda un complesso lavoro ideologico (Q 3, 49, 332-3, B).

Difficile sopravvalutare l’importanza di questo brano del Quaderno 3. La lotta per l’egemonia è lotta di ideologie[35]. Da una parte la «struttura materiale dell’ideologia» della classe al potere: la lotta ideologica non è solo “battaglia delle idee”, queste idee hanno una “struttura materiale”, si articolano in “apparati”[36]. E dunque, contrariamente a quello che si potrebbe pensare se non si impostasse correttamente la lettura del rapporto gramsciano Stato - società civile come rapporto dialettico, l’ideologia non abita la società civile ma lo Stato (allargato o “integrale”), anche perché – come chiarisce Gramsci in Q 10 II, 41 IV, 1306 – l’ideologia «dà il cemento più intimo alla società civile e quindi allo Stato». D’altra parte Gramsci evoca il soreliano “spirito di scissione”, interpretato però come «il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica»: è grazie all’ideologia che un soggetto collettivo diviene cosciente di sé e dunque può contrapporsi all’egemonia avversaria: l’ideologia come luogo di costituzione della soggettività[37]. Ciò non toglie che se non si capisse poi che questo soggetto,  divenuto cosciente di sé e in grado di intraprendere la propria lotta per l’egemonia, deve dotarsi di propri “apparati egemonici” o “ideologici”, o meglio non può non combattere la sua lotta nelle concrete “fortezze e casematte” dello “Stato integrale”, si resterebbe fermi a una concezione idealistica e insieme razionalistico-illuministica, in cui il pensiero (e il dialogo e l’agire comunicativo) figurerebbero avere una loro forza intrinseca. Il pensiero invece dà forza e “organizza” nel momento in cui si organizza, o meglio viene organizzato, anche per quel che riguarda le classi subalterne che vogliono divenire egemoniche, a partire da quel «centro omogeneo di un modo di pensare e di operare» (Q 1, 43, 33) che per Gramsci è il partito[38]. Ecco perché si può dire che vi è nei Quaderni una teoria materialistica dell’ideologia.

 

4. Famiglia di lemmi

Per intendere appieno il concetto di ideologia nei Quaderni non si può rimanere prigionieri del lemma. Il concetto si articola infatti in una famiglia di lemmi: ideologia, filosofia, visione o concezione del mondo, religione, conformismo, senso comune, folclore, linguaggio. Ognuno di questi termini indica un concetto non del tutto sovrapponibile a un altro. Ma, al tempo stesso, tutti questi termini sono correlati tra loro, appaiono contestualmente, a coppie o a gruppi. Formano una rete concettuale che nel suo insieme disegna la concezione gramsciana dell’ideologia. Ideologia, filosofia, concezione del mondo, religione, senso comune, ecc. possono differire a seconda del grado di consapevolezza e di funzionalità, più o meno mediate rispetto alla prassi e alla politica. Proverò a riportare alcune delle definizioni gramsciane, alcune delle equazioni più o meno esplicitamente presenti nel testo, ricordando che come sempre i Quaderni non sono un trattato definito ma una ricerca, una riflessione in itinere (solo apparentemente incompiuta), che nell’insieme esprime una teoria sufficientemente coerente ed esplicita.

Inizierei, per chiarezza, da un testo C, uno dei più ricchi e importanti ai fini del presente discorso: Q 11, 12, 1375 ss., la prima nota degli Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura, dove tra l’altro leggiamo:

Ma a questo punto si pone il problema fondamentale di ogni concezione del mondo, di ogni filosofia, che sia diventata un movimento culturale, una “religione”, una “fede”, cioè che abbia prodotto un’attività pratica e una volontà e in esse sia contenuta come “premessa” teorica implicita (una “ideologia” si potrebbe dire, se al termine ideologia si dà appunto il significato più alto di una concezione del mondo che si manifesta implicitamente nell’arte, nel diritto, nell’attività economica, in tutte le manifestazioni di vita individuali e collettive), cioè il problema di conservare l’unità ideologica in tutto il blocco sociale che appunto da quella determinata ideologia è cementato e unificato (Q 11, 12, 1380).

Dunque, una concezione del mondo o filosofia che siano diventate un “movimento culturale” – una “religione” o “fede” in senso crociano[39], ma un Croce di cui Gramsci critica la pretesa di tenere separate filosofia e ideologia, attività cognitiva e attività politica (cfr. Q 10 II, 2, 1241-2, C) – sono definibili «ideologia» nel suo «significato più alto»: ideologia appunto come «concezione del mondo», che si manifesta «implicitamente [...] in tutte le manifestazioni di vita individuali e collettive», che pervade cioè tutto l’essere sociale, dal linguaggio all’arte alla cultura in senso antropologico («tutte le manifestazioni di vita individuali e collettive») al sistema filosofico più rarefatto e complesso, poiché anche esso, a volte «implicitamente», esprime una concezione del mondo che finisce per pesare sul palcoscenico della lotta per l’egemonia (e perché nulla sembra restare escluso da una raffigurazione che abbraccia l’intera vita «individuale e collettiva»). Una concezione del mondo, una filosofia, una ideologia che hanno lo scopo di «cementare» un blocco sociale, e dunque di costituirlo in soggettività, se non altro perché esso proprio da tale ideologia è «unificato».

Si ribadisce che ognuno dei lemmi della “famiglia” che stiamo esaminando indica un concetto non del tutto sovrapponibile a un altro. Iniziamo a vedere cosa ciò significhi nel rapporto tra ideologia e filosofia. Gramsci nota come Croce non riesca neppure dal suo punto di vista,

a mantenere la distinzione tra “filosofia” e “ideologia” [...] dopo aver distinto filosofia da ideologia finisce col confondere una ideologia politica con una concezione del mondo, dimostrando praticamente che la distinzione è impossibile, che non si tratta di due categorie, ma di una stessa categoria storica e che la distinzione è solo di grado; è filosofia la concezione del mondo che rappresenta la vita intellettuale e morale [...] di un intero gruppo sociale concepito in movimento e visto quindi non solo nei suoi interessi attuali e immediati, ma anche in quelli futuri e mediati; è ideologia ogni particolare concezione dei gruppi interni della classe che si propongono di aiutare la risoluzione di problemi immediati e circoscritti (Q 10 I, 1231, C).

Dunque, la distinzione «è solo di grado» (considerazione che può essere estesa a tutta la “famiglia”): “filosofia” è la concezione del mondo generale di una classe, “ideologia” (soprattutto se “politica”) è la concezione del mondo particolare di alcuni gruppi politici che agiscono organicamente nell’ambito di tale classe. Ma questa acquisizione è più problematica e relativizzata in un’altra nota, Q 10-II, 31, 1269, C, dove Gramsci si chiede se possa esistere «filosofia senza una volontà morale conforme», ovvero se vi possa essere differenza «tra ideologia e filosofia». Il tarlo si ripropone anche nel Quaderno 11:

Il problema della religione intesa non nel senso confessionale ma in quello laico di unità di fede tra una concezione del mondo e una norma di condotta conforme; ma perché chiamare questa unità di fede “religione” e non chiamarla “ideologia” o addirittura “politica”? (Q 11, 12, 1378, C).

Sono chiaramente riflessioni che nascono nel “corpo a corpo” intrapreso con Croce, ma non sembra difficile affermare che Gramsci – con il metodo che gli è solito, di non pensare “in astratto”, ma in riferimento polemico a un altro autore o testo – arrivi così alla sua propria matura definizione e dell’ideologia e del rapporto tra ideologia e filosofia, nonché a inquadrare la religione nel sistema di lemmi in cui riversa il concetto di ideologia. E se la religione “laicamente intesa” equivale o quasi a “ideologia” come “concezione del mondo”, la religione tradizionalmente intesa è una ideologia, anzi «l’ideologia più diffusa e radicata» (Q 4, 41, 466, A). Tutti gli uomini sono filosofi («ogni uomo [...] è un filosofo, partecipa di una concezione del mondo»: Q 4, 51, 488, A), è ripetuto in Q 10 II, 17, 1255, B, ma ciò è vero perché se non altro «nel loro pratico operare» (ma certo anche nel linguaggio)[40] è contenuta una «concezione del mondo, una filosofia [...] la storia delle filosofie dei filosofi, è la storia dei tentativi e delle iniziative ideologiche [...] per mutare, correggere, perfezionare le concezioni del mondo esistenti».

La filosofia che potremmo dire in senso tradizionale è dunque il segmento alto del continuum ideologico, equivalente in pratica alle “concezioni del mondo” (o “concezione della vita” o “visione del mondo”). Ma la gamma di lemmi che sono equiparati a “concezione del mondo” (e dunque a ideologia) e i contesti e le modalità in cui il lemma è usato sono vastissimi: «Ogni strato sociale ha il suo “senso comune” che è in fondo la concezione della vita e la morale più diffusa» (Q 1, 65, 76; nel testo C, Q 24, 4, 2271, a «senso comune» Gramsci aggiunge «e il suo “buon senso”»); «il folklore [...] bisognerebbe studiarlo come “concezione del mondo” di determinati strati della società» (Q 1, 89, 89, A); «“senso comune” ossia [...] concezione del mondo [tradizionale] di quel determinato strato» (Q 3, 34, 328, B); la scuola dovrebbe lottare «contro la concezione del mondo data dall’ambiente tradizionale (folklore in tutta la sua estensione)» (Q 4, 5, 485); la religione in Giappone «ha ancora il valore di una concezione del mondo ancora viva e operante?» (Q 5, 50, 580, B); «l’America [...] non ha ancora creato una concezione del mondo» (Q 6, 10, 692, B); «della filosofia del senso comune, che è la “filosofia dei non filosofi”, cioè la concezione del mondo assorbita acriticamente» (Q 8, 173, 1045); «senso comune è la concezione del mondo diffusa in un’epoca storica nella massa popolare» (Q 8, 213, 1071, A). Tuttavia è anche vero – ma è acquisizione (forse per questo più significativa) a cui Gramsci arriva tardi, con un’aggiunta in testo C – che «ogni strato sociale ha il suo “senso comune” e il suo “buon senso”, che sono in fondo la concezione della vita e dell’uomo più diffusa» (Q 24, 4, 2271): definizione più vicina a quelle generali di ideologia come concezione del mondo tout court.

E ancora: «lo Stato ha una sua concezione della vita e cerca di diffonderla» (Q 1, 89, 90); gli «uomini reali» si formano «con determinati sentimenti, modi di vedere, frammenti di concezioni del mondo» (Q 3, 34, 330, B); «la concezione del mondo di Tolstoi e del Manzoni» (Q 3, 148, 402, A); «se si vuole studiare una concezione del mondo che non è mai stata dall’autore-pensatore esposta sistematicamente» (Q 4, 1, 419, A: e, come è noto, Gramsci sta parlando di Marx, che – si evince da Q 7, 33, 882, B – «ha prodotto una originale e integrale concezione del mondo»).

Si potrebbe continuare. Ma è meglio sottolineare un altro punto. Per Gramsci non esiste uomo («normale e sano intellettualmente») che non partecipi a una concezione del mondo, «sia pure inconsapevolmente» (Q 8, 204, 1063, A). Ma è preferibile «partecipare a una concezione del mondo “imposta” dal di fuori, da un gruppo sociale [...] o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente?». La domanda sembra un po’ campata per aria, poiché si prospetterebbe una alternativa che non può esistere. Varia il tasso di coscienza e il contributo che si dà alla elaborazione di una concezione del mondo, nella scala che porta dai “semplici” agli intellettuali più raffinati. Ma anche costoro pensano «consapevolmente e criticamente» a partire dalla concezione del mondo in cui sono inseriti, contribuendo ad arricchirla e modificarla. E infatti nel relativo testo C (il già citato Q 11, 12, 1376) Gramsci fa una aggiunta fondamentale:

Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo.

Con l’aggiunta che «quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini‑massa, la propria personalità è composita in modo bizzarro». In ogni caso, «il conformismo è sempre esistito: si tratta oggi di lotta tra “due conformismi”, cioè di una lotta di egemonia»

 

5. Oltre Gramsci, con Gramsci

Tiriamo un po’ le somme di quanto fin qui detto, provando a estrapolare dai Quaderni un orientamento per l’uso del concetto di ideologia nel mondo di oggi.

Ideologia in Gramsci è la rappresentazione della realtà propria di un gruppo sociale. Il soggetto individuale ha una sua visione del mondo che non è solo sua, ma è del gruppo di cui fa parte o, spesso sincreticamente, partecipa a più visioni del mondo. Le ideologie sono “il terreno su cui gli uomini si muovono”. I soggetti collettivi sono definiti dalle ideologie. Senza ideologie niente soggetti. L’ideologia è il luogo di costituzione della soggettività collettiva, ma anche – in modo più contraddittorio – di quella individuale, nell’ambito della lotta egemonica.

L’ideologia, essendo qualcosa che non si può non avere e nella quale costantemente si vive, sembra venire prima delle scelte politiche individuali ponderate, prima dei comportamenti più legati alla volontà. Condiziona, magari silenziosamente, tali scelte e tali comportamenti. È con essi in un rapporto dialettico, nell’ambito del quale sembra però essere determinante. Si esplica nelle forme della vita quotidiana, si coglie attraverso una serie di indicatori ideologici, che vanno – potremmo dire attualizzando leggermente il discorso – dai culti religiosi a quelli sportivi, dai miti della cultura di massa agli aspetti folclorici, dagli atteggiamenti di approvazione o rifiuto del lavoro alla moda e alle mode, ai meccanismi che muovono l’immaginario, ai linguaggi generazionali, localistici, sociali che differenziano le società avanzate contemporanee. Siamo dunque fuori da qualsiasi concezione razionalistico-illuministica.

Le ideologie vivono a prescindere dalla volontà e dai comportamenti dei singoli soggetti. Si modificano, certo, ma non possono essere totalmente eterodirette, perché nessun soggetto è in grado unilateralmente di controllarne del tutto il processo e l’esito. Sono il risultato della lotta egemonica e dello scontro tra le classi, ma anche della parzialità del punto di vista dell’attore sociale e del suo bisogno connaturato di identità. Al tempo stesso, esse vengono organizzate e diffuse, non sono pure idee, ma sono organizzate in apparati, trincee e casematte, vengono continuamente rielaborate, adattate, propagate – oltre che, come Gramsci ricorda, dalla stampa, dall’editoria, dalle biblioteche, dalla scuola, dai “circoli e clubs” di vario genere, dall’architettura e dalla toponomastica – dall’industria culturale, diremmo oggi, dai mass media audiovisivi, dalla cultura dell’immagine, dall’enorme espansione della nuova dimensione musicale internazionalizzata, dal costume e dal consumo sessuale. Oltre che, ancora, dalla religione e dalla fede, intese non solo in senso laico. È ovvio come ciò rimandi all’importanza della concezione allargata degli intellettuali e del loro ruolo sociale che si trova nei Quaderni.

 

6. Nota bibliografica

Nell’amplissima letteratura sul concetto di ideologia vorrei ricordare qui almeno – oltre a Ferruccio Rossi-Landi, L’ideologia, Mondadori, Milano 1982 (seconda edizione rivista e accresciuta) e a Terry Eagleton, Che cos’è l’ideologia [1991], trad. it. di Stefano Negrini, il Saggiatore, Milano 1993, che considerano Gramsci autore importante nella storia del concetto – Raymond Boudon, L’ideologia. Origine dei pregiudizi [1986], trad. it. di Gregorio De Paola, Einaudi, Torino 1991 e Paul Ricoueur, Conferenze su ideologia e utopia [1986], trad. it. di Giuseppe Grampa e Claudio Ferrari, Jaca Book, Milano 1994.

Nei lavori sopra menzionati si trovano amplissimi riferimenti bibliografici, relativi anche alle opere di Marx ed Engels e alla tradizione marxista, da cui il nostro discorso ha preso le mosse. Ciò mi permette qui di ricordare – dei “due fondatori della filosofia della prassi” – solo Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, trad. it. di Fausto Codino, introduzione di Cesare Luporini, Editori Riuniti, Roma 19672; Karl. Marx, Prefazione a id., Per la critica dell’economia politica [1859], Editori Riuniti, Roma 19743; Friedrich Engels, Engels a Franz Mehring a Berlino [1893], in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere complete, vol. L, Editori Riuniti, Roma 1977. I passi per noi più interessanti sono anche nell’antologia Karl Marx - Friedrich Engels, La concezione materialistica della storia, a cura di Nicolao Merker, Editori Riuniti, Roma 1986, utile anche per la Introduzione del curatore.

Tra gli autori marxisti ci limitiamo dunque a ricordare Louis Althusser, che più volte abbiamo richiamato per sottolineare affinità e divergenze rispetto al discorso gramsciano sull’ideologia. A parte diversi riferimenti presente in varie opere, di Althusser si deve aver presente soprattutto Lo Stato e i suoi apparati [1969-70], trad. it. di Maria Teresa Ricci, a cura e con introduzione di Roberto Finelli, Editori Riuniti, Roma 1997, postumo se si fa eccezione del noto Ideologia e apparati ideologici di Stato [1970], trad. it. di Siegmund Ginzberg, già “Critica marxista”, 1970, n. 5, poi in id., Freud e Lacan [1976], a cura e con introduzione di Claudia Mancina, Editori Riuniti, Roma 1977. Sia l’introduzione di Mancina a Freud e Lacan che quella di Finelli a Lo Stato e i suoi apparati sono preziose per lo studio del tema in Althusser – e, nel caso di Finelli, anche in Gramsci.

Il concetto di ideologia in Gramsci non è tra i più studiati nella sterminata bibliografia degli studi sull’autore dei Quaderni. In merito alle “fonti” dell’elaborazione gramsciana ancora fondamentale resta Leonardo Paggi, Gramsci e il moderno principe, Editori Riuniti, Roma 1970. Prezioso – anche per i collegamenti con Althusser di cui sopra – è Christine Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato [1975], trad. it. di Claudia Mancina e Giuseppe Saponaro, Editori Riuniti, Roma 1976. Sulla stessa scia si situa almeno in parte l’interessante articolo di Claudia Mancina, “Il fronte ideologico”: ideologie e istituzioni statali in Gramsci, “Prassi e teoria”, 1980, n. 7. Tra gli studi degli anni settanta, vanno tenuti presenti soprattutto alcuni lavori di Nicola Badaloni, che toccano anche il nostro tema, in particolare Il marxismo di Gramsci, Einaudi, Torino 1975. Pure a questa epoca pionieristica degli studi sull’ideologia in Gramsci appartiene Gian Pietro Calabrò, Antonio Gramsci. La “transizione politica”, Edizione scientifiche italiane, Napoli 1982, in specie il capitolo secondo, dedicato a Ideologia ed egemonia.

Venendo ad anni più recenti, va segnalato innanzitutto Antonio A. Santucci, Alcune note su Gramsci e la critica contemporanea dell’ideologia, in Tempi moderni. Gramsci e la critica dell’americanismo,  a cura di Giorgio Baratta e Andrea Catone, Edizioni Associate, Roma 1989; Dino Ferreri, Inattualità di Gramsci?, in Percorsi della ricerca dilosofica, Gangemi, Roma-Reggio C. 1990;  due scritti di Domenico Losurdo: Legittimità e critica del moderno. Sul marxismo di Antonio Gramsci, in Gramsci e l’Italia. Atti del Convegno Internazionale di Urbino 24-25 gennaio 1992, La Città del sole, Napoli 1994 e Antonio Gramsci dal liberalismo al “comunismo critico”, Gamberetti, Roma 1997; Dereck Boothman, Scienza e traducibilità nei “Quaderni” di Gramsci, “Critica marxista, 1995, n. 2; Roberto Finelli, Contro la metafisica del soggetto del “Manifesto” del ’48 e Guido Liguori, Dal “Manifesto” ai “Quaderni”, entrambi in Il Manifesto del partito comunista 150 anni dopo, a cura di Rossana Rossanda, manifestolibri, Roma 2000.

Negli ultimi anni sono usciti due volumi che contengono importanti riferimenti al tema dell’ideologia in Gramsci: Dario Ragazzini, Leonardo nella società di massa. Teoria della personalità in Gramsci, Moretti & Vitali, Bergamo 2002 e Fabio Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui Quaderni del carcere, Carocci, Roma 2003.

 

 


 

[1] Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., Apparato critico, p. 2641.

[2] A proposito di Bucharin, si è di recente richiamata positivamente l’attenzione sulla teoria dell’ideologia contenuta nel «Saggio popolare»: cfr. Giuseppe Prestipino, Tradire Gramsci, Teti, Milano 2000, p. 36; Francesco Tuccari, Gramsci e la sociologia marxista di Nikolaj I. Bucharin, in Gramsci: il partito politico nei Quaderni, a cura di Salvo Mastellone e Giorgio Sola, Centro Editoriale Toscano, Firenze 2001, pp. 146-7. Per l’autore russo l’ideologia è un sistema di idee, sentimenti e norme di condotta di cui riafferma l’importanza in polemica con le concezioni deterministiche.

[3] Raymond Boudon, L’ideologia. Origine dei pregiudizi [1986], trad. it. di Gregorio De Paola, Einaudi, Torino 1991, p. 36. Sul “ruolo” di Napoleone nella storia del termine cfr. Karl Mannheim, Ideologia e utopia [1929], trad. it. di Antonio Santucci, il Mulino, Bologna 1974, p. 80.

[4] C.L. [Cesare Luporini], Avvertenza [1967] a Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, trad. it. di Fausto Codino, introduzione di Cesare Luporini, Editori Riuniti, Roma 19672, p. XC.

[5] Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 13.

[6] Terry Eagleton, (Che cos’è l’ideologia [1991], trad. it. di Stefano Negrini, il Saggiatore, Milano 1993, p. 118) ha affermato che nell’Ideologia tedesca vi è, implicita, anche un’altra concezione dell’ideologia: quando Marx ed Engels affermano che «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti» (Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 35) prospetterebbero una teoria della ideologia come “arma” consapevolmente al servizio di una classe.

[7] Karl. Marx, Prefazione a id., Per la critica dell’economia politica [1859], Editori Riuniti, Roma 19743, p. 5.

[8] Si veda ora Fabio Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui Quaderni del carcere, Carocci, Roma 2003, p. 90.

[9] Ibid.

[10] Nicolao Merker, Introduzione a Karl Marx - Friedrich Engels, La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 21.

[11] Posso solo accennare alle altre ipotesi che sono state avanzate in merito alle concezioni dell’ideologia marxiana. In Marx vi sarebbe anche una concezione dell’ideologia come visione errata della realtà in dipendenza del particolare punto di vista dell’attore (il mercante e il feticismo delle merci: cfr. Raymond Boudon, op. cit., p. 62). Roberto Finelli, inoltre, ha sostenuto che nel Capitale Marx propone «una diversa e più coerente concezione dell’ideologia» che definisce ideologico «l’effetto di dissimulazione che il processo sociale di produzione e di riproduzione del capitale mette in atto nei confronti di se stesso», concludendo però che si tratta di un «Marx segreto che va ancora ben definito e ricostruito». Cfr. Roberto Finelli, Introduzione a Louis Althusser, Lo Stato e i suoi apparati [1969-70], trad. it. di Maria Teresa Ricci, a cura di Roberto Finelli, Editori Riuniti, Roma 1997, scritto tra i più interessanti sul tema, da vedere anche per quel che riguarda L’ideologia tedesca e il ruolo fondamentale che, in merito all’ideologia, gioca la divisione del lavoro.

[12] Cfr. Franz Mehring, Storia della socialdemocrazia tedesca [1897-1898], Roma, Editori Riuniti, 19682, p. 287. La lettera di Engels venne pubblicata da Mehring per la prima volta nell’edizione tedesca della sua Geschichte nel 1898.

[13] Friedrich Engels, Engels a Franz Mehring a Berlino [1893], in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere complete, vol. L, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 109. Ha ripetutamente richiamato l’attenzione su questo brano Domenico Losurdo, di cui si veda ora Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, Roma1997.

[14] Cfr Enzo Melandri, La realtà e l’immagine, introduzione a Hans Barth, Verità e ideologia [1945], trad. it. di B. M. d’Ippolito, Il Mulino, Bologna 1971. Cfr. anche Giangiorgio Pasqualotto, Storia e critica dell’ideologia da Bacone a Marx, Cleup, Padova 1978.

[15] Ivi, p. 111.

[16] Cfr. Leonardo Paggi, Antonio Gramsci e il moderno principe, Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 18 ss.

[17] A scanso di equivoci aggiungiamo subito che il giovane Gramsci riceve una molteplicità di influssi che concorrono a condurlo verso una originale concezione dell’ideologia, spesso attraverso un complesso lavorìo di assimilazione\distinzione: oltre Marx, Engels e Labriola, un ruolo fondamentale hanno evidentemente autori come Sorel e Croce, ma anche Barbusse (cfr. Leonardo Paggi, op. cit., p. 158) e Pareto.

[18] È quanto afferma Terry Eagleton, op. cit., pp. 125 e 131, senza soffermarsi però sull’argomento.

[19] V. I. Lenin, Che fare?[1905], trad. it. di Luigi Amadesi, Editori Riuniti, Roma 19692, pp. 73-5.

[20] Più che a un rapporto di filiazione diretta, penso a un uso divenuto consuetudinario negli ambienti del socialismo internazionale.

[21] A. Gramsci, Wilson e i massimalisti russi [2 marzo 1918], ora in id., La città futura 1917-1918, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino 1982, p. 691. Nello stesso articolo, compare l’accennata attenzione a cogliere «rapporti nuovi tra le ideologie e l’economia» (ivi. p. 690). Riguardo all’uso del termine nell’accezione di “teoria politica”, va ricordato anche che Gramsci scrive –  in La rivoluzione contro il “Capitale” [24 dicembre 1917], ora in id., La città futura 1917-1918, cit., p. 511 – che «i fatti hanno superato le ideologie», riferendosi al rapporto tra rivoluzione russa e pensiero marxiano e marxista.

[22] Antonio Gramsci, Astrattismo e intransigenza [11 maggio 1918], in id., Il nostro Marx 1918-1919, a cura di Sergio Caprioglio, Einaudi, Torino 1984, p. 17.

[23] Ibid. Non posso soffermarmi qui sulla ricezione negli articoli di questo periodo della concezione dell’ideologia proposta da Croce con il concetto laico di religione o fede, fondamentale per gli sviluppi futuri nei Quaderni (cfr. infra, nota 38). Scrive ad esempio Gramsci: «ogni uomo ha una sua religione, una sua fede» (Antonio Gramsci, Il Sillabo ed Hegel [15 gennaio 1916], ora in id., Cronache torinesi 1913-1917, a cura di Sergio Caprioglio, Einaudi, Torino 1980, p. 71); «il socialismo è precisamente la religione che deve ammazzare il cristianesimo. Religione nel senso che è anch’esso una fede» (Antonio Gramsci, Audacia e fede [22 maggio 1916], ora in ivi, p. 329),

[24] Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere. Apparato critico, cit, p. 2523.

[25] Nel prosieguo del brano Gramsci scrive inoltre: «Il marxismo aveva due compiti: combattere le ideologie moderne nella loro forma più raffinata e rischiarare le masse popolari». Esso tuttavia è risultato inadeguato per combattere «le altre ideologie delle classi colte» (ibid.).

[26] Karl Marx - Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 13.

[27] Sul valore gnoseologico della teoria gramsciana dell’ideologia e sul superamento da essa realizzata rispetto alla dicotomia razionalistica scienza\ideologia rimando a quanto scritto da Fabio Frosini in Il “ritorno a Marx” nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci (1930), “Problemi”, 1998, n. 111, soprattutto p. 124. Ma cfr. ora anche id., Gramsci e la filosofia, cit., pp. 89 ss.

[28] Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., Apparato critico, p. 2755.

[29] Così lo stesso Marx nella citata Prefazione a Per la critica dell’economia politica, cit., p. 6 (traduzione modificata).

[30] Terry Eagleton, op. cit., pp. 52 ss.

[31] Ferruccio Rossi-Landi, L’ideologia, Mondadori, Milano 1982 («seconda edizione rivista e accresciuta»), pp. 37 ss.

[32] Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., Apparato critico, p. 2631.

[33] Non posso soffermarmi in questa sede sulla questione, pure interessantissima, del rapporto ideologia\scienza in Gramsci, né su quello connesso dell’ideologia della scienza. Oltre a rimandare nuovamente al lavoro di Frosini, secondo l’indicazione della nota 27, voglio ricordare anche Dereck Boothman, Scienza e traducibilità nei “Quaderni” di Gramsci, “Critica marxista, 1995, n. 2.

[34] A proposito di «struttura ideologica»: nei Quaderni compaiono diverse espressioni simili (ma non uguali), da «fronte ideologico» (Q 7, 26, 875, A) a «sfera ideologica» e «terreno ideologico» (Q 11, 16, 1407, C), da «comunità ideologica» e «panorama ideologico» (Q 11, 12, 1392, C) a «mondo ideologico» (Q 11, 12, 1394). Non compare «apparato ideologico». Ma Gramsci scrive che «la realizzazione di un apparato egemonico [...] crea un nuovo terreno ideologico» (Q 10-II, 12, 1250, C). Da notare che sull’espressione «mondo ideologico» ha richiamato l’attenzione Giorgio Baratta in Le Rose e i Quaderni. Saggio sul pensiero di Antonio Gramsci, Gamberetti, Roma 2000, p. 167.

[35] Cfr. Gian Pietro Calabrò, Antonio Gramsci. La “transizione politica”, Edizione scientifiche italiane, Napoli 1982, cap. 2: Ideologia ed egemonia.

[36] Cfr. Claudia Mancina, “Il fronte ideologico”: ideologie e istituzioni statali in Gramsci, “Prassi e teoria”, 1980, n. 7; e Dario Ragazzini, Leonardo nella società di massa. Teoria della personalità in Gramsci, Moretti & Vitali, Bergamo 2002. Ovviamente questa “problematica” rimanda ad Althusser, per cui «un’ideologia esiste sempre in un apparato, e nella sua pratica» (Louis Althusser, op. cit., p.  187). La teoria althusseriana dell’ideologia e degli AIS deriva in larga misura da Gramsci e dalla sua concezione dell’ideologia e dell’egemonia e insieme fraintende entrambe, ma rappresenta pur sempre un tentativo di ripensarne la lezione nelle società a capitalismo avanzato (e dopo il ’68) e soprattutto uno stimolo enorme alla riflessione sul tema. Sull’argomento mi si permetta di rinviare al mio Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma 1996, pp. 136-8 e passim. E a Christine Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato [1975], trad. it. di Claudia Mancina e Giuseppe Saponaro, Editori Riuniti, Roma 1976; Claudia Mancina, Introduzione a Louis Althusser, Freud e Lacan, Editori Riuniti, Roma 1977; Roberto Finelli, op. cit.

[37] Sulla ricaduta di questa tematica sul versante della soggettività individuale e della teoria della personalità, cfr. Dario Ragazzini, op. cit., capp. 1.1. e 1.2. Ancora una volta torna irresistibile il raffronto con la teoria dell’ideologia di Althusser, pur nella consapevolezza delle differenze esistenti. Voglio ricordare che Althusser, nel capitolo Dell’ideologia, il XII di Lo Stato e i suoi apparati, cit., dopo aver intitolato il quinto paragrafo L’ideologia ha un’esistenza materiale, titola il sesto L’ideologia interpella gli individui in quanto soggetti.

[38] «È da porre in rilievo l’importanza e il significato che hanno, nel mondo moderno, i partiti politici nell’elaborazione e diffusione delle concezione del mondo» (Q 11, 12, 1387, C).

[39] «Per il Croce la religione è una concezione della realtà con una morale conforme a questa concezione [...] è religione ogni filosofia, cioè ogni concezione del mondo, in quanto è diventata “fede”, cioè considerata non come attività teoretica (di creazione di nuovo pensiero) ma come stimolo all’azione» (Q 10 I, 5, 1217). Su Gramsci e il concetto laico di religione si veda, per il giovane Gramsci, supra la nota 23, e per i Quaderni si tengano presenti le interessanti considerazioni di Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1978, pp. 174 ss., soprattutto p.181.

[40] Cfr. ad esempio Q 10 II, 44, 1330, B.