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Giuseppe Cospito
Struttura sovrastruttura

Materiale di lavoro
il seminario sui Quaderni del carcere
III seduta - Roma, 27 aprile 2001

1. Questioni di metodo.

Quistioni di metodo. Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è mai stata esposta sistematicamente (e la cui coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario in cui gli elementi della concezione sono impliciti) occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. Occorre, prima di tutto, ricostruire il processo di sviluppo intellettuale del pensatore dato per identificare gli elementi divenuti stabili e «permanenti», cioè che sono stati assunti come pensiero proprio, diverso e superiore al «materiale» precedentemente studiato e che ha servito di stimolo; solo questi elementi sono momenti essenziali del processo di sviluppo. Questa selezione può essere fatta per periodi più o meno lunghi, come risulta dall’intrinseco e non da notizie esterne (che pure possono essere utilizzate) e dà luogo a una serie di «scarti», cioè di dottrine e teorie parziali per le quali quel pensatore può aver avuto, in certi momenti, una simpatia, fino ad averle accettate provvisoriamente ed essersene servito per il suo lavoro critico o di creazione storica e scientifica. […] Questa serie di osservazioni valgono tanto più quanto più il pensatore dato è piuttosto irruento, di carattere polemico e manca dello spirito di sistema, quando si tratta di una personalità nella quale l’attività teorica e quella pratica sono indissolubilmente intrecciate, di un intelletto in continua creazione e in perpetuo movimento, che sente vigorosamente l’autocritica nel modo più spietato e conseguente. Date queste premesse, il lavoro deve seguire queste linee: 1) la ricostruzione della biografia non solo per ciò che riguarda l’attività pratica ma specialmente per l’attività intellettuale; 2) il registro di tutte le opere, anche le più trascurabili, in ordine cronologico, diviso secondo motivi intrinseci: di formazione intellettuale, di maturità, di possesso e applicazione del nuovo modo di pensare e di concepire la vita e il mondo. La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati.

Questo lavoro preliminare rende possibile ogni ulteriore ricerca. Tra le opere del pensatore dato, inoltre, occorre distinguere tra quelle che egli ha condotto a termine e pubblicato e quelle rimaste inedite, perché non compiute, e pubblicate da qualche amico o discepolo, non senza revisioni, rifacimenti, tagli ecc., ossia non senza un intervento attivo dell’editore. È evidente che il contenuto di queste opere postume deve essere assunto con molta discrezione e cautela, perché non può essere ritenuto definitivo, ma solo materiale ancora in elaborazione, ancora provvisorio; non può escludersi che queste opere, specialmente se da lungo tempo in elaborazione e che l’autore non si decideva mai a compiere, in tutto o in parte fossero ripudiate dall’autore o non ritenute soddisfacenti […]; intanto di queste sarebbe bene avere il testo diplomatico, ciò che è già in via di essere fatto, o per lo meno una minuziosa descrizione del testo originale fatta con criteri diplomatici.

L’una e l’altra sezione dovrebbero essere ricostruite per periodi cronologico-critici, in modo da poter stabilire confronti validi e non puramente meccanici ed arbitrari. […]

Anche lo studio dell’epistolario deve essere fatto con certe cautele: un’affermazione recisa fatta in una lettera non sarebbe forse ripetuta in un libro… [1]

L’importanza di questo testo è stata sottolineata da generazioni di studiosi, concordi nell’interpretarlo al di là del «caso di Marx» e nell’estenderne «le cautele reali» agli scritti dello stesso Gramsci. Eppure, a partire dall’edizione “tematica” dei Quaderni per finire con le recenti polemiche sui criteri da adottare per la nuova edizione nazionale delle opere gramsciane, non sempre se ne è tenuto il dovuto conto. Pertanto, «date queste premesse», nelle pagine che seguono, tenterò di cogliere il «ritmo del pensiero in isviluppo» relativamente al tema del rapporto struttura-sovrastruttura, da Gramsci definito «il problema cruciale del materialismo storico». [2] Nel fare questo, prescinderò almeno in prima istanza dagli apporti pur importanti della critica sull’argomento preferendo, a quasi tre quarti di secolo dalla morte dell’autore e a oltre mezzo secolo dalla prima pubblicazione dei suoi scritti, muovere direttamente dai testi, memore anche dell’altra avvertenza gramsciana a non “sollecitarli”, «cioè far dire ai testi, per amor di tesi, più di quanto i testi realmente dicono». [3]

2. Ipotesi di lavoro

Allo scopo di cogliere l’evoluzione del pensiero di Gramsci sul tema, isolerò una serie di note che mi paiono particolarmente significative, collocandole in successione sulla base della cronologia dei Quaderni stabilita da Francioni (in parte precisando e in parte emendando le proposte di Gerratana) [4] e riassumendo i risultati (tutt’altro che definitivi) di un personale lavoro di scavo che dura ormai da oltre dieci anni. [5] Consapevole dei rischi e delle forzature che ogni tentativo di schematizzazione necessariamente comporta, li ripropongo qui come “ipotesi di lavoro”, sottoponendoli quindi alla duplice verifica del testo gramsciano e del giudizio critico dei miei interlocutori:

a) Il problema dei rapporti tra struttura e sovrastruttura, analogamente alla maggior parte (per non dire alla totalità) dei “problemi cruciali” del pensiero di Gramsci, conosce una complessa e non lineare evoluzione nei sei anni di lavoro carcerario: una genesi lenta e difficile (1929-30), una prima sistemazione (autunno 1930), una serie di slittamenti successivi (fine ’30 - fine ’31) che preludono a una svolta (primi del ’32) e a ulteriori approfondimenti (metà ’32 - metà ’35), testimoniati anche dalle varianti introdotte nel parallelo lavoro di ricopiatura delle note delle fasi precedenti. [6]

b) Tale evoluzione, nel caso di struttura-sovrastruttura, muove da una prima fase in cui la questione non è tematizzata esplicitamente (Q 1-3) ma, nell’analisi storico-politica, Gramsci sembra legato a quella visione deterministica e meccanicistica della realtà che, nel prosieguo della sua indagine attribuirà (stigmatizzandola) a Bucharin. Segue, nei primi «Appunti di filosofia» (Q 4), un tentativo di sistemazione che imposta il problema nei termini (lato sensu staliniani) di lotta agli opposti estremismi, il meccanicismo deterministico e il volontarismo idealistico. Non che definitiva, tale impostazione viene messa in discussione a partire dalla «seconda serie» di «Appunti di filosofia» (Q 7), dedicati pressoché esclusivamente alla confutazione delle posizioni buchariniane, e ancor più nella terza (Q 8), ove si assiste addirittura alla messa in discussione degli stessi termini della questione: in effetti, la metafora architettonica di una base sulla quale si costruisce un edificio, è destinata inevitabilmente a svuotarsi di significato nel momento in cui si nega un nesso rigidamente causale e univoco tra la prima e il secondo. Gramsci tuttavia continua a occuparsi del problema nella seconda parte della riflessione carceraria e in particolare nei “filosofici” Q 10 e 11 e nei nuovi quaderni miscellanei 14, 15 e 17 (costituiti prevalentemente di testi B, vale a dire note in stesura unica), ai quali lavora sino a quando le forze glielo consentono, tentando soluzioni inedite e mai definitive di quello che è divenuto il problema di «come nasce il movimento storico». Contemporaneamente, Gramsci prosegue il lavoro di ricopiatura delle vecchie note nei «quaderni speciali», sempre più difficile sia per le ormai precarie condizioni di salute dell’autore, [7] sia per la distanza progressivamente crescente tra vecchie e nuove formulazioni.

c) Questo percorso, se allontana definitivamente Gramsci dal Diamat marxista-leninista, comporta invece un approfondimento dell’opera di Marx e di Lenin, schematizzabile nei termini di un passaggio dalla lettera allo spirito dei testi dei due padri del materialismo storico (il cui ruolo è paragonato in un celebre passo a quello di Cristo e San Paolo per il cristianesimo [8] ), nonché di un differenziamento netto tra le loro posizioni e quelle dei rispettivi prosecutori (Engels e Stalin); [9] in tale prospettiva avviene anche il recupero da parte di Gramsci di alcuni spunti giovanili, depurati dalle scorie idealistiche di chi era ben consapevole di essere stato allora «tendenzialmente piuttosto crociano». [10] In ogni caso, al termine delle sue riflessioni sul rapporto tra struttura e sovrastruttura, Gramsci sembra anticipare le considerazioni di uno studioso successivo, che ha ipotizzato come «la celebre “sovrastruttura” non fosse per Marx che una metafora, usata con discrezione stilistica in poche occasioni e il più delle volte sostituita da altre metafore o, meglio ancora da spiegazioni teoriche […]. Una buona parte del “determinismo” e dello “schematismo” che i teorici borghesi sogliono rinfacciare a Marx, proviene da queste confusioni [tra metafore e spiegazioni teoriche], lamentevolmente diffuse dai marxisti». [11] Analogamente per Gramsci, nonostante la sua asserità centralità, la dialettica struttura-sovrastruttura compare, come titolo di rubrica, solo sei volte in tutti i Quaderni, coprendo per di più un periodo alquanto ristretto della riflessione carceraria (un anno e mezzo circa, tra la metà del 1930 e la fine del ’31, sugli oltre sei complessivi). [12] Prima e dopo di questo, tuttavia, vi è una lunga storia, che cercherò di ricostruire nelle pagine che seguono, lasciando il più possibile la parola allo stesso Gramsci e alle testimonianze del «ritmo del pensiero in isviluppo».

3. La fase “buchariniana” (1925-30: dalla scuola di partito a Q 4, §§ 12 e 15)

Assente dal primo, sintetico programma di lavoro in quattro punti, formulato il 19 marzo 1927 in una lettera alla cognata Tatiana Schucht, [13] la riflessione sul materialismo storico costituisce, sia pure nella formulazione ellittica di «Teoria della storia e della storiografia», il primo punto del più articolato elenco di «Argomenti principali» premesso al «Primo quaderno» e da Gramsci esplicitamente datato 8 febbraio 1929. [14] La stesura vera e propria delle note non inizierà tuttavia che nel giugno successivo, mentre i primi «Appunti di filosofia» risalgono addirittura al maggio 1930, vale a dire a oltre un anno dopo. Pochi mesi prima, peraltro, si era verificata quella che è stata definita «una sorta di “esplosione” della riflessione più direttamente teorico politica: alludo ai §§ 43 e 44 del Quaderno 1», scritti tra il febbraio e il marzo, [15] periodo nel quale vengono gettate le basi del successivo lavoro carcerario. È da qui che si può partire, quindi, per cercare l’impostazione implicita di Gramsci al problema del rapporto tra struttura e sovrastruttura nella prima fase del lavoro carcerario; si consideri in particolare l’inizio del § 44:

Tutto il problema delle varie correnti politiche del Risorgimento, dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con le forze omogenee o subordinate delle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale si riduce a questo fondamentale: che i moderati rappresentavano una classe relativamente omogenea, per cui la direzione subì oscillazioni relativamente limitate, mentre il Partito d’Azione non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni che subivano i suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati.

Qui la struttura sembra generare, alquanto meccanicamente, la corrispondente sovrastruttura, tanto è vero che, poche righe dopo, Gramsci parlerà di uno svolgimento storico «“normale”, data la struttura e la funzione delle classi rappresentate dai moderati» e, più avanti, del fatto che, «se in Italia non sorse un partito giacobino, ci devono essere le ragioni da ricercare nel campo economico». [16] Nel precedente § 43, a proposito dei moti insurrezionali dell’Ottocento, era stato notato «un relativo sincronismo [che] mostra l’esistenza di una struttura economico-politica omogenea». Non siamo molto lontani, a ben vedere, dalla vulgata marxista quale poteva allora essere rappresentata da un Bucharin; anzi, come è già stato osservato, nel Q 1 «non si può non essere colpiti dalla curiosa affinità terminologica ma anche contenutistica» con l’opera del teorico sovietico. [17]

Del resto l’inizio della riflessione carceraria non poteva non riallacciarsi alla conclusione (forzata) dell’attività teorico-politica precedente l’arresto; mi riferisco in particolare a due episodi del biennio 1925-26:

a) Nel ’25 Gramsci aveva compilato alcune dispense per la scuola di partito, introducendo la prima delle quali aveva scritto che questa «ricalcherà o addirittura darà la traduzione del libro del compagno Bucharin sulla teoria del materialismo storico», [18] vale a dire il Manuale tanto vituperato in seguito.

b) Nel ’26 aveva steso, lasciandole inedite, alcune Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici, [19] che si concludevano con osservazioni del tipo: «Il proletariato, come classe, è povero di elementi organizzativi, non ha e non può formarsi un proprio strato di intellettuali che molto lentamente, molto faticosamente e solo dopo la conquista del potere statale». [20] Se ne deduce che l’egemonia culturale, contrariamente a quanto Gramsci dirà nella fase matura dei Quaderni, segue e non precede la supremazia politica: è già stato osservato come si tratti di un’«interpretazione estremamente pericolosa, tanto più che rischia di portare a quell’errore teorico che la nozione d’egemonia permette di combattere, l’economismo». [21]   

La critica del Saggio popolare di Bucharin ha inizio con Q 1, § 153, steso dopo il 20 maggio 1930, in cui peraltro Gramsci si limita a rilevarne «gli errori logici». Nel coevo § 9 del Q 4, uno dei primi «Appunti di filosofia», egli si propone ancora di scrivere Un repertorio del marxismo, titolo di rubrica destinato significativamente a scomparire dai Quaderni, man mano che il suo autore si rende conto che il marxismo non è una dottrina che può essere ridotta a formule e schemi, sia pure a scopo didascalico, come aveva cercato di fare appunto Bucharin. Ma ancora nel § 12, la prima nota a riportare il titolo di Struttura e superstruttura, nonostante si proponga di «fissar bene il significato del concetto di struttura e di superstruttura», Gramsci sembra perdersi in una serie di questioni del tipo:

le biblioteche sono struttura o superstruttura? I gabinetti sperimentali degli scienziati? Gli strumenti musicali di un’orchestra? Si confonde struttura con «struttura materiale» in genere e «strumento tecnico» con ogni strumento materiale ecc. […] Non si può negare una certa relazione, ma non diretta e immediata. In realtà certe forme di strumento tecnico hanno una doppia fenomenologia: sono struttura e sono superstruttura […]. Ci sono delle superstrutture che hanno una «struttura materiale»: ma il loro carattere rimane quello di superstrutture: il loro sviluppo non è «immanente» nella loro particolare «struttura materiale» ma nella struttura materiale della società. Una classe si forma sulla base della sua funzione nel mondo produttivo: lo sviluppo e la lotta per il potere e per la conservazione del potere crea le superstrutture che determinano la formazione di una «speciale struttura materiale» per la loro diffusione ecc. Il pensiero scientifico è una superstruttura che crea gli «strumenti scientifici»; la musica è una superstruttura che crea gli strumenti musicali. Logicamente e anche cronologicamente si ha: struttura sociale - superstruttura- struttura materiale della superstruttura.

Che un’impostazione del genere sia ancora vicina a quella di Bucharin appare, oltre che da un confronto con passi del Manuale di tenore sostanzialmente analogo, [22] da quanto dice, autocriticamente, Gramsci nel corrispondente testo C (Q 11, § 29): qui non solo l’impostazione del problema dei rapporti tra struttura e sovrastruttura in questi termini viene esplicitamente attribuita a Bucharin, ma si nota come questo modo di porre la quistione rende inutilmente complicate le cose. […] È certo che tutto ciò è una deviazione infantile della filosofia della praxis, determinata dalla convinzione barocca che quanto più si ricorre a oggetti «materiali» tanto più si è ortodossi.

Un certo determinismo traspare ancora dal § 15 del Q 4, in cui dopo aver ricordato che «non sono le ideologie che creano la realtà sociale, ma è la realtà sociale, nella sua struttura produttiva, che crea le ideologie» (il che peraltro non giustifica la tesi crociana secondo la quale «le superstrutture sono apparenza e illusione»), Gramsci si richiama al concetto soreliano di «blocco storico» affermando che se gli uomini prendono coscienza del loro compito nel terreno delle superstrutture, ciò significa che tra struttura e superstrutture c’è un nesso necessario e vitale, così come nel corpo umano tra la pelle e lo scheletro. […] (Il paragone del corpo umano può servire per rendere popolare questi concetti, come metafora appropriata).

4. La sistemazione “centrista” della fine del 1930 (Q 4, § 38)

Nell’ottobre del 1930, nel lungo § 38 del Q 4, Gramsci cerca per la prima volta di affrontare sistematicamente quello che gli «pare il problema cruciale del materialismo storico», fornendo innanzitutto gli Elementi per orientarsi: 1°) il principio che «nessuna società si pone dei compiti per la cui soluzione non esistano già le condizioni necessarie e sufficienti [o esse non siano in corso di sviluppo e di apparizione], e 2°) «che nessuna società cade se prima non ha svolto tutte le forme di vita che sono implicite nei suoi rapporti» (vedere l’esatta enunciazione di questi principii)cosa che Gramsci farà puntualmente: come avverte Gerratana, i passi, tratti dalla prefazione di Marx a Per la critica dell’economia politica, «sono qui citati a memoria: nel corrispondente testo C è aggiunta la traduzione testuale dell’intero brano», operata dallo stesso Gramsci. [23] Sulla base di tali passi si era formata la lettura economicistica del marxismo largamente dominante nella II Internazionale e la stessa interpretazione deterministica del nesso struttura-sovrastruttura visto che, poco sopra, Marx così riassumeva il «filo conduttore» della sua teoria:

Nella produzione sociale della loro vita gli uomini entrano a far parte di rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze materiali di produzione. L’insieme di questi rapporti di produzione forma la struttura economica della società, la base reale, sulla quale si innalza una superstruttura giuridica e politica, e alla quale corrispondono determinate forme sociali di coscienza. Il modo di produzione della vita materiale condiziona generalmente il processo della vita sociale, politica e spirituale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro ((modo)) di essere, ma all’opposto è il loro modo di essere sociale che determina la loro coscienza. [24]

Su questo testo Gramsci ritornerà più volte nel corso della riflessione carceraria, allontanandosi progressivamente dalla sua tradizionale interpretazione deterministica e utilizzandolo addirittura per combatterla:

a) in Q 7, § 20 (fine 1930 - inizio 1931), dove rimprovera a Bucharin di non aver «trattato il punto fondamentale: come dalle strutture nasce il movimento storico? Eppure questo è il punto cruciale di tutta la quistione del materialismo storico». Quindi, dopo aver citato nuovamente «le due proposizioni» marxiane, aggiunge che queste «avrebbero dovuto essere analizzate in tutta la loro portata e conseguenza. Solo su questo terreno può essere eliminato ogni meccanicismo e ogni traccia di “miracolo” superstizioso».

b) in Q 8, § 195 (febbraio 1932): «La proposizione che “la società non si pone problemi per la cui soluzione non esistano già le premesse materiali”. È il problema della formazione di una volontà collettiva che dipende immediatamente da questa proposizione e analizzare criticamente cosa la proposizione significhi importa ricercare come appunto si formino le volontà collettive permanenti, e come tali volontà si propongano dei fini immediati e mediati concreti, cioè una linea d’azione collettiva». [25]

c) in Q 10, II § 6 (maggio 1932): i due celebri principi marxiani vengono definiti come «i due punti tra cui oscilla» il processo della «catarsi», termine ora impiegato da Gramsci «per indicare il passaggio dal momento meramente economico (o egoistico-passionale) al momento etico-politico, cioè l’elaborazione superiore della struttura in superstruttura nella coscienza degli uomini. Ciò significa anche il passaggio dall’“oggettivo al soggettivo” e dalla “necessità alla libertà”. La struttura da forza esteriore che schiaccia l’uomo lo assimila a sé, lo rende passivo, si trasforma in mezzo di libertà, in strumento per creare una nuova forma etico-politica, in origine di nuove iniziative. La fissazione del momento “catartico” diventa così, mi pare, il punto di partenza per tutta la filosofia della praxis; il processo catartico coincide con la catena di sintesi che sono risultato dello svolgimento dialettico».

d) in Q 15, § 17 (aprile-maggio 1933): le proposizioni della prefazione a Per la critica dell’economia politica sono definite ancora i «due principii fondamentali di scienza politica»; tuttavia «s’intende che questi principii devono prima essere svolti criticamente in tutta la loro portata e depurati da ogni residuo di meccanicismo e di fatalismo».

Quest’ultima espressione non può che richiamare quella analoga, scritta da Gramsci ben sedici anni prima nel suo celebre articolo su La rivoluzione contro il “Capitale”, a proposito del «pensiero marxista, quello che non muore mai, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche». [26] Ciò che più importa, comunque, è che Gramsci, proprio nel momento in cui, attraverso una serie di continui aggiustamenti, opera una sostanziale correzione del proprio pensiero precedente, sente ancora l’esigenza di richiamarsi «rigorosamente» (come scrive in Q 15, § 17) a Marx, nel quale, come dirà altrove «è contenuto in nuce anche l’aspetto etico-politico della politica o la teoria dell’egemonia e del consenso, oltre all’aspetto della forza e dell’economia». [27] Peraltro, «il principio teorico-pratico dell’egemonia» è, sempre secondo Gramsci, «l’apporto teorico massimo di Ilici [scil.: Lenin] alla filosofia della praxis. Ilici avrebbe fatto progredire [effettivamente] la filosofia [come filosofia] in quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica.» [28]

Riprendendo l’esame del § 38, leggiamo che

l’errore in cui si cade spesso nell’analisi storica consiste nel non saper trovare il rapporto tra il «permanente» e l’«occasionale», cadendo così o nell’esposizione di cause remote come se fossero quelle immediate, o nell’affermazione che le cause immediate sono le sole efficienti. Da un lato si ha l’eccesso di «economismo», dall’altro l’eccesso di «ideologismo»; da una parte si sopravalutano le cause meccaniche, dall’altra l’elemento «volontario» e individuale. Il nesso dialettico tra i due ordini di ricerche non viene stabilito esattamente.

Sulla scorta di questo passo è possibile, a titolo di schematizzazione, collocare Gramsci nel centro di un (ideale) schieramento, che intende contrastare gli opposti estremismi, con impressionante analogia rispetto a quello (drammaticamente reale) delle posizioni nella lotta in atto all’interno del PCUS tra il “centro” staliniano e il meccanicismo di Bucharin da un lato e l’idealismo di Deborin dall’altro, quale andava delineandosi proprio negli stessi mesi (fine 1930 - inizio 1931). Va osservato tuttavia che, proprio mentre Stalin abbandonerà ben presto le marxiane “armi della critica” in favore della “critica delle armi”, Gramsci a sua volta supererà tale posizione per appuntare i suoi strali, a parte un paio di vaghi accenni all’austromarxista Max Adler (Q 4, § 3) e al «prof. Lukacz» (Q 4, § 43), esclusivamente sulla “deviazione” meccanicistica, proprio a partire dalla seconda metà del paragrafo che stiamo esaminando. Tale asimmetria si spiega, a mio giudizio, sia con alcuni fattori di carattere esterno ­– l’irrigidimento anche teorico del marxismo sovietico seguito all’emanazione della dottrina del «socialfascismo» e alla conseguente «svolta a sinistra» del PC d’I (della quale Gramsci viene messo al corrente da una visita del fratello Gennaro) – sia con l’approfondimento della riflessione carceraria, sul quale intendo soffermarmi in quanto segue. Sta di fatto che gli stessi compagni del “collettivo di Turi”, ai quali Gramsci espone le sue posizioni sulla questione, lo accuseranno di essere diventato un socialdemocratico e un crociano, sino a indurlo a interrompere le stesse discussioni, dopo che qualcuno ne aveva addirittura ventilato l’espulsione. [29]

Un altro aspetto di questo stesso problema – prosegue il § 38 – è la quistione così detta dei rapporti delle forze. […] Occorre distinguere diversi momenti o gradi: mi pare se ne possano distinguere tre fondamentali:

1°) c’è un rapporto delle forze sociali strettamente legato alla struttura; questo è un rapporto obbiettivo, è un dato «naturalistico» che può essere misurato coi sistemi delle scienze esatte o matematiche [30] […]

2°) un momento successivo è il «rapporto delle forze» politiche, cioè la valutazione del grado di omogeneità e di autocoscienza raggiunto dai vari raggruppamenti sociali. Questo «momento» a sua volta può essere scisso in diversi momenti, che corrispondono ai diversi gradi della coscienza politica, così come si sono finora manifestati nella storia […]

3°) il terzo momento è quello del «rapporto delle forze militari» che è quello immediatamente decisivo volta per volta. Lo sviluppo storico oscilla continuamente tra il primo e il terzo momento, con la mediazione del secondo.

Anticipando ancora una volta gli sviluppi successivi, segnalo che, nel già citato Q 15, § 17, Gramsci, ancora una volta rovesciando l’impostazione iniziale, riterrà necessario il «massimo di valorizzazione del secondo momento, o equilibrio delle forze politiche e specialmente del terzo momento o equilibrio politico-militare». Ma ritorniamo, per il momento, A Q 4, § 38:

Un’altra quistione legata al problema trattato in questa rubrica è questa: se i fatti storici fondamentali sono determinati dal malessere o dal benessere economico. Un esame della storia mondiale ed europea mi pare obblighi ad escludere ogni risposta tassativa in questo senso e a procedere per approssimazioni a una risposta piuttosto generica ferma restando «la priorità del fatto politico-economico, cioè la “struttura” come punto di riferimento e di “causazione” dialettica, non meccanica, delle superstrutture», come scriverà di lì a poco nel § 56 dello stesso Q 4. È per questo che, contrariamente a quanto sosterrà in seguito, Gramsci ora ritiene che «l’azione e l’iniziativa politica [siano] espressione dell’economia e anzi l’espressione efficiente dell’economia […] poiché l’egemonia è politica, ma anche e specialmente economica, ha la sua base materiale nella funzione decisiva che il raggruppamento egemone esercita sul nucleo decisivo dell’attività economica». E ancora, dopo un richiamo alla Miseria della Filosofia, «in cui sono contenute affermazioni essenziali dal punto di vista del rapporto della struttura e delle superstrutture», Gramsci ricorda «insieme l’affermazione di Engels che l’economia è “in ultima analisi” la molla della storia (nelle due lettere sul materialismo storico pubblicate anche in italiano), direttamente collegata al brano famoso della prefazione alla Critica dell’Economia Politica dove si dice che gli uomini “diventano consapevoli” del conflitto tra forma e contenuto del mondo produttivo sul terreno delle ideologie.»

La “rubrica” Struttura e superstrutture si ritrova ancora nel § 45 del Q 4, che però non apporta sostanziali novità rispetto al precedente § 38, concentrandosi piuttosto sul fatto «che il materialismo storico concepisca se stesso come una fase transitoria del pensiero filosofico» in quanto, come le altre ideologie «è espressione delle contraddizioni storiche, anzi è l’espressione perfetta, compiuta di tali contraddizioni: è un’espressione della necessità, quindi, non della libertà, che non esiste e non può esistere. Ma se si dimostra che le contraddizioni spariranno, si dimostra implicitamente che sparirà anche il materialismo storico, e che dal regno della necessità si passerà al regno della libertà, cioè a un periodo in cui il “pensiero”, le idee non nasceranno più sul terreno delle contraddizioni»: si tratta di un tema affascinante e non molto studiato dalla critica, ma sul quale non è questa la sede per soffermarsi, dovendosi ora passare a esaminare l’evoluzione della dialettica struttura-sovrastruttura nella seconda e terza «serie» di «Appunti di filosofia».

5. La “crisi” del 1931 (Q 7)

La «seconda serie» di «Appunti di filosofia» viene avviata nel novembre 1930, appena conclusa la prima, segno della necessità da parte di Gramsci di tornare sulle questioni affrontate in precedenza. Del resto, il § 10, Struttura e superstruttura, si apre con un rimando esplicito alle «note scritte nella “Prima serie”», che ci induce a ritenere ancora valida, in mancanza di un suo esplicito rinnegamento, l’impostazione del problema nei termini di lotta agli “eccessi opposti” per quanto riguarda il ruolo dei diversi momenti in cui si articolano i «rapporti di forza». Tuttavia, ricorrendo ancora una volta al «confronto con la tecnica guerresca», Gramsci introduce un primo elemento di novità, riferendosi alla necessità che, analogamente a quanto avvenuto nel corso della prima guerra mondiale, anche nella lotta politica si verifichi il «passaggio dalla guerra manovrata alla guerra di posizione». Questo almeno negli

Stati più avanzati, dove la «società civile» è diventata una struttura molto complessa e resistente alle «irruzioni» catastrofiche dell’elemento economico immediato (crisi, depressioni ecc.): le superstrutture della società civile sono come il sistema delle trincee nella guerra moderna. Come avveniva che un furibondo attacco di artiglieria contro le trincee avversarie, che sembrava aver distrutto tutto, in realtà aveva distrutto solo la superficie della difesa ancora efficace, così avviene nella politica durante le grandi crisi economiche, né le truppe assalitrici, per effetto della crisi, si organizzano fulmineamente nel tempo dello spazio, né tanto meno, acquistano lo spirito aggressivo; per reciproca, gli assaliti non si demoralizzano né abbandonano le difese, pur tra le macerie, né perdono la fiducia nella propria forza e nel proprio avvenire. Non che le cose rimangano tali e quali; ma le cose non si svolgono fulmineamente e con marcia progressiva definitiva come si aspetterebbero gli strateghi del cadornismo politico. L’ultimo fatto di tal genere sono stati gli avvenimenti del 1917. Essi hanno segnato una svolta decisiva nella storia dell’arte e della scienza della politica.

A distanza di poche settimane, Gramsci sembra quindi avere già modificato il suo punto di vista sul nesso tra crisi economica e «fatti storici fondamentali»: se prima era portato a «escludere ogni risposta tassativa», ora nega ogni rapporto meccanico e immediato tra la prima e la seconda, vale a dire tra la struttura e le superstrutture. Contemporaneamente, l’autore accentua la critica alla nutrita schiera dei marxisti che hanno sposato quest’ultima tesi, coinvolgendovi «la Rosa» (Luxemburg), alla quale attribuisce una forma di ferreo determinismo economicistico, con l’aggravante che gli effetti ne erano concepiti come rapidissimi nel tempo e nello spazio: perciò era un vero e proprio misticismo storico, l’aspettazione di una specie di fulgurazione miracolosa.

Manca ancora, come è più che nel Q 4, la critica all’“eccesso opposto”: più che come segno dell’avvicinamento di Gramsci al volontarismo idealistico, il suo accanimento contro l’economicismo si spiega con la volontà di combattere quello che gli appare sempre più come il travisamento più pericoloso (dal punto di vista sia teorico sia pratico) del lascito marx-leniniano. Non a caso, nel Q 7, § 16 (novembre-dicembre 1930) Gramsci osserva come «Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente»; le tesi di Lenin a riguardo vengono nuovamente contrapposte a quelle della Luxemburg, nonché alla «famosa teoria di Bronstein [scil.: Trockij] sulla permanenza del movimento». [31]

Ancora più netto il giudizio gramsciano nella seconda nota del Q 7 dedicata a Struttura-superstruttura, il § 24 (febbraio 1931):

Economia e ideologia. La pretesa (presentata come postulato esenziale del materialismo storico) di presentare ed esporre ogni fluttuazione della politica e dell’ideologia come una espressione immediata della struttura, deve essere combattuta teoricamente come un infantilismo primitivo, o praticamente deve essere combattuta con la testimonianza autentica del Marx, scrittore di opere politiche e storiche concrete

dal 18 Brumaio agli scritti sulla Quistione Orientale, da Rivoluzione e Controrivoluzione in Germania a La guerra civile in Francia.

Un’analisi di queste opere permette di fissar meglio la metodologia storica marxista, integrando, illuminando e interpretando le affermazioni teoriche sparse in tutte le opere. Si potrà vedere quante cautele reali Marx introduce nelle sue ricerche concrete, cautele che non potevano trovar posto nelle opere generali come la già ricordata prefazione a Per la critica dell’economia politica.

Tra queste cautele si potrebbero elencare come esempio queste:

1°) La difficoltà di identificare volta per volta, staticamente (come immagine fotografica istantanea), la strutturacontrariamente a quanto da Gramsci stesso affermato nel Q 4, proprio sulla scia del testo teorico marxiano appena ricordato.

2°) […] il materialismo storico meccanico non considera la possibilità di errore, ma assume ogni atto politico come determinato dalla struttura, immediatamente, cioè come riflesso di una reale e permanente (nel senso di acquisita) modificazione della struttura. […]

3°) Non si considera abbastanza che molti atti politici sono dovuti a necessità interne di carattere organizzativo, cioè legati al bisogno di dare una coerenza a un partito, a un gruppo, a una società.

E di queste non è possibile «trovare la spiegazione immediata, primaria, nella struttura».

Nel corso del 1931 il lavoro carcerario subisce un forte rallentamento, se non un’interruzione in seguito alla gravissima crisi di salute dei primi di marzo. Quando, a partire dal mese di novembre, Gramsci riprenderà a lavorare a ritmo più assiduo, molte delle sue posizioni appariranno ulteriormente mutate. Non è escluso che su tale evoluzione agiscano ancora una volta elementi provenienti dall’esterno e, in particolare, i mancati effetti catastrofici sulla stabilità politica degli stati occidentali della drammatica crisi economica del 1929, che molti teorici della III Internazionale avevano interpretato come sintomo decisivo dell’imminente crollo del capitalismo, a dimostrazione definitiva della marxiana legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, che invece Gramsci, già in Q 7, § 34 (steso tra il febbraio e il novembre del 1931), preferisce «chiamare (forse) un teorema di prima approssimazione», sottolineando come «esist[a] una variabile che toglie immediatamente effetto alla legge».

Più avanti, in Q 15, § 5 (febbraio 1933), a proposito dello «studio degli avvenimenti che assumono il nome di crisi e che si prolungano in forma catastrofica dal 1929 ad oggi», Gramsci scriverà infatti che occorrerà combattere chiunque voglia di questi avvenimenti dare una definizione unica, o che è lo stesso, trovare una causa o un’origine unica. Si tratta di un processo, che ha molte manifestazioni e in cui cause ed effetti si complicano e si accavallano. Semplificare significa snaturare e falsificare. Dunque: processo complesso, come in molti altri fenomeni, e non «fatto» unico che si ripete in varie forme per una causa ad origine unica.

A questo punto, negata ogni meccanicità all’azione della struttura sulla sovrastruttura, e anzi verificato che, se nel «blocco storico […] le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma», in realtà la distinzione è «meramente didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze materiali» (Q 7, § 21), [32] la stessa impostazione del problema nei termini “architettonici” di struttura e superstruttura è destinata necessariamente a cadere.

6. Il superamento della metafora architettonica (Q 8: fine ’31 - inizio ’32)

Un primo segnale di stacco netto tra le prime due serie di «Appunti di filosofia» e la terza è costituito dal fatto che, mentre nel Q 7 si trovava il già menzionato rimando al Q 4, Gramsci stesso intese dare al Q 8 il segno di un nuovo inizio, numerandolo sulla copertina con I: si tratta di un «tentativo di numerazione dei Quaderni portato avanti da Gramsci fino all’11» [33] e che computa, oltre al quaderno I, il II (9), il III (10) e il I bis (11).

In effetti, l’unica nota del Q 8 che porta il titolo di rubrica di Struttura e superstrutture, il § 182 (dicembre 1931), sembra richiamare l’impostazione di Q 7, § 21:

La struttura e le superstrutture formano un «blocco storico», cioè l’insieme complesso e discorde delle soprastrutture sono il riflesso dell’insieme dei rapporti sociali di produzione. […] Il ragionamento si basa sulla reciprocità necessaria tra struttura e superstrutture (reciprocità che è appunto il processo dialettico reale).

In tale processo dialettico, come si dice nel § 197 (febbraio 1932), non è possibile andare alla «ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi […] impostazione da scienze naturali astratte. Ciò che è solo prevedibile è la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che risulteranno da equilibri di forze in continuo movimento, non riducibili a quantità fisse». È per questo che finalmente, nel § 207 (febbraio-marzo), Gramsci giunge al definitivo superamento dell’impostazione precedente:

Quistioni di terminologia. Il concetto di struttura e superstruttura, per cui si dice che l’«anatomia» della società è costituita dalla sua «economia», non sarà legato alle discussioni sorte per la classificazione delle specie animali, classificazione entrata nella sua fase «scientifica» quando appunto si prese a base l’anatomia e non caratteri secondari e accidentali? L’origine della metafora usata per indicare un concetto nuovamente scoperto, aiuta a comprendere meglio il concetto stesso, che viene riportato al mondo culturale e storicamente determinato in cui è sorto.

Poche righe prima, nel § 206, Gramsci aveva sottolineato

come la terminologia ha la sua importanza nel determinare errori e deviazioni, quando si dimentichi che la terminologia è convenzionale e che occorre sempre risalire alle fonti culturali per identificarne il valore esatto, poiché sotto una stessa formula convenzionale possono annidarsi contenuti differenti. Sarà da notare come il Marx sempre eviti di chiamare «materialistica» la sua concezione e come ogni volta che parla di filosofie materialistiche le critichi o affermi che sono criticabili. Marx poi non adopera mai la formula «dialettica materialistica» ma «razionale» in contrapposto a «mistica», che dà al termine «razionale» un significato ben preciso.

Q 8, § 207 riceve una seconda stesura in Q 11, § 50 (seconda metà del 1932), in cui la metafora dell’economia come «anatomia» della società viene classificate tra quelle, «grossolane e violente», delle quali «la filosofia della prassi si è servita a fini esclusivamente didattici nei confronti delle classi popolari ignoranti»: tutto ciò «è utile per precisare il limite della metafora stessa, cioè ad impedire che essa si materializzi e si meccanicizzi».

Contemporaneamente Gramsci, sulla base di alcune letture «sulle recenti discussioni filosofiche» nell’Unione Sovietica, [34] giunge a ritenere (purtroppo a torto) che anche là sia «avvenuto il passaggio da una concezione meccanicistica a una concezione attivistica e quindi la polemica contro il meccanicismo». Quest’ultimo era una mera ideologia, una superstruttura transitoria immediatamente, resa necessaria e giustificata dal carattere «subalterno» dei determinati strati sociali. Quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa quindi finisce con l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente. «Io sono sconfitto, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare». È un «atto di fede» nella razionalità della storia, che si traduce in un finalismo appassionato, che sostituisce la «predestinazione», la «provvidenza» ecc. della religione.

Fin qui Gramsci non fa che riproporre quanto già affermato, sulla scia delle discussioni intorno alla traduzione italiana del celebre saggio di Max Weber su L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, [35] in Q 7, § 44 a proposito della trasformazione della concezione della grazia, che «logicamente» dovrebbe portare al massimo di fatalismo e di passività, in una pratica reale di intraprendenza e di iniziativa su scala mondiale […]. Ma noi vediamo oggi avvenire lo stesso per la concezione del materialismo storico; mentre da essa, per molti critici, non può derivare «logicamente» che fatalismo e passività, nella realtà invece essa dà luogo a una fioritura di iniziative e di intraprese che stupiscono molti osservatori.

Tuttavia, come spiega Gramsci in Q 8, § 205, quando il subalterno diventa dirigente e responsabile, il meccanicismo appare prima o poi un pericolo imminente, avviene una revisione di tutto il modo di pensare perché è avvenuto un mutamento del modo di essere.

E, ancora, alla fine della nota, occorre sempre dimostrare la futilità inetta del determinismo meccanico, del fatalismo passivo e sicuro di se stesso, senza aspettare che il subalterno diventi dirigente e responsabile.

Nella seconda di stesura di Q 11, § 12 (giugno-luglio 1932), Gramsci pronuncerà la definitiva sentenza di morte per la «concezione meccanicistica», caratterizzata ora come «una forma di religione e di eccitante (ma al modo degli stupefacenti)»: [36] è per questo che ora sostiene «la necessità di seppellirla», sia pure «con tutti gli onori del caso» e dopo il meritato «elogio funebre».

7. “La ricerca non ha mai fine” [37] (Q 10, 11, 14, 15 e 17: 1932-35)

A partire dalla primavera del 1932, il lavoro carcerario procede su due piani paralleli: ricopiatura, con l’introduzione di varianti più o meno significative, di parte degli appunti precedenti nei quaderni «speciali»; stesura (destinata a rimanere unica) di nuove note su argomenti vari, molti dei quali già oggetto di trattazione da parte dell’autore.

In una prima fase, che copre approssimativamente la seconda metà del ’32, prevale il lavoro di compilazione degli speciali “filosofici” Q 10 e 11, a proposito del quale vanno segnalati subito due fenomeni che li differenziano dai successivi:

a) Ognuna delle parti o sezioni nelle quali risultano suddivisi è redatta spogliando e ricopiando dapprima la «terza serie» di «Appunti di filosofia» del Q 8, seguita dalla seconda del Q 7 e infine dalla prima del Q 4: [38] segno questo di una progressiva presa di distanza dalle vecchie formulazioni e in particolare da quel lungo § 38 del Q 4 che, in questa fase della riscrittura, viene “saltato” restando per il momento in stesura unica (troverà accoglienza, come vedremo, nel Q 13).

b) Anche (se non soprattutto) rispetto alle formulazioni più recenti del Q 8, Gramsci introduce elementi significativi di novità che, per quanto riguarda il nostro tema, lo portano a un allontanamento sempre più netto dalla vulgata marxista.

Su alcune di queste note mi sono già soffermato nel corso dell’analisi dei rispettivi testi A, alla quale pertanto rimando. Segnalo qui invece Q 11, § 15 (luglio-agosto 1932), seconda stesura del già citato Q 8, § 197, in cui già si contestava «la posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, relegati, uniformi», che ora Gramsci attribuisce al fatto che, dato che «“pare”, per uno strano capovolgimento delle prospettive, che le scienze naturali diano la capacità di prevedere l’evoluzione dei processi naturali, la metodologia storica è stata concepita “scientifica” solo se e in quanto abilita astrattamente a “prevedere” l’avvenire della società. Ma le “Tesi su Feuerbach” avevano già criticato anticipatamente questa concezione semplicistica». In realtà «si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato “preveduto”. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo chesi fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva».

Si legga ancora Q 10, II, § 41 (steso tra l’agosto e il dicembre 1932): nel punto x, ricopiando il Q 4, § 56 in cui aveva parlato della «“struttura” come punto di riferimento e di “causazione” dialettica, non meccanica, delle superstrutture», si parlerà semplicemente «della struttura come punto di riferimento e di impulso dialettico per le superstrutture» (eliminando ogni riferimento al concetto di “causazione”); nel punto xii, seconda stesura di Q 4, § 15, in cui si accettava ancora la metafora, d’impronta decisamente deterministica, dello scheletro e della pelle, ora Gramsci ne attenua il senso, lamentando il fatto che «per molto tempo si è detto» che la pelle sia mera illusione e solo lo scheletro e l’anatomia la vera realtà.

Uno degli ultimi esempi di ampie rielaborazioni di testi A è rappresentato da Q 10, II, § 61 (febbraio 1933), seconda stesura di Q 1, § 150, in cui Gramsci aveva scritto che «lo Stato non è concepibile che come forma concreta di un determinato mondo economico, di un determinato sistema di produzione», per cui «a ugual contenuto conviene uguale forma politica». Ora invece si dice, non senza un’implicita autocritica, che «la concezione dello Stato secondo la funzione produttiva delle classi sociali non può essere applicata meccanicamente […] sebbene sia certo che per le classi fondamentali produttive (borghesia capitalistica e proletariato industriale) lo Stato non sia concepibile che come forma concreta di un determinato mondo economico, di un determinato sistema di produzione, non è detto che il rapporto di mezzo a fine sia facilmente determinabile e assuma l’aspetto di uno schema semplice e ovvio a prima evidenza».

Tuttavia, nello stesso mese di febbraio del 1933, Gramsci scrive questa significativa avvertenza premessa al Q 15: «Quaderno iniziato nel 1933 e scritto senza tener conto delle divisioni di materia e dei raggruppamenti di note in quaderni speciali», che a mio avviso tradisce una certa insoddisfazione dell’autore per il modo in cui questi ultimi si vanno delineando, o comunque la consapevolezza che molte delle sue nuove formulazioni non possono essere affidate alla riscrittura dei vecchi appunti. [39] Il che fa sì che i testi C, pur presentando varianti talvolta anche significative rispetto ai testi A dai quali derivano, si trovino per così dire in arretrato nei confronti dei coevi testi B, nei quali il pensiero di Gramsci non è forzato dalla struttura delle prime stesure, che invece lo induce, tanto più man mano che, con il passare dei mesi (soprattutto a partire dalla nuova e più drammatica crisi di salute dell’estate 1933), le energie da dedicare al lavoro tendono ulteriormente a scarseggiare, a una ricopiatura spesso meccanica, meramente conservativa, del vecchio materiale.

Da questo momento in poi è quindi più proficuo cercare le tracce del lavoro creativo dell’autore nei testi B dei nuovi “miscellanei” Q 10,II, 14, 15 e 17. Raccolgo qui di seguito, in ordine cronologico, i frammenti più significativi per quanto riguarda «il problema cruciale del materialismo storico»:

         Q 14, § 11 (dicembre 1932 - gennaio 1933): «Si può dire in generale che le costituzioni sono più che altro “testi educativi” ideologici e che la “reale” costituzione è in altri documenti legislativi (ma specialmente nel rapporto effettivo delle forze sociali nel momento politico-militare). Uno studio di questi argomenti, fatto con prospettiva storica e con metodi critici, può essere uno dei mezzi più efficaci per combattere l’astrattismo meccanicistico e il fatalismo deterministico» [portato invece ad analizzare la sovrastruttura ideologico-politica in termini di mera corrispondenza alla struttura economico-sociale].

         Q 10, II, § 54 (febbraio 1933): «Introduzione allo studio della filosofia. Che cosa è l’uomo? È questa la domanda prima e principale della filosofia. […] Occorre concepire l’uomo come una serie di rapporti attivi (un processo) in cui se l’individualità ha la massima importanza, non è però il solo elemento da considerare. L’umanità che si riflette in ogni individualità è composta da diversi elementi: 1) l’individuo; 2) gli altri uomini; 3) la natura. Ma il 2° e il 3° elemento non sono così semplici come potrebbe apparire. L’individuo entra in rapporti con gli altri uomini per giustapposizione, ma organicamente, cioè in quanto entra a far parte di organismi dai più semplici ai più complessi. […] Questi rapporti non sono meccanici. Sono attivi e coscienti, cioè corrispondono a un grado maggiore o minore d’intelligenza che di essi ha il singolo uomo. […] Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è ben poco, in rapporto alle sue forze. Ciò che è vero fino a un certo punto. Poiché il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente e ottenere un cambiamento ben più radicale di quello che a prima vista può sembrare possibile». [Solo in questo senso, ulteriormente illustrato dalle note citate qui di seguito, oltre che per «urtare [gramscianamente] gli imbecilli» [40] , è possibile definire volontaristi gli ultimi approdi della riflessione carceraria sulla materia]

         Q 15, § 10 (marzo 1933): ancora a proposito del Saggio popolare e della sua pretesa di ridurre la scienza politica a sociologia: «Ecco che la società può essere studiata col metodo delle scienze naturali. Impoverimento del concetto di Stato conseguente a tal modo di vedere. […] Se è vero che l’uomo non può essere concepito se non come uomo storicamente determinato, cioè che si è sviluppato e vive in certe condizioni, in un determinato complesso sociale o insieme di rapporti sociali, si può concepire la sociologia come studio di queste condizioni e delle leggi che ne regolano lo sviluppo? Poiché non si può prescindere dalla volontà e dall’iniziativa degli uomini stessi, questo concetto non può non essere falso».

         Q 15, § 13 (aprile 1933): Gramsci introduce il concetto di feticismo, intendendolo in un’accezione tutta particolare. «Come si può descrivere il feticismo. Un organismo collettivo è costituito di singoli individui […]. Se ognuno dei singoli componenti pensa l’organismo come entità estranea a se stesso, è evidente che questo organismo non esiste più di fatto, ma diventa un fantasma dell’intelletto, un feticcio. […] Il singolo s’aspetta che l’organismo faccia, anche se egli non opera e non riflette che appunto, essendo il suo atteggiamento molto diffuso, l’organismo è necessariamente inoperante. Inoltre è da riconoscere che essendo molto diffusa una concezione deterministica e meccanica della storia […] ogni singolo, vedendo che, nonostante il suo non intervento, qualcosa tuttavia avviene, è portato a pensare che appunto al di sopra dei singoli esiste una entità fantasmagorica, l’astrazione dell’organismo collettivo, una specie di divinità autonoma, che non pensa con nessuna testa concreta, ma tuttavia pensa, che non si muove con determinate gambe di uomini, ma tuttavia si muove ecc.» [Si noti da un lato l’insistenza di Gramsci su determinate tematiche, dall’altro l’introduzione continua in esse di aspetti e considerazioni inedite].

         Q 15, § 25 (maggio 1933): «è da notare che occorre porre con esattezza il problema che in alcune tendenze storiografiche è chiamato dei rapporti tra condizioni oggettive e condizioni soggettive dell’evento storico. Appare evidente che mai possono mancare le cosiddette condizioni soggettive quando esistano le condizioni oggettive in quanto si tratta di semplice distinzione di carattere didascalico: pertanto è nella misura delle forze soggettive e della loro intensità che può vertere discussione, e quindi nel rapporto dialettico tra le forze soggettive contrastanti. Occorre evitare che la quistione sia posta in termini “intellettualistici” e non storico-politici». [Vale a dire, non ha senso parlare, in astratto, di rapporti tra struttura e sovrastruttura, ma si deve, di volta in volta, nell’analisi storico-politica concreta, determinare il rapporto delle diverse forze (economiche, politiche, intellettuali ecc.) in campo].

         Q 15, § 50 (maggio-giugno 1933): «Sul concetto di previsione o prospettiva. È certo che prevedere significa solo veder bene il presente e il passato in quanto movimento: veder bene, cioè identificare con esattezza gli elementi fondamentali e permanenti del processo. Ma è assurdo pensare a una previsione puramente “oggettiva”. Chi fa la previsione in realtà ha un “programma” da far trionfare e la previsione è appunto un elemento di tale trionfo. Ciò non significa che la previsione debba sempre essere arbitraria e gratuita [o puramente tendenziosa]. Si può anzi dire che solo nella misura in cui l’aspetto oggettivo della previsione è connesso con un programma esso acquista oggettività: 1) perché solo la passione aguzza l’intelletto e coopera a rendere più chiara l’intuizione; 2) perché essendo la realtà il risultato di una applicazione della volontà umana alla società delle cose (del macchinista alla macchina), prescindere da ogni elemento volontario o calcolare solo l’intervento delle altrui volontà come elemento oggettivo del gioco generale mutila la realtà stessa. Solo chi fortemente vuole identifica gli elementi necessari alla realizzazione della sua volontà. […] Si pensa generalmente che ogni atto di previsione presuppone la determinazione di leggi di regolarità del tipo di quelle delle scienze naturali. Ma siccome queste leggi non esistono nel senso assoluto [o meccanico] che si suppone, non si tiene conto delle altrui volontà e non si “prevede” la loro applicazione. Pertanto si costruisce su una ipotesi arbitraria e non sulla realtà».

         Q 15, § 62 (giugno-luglio 1933), dal significativo titolo di Epilogo primo: «L’argomento della “rivoluzione passiva” come interpretazione dell’età del Risorgimento e di ogni epoca complessa di rivolgimenti storici. Utilità e pericoli di tale argomento. Pericolo di disfattismo storico, cioè di indifferentismo, perché l’impostazione generale del problema può far credere a un fatalismo, ecc.; ma la concezione rimane dialettica, cioè presuppone, anzi postula come necessaria, un’antitesi vigorosa e che metta in campo tutte le sue possibilità di esplicazione intransigentemente. Dunque non teoria della “rivoluzione passiva” come programma, come fu nei liberali italiani del Risorgimento, ma come criterio di interpretazione in assenza di elementi attivi in modo dominante». [41]

         Q 17, § 12 (settembre-novembre 1933): Gramsci si preoccupa ancora di distinguere tra «filosofia della prassi ed “economismo storico”», ricorrendo al seguente esempio. «Che un gruppo di finanzieri, che hanno interessi in un paese determinato possano guidare la politica di questo paese, attirarvi la guerra o allontanarla da esso, è indubitabile: ma l’accertamento di questo fatto non è “filosofia della prassi”, è “economismo storico”, cioè è l’affermazione che “immediatamente”, come “occasione”, i fatti sono stati influenzati da determinati interessi di gruppo ecc. […]. Si può dire che il fattore economico (inteso nel senso immediato e giudaico dell’economismo storico) non è che uno dei tanti modi con cui si presenta il più profondo processo storico (fattore di razza, religione ecc.) ma è questo più profondo processo che la filosofia della prassi vuole spiegare ed appunto perciò è una filosofia, una “antropologia”, e non un semplice canone di ricerca storica.»

Nel 1934 il lavoro al Q 17, l’ultimo «miscellaneo», procede a ritmo estremamente ridotto: non più di dieci brevi annotazioni, che coprono appena sei facciate di quaderno e che non trattano questioni connesse al nostro problema. Pertanto, infrangendo a fini meramente espositivi il proposito espresso sopra, sono costretto a cercare le tracce della riflessione gramsciana di quell’anno in alcuni varianti apportate nella riscrittura dei testi A. Mi interessa in particolare Q 16 («Argomenti di cultura I»), § 12, che riunisce in seconda stesura diversi appunti del Q 8 (§§ 151, 153, 156 e 159, tutti dell’aprile 1932), in cui Gramsci cercava ancora una volta di definire il concetto di «natura umana». Coerentemente al superamento, all’epoca già avvenuto, della visione deterministica del mondo implicita nella dicotomia struttura-sovrastruttura, nel testo A l’autore aveva già negato che si potesse «parlare di “natura” come qualcosa di fisso e oggettivo», ma piuttosto dell’«insieme dei rapporti sociali che determina una coscienza storicamente definita». Tuttavia, mentre nel testo del 1932 Gramsci sottolineava ancora la necessità di «riferirsi ai rapporti tecnici di produzione», nel 1934 preciserà che la necessità storica «peraltro non è ovvia, ma ha bisogno di chi la riconosca criticamente e se ne faccia sostenitore in modo completo e quasi “capillare”». Tra le due versioni del testo c’è evidentemente la riflessione del 1933, i cui elementi salienti ho cercato di cogliere sopra. [42]

Per quanto riguarda il 1935, l’ultimo anno del lavoro carcerario, voglio citare Q 17, § 48, appartenente a uno degli ultimi “blocchi” in assoluto dei Quaderni, estrema testimonianza della riflessione gramsciana sul «problema cruciale del materialismo storico». A distanza di circa cinque anni dalla sua prima impostazione, Gramsci ritorna per l’ennesima volta sullo «studio dei diversi “gradi” o “momenti” delle situazioni militari o politiche», rilevando criticamente come non si è soliti fare le doverose distinzioni tra: «causa efficiente», che prepara l’evento storico o politico di diverso grado o significato (o estensione) e la «causa determinante» che immediatamente produce l’evento ed è la risultante generale e concreta della causa efficiente, la «precipitazione» concreta degli elementi realmente attivi e necessari della causa efficiente per produrre la determinazione. Causa efficiente e causa sufficiente, cioè «totalmente» sufficiente, o almeno sufficiente nella direttrice necessaria per produrre l’evento. Naturalmente queste distinzioni possono avere diversi momenti o gradi: cioè occorre studiare se ogni momento è efficiente [(sufficiente)] e determinante per il passaggio da uno sviluppo all’altro o se può essere distrutto dall’antagonista prima della sua «produttività».

Gramsci non ebbe il tempo né le energie necessarie per sviluppare ulteriormente i numerosi spunti contenuti in questa nota e in altre coeve, che qui tralasciò per brevità; essi tuttavia dimostrano come la riflessione carceraria non si concluda, ma semplicemente s’interrompa bruscamente in seguito a eventi estrinseci al pensiero gramsciano.

8. L’“inerzia” delle vecchie formulazioni (Q 13: 1932?-34)

A questo punto occorre fare un passo indietro per verificare la sorte dei testi del biennio 1930-31 nei quali Gramsci aveva impostato il problema dell’origine del movimento storico nei termini, destinati in seguito a essere superati, di rapporto tra struttura e sovrastruttura, a partire da quello qualitativamente e quantitativamente più rilevante: Q 4, § 38, trascritto in Q 13, §§ 17-18. Come già accennato in precedenza, man mano che cresce la distanza, ideologica oltre che temporale, rispetto alle precedenti formulazioni, Gramsci tende – con procedimento solo apparentemente paradossale – a conservarle sostanzialmente inalterate. Proprio per questo andranno valorizzati al massimo tutti quei piccoli segnali (per se stesso e per i futuri lettori) di una presa di distanza rispetto a quanto l’autore sta ricopiando: oltre alle varianti anche minime e in apparenza insignificanti, l’introduzione di avverbi e altre formule dubitativi, l’intensificarsi dell’uso di virgolette, parentesi e così via. Propongo quindi una lettura sinottica di alcuni passi significativi delle due versioni:

A: Questo problema mi pare il problema cruciale del materialismo storico

C: È il problema dei rapporti tra struttura e superstrutture che bisogna impostare esattamente e risolvere per giungere a una giusta analisi delle forze che operano nella storia di un determinato periodo e determinare il loro rapporto

A: nello studio di una struttura occorre distinguere ciò che è permanente da ciò che è occasionale

C: nello studio di una struttura occorre distinguere i movimenti organici (relativamente permanenti) da i movimenti che si possono chiamare di congiuntura (e si presentano come occasionali, immediati, quasi accidentali)

A: è da ricordare insieme l’affermazione di Engels che l’economia è in «ultima analisi» la molla della storia [cioè ne è la causa ultima]

C: è da ricordare insieme l’affermazione di Engels che l’economia solo in «ultima analisi» è la molla della storia [cioè ne rappresenta solo uno dei fattori]

A: l’egemonia è politica, ma anche e specialmente economica, ha la sua base materiale nella funzione decisiva che il raggruppamento egemone esercita sul nucleo decisivo dell’attività economica

C: se l’egemonia è etico-politica, non può non essere anche economica, non può non avere il suo fondamento nella funzione decisiva che il nucleo dirigente esercita nel nucleo decisivo dell’attività economica.

Si noti infine, in conclusione del § 17, l’inserimento di un breve ma significativo passo tratto dal Q 8, § 163, in cui Gramsci scrive che l’osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fini a se stesse […] ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà.

Ma la novità più significativa è rappresentata dalla collocazione stessa del testo, non nei “filosofici” Q 10 e 11, bensì nelle Noterelle sulla politica del Machiavelli del Q 13, §§ 17-18, intitolati rispettivamente Analisi delle situazioni: rapporti di forza e Alcuni aspetti teorici e pratici dell’«economismo», presumibilmente risalenti alla fine del 1933. [43] La presenza del titolo costituisce qui una novità rispetto ai paragrafi precedenti del quaderno (1-16) che, come avviene solitamente negli «speciali», ne sono privi, contribuendo ad accentuarne il carattere di eterogeneità. Questi sono inoltre interessanti perché Gramsci, nel rispondere alla domanda se «le crisi storiche fondamentali sono determinate dalle crisi economiche», mentre nel testo A di Q 4, § 38 aveva scritto che «molte considerazioni a questo proposito si trovano nelle note scritte sul Risorgimento italiano» (vale a dire i §§ 43-44 del Q 1, in cui l’analisi politica era rigidamente fondata sui rapporti di classe), nel corrispondente testo C di Q 13, § 17, scrive che «la risposta alla quistione è contenuta implicitamente nei paragrafi precedenti, dove sono trattate quistioni che sono un altro modo di presentare quella ora trattata».

Si tratta di testi tratti pressoché esclusivamente dal Q 8; qui interessa in particolare il § 2, seconda stesura di Q 8, § 37, che si apre con un riferimento esplicito a «le note scritte a proposito dello studio delle situazioni e di ciò che occorre intendere per “rapporti di forza”», ribadendo che questo è volto a «una esposizione elementare di scienza ed arte politica, intesa come un insieme di canoni pratici di ricerca e di osservazioni particolari utili per risvegliare l’interesse per la realtà effettuale e suscitare intuizioni politiche più rigorose e vigorose […] in quanto non sono quistioni astratte o campate in aria». Analogamente il § 10 (seconda stesura di Q 8, § 61), contrapponendo la «filosofia della prassi» a quella crociana «dello Spirito», Gramsci osserva che la prima distingue «tra i gradi della soprastruttura e si tratterà pertanto di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o primo grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare».

Del Q 13 ci interessa ancora il § 23 (frutto della seconda stesura di una serie di note dei Q 4, 7 e 9), che Gramsci stesso dice «da connettere con le note sulle situazioni e i rapporti di forza»; in particolare l’ultima sezione, che costituisce «un elemento da aggiungere al paragrafo dell’economismo» (vale a dire alla riscrittura, operata nel precedente § 18, della seconda parte di Q 4, § 38), cui è rimproverata, con significativa aggiunta rispetto alla prima stesura «la convinzione ferrea che esistano per lo sviluppo storico leggi obbiettive dello stesso carattere delle leggi naturali, con in più la persuasione di un finalismo fatalistico di carattere simile a quello religioso», dal quale «risulta l’inutilità non solo, ma il danno di ogni iniziativa volontaria tendente a predisporre queste situazioni secondo un piano».

Non apporta invece sostanziali varianti, ma a questo punto la cosa non appare più sorprendente, il § 24, seconda stesura di Q 7, § 10, uno dei due testi degli «Appunti di filosofia II» che portasse il titolo (ovviamente qui non più presente) di Struttura e superstruttura.

9. Conclusioni?

Nel maggio del 1918, Gramsci aveva scritto un articolo dal titolo Il nostro Marx, in cui tra l’altro si legge:

Siamo noi marxisti? Buaggine, tu sola sei immortale […]. Marx non ha scritto una dottrinetta, non è un Messia che abbia lasciato una filza di parabole gravide di imperativi categorici, di norme indiscutibili, assolute, fuori dalle categorie di tempo e di spazio. Unico imperativo categorico, unica norma: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!» […] Con Marx la storia continua ad essere il dominio delle idee, dello spirito, dell’attività cosciente degli individui singoli e associati. Ma le idee, lo spirito, si sustanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono più fittizie astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nell’economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scambio […]. Volontarismo? La parola non significa nulla, o viene usata nel significato di arbitrio. Volontà, marxisticamente, significa consapevolezza del fine, che a sua volta significa nozione esatta della propria potenza e dei mezzi per esprimerla nell’azione. [44]

Pochi mesi dopo, in un articolo del luglio, Gramsci giunge addirittura a teorizzare una soluzione del «problema cruciale del materialismo storico» che mostra interessanti analogie con quella proposta, una quindicina d’anni più tardi, nella fase “matura” dei Quaderni:

Tra la premessa (struttura economica) e la conseguenza (costituzione politica) i rapporti sono tutt’altro che semplici e diretti […]. Lo snodarsi della causazione è complesso e imbrogliato, e a districarlo non giova che lo studio approfondito e diffuso di tutte le attività spirituali, e questo studio è possibile solo […] molto dopo l’accadimento dei fatti […]. Le incognite sono più numerose dei dati accertabili e controllabili, e ognuna di queste immagini può rovesciare una induzione avventata. La storia non è un calcolo matematico; non esiste in essa un sistema metrico decimale, una numerazione progressiva di quantità uguali […] la quantità (struttura economica) vi diventa qualità […] non la struttura economica determina direttamente l’azione politica, ma l’interpretazione che si dà di essa e delle così dette leggi che ne governano lo svolgimento. Queste leggi non hanno niente in comune con le leggi naturali. [45]

Con questo non voglio sostenere Gramsci avesse “dimenticato”, per tutto quel tempo, tale “soluzione” del problema, ma piuttosto che, per lunghi periodi della sua attività politica (l’esperienza consiliare, la nascita del PC d’I, la lotta contro il fascismo) che definirei gramscianamente “economico-corporativi”, in quanto egli «non [ebbe] l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa quindi fini[va] con l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diven[ne anche per lui] una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente. “Io sono sconfitto, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare”». Tale fase si prolunga fino al primo periodo del lavoro carcerario, della quale sono già stati sottolineati gli aspetti continuità rispetto al passato; solo in un secondo momento, riflettendo sulle ragioni di una sconfitta, personale oltre che politica, Gramsci comprenderà, come si è visto «la futilità inetta del determinismo meccanico, del fatalismo passivo e sicuro di se stesso, senza aspettare che il subalterno diventi dirigente e responsabile», “riscoprendo” così anche il valore del “volontarismo” giovanile.

Che sia l’analisi politica concreta a “reagire” sull’impostazione teorica e non viceversa, è dimostrato anche da altri due fatti:

a) Molte note “miscellanee” del Q 3, stese tra il maggio e l’ottobre del 1930, all’immediata vigilia della “sistemazione” del Q 4, sembrano non solo anticiparla ma addirittura averla già ­– implicitamente – superata. Così, nel § 42, Gramsci sottolineava già le Contraddizioni apparenti (è il titolo della nota) tra la «concezione fatalistica e meccanica della storia» e il «volontarismo formalistico sguaiato e triviale» (quelli che saranno gli “eccessi opposti” di Q 4, § 38). Nel § 119, analizzando «la debolezza dei partiti politici italiani in tutto il loro periodo di attività, dal risorgimento in poi», osserva che «la causa principale di questo modo di essere dei partiti è da ricercare nella deliquescenza delle classi economiche, nella gelatinosa struttura economica e sociale del paese, ma questa spiegazione è alquanto fatalistica: infatti se è vero che i partiti non sono che la nomenclatura delle classi, è anche vero che i partiti non sono solo una espressione meccanica e passiva delle classi stesse, ma reagiscono energicamente su di esse per svilupparle, assodarle, universalizzarle». Si potrebbero portare molti altri esempi e, soprattutto, analoghe considerazioni andrebbero fatte per molte note del Q 6 (novembre-dicembre 1930 - gennaio 1932), quello che più di un critico ha definito «il quaderno dello Stato», quello in cui per esempio si delinea compiutamente la teoria gramsciana della «società civile», rispetto ai coevi «Appunti di filosofia» dei Q 7 e 8.

b) Esistono testimonianze dirette che Gramsci, nelle già ricordate conversazioni con i compagni di prigionia dell’autunno del ’30 (e quindi contemporaneamente alla sistemazione di Q 4, § 38), «per romperla con coloro che accusavano il marxismo di meccanicismo, di fatalismo, di determinismo economico, di economicismo, invitava a non parlare più di “struttura” e “sovrastruttura” ecc., ma solo di processo storico, nel quale tutti i fattori prendono parte; solo la prevalenza di quel processo era economica», [46] anticipando così di oltre un anno i risultati cui giungerà nella riflessione teorica della «terza serie» di «Appunti di filosofia» Q 8.

A questo punto non mi resta che concludere così come avevo iniziato, vale a dire citando un passo di Gramsci riferito a Marx, allo scopo di utilizzarlo come chiave interpretativa della stessa opera gramsciana:

Può avvenire che una grande personalità esprima il suo pensiero più fecondo non nella sede che apparentemente dovrebbe essere la più «logica», dal punto di vista classificatorio esterno, ma in altra parte che apparentemente può essere giudicata estranea. Un uomo politico scrive di filosofia: può darsi che la sua «vera» filosofia sia invece da ricercarsi negli scritti di politica. In ogni personalità c’è una attività dominante e predominante: è in questa che occorre ricercare il suo pensiero, implicito il più delle volte e talvolta in contraddizione con quello espresso ex professo. È vero che in un tale criterio di giudizio storico sono contenuti molti pericoli di dilettantismo e che nell’applicazione occorre esser molto cauti, ma ciò non toglie che il criterio sia fecondo di verità.

È questo il criterio che, nei limiti delle mie possibilità, ho tentato di applicare, non conoscendo modo migliore per commemorare l’anniversario della morte di questo “nostro Gramsci”.


[1] A. Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 19772 (d’ora in poi Q. seguito dal numero di pagina), vol. iii, pp. 1840-43. Ho citato la seconda stesura (testo C) di Q 16, § 2, segnalando con il corsivo (che è mio, tranne quello che evidenzia l’espressione leit-motiv) i passi modificati o aggiunti nella prima (testo A) di Q 4, § 1, dove il testo in questione costituisce una sorta di incipit della «prima serie» di «Appunti di filosofia».

[2] Q. 455.

[3] Q. 838. Sul valore metaforico di questa espressione, che Gramsci stesso dice valere «anche all’infuori della filologia», mi permetto di rimandare al mio Gramsci e il “piano”. L’“economia regolata” e l’Unione Sovietica nell’analisi dei Quaderni del carcere, «Marx 101», 18 (1994), pp. 98-110.

[4] Cfr. G. Francioni, L’officina gramsciana, Bibliopolis, Napoli 1984, in part. pp. 140-46, e i successivi interventi dell’autore sino al recente Il problema filologico dei «Quaderni del carcere» di Gramsci, Pavia 1998, pp. 86-95. Le indicazioni di Gerratana sono invece contenute in Q. 2367-442. 

[5] Il mio primo lavoro sull’argomento è infatti la tesi di laurea (Struttura-sovrastruttura nel pensiero di Gramsci. Variazioni sul “problema fondamentale” della filosofia della prassi), discussa nel 1989-90 con Edoardo Sanguineti e Gianni Francioni presso l’Università di Genova; il più recente è un saggio su Struttura-sovrastruttra nei “Quaderni” di Gramsci, «Critica marxista» 3-4, 2000, pp. 98-107.

[6] A tal proposito non posso che ribadire quella che Sanguineti ha enunciato quale «regola interpretativa che investe lo stile concettuale di Gramsci […] che, pur operando sopra un lessico calcolatamente e sorvegliatamente circoscritto, e deliberatamente eterogeneo nelle sue fonti e radici, insieme non tende a cristallizzare in formule categorialmente rigide l’esperienza riflessiva, ma, quasi all’opposto, a saggiare la resistenza di una nozione, di un significante, attraverso la rete di relazioni di significato che è dato intessere, gettandola sopra il movimento dialettico della storia reale, portando alla luce le connessioni concrete che, di volta in volta, giungono così a trasparenza. […] Gramsci non è affatto impegnato a organizzare un sistema classificatorio di idee […] ma una sorta di dinamica concettuale seconda, una metafilosofia storica che si vincola esclusivamente alla ragione pratica […], storica e sociale» (introduzione ad A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Editori Riuniti, Roma 1987, p. xxi).

[7] Sullo stretto nesso tra condizioni di salute e lavoro carcerario è tornato recentemente Fabio Frosini, nella sua relazione su Struttura e datazione dei Quaderni, tenuta in questa stessa sede il 27 ottobre 2000.

[8] Q. 882, dove si dice che «fare un parallelo tra Marx e Ilici per giungere a una gerarchia è stolto e ozioso: esprimono due fasi: scienza-azione, che <sono> omogenee ed eterogenee nello stesso tempo».

[9] Non è qui la sede per trattare nel dettaglio la questione: per quanto riguarda il problema di Engels (peraltro già affrontato, in questa stessa sede, da G. Prestipino nel suo intervento del 27 gennaio 2001 su Dialettica e dialettica della rivoluzione, in part. pp. 7-8 del dattiloscritto), ricordo solo come, nei primi tre quaderni, Gramsci cita indifferentemente l’uno e l’altro dei «fondatori della filosofia della prassi»; quindi, nel Q 4, inizia a sollevare dubbi sulla coincidenza del pensiero dei due amici; infine, a partire dal ’32, inizia ad attribuire a Engels, e in particolare all’Antidühring, «l’origine di molti spropositi contenuti nel Saggio» di Bucharin (Q 1786). Per quanto riguarda invece la critica (implicita) dello stalinismo nei Quaderni, rimando al mio saggio citato alla nota 3 e alla bibliografia ivi menzionata.

[10] Q. 1233; si osservi come peraltro, nella stessa pagina, Gramsci rivendichi la validità della propria posizione giovanile, «sia pure non colla maturità e la capacità che all’assunto sarebbero necessarie», e quindi l’opportunità di «riprenderl[la] e presentar[la] in forma criticamente più elaborata».

[11] L. Silva, Lo stile letterario di Marx, trad. it., Bompiani, Milano 1973, pp. 50 e 56.

[12] Si tratta in particolare di tre note del Q 4 (§§ 12, 38 e 45), tutte destinate ad avere una seconda stesura, due del Q 7 (§§ 10 e 24), di cui solo il primo ripreso in un testo C, e una del Q 8 (§ 182), rimasto testo B. Già questa considerazione meramente quantitativa rende l’idea del progressivo abbandono da parte di Gramsci dell’impostazione in questi termini del «problema fondamentale del materialismo storico» (tanto più che, anche nei testi ripresi in seconda stesura, la rubrica struttura-sovrastruttura non compare più), il che non esclude ovviamente che l’autore continui a utilizzarli, in senso debole e/o polemico, nel prosieguo dei Quaderni.

[13] Cfr. A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio ed Elsa Fubini, Einaudi, Torino 1965 (d’ora in poi LC. seguito dal numero della pagina), pp. 63-64.

[14] Q. 5.

[15] G. Francioni, Tre studi su Gramsci, Bibliopolis, Napoli 1988, pp. 25-26. Per rendersi conto della portata di tale “esplosione”, si consideri come, in questi due mesi, Gramsci stenda una quantità di appunti pressoché tripla rispetto a tutto il primo anno di lavoro carcerario: 100 note per complessive 62 pagine manoscritte, contro le 42 note per 20 pagine redatte fino ad allora.

[16] Per dare l’idea dell’evoluzione gramsciana su questo punto, anticipando gli svolgimenti successivi segnalo che, nel Q 15, § 11 (marzo-aprile 1933), ritornando sulla contrapposizione Cavour-Mazzini, Gramsci scriverà che «mentre Cavuor era consapevole del suo compito (almeno in una certa misura) in quanto comprendeva il compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e di quello del Cavour; se invece Mazzini avesse avuto tale consapevolezza, cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato (cioè non fosse stato Mazzini) l’equilibrio risultante dal confluire delle due attività sarebbe stato diverso, più favorevole al mazzinianismo: cioè lo Stato italiano si sarebbe costituito su basi meno arretrate e più moderne». Quindi l’esito del processo risorgimentale non è stato determinato soltanto dall’elemento “oggettivo”, bensì anche se non soprattutto da quello “soggettivo”, contrariamente a quanto affermato da Gramsci tre anni prima. Si consideri inoltre che, mentre l’analisi del Q 1 si fondava sulla Sacra Famiglia, quella del Q 15 rinvia alla Miseria della filosofia, che nel Q 13, § 18, Gramsci aveva definito un «momento essenziale nella formazione della filosofia della praxis; essa può essere considerata come lo svolgimento delle Tesi su Feuerbach, mentre la Sacra Famiglia è una fase intermedia indistinta e di origine occasionale». Il confronto con Marx non è dunque acritico, ma dialettico.

[17] C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato. Per una teoria materialistica dello stato, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1976, p. 308.

[18] A. Gramsci, Il rivoluzionario qualificato, a cura di C. Morgia, Delotti, Roma 1988, p. 70. Dalla lettura delle dispense non solo escono molto ridimensionati gli interventi gramsciani sul testo di Bucharin, sui quali hanno insistito diversi studiosi, ma risulta la visione alquanto rigida del marxismo di Gramsci in quel periodo.

[19] Il titolo esatto del saggio, fino allora conosciuto come «Alcuni temi della quistione meridionale», è stato ristabilito da Francesco M. Biscione nella sua edizione critica pubblicata in «Critica marxista» 3, 1990, pp. 51-78. Per quanto riguarda gli stretti legami tra questo testo e i già menzionati §§ 43-44 del Q 1, rimando alle osservazioni di Gerratana in Q. 2473-86.

[20] Ivi, pp. 77-78.

[21] H. Portelli, Gramsci e il blocco storico, trad. it., Laterza, Roma-Bari 1973, p. 93. A sua volta Bobbio ha notato come nel saggio del ’26 il termine egemonia sia ancora «impiegato conformemente al significato diffuso dai testi sovietici» (Saggi su Gramsci, Feltrinelli, Milano 1990, p. 69).

[22] Cfr. N. Bucharin, Teoria del materialismo storico, trad. it., La Nuova Italia, Firenze 1977, pp. 168, 300-302 ecc. Le analogie tra le due impostazioni sono già state notate da Prestipino (Politicità della riforma intellettuale e morale, in Oltre Gramsci, con Gramsci, fascicolo monografico di «Critica marxista» 2-3, 1987, p. 256), che ha notato anche come la «sorte di impersonare il marxismo volgare non è del tutto meritata» dal teorico sovietico.

[23] Q. 2642 e, per la traduzione-interpretazione gramsciana, 2359.

[24] Ho citato ancora dalla traduzione di Gramsci, riportata in Q. 2358.

[25] Già in Q 7, § 4, Gramsci aveva scritto che «la base scientifica del materialismo storico è da cercare, mi pare, nell’affermazione che “la società non si pone compiti per la soluzione dei quali non esistano già le condizioni di risoluzione”».

[26] Lo si veda ora in A. Gramsci, La città futura (1917-1918), a cura di Sergio Caprioglio, Einaudi, Torino 1982, pp. 513-14.

[27] Q. 1315.

[28] Q. 1249-50. Valgano questa citazione e la precedente a eliminare ogni tentazione di lettura revisionistica dei Quaderni, dal momento che è l’autore stesso a riportare a Marx e a Lenin l’origine di quello che è considerato uno dei suoi apporti più originali al marxismo: il concetto di egemonia.

[29] Sull’intera questione rimando a P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, 2a ed., L’Unità, Roma 1988, pp. 47-58. Sul nesso, cronologico oltre che logico, tra conversazioni del carcere e riflessione teorica gramsciana si è già soffermata la Buci-Glucksmann (op. cit., pp. 139 e 286).

[30] Si noti, ancora una volta, la corrispondenza letterale tra le affermazioni gramsciane di questo testo e la più volte citata prefazione marxiana a Per la critica dell’economia politica, laddove si parla del «sovvertimento materiale [nelle condizioni della produzione economica] che deve essere constatato fedelmente con il metodo delle scienze naturali» (traduzione di Gramsci, Q. 2359).

[31] Più spesso, anche per ovvie esigenze di (auto)censura, il legame con Lenin non è esplicitato anche se è altrettanto stretto; si confrontino per esempio le osservazioni su Bucharin contenute nel «Testamento» del rivoluzionario bolscevico (e, più un generale, le Annotazioni di Lenin al libro di Bucharin sull’economia del periodo di transizione, tradotte in «Critica marxista» 4-5, 1967, pp. 271-326) – «le sue concezioni teoriche si possono considerare pienamente marxiste con le più grandi riserve, perché in lui fa capolino la scolastica e non ha mai imparato la dialettica» – con quelle di Q 7, § 29, riprese in Q 11, § 24: «nel Saggio manca una trattazione qualsiasi della dialettica […] che, da dottrina della conoscenza e sostanza midollare della storiografia e della scienza della politica, viene degradata a una sottospecie di logica formale, a una scolastica elementare».

[32] È certo col pensiero rivolto a note di questo tenore che Prestipino, nel già citato intevento su Dialettica e dialettica della rivoluzione, ha preferito parlare, a proposito di struttura e sovrastruttura, più che di distinti, di «“opposti non antagonistici” (beninteso quest’ultima locuzione non fa parte del lessico gramsciano» (p. 18).

[33] Gerratana in Q. 2394; un altro segno in tal senso è rappresentato dai nuovi «raggruppamenti di materia» e quindi dall’avvio dei quaderni «speciali» (questione “spinosa” sulla quale qui non mi soffermo).

[34] Sull’argomento rimando al già ricordato intervento di Frosini su Struttura e datazione dei Quaderni.

[35] Cfr. Gerratana, Q. 2825 e 3111.

[36] Analogo giudizio esprime Gramsci nel pressoché coevo (giugno-agosto 1932) Q 10, II, § 36: «il metodo potrebbe paragonarsi all’uso di stupefacenti che creano un istante di esaltazione delle forze fisiche e psichiche ma debilitano permanentemente l’organismo».

[37] È appena il caso di precisare che ho impiegato il titolo della celebre opera popperiana a fini esclusivamente suggestivi, senza alcuna intenzione di istituire paralleli tra uno dei più fieri avversari del marxismo e uno dei suoi più grandi esponenti nel secolo che si è appena concluso.

[38] In particolare, risultano seconde stesure di testi del Q 8, Q 10, I, §§ 1-10 e 13; Q 10, II, § 31; Q 11, §§ 1-6, 12-19, 36, 40-43, 49-56; derivano dal Q 7, Q 10, II, §§ 35, 38-39 e 41; Q 11, §§ 17, 20-25, 45-46; attingono al Q 4, Q 10, II, § 41.x-xiii; Q 11, §§ 7, 26-35, 37-39, 44, 48, 62-67.

[39] Avvertenza premessa al Q 11 e risalente a soli due mesi prima (dicembre 1932): dopo aver ricopiato quanto scritto in conclusione di Q 4, § 16 sul carattere provvisorio delle proprie annotazioni e sulla necessità di controllare i testi di riferimento, Gramsci aggiunge significativamente che «è possibile che dopo il controllo, debbano essere radicalmente corrette perché proprio il contrario di ciò che è scritto risulti vero.»

[40] È questa, come è noto, la spiegazione che Gramsci dà della sua opzione in favore del conformismo se opposto alla spontaneità e alla sincerità intesi come «massimo di individualismo, ma anche nel senso di idiosincrasia (originalità in questo senso è uguale a idiotismo)» (Q. 1719-20).

[41] «È difficile sopravvalutare l’importanza di questa nota del 1933, alla quale, mi pare, il titolo stesso, Epilogo primo, conferisce in modo abbastanza trasparente il significato di un primo provvisorio punto di arrivo della riflessione carceraria di Gramsci. Se ne osservi attentamente la composizione. Vi ritornano, si può dire, tutti i più importanti temi dei Quaderni del carcere» (E. Ragionieri, Gramsci e il dibattito teorico nel movimento operaio internazionale, in Pietro Rossi (cur.), Gramsci e la cultura contemporanea, Atti del convegno internazionale di studi gramsciani tenutosi a Cagliari il 23-27 aprile 1967, Editori Riuniti, Roma 1969, vol. i, p. 146).

[42] Analoghe considerazioni si potrebbero fare per il § 3 del Q 19 (dedicato al Risorgimento), seconda stesura di Q 9, § 108, in cui quelle che nel testo A erano «le condizioni obbiettive, internazionali e nazionali, che fanno dell’unificazione nazionale un compito storicamente concreto», divengono nel testo C le condizioni «soggettive e oggettive».

[43] Francioni data l’intero quaderno tra il maggio 1932 e il 19 novembre 1933 (oppure dopo il luglio-agosto 1934); tuttavia, considerando che il § 25 cita esplicitamente una fonte dell’ottobre-dicembre 1933, assegnerei alla stessa data anche i §§ 17-18, visto il loro stretto legame, sia formale sia contenutistico, con i successivi §§ 23 e 27 ed essendo ipotizzabile un forte rallentamento, se non addirittura la sospensione, del lavoro gramsciano nei mesi precedenti, in seguito alla grave crisi di salute del marzo ’33, testimoniata anche dalle lettere coeve (cfr. LC. 761 ss.). Questo permetterebbe di ipotizzare il seguente scenario: Gramsci, spogliando gli «Appunti di filosofia» del Q 4 e trascrivendoli per lo più (37 note su 48) nei “filosofici” Q 10-11, “salta” provvisoriamente l’ormai “ingombrante” § 38 (recuperandone solo l’ultimo capoverso, contenente l’attribuzione a Marx e a Lenin del concetto di egemonia, che confluisce nel Q 10, II, § 12), salvo poi “riciclarlo” inserendolo, con le dovute cautele, nel “politico” Q 13.

[44] Il passo citato si trova ora in A. Gramsci, Il nostro Marx (1918-1919), a cura di Sergio Caprioglio, Einaudi, Torino 1984, pp. 4-6.

[45] Ivi, pp. 204-5.

[46] M. Garuglieri, Ricordo di Gramsci, «Società», 7-8, 1946, p. 697.

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