Gramsci e la filosofia
di Giuseppe Cospito

Il recente volume di Fabio Frosini su Gramsci e la filosofia. Saggio sui Quaderni del carcere (Roma, Carocci, 2003), costituisce per un verso il punto d’arrivo (sia pure provvisorio) di oltre un decennio di studi gramsciani dell’autore e per l’altro inaugura una collana di saggi «Per Gramsci», promossa dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e dalla International Gramsci Society – Igs Italia, ma soprattutto si inserisce in un nuovo filone di indagini sull’opera gramsciana che, a oltre mezzo secolo dal suo primo apparire e, soprattutto, a quasi tre decenni dall’edizione critica dei Quaderni (1975), ritiene non solo sterile, ma peggio fuorviante, ogni tentativo di avvicinarsi a questi prescindendo dalla loro particolare genesi e struttura, e quindi dai «risultati ai quali è faticosamente giunta negli anni la filologia gramsciana» (p. 15).
Il saggio di Frosini si articola pertanto in due parti, distinte eppure strettamente connesse: nella prima «l’accento batte sul modo in cui il pensiero si struttura nel suo stesso farsi temporale», nella seconda sul «modo in cui, dallo svolgimento temporale, emergono un’articolazione e una successione organizzata di temi secondo una concatenazione logica (e direi quasi sistematica) e non solo cronologica» (p. 16) nell’ambito dell’opera carceraria di Gramsci, che si dipana tra il 1929 e il ’35, anche in confronto con gli scritti giornalistici e politici precedenti l’arresto (1914-1926).
Nel ricostruire il lavoro di stesura dei singoli quaderni, pur utilizzando ampiamente sia gli elementi di datazione proposti da Valentino Gerratana nel quarto volume dell’edizione critica, sia le precisazioni e correzioni apportate da Gianni Francioni ne L’officina gramsciana del 1984 e in una serie di interventi successivi, Frosini si discosta da entrambi (cui pure riconosce il ruolo decisivo nell’ambito della filologia gramsciana) nel proporre «una periodizzazione in tre fasi» dell’opera carceraria: una prima, che va dal 1927, anno a cui risale il primo progetto di dedicarsi allo studio, ai primi mesi del 1932, in cui «il lavoro di Gramsci è dominato dalla tensione tra il proposito di procedere costruttivamente e in profondità» (testimoniato dal succedersi e dall’approfondirsi dei programmi di ricerca) e «la consapevolezza di non poterlo fare, nelle condizioni date» (p. 44), che si esprime in una serie di avvertimenti rispetto al carattere provvisorio di note e appunti che pure viene stendendo.
Una seconda fase del lavoro carcerario (metà 1932 - metà 1933) sarebbe invece determinata dalla convinzione (purtroppo tutt’altro che fondata) di Gramsci che il dibattito marxista internazionale e in particolare sovietico, stesse «prendendo una direzione del tutto conciliabile con quella da lui propugnata» (p. 50) attraverso la lotta al dogmatismo, al determinismo, allo schematismo e al materialismo meccanicistico per lui incarnati dal famigerato (spesso oltre i suoi stessi demeriti) Manuale di Bucharin. Decisiva a questo proposito sarebbe la lettura da parte di Gramsci di alcuni scritti di Dmitrij S. Mirskij sul dibattito teorico interno al Pcus, le cui tracce si ritroverebbero in particolare nei primi quaderni «speciali» (in cui Gramsci ricopia, con alcune varianti spesso significative, gli appunti precedentemente stesi nei quaderni miscellanei, cercando di ordinarli per argomenti): il decimo, dedicato alla critica di Croce, l’undicesimo, in cui si delineano alcuni punti da sviluppare per un’Introduzione allo studio della filosofia (marxista) alternativa alla vulgata buchariniana, il dodicesimo, sugli intellettuali e la scuola, e il tredicesimo, su Machiavelli e «il moderno Principe».
La terza e ultima fase del lavoro carcerario (metà 1933 - metà 1935) viene da Frosini definita «impostazione minima […] consistente nella rinuncia a proseguire la ricerca, limitandosi a trascrivere e ordinare negli speciali i testi sparsi nei miscellanei» in un momento in cui Gramsci comprende che non ha (e non avrà mai più) le energie psico-fisiche per proseguire il lavoro intellettuale creativo, oltre a vedere «cadere la tensione del 1931-32 per il sopravvenire di altre notizie dall’Unione Sovietica» (p. 72).
Nella seconda parte del libro, Frosini analizza in questa prospettiva genesi e sviluppo dei temi principali dei Quaderni, a partire naturalmente dai problemi fondamentali del marxismo, che Gramsci intende emancipare dalla «doppia revisione», materialistica e idealistica, subita tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, «espressione, rispettivamente, delle classi popolari e delle classi dominanti» (p. 80), rifondando con il concetto di praxis quel nesso strettissimo tra filosofia e politica che si ritrova sin dalle marxiane Tesi su Feuerbach e il cui antecedente italiano più diretto è Antonio Labriola. L’obbiettivo è infatti squisitamente politico, «rivolto a dotare il movimento operaio di una teoria che possieda forza egemonica, vale a dire una teoria che, prendendo le mosse dal punto di vista delle classi subalterne, pensi il modo nel quale quel punto di vista può arrivare a comprendere, spiegare e criticare il punto di vista opposto, della classe dominante» (p. 86). Solo così è possibile interpretare correttamente la valorizzazione operata da Gramsci nei confronti delle superstrutture, nonché la (relativa) autonomia loro concessa rispetto alla pur in ultima analisi decisiva struttura economica, rielaborando e traducendo (nel senso forte, gramsciano, dettato dalla consapevolezza delle differenze tra la Russia pre-rivoluzionaria e l’Occidente capitalista) i «principi teorici che hanno guidato l’esperienza dell’ultimo Lenin», quello della Nep e della cultura come «luogo in cui si decide il destino economico dello stato sovietico» (p. 97 sg.).
L’altro grande tema affrontato da Frosini è quello del rapporto con il neoidealismo italiano e in particolare con Croce, «il filosofo egemone non solo nel rapporto dell’Italia con la cultura internazionale, ma all’interno della stessa cultura nazionale» (p. 124): mentre da giovane Gramsci era «scolaro di Croce ma politicamente suo avversario» (p. 38), «in tutti i Quaderni, e non solo nei testi a lui esplicitamente dedicati, Croce è presente come punto di riferimento tendenzialmente polemico» (p. 55). Muovendo «dall’affermazione dell’autosufficienza filosofica del materialismo storico» e da «un nucleo teorico inderivabile da premesse crociane», Gramsci infatti intende «comprendere e spiegare il pensiero crociano, mentre risulterebbe impossibile l’inverso» (p. 123-124.). Anzi, la critica di Croce al materialismo storico a partire dal primo dopoguerra, quella che si serve di «gherminelle» quali la «dialettica dei distinti» e la «storia etico-politica», sarebbe contraddittoria non solo rispetto all’atteggiamento precedente (quello dei saggi raccolti in Materialismo storico ed economia marxista), ma addirittura a «una parte cospicua della sua stessa filosofia» (p. 129).
Alle astrattezze (neo)idealistiche Gramsci ha infatti contrapposto, sin dalle prime esperienze giornalistiche giovanili, la concretezza della prassi, anche se solo nei Quaderni giungerà all’elaborazione di vere e proprie categorie storico-politiche, delle cui principali (a partire dal concetto di egemonia) Frosini si sofferma ad analizzare genesi e sviluppo. Emergono così la centralità della dialettica tra Stato e società civile (che riprende rovesciandola la concezione hegeliano-gentiliana dell’«eticità» dello Stato, superando insieme la visione liberale e quella cattolica) e la valorizzazione della figura di Machiavelli, la cui importanza appare «seconda solo a quella di Marx e pari (se non superiore) a quella di Hegel» (p. 162), in quanto anticipa addirittura la filosofia della prassi e la teoria dell’egemonia.
Al nesso filosofia-politica si intreccia quello, altrettanto stretto, tra filosofia e senso comune, che secondo Gramsci devono essere reciprocamente traducibili; assente, almeno esplicitamente, nella riflessione pre-carceraria, il tema entra con forza nei Quaderni non solo in quanto, «proprio negli anni Venti e Trenta il concetto di senso comune si trova in Italia al centro di un dibattito abbastanza intenso, nel quale intervengono, tra gli altri Croce e Gentile» (p. 171), ma perché funzionale al progetto pedagogico gramsciano di elevare il sentire comune delle classi popolari a partire dalle loro esigenze più intime, formando un ceto intellettuale capace di sentirle come proprie e realizzando quella «riforma intellettuale e morale» di cui il «moderno Principe» partito comunista può e deve farsi banditore.
A queste tematiche si lega strettamente anche la questione della scuola, «centrale in quanto l’agenzia scolastica, in tutti i suoi gradi, rappresenta il veicolo istituzionale principale di intervento sul senso comune» (p. 183). A tale proposito Gramsci interpreta il fallimento della riforma scolastica gentiliana (e più in generale del programma neoidealistico) nei termini di una «crisi di egemonia», strutturale e non transitoria, e di una sostanziale resa nei confronti di quella della Chiesa cattolica, cui è di fatto lasciato il monopolio dell’istruzione elementare a fini di mera conservazione. A questo progetto Gramsci contrappone la ricerca di un «principio educativo» che, appropriandosi del meglio della modernizzazione capitalistica (compresi alcuni aspetti del taylorismo), sia capace di fare della scuola «il punto di partenza di una diversa, organica strategia di scioglimento della tensione nella forma della sua riflessione (nuovo nesso psico-fisico voluto consapevolmente), cioè di trasformazione dei rapporti sociali» (p. 194).
Nella sua ricostruzione della «filosofia» dei Quaderni, Frosini riserva ampio spazio allo studio delle fonti, esplicite ma soprattutto implicite delle note gramsciane (con un paio di «scoperte» tutt’altro che trascurabili); valorizza inoltre le traduzioni (a lungo trascurate per «colpa» dello stesso Gramsci, che nelle lettere ne parla come di un lavoro meccanico e scolastico, al solo scopo di «rifarsi la mano» prima di iniziare a scrivere «für ewig», e destinate a costituire invece parte integrante della progettata nuova edizione critica dei Quaderni), sia come fonte d’informazione (per esempio il numero monografico della rivista tedesca Die literarische Welt sulla letteratura statunitense contemporanea, all’origine delle note su «Americanismo e fordismo»), sia come luogo di approfondimento e confronto con la tradizione marxiana: esemplari in proposito le traduzioni-interpretazioni gramsciane delle Tesi su Feuerbach e della Prefazione a Per la critica dell’economia politica.
Rinunciando, per ovvie ragioni di spazio, a rendere conto della ricchezza dell’analisi di Frosini, segnalo in conclusione alcuni punti di (parziale) dissenso rispetto a questa: mi sembra infatti di ritrovare una certa sottovalutazione della critica di Gramsci a Engels (da lui più volte indicato come precursore, sia pure involontario, della vulgata buchariniana), nonché di quella, sia pure implicita, all’Urss staliniana (senza che questo implichi il superamento della prospettiva socialista e rivoluzionaria in senso socialdemocratico), sempre più accentuate nel corso dei Quaderni, unita a una scarsa valorizzazione del pensiero economico gramsciano (nel quale invece, a giudizio di chi scrive, si può trovare la chiave proprio del suo rapporto con il «socialismo reale»). Ma si tratta più che altro di sfumature interpretative rispetto a una ricostruzione complessivamente convincente e condivisibile della filosofia di Gramsci, rese anzi possibili proprio dall’approccio, non solo criticamente avvertito ma anche (e direi finalmente) privo di timori reverenziali nei confronti del proprio autore, che Frosini ci presenta con tutte le sue incertezze e i dubbi, le contraddizioni e i fraintendimenti (di cui peraltro Gramsci era consapevole per primo, convinto com’era della possibilità che qualche sua tesi «nelle ulteriori ricerche potrebbe essere abbandonata e magari l’affermazione opposta potrebbe dimostrarsi vera»), sottraendolo definitivamente all’iconografia del leader terzinternazionalista per rendercelo completamente nostro.