Gramsci e la filosofia
Il recente volume di Fabio Frosini su Gramsci e la filosofia. Saggio
sui Quaderni del carcere (Roma, Carocci, 2003), costituisce per un verso
il punto d’arrivo (sia pure provvisorio) di oltre un decennio di studi
gramsciani dell’autore e per l’altro inaugura una collana di saggi «Per
Gramsci», promossa dal Centro interuniversitario di ricerca per gli
studi gramsciani e dalla International Gramsci Society – Igs Italia, ma
soprattutto si inserisce in un nuovo filone di indagini sull’opera gramsciana
che, a oltre mezzo secolo dal suo primo apparire e, soprattutto, a quasi
tre decenni dall’edizione critica dei Quaderni (1975), ritiene non solo
sterile, ma peggio fuorviante, ogni tentativo di avvicinarsi a questi prescindendo
dalla loro particolare genesi e struttura, e quindi dai «risultati
ai quali è faticosamente giunta negli anni la filologia gramsciana»
(p. 15).
Il saggio di Frosini si articola pertanto in due parti, distinte eppure
strettamente connesse: nella prima «l’accento batte sul modo in cui
il pensiero si struttura nel suo stesso farsi temporale», nella seconda
sul «modo in cui, dallo svolgimento temporale, emergono un’articolazione
e una successione organizzata di temi secondo una concatenazione logica
(e direi quasi sistematica) e non solo cronologica» (p. 16) nell’ambito
dell’opera carceraria di Gramsci, che si dipana tra il 1929 e il ’35, anche
in confronto con gli scritti giornalistici e politici precedenti l’arresto
(1914-1926).
Nel ricostruire il lavoro di stesura dei singoli quaderni, pur utilizzando
ampiamente sia gli elementi di datazione proposti da Valentino Gerratana
nel quarto volume dell’edizione critica, sia le precisazioni e correzioni
apportate da Gianni Francioni ne L’officina gramsciana del 1984 e in una
serie di interventi successivi, Frosini si discosta da entrambi (cui pure
riconosce il ruolo decisivo nell’ambito della filologia gramsciana) nel
proporre «una periodizzazione in tre fasi» dell’opera carceraria:
una prima, che va dal 1927, anno a cui risale il primo progetto di dedicarsi
allo studio, ai primi mesi del 1932, in cui «il lavoro di Gramsci
è dominato dalla tensione tra il proposito di procedere costruttivamente
e in profondità» (testimoniato dal succedersi e dall’approfondirsi
dei programmi di ricerca) e «la consapevolezza di non poterlo fare,
nelle condizioni date» (p. 44), che si esprime in una serie di avvertimenti
rispetto al carattere provvisorio di note e appunti che pure viene stendendo.
Una seconda fase del lavoro carcerario (metà 1932 - metà
1933) sarebbe invece determinata dalla convinzione (purtroppo tutt’altro
che fondata) di Gramsci che il dibattito marxista internazionale e in particolare
sovietico, stesse «prendendo una direzione del tutto conciliabile
con quella da lui propugnata» (p. 50) attraverso la lotta al dogmatismo,
al determinismo, allo schematismo e al materialismo meccanicistico per
lui incarnati dal famigerato (spesso oltre i suoi stessi demeriti) Manuale
di Bucharin. Decisiva a questo proposito sarebbe la lettura da parte di
Gramsci di alcuni scritti di Dmitrij S. Mirskij sul dibattito teorico interno
al Pcus, le cui tracce si ritroverebbero in particolare nei primi quaderni
«speciali» (in cui Gramsci ricopia, con alcune varianti spesso
significative, gli appunti precedentemente stesi nei quaderni miscellanei,
cercando di ordinarli per argomenti): il decimo, dedicato alla critica
di Croce, l’undicesimo, in cui si delineano alcuni punti da sviluppare
per un’Introduzione allo studio della filosofia (marxista) alternativa
alla vulgata buchariniana, il dodicesimo, sugli intellettuali e la scuola,
e il tredicesimo, su Machiavelli e «il moderno Principe».
La terza e ultima fase del lavoro carcerario (metà 1933 - metà
1935) viene da Frosini definita «impostazione minima […] consistente
nella rinuncia a proseguire la ricerca, limitandosi a trascrivere e ordinare
negli speciali i testi sparsi nei miscellanei» in un momento in cui
Gramsci comprende che non ha (e non avrà mai più) le energie
psico-fisiche per proseguire il lavoro intellettuale creativo, oltre a
vedere «cadere la tensione del 1931-32 per il sopravvenire di altre
notizie dall’Unione Sovietica» (p. 72).
Nella seconda parte del libro, Frosini analizza in questa prospettiva
genesi e sviluppo dei temi principali dei Quaderni, a partire naturalmente
dai problemi fondamentali del marxismo, che Gramsci intende emancipare
dalla «doppia revisione», materialistica e idealistica, subita
tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, «espressione, rispettivamente,
delle classi popolari e delle classi dominanti» (p. 80), rifondando
con il concetto di praxis quel nesso strettissimo tra filosofia e politica
che si ritrova sin dalle marxiane Tesi su Feuerbach e il cui antecedente
italiano più diretto è Antonio Labriola. L’obbiettivo è
infatti squisitamente politico, «rivolto a dotare il movimento operaio
di una teoria che possieda forza egemonica, vale a dire una teoria che,
prendendo le mosse dal punto di vista delle classi subalterne, pensi il
modo nel quale quel punto di vista può arrivare a comprendere, spiegare
e criticare il punto di vista opposto, della classe dominante» (p.
86). Solo così è possibile interpretare correttamente la
valorizzazione operata da Gramsci nei confronti delle superstrutture, nonché
la (relativa) autonomia loro concessa rispetto alla pur in ultima analisi
decisiva struttura economica, rielaborando e traducendo (nel senso forte,
gramsciano, dettato dalla consapevolezza delle differenze tra la Russia
pre-rivoluzionaria e l’Occidente capitalista) i «principi teorici
che hanno guidato l’esperienza dell’ultimo Lenin», quello della Nep
e della cultura come «luogo in cui si decide il destino economico
dello stato sovietico» (p. 97 sg.).
L’altro grande tema affrontato da Frosini è quello del rapporto
con il neoidealismo italiano e in particolare con Croce, «il filosofo
egemone non solo nel rapporto dell’Italia con la cultura internazionale,
ma all’interno della stessa cultura nazionale» (p. 124): mentre da
giovane Gramsci era «scolaro di Croce ma politicamente suo avversario»
(p. 38), «in tutti i Quaderni, e non solo nei testi a lui esplicitamente
dedicati, Croce è presente come punto di riferimento tendenzialmente
polemico» (p. 55). Muovendo «dall’affermazione dell’autosufficienza
filosofica del materialismo storico» e da «un nucleo teorico
inderivabile da premesse crociane», Gramsci infatti intende «comprendere
e spiegare il pensiero crociano, mentre risulterebbe impossibile l’inverso»
(p. 123-124.). Anzi, la critica di Croce al materialismo storico a partire
dal primo dopoguerra, quella che si serve di «gherminelle»
quali la «dialettica dei distinti» e la «storia etico-politica»,
sarebbe contraddittoria non solo rispetto all’atteggiamento precedente
(quello dei saggi raccolti in Materialismo storico ed economia marxista),
ma addirittura a «una parte cospicua della sua stessa filosofia»
(p. 129).
Alle astrattezze (neo)idealistiche Gramsci ha infatti contrapposto,
sin dalle prime esperienze giornalistiche giovanili, la concretezza della
prassi, anche se solo nei Quaderni giungerà all’elaborazione di
vere e proprie categorie storico-politiche, delle cui principali (a partire
dal concetto di egemonia) Frosini si sofferma ad analizzare genesi e sviluppo.
Emergono così la centralità della dialettica tra Stato e
società civile (che riprende rovesciandola la concezione hegeliano-gentiliana
dell’«eticità» dello Stato, superando insieme la visione
liberale e quella cattolica) e la valorizzazione della figura di Machiavelli,
la cui importanza appare «seconda solo a quella di Marx e pari (se
non superiore) a quella di Hegel» (p. 162), in quanto anticipa addirittura
la filosofia della prassi e la teoria dell’egemonia.
Al nesso filosofia-politica si intreccia quello, altrettanto stretto,
tra filosofia e senso comune, che secondo Gramsci devono essere reciprocamente
traducibili; assente, almeno esplicitamente, nella riflessione pre-carceraria,
il tema entra con forza nei Quaderni non solo in quanto, «proprio
negli anni Venti e Trenta il concetto di senso comune si trova in Italia
al centro di un dibattito abbastanza intenso, nel quale intervengono, tra
gli altri Croce e Gentile» (p. 171), ma perché funzionale
al progetto pedagogico gramsciano di elevare il sentire comune delle classi
popolari a partire dalle loro esigenze più intime, formando un ceto
intellettuale capace di sentirle come proprie e realizzando quella «riforma
intellettuale e morale» di cui il «moderno Principe»
partito comunista può e deve farsi banditore.
A queste tematiche si lega strettamente anche la questione della scuola,
«centrale in quanto l’agenzia scolastica, in tutti i suoi gradi,
rappresenta il veicolo istituzionale principale di intervento sul senso
comune» (p. 183). A tale proposito Gramsci interpreta il fallimento
della riforma scolastica gentiliana (e più in generale del programma
neoidealistico) nei termini di una «crisi di egemonia», strutturale
e non transitoria, e di una sostanziale resa nei confronti di quella della
Chiesa cattolica, cui è di fatto lasciato il monopolio dell’istruzione
elementare a fini di mera conservazione. A questo progetto Gramsci contrappone
la ricerca di un «principio educativo» che, appropriandosi
del meglio della modernizzazione capitalistica (compresi alcuni aspetti
del taylorismo), sia capace di fare della scuola «il punto di partenza
di una diversa, organica strategia di scioglimento della tensione nella
forma della sua riflessione (nuovo nesso psico-fisico voluto consapevolmente),
cioè di trasformazione dei rapporti sociali» (p. 194).
Nella sua ricostruzione della «filosofia» dei Quaderni,
Frosini riserva ampio spazio allo studio delle fonti, esplicite ma soprattutto
implicite delle note gramsciane (con un paio di «scoperte»
tutt’altro che trascurabili); valorizza inoltre le traduzioni (a lungo
trascurate per «colpa» dello stesso Gramsci, che nelle lettere
ne parla come di un lavoro meccanico e scolastico, al solo scopo di «rifarsi
la mano» prima di iniziare a scrivere «für ewig»,
e destinate a costituire invece parte integrante della progettata nuova
edizione critica dei Quaderni), sia come fonte d’informazione (per esempio
il numero monografico della rivista tedesca Die literarische Welt sulla
letteratura statunitense contemporanea, all’origine delle note su «Americanismo
e fordismo»), sia come luogo di approfondimento e confronto con la
tradizione marxiana: esemplari in proposito le traduzioni-interpretazioni
gramsciane delle Tesi su Feuerbach e della Prefazione a Per la critica
dell’economia politica.
Rinunciando, per ovvie ragioni di spazio, a rendere conto della ricchezza
dell’analisi di Frosini, segnalo in conclusione alcuni punti di (parziale)
dissenso rispetto a questa: mi sembra infatti di ritrovare una certa sottovalutazione
della critica di Gramsci a Engels (da lui più volte indicato come
precursore, sia pure involontario, della vulgata buchariniana), nonché
di quella, sia pure implicita, all’Urss staliniana (senza che questo implichi
il superamento della prospettiva socialista e rivoluzionaria in senso socialdemocratico),
sempre più accentuate nel corso dei Quaderni, unita a una scarsa
valorizzazione del pensiero economico gramsciano (nel quale invece, a giudizio
di chi scrive, si può trovare la chiave proprio del suo rapporto
con il «socialismo reale»). Ma si tratta più che altro
di sfumature interpretative rispetto a una ricostruzione complessivamente
convincente e condivisibile della filosofia di Gramsci, rese anzi possibili
proprio dall’approccio, non solo criticamente avvertito ma anche (e direi
finalmente) privo di timori reverenziali nei confronti del proprio autore,
che Frosini ci presenta con tutte le sue incertezze e i dubbi, le contraddizioni
e i fraintendimenti (di cui peraltro Gramsci era consapevole per primo,
convinto com’era della possibilità che qualche sua tesi «nelle
ulteriori ricerche potrebbe essere abbandonata e magari l’affermazione
opposta potrebbe dimostrarsi vera»), sottraendolo definitivamente
all’iconografia del leader terzinternazionalista per rendercelo completamente
nostro.