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RECENSIONI

 

- Antonio Rossi, Gramsci da eretico a icona. Storia di un «cazzotto nell’occhio», prefazione di Biagio de Giovanni, Napoli, Guida, 2010, pp. 138, 11 € (recensito da Guido Liguori)

- Guido Liguori, Pasquale Voza (a cura di), Dizionario gramsciano 1926-1937, Roma, Carocci, 2009, pp. 918, 85 € (recensito da Alberto Burgio) (per leggere la presentazione e l'elenco delle voci del dizionario, cliccare qui).


- Antonio Deias, Giovanni Mimmo Boninelli, Eugenio Testa (a cura di),
Gramsci ritrovato, numero monografico di “Lares”, n. 2, anno LXXIV, Firenze, Olschki, maggio-agosto 2008, pp. 498, 25 € (recensito da Elisabetta Gallo)

- Lea Durante, Avventure dell’identità. Letture contemporanee, Bari, Palomar, 2008, pp. 202, 20 € (recensito da Guido Liguori)

- Marina Paladini Musitelli (a cura di), Gramsci e la scienza, Trieste, Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giulia, 2008, pp. 148 (recensito da Giorgio Baratta)

- Angelo d'Orsi (a cura di), Egemonie, Napoli, Dante & Descartes, 2008, pp. 512, 20 € (recensito da Michele Filippini)

- L'uomo di Turi, dramma di Piero Zucaro (recensito da Sandra Dugo)

- Albarani, Badaloni, Barberini, Barone, Cospito, Di Stefano, Galli, Garin, Stevani Colantoni, Vanzulli, Zanantoni, Gramsci e la storia d’Italia, Milano, Edizioni Unicopli, 2008, pp. 270, 15 € (recensito da Antonio Barberini)


- Luciano Canfora, La storia falsa , Rizzoli, Milano, 2008, pp. 319, 17 € (recensito da Guido Liguori)

- Giancarlo Lehner, 
La famiglia Gramsci in Russia, con i diari inediti di Margarita e Olga Gramsci, Mondadori, Milano,  pp. 306, 20 € (recensito da Guido Liguori)

 

- Angelo d'Orsi (a cura di), Bibliografia gramsciana ragionata I. 1922-1965, Viella, Roma, 2008, pp. 354, 45 € (recensito da Marco Albeltaro)

- Fabio Vander, Livorno 1921. Come e perché nasce un partito, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma,  2008, 12 € (recensito da Guido Liguori)

- Lelio La Porta e Giuseppe Prestipino (a cura di), Contro l’indifferenza. Antologia per la scuola media superiore, s.l., Edizioni SEAM, s.d., ma 2008, pp. 100, 12 € (recensito da Elisabetta Gallo)

- Giuseppe Prestipino, Dai maestri del pensiero e dell’arte alla filosofia della praxis, s.l., s.d., ma 2008, Edizioni Seam, pp. 111, 13 € (recensito da Guido Liguori)

- Pasquale Voza, Gramsci e la «continua crisi», Roma, Carocci, 2008, pp. 115, 10,80 € (recensito da Tonino Bucci)

 
- Richard J. F. Day, Gramsci è morto. Dall’egemonia all’affinità, Milano, Elèuthera, 2008, pp. 247, 20,00 € (recensito da Guido Liguori)
 
- Michele Maggi, La filosofia della rivoluzione. Gramsci, la cultura e la guerra europea, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2008, pp. 243, 28 € (recensito da Guido Liguori)
 
- Pasquale Voza, Gramsci e la «continua crisi», Roma, Carocci, 2008, pp. 115, 10,80 € (recensito da Alberto Burgio)
 
- Giuseppe Prestipino, Gramsci vivo e il nostro tempo, Milano, Edizioni Punto Rosso, 2008, pp. 236, 12 € (recensito da Lelio La Porta)
 
- Massimo L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia. Con un saggio introduttivo di Angelo d’Orsi, Roma, Viella, 2007, pp. 415, 32  € (recensito da Guido Liguori)

-
Massimo Mastrogregori, I due prigionieri. Gramsci, Moro e la storia del Novecento italiano, Genova, Marietti, 2008, pp. 340, 22 € (recensito da Guido Liguori)

- Giorgio Baratta e Angela Grilletti Migliavacca (a cura di), Terra Gramsci. Dalla Sardegna al mondo, dal mondo alla SardegnaCagliari, AD arte Duchamp, 2007, pp. 100, 10 € (recensito da Mimmo Boninelli)

- Cesare Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, Milano, Cooperativa Colibrì, 2007, pp. 333,  19 € (recensito da Guido Liguori)
 
- Giorgio Baratta, Gramsci in contrappunto. Dialoghi col presente, Roma, Carocci, 2007, pp. 301, € 22,50 (recensito da Lothar Knapp)
 
- Giorgio Baratta, Gramsci in contrappunto. Dialoghi col presente, Roma, Carocci, 2007, pp. 301, € 22,50 (recensito da Giulio Angioni)

- Giorgio Baratta, Gramsci in contrappunto. Dialoghi col presente, Roma, Carocci, 2007, pp. 301, € 22,50 (recensito da Guido Liguori)

- Alberto Burgio, Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno, Roma, DeriveApprodi, 2007, pp. 172, € 13 (recensito da Pasquale Voza)

- Giovanni Mimmo Boninelli, Frammenti indigesti. Temi folclorici negli scritti di Antonio Gramsci , Roma, Carocci, 2007, pp. 280, € 16,70 (recensito da Monica Mureddu)

- Roberto Rampi, Nino: appunti per Antonio Gramsci 1937-2007, Milano, Infoarte, 2007, pp. 132, € 15 (recensito da Guido Liguori)   

-  John M. Cammett,  Antonio Gramsci e le origini del comunismo italiano, a cura di Domenico Zucàro, Milano, Mursia, 2007, pp. 335, € 21 (recensito da Guido Liguori)

- Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria, Roma, Editori Riuniti, 2007, pp. 206, 14 (recensito da Giorgio Baratta)

- Giuseppe Cospito e Gianni Francioni (a cura di), Antonio Gramsci, Quaderni di  traduzione(1929-1932), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2007, pp. 915, € 120 (recensito da Guido Liguori)

- Giuseppe Vacca (a cura di ), Antonio Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti 1914-1935, Torino, Einaudi,  2007, pp. 322, € 13.00 e Marco Gervasoni (a cura di ), Antonio Gramsci, Scritti scelti, Milano, Rizzoli, 2007, pp. 483, € 14.00 (recensiti da Guido Liguori)

- Raul Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria, Roma, Editori Riuniti, 2007, pp. 206, € 14 (recensito da Lelio La Porta)

- Luciano Canfora, Su Gramsci, Roma,Datanews,  2007, pp. 79, 12 € ( recensito da Lelio La Porta)

- Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru (a cura di ), Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 345, € 24.50 (recensito da Guido Liguori)

-  Giuseppe Vacca e Angelo Rossi, Gramsci tra Mussolini e Stalin, Roma, Fazi editore, 2007, pp. 245, € 19.00 (recensito da Guido Liguori)

-  Pasquale Voza e Lea Durante (a cura di), La prosa del comunismo critico. Labriola e Gramsci, Bari, Palomar, 2006, pp. 342, € 27.00 (recensito da Guido Liguori)

-  Pasquale Voza e Lea Durante (a cura di), La prosa del comunismo critico. Labriola e Gramsci, Bari, Palomar,  2006, pp. 342, € 27.00 (recensito da Tonino Bucci)

- Carlos Nelson Coutinho, Il pensiero politico di Gramsci, Milano, Unicopli, 2006, pp. 170, € 12.00 (recensito da Giuseppe Cospito)

- Carlos Nelson Coutinho, Il pensiero politico di Gramsci, Milano, Unicopli, 2006, pp. 170, € 12.00 (recensito da Lea Durante)

- Guido Liguori, Sentieri gramsciani, Roma, Carocci, 2006, pp. 190, € 16.60 (recensito da Roberto Ciccarelli)

- Guido Liguori, Sentieri gramsciani, Roma, Carocci, 2006, pp. 190, € 16.60 (recensito da Giorgio Baratta)

- Iain Chambers (a cura di), Esercizi di potere. Gramsci, Said e il postcoloniale, Roma, Meltemi editore, 2006, p. 140, € 14,00 (recensito da Sandro Mezzadra)

- Gianni Fresu, Il diavolo nell’ampolla. Antonio Gramsci, gli intellettuali, il partito, prefazione di Domenico Losurdo, Napoli, Città del sole, 2005 (recensito da Elisabetta Gallo)

- Chiara Daniele, Togliatti editore di Gramsci, con una introduzione di Giuseppe Vacca, Roma, Carocci, 2005, pp. 293, € 21.80 (recensito da Guido Liguori)

- Aa. Vv., Le parole di Gramsci, a cura di Guido Liguori e Fabio Frosini, Roma, Carocci, 2004, pp. 272, € 20,20 (recensito da Giuseppe Cacciatore)

- Bruno Desidera, La lotta delle egemonie. Movimento cattolico e Partito polare nei Quaderni di Gramsci, presentazione di Giuseppe Goisis, Padova, Il Poligrafo, 2005, pp. 343, € 23,00 (recensito da Guido Liguori)

- Alfredo Jaar, La trilogia di Gramsci (recensito da Guido Liguori e Alessandro Errico).

- Antonio Santucci, Antonio Gramsci 1891-1937, a cura di Lelio La Porta, pp. 191, € 12 (recensito da Guido Liguori)

- Guido Liguori e Chiara Meta, Gramsci. Guida alla lettura, Unicopli, pp. 111, € 5 (recensito da Roberto Ciccarelli)

- Cosa ci dice la nuova Bibliografia gramsciana on line

- Edoardo Sanguineti, Schede Gramsciane, Utet Libreria, 2004, pp. 146, € 11 (recensito da Guido Liguori)

- Luigi Nieddu, Antonio Gramsci. Storia e mito, Padova, Marsilio, 2004 (recensito da Guido Liguori).

- Gennaro Sasso, Gramsci e l’idealismo (Appunti e considerazioni), in «La Cultura», 2003, n. 3, pp. 351-402 (recensito da Fabio Frosini).

- Palmiro Togliatti, Sul fascismo, a cura di G. Vacca, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 244, € 20,00 (recensito da Guido Liguori).

- Il lettore in catene. La critica letteraria nei Quaderni, a cura di Andrea Menetti, Roma, Carocci editore, 2004, pp.143, € 11,90 (recensito da Alessandro Errico).

- A. Savio, Fascino e ambiguità di Gramsci, Roma, Prospettive edizioni, 2004, pp. 125, € 12 (recensito da Guido Liguori).

- A. Gramsci, La nostra città futura. Scritti torinesi 1911-1922, a cura di Angelo d'Orsi, Roma, Carocci, 2004 (recensito da Guido Liguori).

- Derek Boothman, Traducibilità e processi traduttivi, un caso: A. Gramsci linguista, Perugia, Guerra edizioni, 2004 (recensito da Chiara Meta)

- AA. VV., Le parole di Gramsci, Roma, Carocci, 2004 (recensito da Luigi Cavallaro)

- Giorgio Baratta, Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci, Roma, Carocci, 2003 (recensito da Costanza Orlandi).

- Giorgio Baratta, Le rose e i quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci, Roma, Carocci, 2003 (recensito da Guido Liguori).

- Alberto Burgio, Gramsci storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere”, Roma-Bari, Laterza, 2003 (recensito da Guido Liguori).

- Fabio Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui Quaderni del carcere, Roma, Carocci, 2003 (recensito da Giuseppe Cospito). 
 
- Giuseppe Vacca, voce Gramsci, Antonio in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2002, vol.58, pp.412-430

- Adriana Brown, L'amore assente. Gramsci e le sorelle Schucht, Torino, Clerico editore, 2002, pp.139, € 11,39 (recensito da Guido Liguori)

- Marcello Montanari, Studi su Gramsci. Americanismo, democrazia e teoria della storia nei Quaderni del carcere, Lecce, Edizioni Pensa Multimedia, 2002, pp.215 (recensito da Guido Liguori).  Indice del volume.

- Dario Ragazzini, Leonardo nella società di massa. Teoria della personalità in Gramsci, Bergamo, Moretti Honegger. Moretti & Vitali, 2002, pp. 190 (recensito da Guido Liguori). Indice del volume.

- Fabio Vander, Che cos'è socialismo liberale? Rosselli, Gramsci e la rivoluzione in Occidente, Roma-Bari-Manduria, Piero Lacaita Editore, 2002, pp. 131 (recensito da Guido Liguori). Indice del volume.

- Michele Martelli, Etica e storia. Gramsci e Croce a confronto, Napoli, La Città del Sole, 2001, pp. 249, € 18,60 (recensito da Elisabetta Gallo) Indice del volume.

- Giuseppe Petronio, Marina Paladini Musitelli (a cura di), Marx e Gramsci. Memoria e attualità, Roma, Manifestolibri, 2001 (recensito da Alberto Burgio)

- Giuseppe Petronio, Marina Paladini Musitelli (a cura di), Marx e Gramsci. Memoria e attualità, Roma, Manifestolibri, 2001 (recensito da Costanza Orlandi)

- Michele Pistillo, Gramsci in carcere. Le difficili verità d'un lento assassinio, Roma-Bari-Manduria, Piero Lacaita Editore, pp. 173 (recensito da Guido Liguori).


 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

GRAMSCI E ROSSELLI
di Guido Liguori

Non è facile parlare dell'ultimo lavoro di Fabio Vander, Che cos'è socialismo liberale? Rosselli, Gramsci e la rivoluzione in Occidente (Lacaita, 2002, pp. 131). La difficoltà nasce dal fatto che il libro contiene, e a volte confonde, piani diversi: il piano della ricostruzione del pensiero politico dei due pensatori in questione e il piano della polemica contro le più recenti letture del Socialismo liberale, il piano dell'indagine (implicita) su cosa sia "liberalismo" e cosa sia "socialismo" e il piano dell'indicazione politico-culturale per superare le attuali secche della sinistra, italiana e non.
Sacrosanta è certo la polemica dell'autore contro chi di recente ha voluto agitare il nome di Carlo Rosselli come un'arma contro un certo modo di essere - ritenuto "vecchio" - della sinistra, contro il movimento operaio, contro una politica ancora collegata a un'ottica di classe. Perché Rosselli, almeno l'ultimo Rosselli, era certo molto più "a sinistra" di quanti oggi pretendono di rifarsi al suo insegnamento, spesso non andando al di là del titolo della sua opera più famosa, Socialismo liberale. Questo libro, scritto nel 1928-'29 e pubblicato l'anno seguente in Francia, apre il periodo più "rivoluzionario" della vita di Rosselli. Evocazione della "rivoluzione proletaria", frontismo antifascista, riavvicinamento (sia pur sempre critico) ai comunisti, solidarietà di fondo, anche giustificazionista in qualche tratto, verso l'Urss staliniana come baluardo contro il nazifascismo, ne sono i tratti distintivi, che porteranno tra l'altro anche alla rottura col vecchio maestro Salvemini.
Ma se questo è vero - ecco che nasce una prima domanda - come fa Vander a collocare il nome di Rosselli in relazione a quelli di tanti autori dell'oggi (da Bobbio a Rawls, da Dahrendorf a Sen, a Lukes), certo rispettabili e da cui tutti hanno anche da imparare, ma che sono i numi tutelari di un'altra idea di sinistra, aclassista, fondata comunque su un'antropologia individualista, anche se di un individuo alla ricerca di forme di solidarietà con i suoi simili? È, in ogni caso, una linea di pensiero a cui Gramsci non appartiene e a cui Rosselli appartiene solo nella misura in cui si consideri solo il lato più liberale della sua proposta politico-teorica, facendo astrazione dalle suoi ultimi approdi classisti.
Vander impernia il suo discorso proprio su una forte consonanza tra Gramsci e Rosselli, giungendo ad affermare che "la specularità dei pensieri di Rosselli e Gramsci è, quanto all'essenziale, assoluta" (p. 79). Affermazione discutibile, come vedremo, anche se non poggiata sul vuoto assoluto. Momenti di vicinanza, nel pensiero dell'uno e dell'altro pensatore, è possibile trovarne. Vander ad esempio ricorda come Rosselli già nella sua tesi di laurea (1921) scrivesse: "come nelle guerre moderne in luogo delle ardite manovre, delle avanzate fulminee e delle ritirate disordinate e terribili si è sostituita la logorante lotta nei trinceramenti, con le avanzate lente, difficili, ma sicure, così anche il movimento operaio giunto alla sua maturità abbandona i vecchi metodi della guerra manovrata e avanza lentamente, faticosamente: ma avanza". È dunque sul passaggio dalla guerra manovrata alla guerra di posizione, dall'Oriente all'Occidente (più volte richiamato da Rosselli), cioè sulla comune ricerca di una rivoluzione diversa da quella del modello sovietico, che sarebbe costruita la convergenza tra i due.
Questo elemento, pur vero, viene però dilatato dall'autore, che arriva a scrivere: "Rosselli e Gramsci si incontrano, oggettivamente, là dove il liberalismo fa i conti con la rivoluzione e il comunismo li fa con la democrazia; per dirla con il Rosselli di Socialismo liberale: "il socialismo deve tendere a farsi liberale e il liberalismo a sostanziarsi di lotta proletaria"" (p. 61). In questo brano, e in altri analoghi, va perso - a me sembra - il rigore dell'analisi e anche della terminologia, in favore di un auspicio per il futuro vago e indeterminato. Cosa voglia dire, in questo contesto, "sostanziarsi" o "fare i conti", cosa significhino esattamente termini come "liberalismo", "comunismo" e "democrazia", non è agevole capire.morale". Ma Rosselli è anche altro. Negli anni venti ammira soprattutto il Labour Party inglese, è influenzato da Henri De Man (che nei Quaderni Gramsci giudica un caso di "teratologia intellettuale"), vuole superare il determinismo marxista sincreticamente (l'accusa di sincretismo sarà di Croce), innestandovi motivi di quel liberalismo che aveva certo influenzato il giovane Gramsci ma che questi soprattutto dopo l'Ottobre e con il "biennio rosso" aveva compiutamente superato. Rosselli è antimarxista, simpatizza per Bernstein. Non riduce certo il liberalismo a liberismo, e tuttavia non mette in discussione fino in fondo l'egemonia del mercato e della forma merce, pur auspicando l'intervento riequilibratore dello Stato. Un classico socialista riformista, magari più radicale e lungimirante di altri (come il Lobour di allora, appunto).morale". Ma Rosselli è anche altro. Negli anni venti ammira soprattutto il Labour Party inglese, è influenzato da Henri De Man (che nei Quaderni Gramsci giudica un caso di "teratologia intellettuale"), vuole superare il determinismo marxista sincreticamente (l'accusa di sincretismo sarà di Croce), innestandovi motivi di quel liberalismo che aveva certo influenzato il giovane Gramsci ma che questi soprattutto dopo l'Ottobre e con il "biennio rosso" aveva compiutamente superato. Rosselli è antimarxista, simpatizza per Bernstein. Non riduce certo il liberalismo a liberismo, e tuttavia non mette in discussione fino in fondo l'egemonia del mercato e della forma merce, pur auspicando l'intervento riequilibratore dello Stato. Un classico socialista riformista, magari più radicale e lungimirante di altri (come il Lobour di allora, appunto).
La vera radicalizzazione di Rosselli avviene sul piano politico, più che su quello teorico, negli anni trenta. Di fronte all'espandersi dei fascismi, è sospinto verso l'unità delle sinistre. Parla di rivoluzione antiborghese, ma è la rivoluzione antifascista a costituire il vero orizzonte del suo pensiero e della sua azione più maturi. Non giunge a mettere in discussione il capitalismo come tale, ma le sue manifestazioni più perverse. Per questo Gramsci è comunista (anche se originale), Rosselli no. Non pare distinzione da poco.
Nel capitolo del libro dedicato a Gramsci, poi, Vander traccia un profilo del comunista sardo a mio avviso molto contestabile. Lasciando da parte i duri giudizi su Togliatti e il Pci - "dopo il 1944 il Pci fu una delle colonne del trasformismo consociativo; ma questo dimostra solo che la storia del "partito nuovo" di Togliatti è radicalmente (e consapevolmente, in Togliatti) anti-gramsciana" (p. 94) -, che già erano in precedenti lavori di Vander, e che mi sembrano inaccettabili, troppe affermazioni sembrano francamente azzardate e anche superficiali. Per fare un esempio, non si prende atto di come dall'inizio degli anni venti il giudizio sul giacobinismo sia in Gramsci positivo, sulla scorta delle suggestioni di Mathiez e dei suoi parallelismi con la Rivoluzione russa. Certo, Gramsci vede anche i limiti di classe di un movimento che resta borghese, ma vi vede anche una alleanza città-campagna di cui nel Risorgimento si sentirà la mancanza, tanto che "giacobinismo" diviene una categoria politica tutt'altro che negativa nei Quaderni (in ogni caso, il "diritto di coalizione" di cui parla Gramsci a proposito dei limiti storici del giacobinismo è riferito ai diritti sindacali del nascente quarto stato, e non ad alleanze transclassiste e transpolitiche). Ancora, affermare che il discorso sul moderno Principe sia rivolto non al partito della rivoluzione ma a tutti i partiti moderni, sembra affermazione errata e indifendibile. Ma, soprattutto, dare troppo per scontato che il modo di Gramsci di intendere e giudicare la democrazia sia lo stesso nostro oggi produce fraintendimenti rilevanti. Gramsci giudica negativamente la democrazia parlamentare. La sua teoria dell'egemonia è solo la premessa all'accettazione della stessa, che sarà Togliatti a operare (ma, come si è visto, Vander si preclude una valutazione equilibrata di questo processo). Dire che in "egemonia, consenso e democrazia sono in Gramsci concetti comuni se non coincidenti" (p. 114) è quantomeno azzardato: Gramsci non ha avuto la possibilità di svolgere - sul piano storico e sul piano teorico - questo processo, appena iniziato.
Infine, noi oggi possiamo e dobbiamo distinguere ancora con forza - benché il "pensiero unico" pretenda il contrario - tra liberalismo, democrazia e socialismo. Come dobbiamo distinguere tra il socialismo riformista (anche se radicale nel combattere il fascismo) di Rosselli e il comunismo potenzialmente democratico di Gramsci. Fare di quest'ultimo un laburista di sinistra non è rendergli un buon servizio. Resuscitare il "liberalismo" rivoluzionario di Rosselli ha poco senso per chi si rifaccia al pensiero gramsciano. I due discorsi hanno qualche punto di contatto, ma nella sostanza restano distinti.

 

Indice: 

Premessa

Introduzione

Che cos’è socialismo liberale?

Parte prima

Rosselli 1: democrazia e rivoluzione fino a Socialismo liberale

Rosselli 2: da Socialismo liberale agli anni ’30

Parte seconda

Gramsci 1: la “rivoluzione in Occidente” negli scritti pre-carcerari

Gramsci 2: democrazia e rivoluzione nei Quaderni

Indice dei nomi


GRAMSCI VIS A VIS CON MARX
di Alberto Burgio

Negli anni del carcere l'autore dei Quaderni rilesse in una prospettiva rigorosamente antimetafisica le pagine marxiane, individuandovi una fonte teorica primaria per l'elaborazione di una scienza politica all'altezza dei tempi. All'attualità dei problemi sollevati da questa lettura venne dedicato un convegno a Trieste, i cui interventi escono ora raccolti in un volume della manifesto libri.

Due anni e mezzo fa, nel marzo 1999, si tenne a Trieste un convegno su un tema - Marx e Gramsci - a prima vista quant'altri mai inattuale. Oggi vede la luce, presso manifestolibri (a cura di Giuseppe Petronio e Marina Paladini Musitelli), un volume che raccoglie le relazioni svolte in quel convegno. E la lettura smentisce quella pregiudiziale impressione di inattualità, figlia della soddisfatta superficialità dei nostri tempi.
Il centro intorno a cui si dipanò la discussione è subito nominato da Petronio. Si cercò di analizzare la portata e i caratteri del "ritorno a Marx" dell'autore dei Quaderni: di determinare la prospettiva, radicalmente antimetafisica, della rilettura delle pagine marxiane (a cominciare dalle Tesi su Feuerbach e dalla Prefazione del '59) in cui, negli anni del carcere, Gramsci scorge una fonte teorica primaria per l'elaborazione di una scienza politica all'altezza dei tempi. La questione è affrontata di petto nei saggi di Fabio Frosini e Wolfgang Fritz Haug (curatore della edizione tedesca dei Quaderni), dove la serrata analisi dell'interpretazione gramsciana delle Tesi fonda una convincente lettura dell'idea di "filosofia della praxis". L'obiettivo polemico di Gramsci è l'interpretazione scientistica di Marx prossima ad affermarsi come ortodossia filosofica nell'Urss staliniana. I Quaderni inchiodano Bucharin, ma dietro a questo nome va individuato tutto uno schieramento che comprende, secondo Haug e Frosini, lo stesso Lenin della polemica antimachista. A Gramsci la battaglia del giovane Marx contro il "vecchio materialismo" fornisce un formidabile arsenale filosofico e, in positivo, i materiali per la costruzione di una ontologia pratica che afferma l'essenza dinamica della realtà materiale (la sua soggettività e storicità) e la radicale materialità del soggetto storico, al tempo stesso interprete e artefice "critico-pratico" del mondo.
Si pone qui immediatamente una questione che, non per caso, percorre da sempre la discussione critica. La scelta delle Tesi discende dall'ispirazione idealistica della filosofia dei Quaderni? È forse il segno di un soggettivismo nel quale non sarebbe difficile cogliere eredità neoidealistiche ed echi del giovanile sorelismo? Lo stesso Haug parrebbe non escluderlo, alla luce della scarsa attenzione per l'analisi delle forze produttive che gli sembra di cogliere nei Quaderni (dove, sottolinea, "non si parla nemmeno una volta della catena di montaggio"). Certo ha pochi dubbi al riguardo Roberto Finelli, che parla apertis verbis di "un prezzo assai elevato" imposto dall'"influenza dell'idealismo, crociano e gentiliano insieme", e che ritiene Gramsci incapace di individuare i "fattori di socializzazione" attivi nella sfera economica, che sarebbe quindi ridotta a "un complesso di azioni solo individuali". Si potrebbe obiettare facilmente. Si potrebbe osservare, per esempio, che nel quaderno 22 (e nelle note sparse sul "movimento di fabbrica" che Gramsci non raccoglie) non si parla d'altro se non di forze produttive; e che il riconoscimento dell'attitudine socializzante della sfera economica (anzi: della fabbrica) informa di sé l'intera discussione sul fordismo (e la sua stessa nozione, come, del resto, l'idea di egemonia). Ma la ricchezza di questo libro sta proprio in ciò, che alle domande che formula provvede anche a rispondere. Gramsci idealista? Si guardi al corpo vivo della sua scienza politica.
Evocato da Donald Sassoon in un quadro di storia politica della fortuna (e dell'uso) dei Quaderni, il tema cruciale del rapporto tra Stato e società civile è focalizzato da Guido Liguori attraverso un confronto con la pagina marxiana che nulla concede alla vulgata. Liguori non si accontenta di documentare le radici rigorosamente marxiane di quella concezione dialettica del rapporto tra ambito politico-istituzionale, apparati ideologici e sfera economica che induce Gramsci a modificare la terminologia tradizionale (a cominciare proprio dalla nozione hegeliana di "società civile", espressione che nei Quaderni designa, il più delle volte, l'apparato egemonico). Mostra altresì le ricadute di tale prospettiva, in virtù della quale riesce a Gramsci di cogliere il radicamento strutturale dell'egemonia (oltre che, va da sé, dell'impiego degli apparati coercitivi) e, specularmente, il connotato politico di qualsiasi assetto economico, di ogni forma di "determinazione" dei mercati. Un'operazione che è quanto di meno idealistico si possa immaginare, come suggerisce l'altro saggio incentrato su concetti chiave della teoria politica gramsciana.
Torna, nelle pagine di Jacques Texier, l'analisi della "società civile" e della sua polivalenza (occasione per una glossa critica all'interpretazione togliattiana di una importante nota del quaderno 13), ma il discorso si amplia e include i temi del "blocco storico" e del "rapporto di forza". Ne emerge come la battaglia antieconomistica non conduca Gramsci al privilegiamento del terreno sovrastrutturale né, tanto meno, al suo sganciamento dalle dinamiche materiali della riproduzione. In un efficace controcanto alle critiche di soggettivismo, Texier osserva che non sarebbe inopportuno, oggi, mettere mano a "un corposo saggio dal titolo Gramsci teorico della struttura": c'è da augurarsi che - se non lui - qualcun altro se ne assuma il delicato compito.
Non si può chiudere senza almeno menzionare gli altri contributi che, non direttamente legati ai temi sin qui trattati, indagano da diverse angolature il rapporto Gramsci-Marx offrendo non di rado spunti significativi. Aldo Tortorella pone in evidenza l'ascendenza marxiana (oltre che l'ispirazione universalistica) della morale gramsciana, fondata sull'affermazione della funzione decisiva della volontà
ai fini della costruzione del soggetto rivoluzionario. Andrea Catone affronta il problema del luogo di costituzione della soggettività operaia (fabbrica o partito), ponendo le pagine dei Quaderni a confronto, da una parte con l'analisi del "processo lavorativo" nel primo Libro del Capitale, dall'altra con gli articoli apparsi sull'"Ordine Nuovo" a cavallo del biennio rosso. Francisco Fernando Buey e Marina Paladini Musitelli studiano le ragioni dell'interesse di Gramsci per le questioni della lingua e della letteratura e ne colgono le fonti marxiane (a cominciare dalle pagine della Sacra famiglia) e il significato politico, connesso al grande tema dello "spirito di scissione".
Ma una segnalazione particolare merita il brillante saggio di Giorgio Gilibert. In poche limpide battute egli offre una ricostruzione originale del rapporto tra Gramsci e Sraffa che non soltanto revoca in dubbio la vulgata dell'ispirazione ricardiana della ricerca approdata a Produzione di merci a mezzo di merci (Gilibert argomenta che fonte delle equazioni dei prezzi sono, più verosimilmente, gli schemi di riproduzione del secondo Libro del Capitale, e ipotizza che alla base della decisione di studiarli in profondità sia un suggerimento di Gramsci, al corrente dei dibattiti sulla teoria dell'accumulazione socialista e dello sviluppo accelerato in ambito sovietico), ma fornisce, per questa via, elementi utili a considerare sotto nuova luce la posizione di Sraffa, e a coglierne appieno una mai del tutto avvertita politicità.

Alberto Burgio
 

Marx e Gramsci. Memoria e attualità, a cura di Giuseppe Petronio e Marina Paladini Musitelli, manifestolibri, Roma 2001, 235 pp., lire 36.000

 

Spazi di confronto tra Marx e Gramsci
di Costanza Orlandi

Marx e Gramsci. Memoria e attualità è il titolo di un volume collettaneo curato da Giuseppe Petronio e Marina Paladini Musitelli (Roma, manifestolibri, 2001, pp. 235) che raccoglie molti degli interventi di un convegno svoltosi a Trieste nel marzo 1999, organizzato dall'Istituto Gramsci del Friuli Venezia-Giulia in collaborazione con l'International Gramsci Society Italia e l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. 

Il titolo scelto allora per il convegno - "Da Marx a Gramsci. Da Gramsci a Marx" - rivela l'intenzione, fatta propria dagli intervenuti, di pensare il confronto tra le due figure non solo in funzione di una ricostruzione storico-teorica, ma anche per andare a scoprire la diversità di forme, di risposte, che una stessa tradizione di pensiero ha assunto in contesti storici diversi. Si pone quindi in primo luogo la necessità di riflettere su quali siano le radici di questa tradizione, che cosa la caratterizzi e ce ne faccia cogliere lo sviluppo. Aldo Tortorella focalizza l'attenzione sull'idea della libertà come elemento irrinunciabile della dignità umana. L'analisi del rapporto tra etica e politica in Marx e Gramsci - questo il tema del suo contributo - offre lo spunto per considerazioni sul presente. Un presente di cui più volte (già nel discorso introduttivo di Petronio) viene messa in discussione la definizione di "postmoderno" che ne farebbe un tempo decontestualizzato, al di fuori del corso della storia, in cui occorrerebbe ripensare "da zero". 


Oltre al riferimento a una non banalizzata attualità politica della riflessione su Gramsci (e attraverso di lui, su Marx), il pregio del volume sta a mio avviso in altre due caratteristiche complessive: quella di dar conto della pluralità di approcci disciplinari (anche se quello filosofico rimane comunque maggioritario) e di presentare voci discordanti su concetti anche centrali del lascito gramsciano.
Riguardo al primo punto, ben tre contributi (Petronio, Paladini Musitelli e Buey) vengono dall'area linguistico-letteraria o utilizzano questa modalità di approccio. A tale tipo di ricerca, che in ambito gramsciano è stato in passato a mio avviso ingiustamente trascurato o quanto meno tenuto troppo separato da riflessioni politico-filosofiche, si presta negli ultimi anni un nuovo interesse, a tutto vantaggio di una ricostruzione della trama interdisciplinare (o forse meglio "adisciplinare") dei Quaderni del carcere.

I punti su cui alcuni contributi si dividono, aprendo così fertili spazi di riflessione e di ricerca, vanno dal giudizio sul peso della tradizione idealistica e materialistica in Marx e Gramsci, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, a quello tra società politica e società civile. Le differenze di opinione su questi argomenti non sono chiaramente fini a se stesse: il dibattito su questi concetti porta con sé questioni filosofiche, antropologiche e politiche di grande rilevanza.
Fabio Frosini, in un intervento che meriterebbe una più lunga trattazione vista la sua ampiezza e densità, si confronta con la riflessione specificatamente filosofica dei Quaderni cercando di chiarire in che cosa consista il progetto gramsciano di "rifondazione del materialismo storico" ovvero il suo originale modo di intendere il "ritorno a Marx". Su questa via Frosini si occupa dei possibili (e storici) malintesi legati alla lettura di Gramsci e riguardanti ad esempio il concetto di "ortodossia marxista" che in Gramsci deve essere letto nel suo senso originario, per cui la filosofia della praxis è un sistema completo, basta a se stessa, e non come atto di fede incondizionato al marxismo-leninismo.
Mentre a giudizio di questo studioso Gramsci e Gentile si trovano su posizioni contrapposte (Gramsci sarebbe cosciente del fatto che Marx ha posto le condizioni per superare la polarità idealismo-materialismo), per Roberto Finelli il peso della tradizione idealistica nei Quaderni è ancora molto forte, tanto che per comprenderne a fondo il nesso struttura-sovrastruttura dovremmo rifarci al rapporto gentiliano tra oggetto e soggetto.
Schematizzando al massimo possiamo dire che dalla lettura del volume vengono fuori due modi di pensare il discorso gramsciano in generale e la sua traduzione di Marx: uno che potremmo definire "dialogico" (Buey), relazionale (Paladini Musitelli), "funzionale" (Frosini), consapevole del fatto che oggettività e verità debbano essere sempre riferite ad un contesto; l'altro - vicino, oltre che a Finelli, anche a Wolfgang Fritz Haug - che, assumendo il punto di vista di un soggetto, separa, privilegia, un momento rispetto all'altro: la società civile rispetto alla società politica, l'ideologia rispetto all'economia. 

Questa seconda posizione, sebbene venga trattata, in particolare da Finelli, con elementi di originalità, è riconducibile in ultima analisi all'ormai celebre tesi esposta da Norberto Bobbio al convegno di Cagliari del 1967 (secondo cui la società civile appartiene alla struttura in Marx e alla sovrastruttra in Gramsci) decisamente criticata da Guido Liguori e Jacques Texier. Per entrambi l'errore sta in una lettura "meccanicistica", "rigidamente dicotomica" del rapporto tra struttura e sovrastruttura sia in Marx, sia poi in Gramsci, con la quale non sarebbe possibile rendere conto della complessità della riflessione dei Quaderni, dove l'autore - spinto proprio dalla necessità di evitare ogni malinteso riguardo alla distinzione tra società civile e Stato (distinzione di "natura metodica e non organica") - propone il concetto di "Stato allargato". Per Liguori mostrare la reciprocità di società civile e società politica (o Stato) significa minare alla radice i tentativi di ricercare in Gramsci e in un suo presunto primato della società civile le basi teoriche per una posizione liberale. 

Tra i "difensori" dall'accusa di idealismo rivolta a Gramsci si schiera anche Andrea Catone, che riformula il problema filosofico (il nesso tra soggettività e oggettività) in termini di pratica politica. Ora le condizioni storico-oggettive sono rappresentate dal contesto della produzione fordista e la soggettività in questione è quella dei produttori intesi singolarmente e come classe. Il problema diventa così "quello di trovare un fondamento oggettivo alla formazione del nuovo soggetto collettivo, che non può essere perciò semplicemente dato dall'esterno". Catone ripercorre le tappe della riflessione sulla razionalizzazione del processo produttivo dai tempi dell'Ordine Nuovo ai Quaderni del carcere, mostrando come questo percorso proceda in modo del tutto non lineare. Gramsci ha avuto infatti ripensamenti riguardo ai meccanismi di formazione della coscienza - interni o esterni alla fabbrica? - che si ripercuotono anche sul modo di intendere il rapporto mente-corpo. Queste "oscillazioni" interne a una riflessione che attraversa tutta la produzione gramsciana rimanendo aperta e che Catone ha saputo così bene ridisegnare sono state spesso alla base di fraintendimenti, frutto di interpretazioni statiche e non trasversali all'insieme dei Quaderni, le quali presentano un Gramsci produttivista e poco (o niente) consapevole della non-neutralità della tecnica. 

Il rapporto Gramsci-Sraffa è invece il tema dell'intervento di Giorgio Gilbert a cui si deve la formulazione dell'ipotesi che, diversamente da quanto di solito affermato, sia stato soprattutto l'autore dei Quaderni ad influenzare l'economista nelle sue teorie e non il contrario.
Infine Donald Sassoon invita a riflettere sul nesso tra politica italiana e usi e interpretazioni dei testi gramsciani, di cui lo storico inglese fa una lettura piuttosto pessimistica, affermando che gli "usi" politici in Italia avrebbero limitato lo sviluppo della ricerca sui testi gramsciani. La critica, però, così come accade per la memoria, non si riferisce mai a un dato di fatto fissato una volta per tutte, ma, in quanto attività interpretativa, nasce dal rapporto attuale, quindi contestuale, con ciò di cui si parla. Niente vieta - anzi è auspicabile - di rimettere in discussione successivamente (cioè in un nuovo contesto) le affermazioni di chi ci ha preceduto.

 

Costanza Orlandi

 

"Gramsci in carcere" di Michele Pistillo
di Guido Liguori
 
 

La ricerca sulla vita di Antonio Gramsci è uno degli aspetti su cui si è maggiormente appuntata l'attenzione negli studi sul comunista sardo degli ultimi dieci-quindici anni. Da una parte è maturata la convinzione che molti aspetti della sua vicenda biografica non fossero sufficientemente chiari, al contrario di quanto è stato ritenuto per molto tempo. Dall'altra, il mutamento della situazione in Unione Sovietica già ai tempi di Gorbaciov e poi, in maniera anche più accentuata, con la fine dell'Urss, ha offerto nuove possibilità d'indagine negli archivi moscoviti, evidentemente di grande importanza per la storia del movimento comunista internazionale. 

Si tratta di una direzione di ricerca importante e da seguire con attenzione: lo scavo archivistico, dei fatti di cui Gramsci fu parte e che spesso presentano aspetti non del tutto facili da chiarire, la disponibilità di nuovi documenti, hanno permesso di gettare nuova luce su alcuni passaggi-chiave della vicenda tormentata dell'autore dei Quaderni, vicenda che incontra e contribuisce a chiarirne l'elaborazione teorica. 

Non sono mancate forzature, in questo lavoro di scavo biografico. Né opzioni interpretative molto discutibile, in particolare sull'intricata vicenda del 1926 (lo scontro con l'Internazionale e con Togliatti; l'arresto) e su tutto il periodo del carcere. Sono questi i temi su cui interviene ora nuovamente Michele Pistillo (già autore di alcuni saggi e anche volumi sull'argomento) con il suo ultimo libro: Gramsci in carcere. Le difficili verità d'un lento assassinio (Roma-Bari-Manduria, Piero Lacaita Editore, pp. 173), in un lavoro interessante perché fa il punto sulle più recenti acquisizioni storiografiche e intraprende una polemica puntuale e documentata su alcuni miti e leggende che hanno avuto qualche (immeritata) fortuna nell'ultimo decennio di studi gramsciani. 

Partiamo dal nodo del 1926. Negli anni ottanta lo scambio epistolare tra Gramsci e Togliatti, il contrasto duro che vi fu, cristallizzato poi dall'arresto di Gramsci e dalla forzata interruzione della dialettica interna al gruppo dirigente dei comunisti italiani, divenne il pretesto per un attacco, mosso con finalità politiche immediate, all'intera tradizione politico-culturale del Pci, tendente cioè a separare un Gramsci antistalinista e destinato a "confluire" nel partito socialista (secondo una fantasiosa ricostruzione, negli anni del carcere egli del Psi avrebbe persino preso la tessera!) da un Togliatti piegato da allora in avanti ai voleri di Stalin. Falsità di ogni tipo, ricostruzioni pseudostoriografiche, una massiccia campagna di stampa giornalistica, "costruirono" una "verità" immediatamente spendibile sul piano politico. Ebbene, i documenti più recenti, di cui anche Pistillo dà conto, testimoniano come, nell'ambito di una dialettica interna al gruppo dirigente comunista italiano, aspra ma non distorta, Togliatti agì correttamente, chiedendo e ottenendo dalla segreteria del suo partito il permesso a non presentare la celebre lettera scritta da Gramsci, in data 14 ottobre, a nome del Pcd'I al partito comunista dell'Unione Sovietica. Togliatti aveva opinioni diverse da quelle di Gramsci e della segreteria italiana, e chiedeva di aspettare a prendere posizione per discutere tutta la questione con l'inviato del Comintern in Italia. Lo scontro fu aspro, come è testimoniato dalla seconda lettera gramsciana, scritta a titolo personale. Ma tutti i castelli polemici costruiti sul subdolo rifiuto di Togliatti che avrebbe meschinamente disubbidito alle direttive del suo partito, e si sarebbe rifiutato di consegnare la lettera ai vertici del partito bolscevico, cadono completamente e si disegna tutto un altro scenario. 

A parte questo, emerge dal lavoro di Pistillo come la rottura tra i vertici del Pcd'I e Togliatti (che rappresentava il partito a Mosca) non avvenne solo e tanto sugli aspetti della "forma" che assumeva la lotta ai vertici del Pcus - su questo le considerazioni gramsciane continuano ad avere a mio avviso tratti "profetici" di ineguagliabile spessore - quanto sui problemi politici di quella fase, che vanno ricostruiti tenendo conto della dinamica politica che si sviluppa lungo tutto il 1926. A tal proposito va detto che per Gramsci e il Pcd'I la "stabilizzazione relativa" del capitalismo (la formula con cui allora i comunisti indicavano la non attualità della rivoluzione) stava per finire (si veda ad esempio la celebre riunione del Direttivo del 2-3 agosto 1926), anche in Itala: la crisi del capitalismo si acuiva, le contraddizioni del fascismo pure, si riapriva una prospettiva rivoluzionaria, anche se non destinata a sfociare immediatamente in una rivoluzione di tipo socialista e soviettista. I comunisti italiani - fatta eccezione per Togliatti - partivano dunque da un madornale errore di valutazione, alla vigilia del salto di qualità che avrebbe portato il fascismo a consolidarsi in dittatura, con l'inaspettata messa fuori legge del partito e lo stesso arresto di Gramsci, il quale costruirà i suoi Quaderni proprio come ripensamento e autocritica sulla sconfitta catastrofica patita dal movimento operaio italiano. 

Nessuna rottura senza ritorno, dunque, tra Gramsci, Togliatti e l'Internazionale, ma un dibattito aspro, spiegato dal momento drammatico, un dibattito in cui ragioni e torti non stanno tutti da una sola parte. Del resto, come nota Pistillo, né Gramsci né altri furono in realtà "perseguitati" per le posizioni assunte in quel frangente storico. Gramsci, innanzitutto, non fu certo consegnato al carcere dai suoi compagni, come pure da qualche parte è stato ventilato (ancora una volta, senza la minima prova, il minimo documento, solo sulla base di elucubrazioni e ipotesi senza fondamento). L'arresto avvenne purtroppo anche in conseguenza dell'analisi sbagliata sulla fase che il fascismo stava attraversando. E' vero che era stata predisposta una rete per l'espatrio clandestino in Svizzera di vari dirigenti comunisti, tra cui Gramsci, che forse doveva compiere questo passo proprio dopo la riunione di Valpolcevere a cui non poté partecipare per la sorveglianza poliziesca che preluse all'arresto. Resta il fatto che appare sconcertante come all'inizio di ottobre il Direttivo del partito comunista indicasse ancora agli iscritti e militanti, come obiettivi, l' "Assemblea repubblicana sulla base di comitati operai e contadini", il "controllo operaio dell'industria", la "terra ai contadini", e insistesse nei distinguo tra le varie forze dell'antifascismo, polemizzando in modo particolarmente settario con i socialisti. Alla immediata vigilia del definitivo instaurarsi della dittatura mussoliniana! Illusioni e abbagli politici, dunque, sulla fase, impedirono di fatto di predisporre davvero il Pcd'I alla clandestinità, costituendo un "centro estero" del partito e facendo espatriare per tempo Gramsci. 

Un altro nodo di grande interesse riguarda gli anni del carcere. E' nata negli anni ottanta - nell'ambito della campagna politico-storiografica craxiana contro il Pci - la tesi di un complotto di Togliatti per far restare Gramsci in carcere: il primo sarebbe dunque stato il "carnefice" del secondo, facendo fallire i tentativi di liberazione del compagno o non esecitando le pressioni possibili per pervenire a una sua liberazione. Si ebbe così un triste quanto immotivato rovesciamento delle responsabilità: Gramsci non sarebbe stato imprigionato e ucciso da Mussolini e dal fascismo, ma da Togliatti e da Stalin! Successivamente questa tesi non fu ripresa solo dalla pubblicistica di destra (quasi sempre di nessuno spessore culturale e storiografico), ma anche a sinistra, da studiosi anche di indubitabile onestà intellettuale, ma posseduti da un antitogliattismo ormai di maniera, che li ha portati a lasciarsi andare a giudizi drastici, anche qui non supportati da alcuna prova, ma basati solo su congetture e ipotesi maliziose (la polemica di Pistillo è soprattutto nei confronti di Aldo Natoli). Benché molti studiosi, sia pure in modi e forme diverse (dopo precursori come Ernesto Ragionieri e, soprattutto, Paolo Spriano, lo stesso Pistillo, e Luciano Canfora, Giuseppe Fiori, Claudio Natoli, Giuseppe Vacca), abbiano a più riprese già mostrato l'infondatezza di questo o quell'aspetto della "campagna" storiografica contro Togliatti e il gruppo dirigente comunista che ebbe la fortuna di salvarsi dalle carceri fasciste, periodicamente si torna a battere su questi argomenti, anche in assenza di nuovo materiale documentario e archivistico. 

In questo quadro, Pistillo ha il merito di smontare alcuni "luoghi comuni" (perché purtroppo tali oramai sono diventati), ripetendo ancora una volta (repetita iuvant!) come, ad esempio, la celebre lettera di Grieco del 1928 non sia stata messa neanche agli atti del "processone" che condannò Gramsci, e non ebbe dunque alcun ruolo in questo senso; come le campagne di solidarietà e gli aiuti al prigioniero non vennero in realtà mai meno; come i tentativi di liberazione furono seriamente condotti, anche con errori e carenze, naufragando per la personale e irrinunciabile opposizione di Mussolini; come la situazione famigliare degli Schucht e il quadro clinico della moglie di Gramsci fossero contrassegnati da problemi di varia natura, con cui la polizia segreta sovietica centrava poco o nulla; come Gramsci negli ultimi giorni esprimesse il desiderio di tornare in Unione Sovietica e Sraffa approntasse una domanda in tal senso, ecc. 

Repetita iuvant? A volte sembra questo lo slogan proprio della pubblicistica, più o meno seria, di orientamento "anticomunista", più vicina alla propaganda che al dibattito. E' chiaro che in quest'ottica ogni ragionamento è destinato a restare inascoltato. Per il resto, il dibattito prosegue, come è giusto che sia, e questo libro di Pistillo offre un contributo sicuramente interessante.
 

LEONARDO NELLA SOCIETA' DI MASSA. TEORIA DELLA PERSONALITA' IN GRAMSCI.
di Guido Liguori

A quindici anni da Società industriale e formazione umana (Editori Riuniti, 1976), Dario Ragazzini torna a dedicare un libro a Gramsci col suo Leonardo nella società di massa. Teoria della personalità in Gramsci (Bergamo, Moretti Honegger - Moretti & Vitali, 2002, pp. 190).
Il volume è diviso in due parti distinte. La prima è dedicata al tema della "teoria della personalità" gramsciana, così come viene delineata soprattutto nei Quaderni e nelle Lettere. La seconda, invece, affronta alcuni nodi del dibattito su Gramsci, soffermandosi particolarmente sulle letture avanzate da Giacomo Debenedetti e da Lucio Lombardo Radice.
In Gramsci Ragazzini coglie lo "sforzo di innovare e integrare la riflessione d'alveo marxista sviluppando non soltanto una teoria dello Stato, dell'egemonia e dei suoi apparati, ma anche una teoria della personalità individuale […] Il suo concetto d'uomo è un concetto relazionale strutturato. La coscienza è intimamente contraddittoria. La dialettica è anche dentro l'uomo stesso, come aspetto della sua storia e dei suoi rapporti sociali" (p. 9). Tutta la riflessione gramsciana appare attraversata "da due linee di attenzione tematica e teorica", una che affronta i macro-problemi sociali con una indagine ora storica, ora politica, ora sociologia, ora economia; l'altra che affronta i micro-problemi individuali e la loro connessione con i macro-problemi sociali.
Richiamando la specificità del marxismo di Gramsci, la sua connotazione antideterministica di fondo, l'autore nota come per Gramsci i processi sociali non siano "necessari, meccanici e automatici. Le soggettività entrano nel processo stesso. Ma vale anche il contrario, per il quale la soggettività non è un a priori dato una volta per tutte, ma è plasmata e plasma se stessa nei processi" (p. 43). E dunque "tutta la riflessione di Gramsci può essere letta come un antidoto a una lettura sociale meccanica e riduttivistica, ma senza dimenticare che il suo reagente integra e corregge, ma non annulla l'assunto cui si applica" (p. 67).
Ragazzini lamenta come "la percezione dell'importanza che la riflessione sulle tematiche dell'individualità e della personalità hanno in Gramsci sia stata molto parziale". La stagione culturale e politica odierna, tuttavia, permetterebbero di rileggere Gramsci "individuando la trama profonda della sua riflessione, che dal politico trapassa alla condizione umana nella società di massa (e viceversa!), come se insieme, se al di sotto delle sue domande così eminentemente politiche e civili, se ne affollassero altre, altrettanto rilevanti ed urgenti, sulle forme dell'umano" (p. 98) e sulla possibilità-capacità di tutti di divenire, secondo la nota immagine gramsciana, "nuovi Leonardo nella nuova società di massa".
Il taglio interpretativo di Ragazzini è portato, in questo quadro, a privilegiare - nella lettura del pensiero gramsciano - il primato della soggettività sulle forme, dell'individuale sul sociale. Se è vero che è sottolineato l'intreccio di storicità dell'umano e irriducibilità della personalità, se "sono riconosciute le costanti sociali di comportamento, ma senza attribuire loro alcun automatismo nel quale non entri in gioco il livello della decisione" (p. 106); questo dedicato equilibrio - che nel testo gramsciano sembra irrisolto, in un alternarsi continuo e irrequieto di approcci, suggestioni, prospettive, in cui forme e soggetti si susseguono come facce diverse di un unico oggetto reale, con una distinzione che è solo "metodologica", non "organica" - nella lettura di Ragazzini a un certo punto si attenua e l'accento sembra infine posto sul lato del soggetto.
Il concetto di uomo rilevabile in Gramsci - dice l'autore - "è un concetto relazionale ("l'uomo è l'insieme dei rapporti sociali"), ma, in realtà, è qualcosa di più: è un concetto strutturato" (p. 99). L'identità individuale sarà il risultato "degli influssi, diciamo casuali, delle "diverse società di cui il singolo fa parte", vale a dire dei rapporti formali e di quelli che cadono nell'"indifferente giuridico", di quelli "necessari" e di quelli "volontari", delle ideologie che attorno e a partire da tali rapporti si sono sedimentate nel tempo nelle classi, nei gruppi sociali, nelle microstorie familiari e individuali, cui il singolo partecipa" (p. 100). E la coscienza sarà "intimamente e strutturalmente contraddittoria", perché sono contraddittori i rapporti sociali in cui l'individuo è immerso. Una coscienza che può essere sollecitata dall'esterno (ruolo dell'educazione), ma che non può non far leva su di un nucleo interno all'individuo, deducibile nella dialettica tra "buon senso" e "senso comune".
Infine, una utile precisazione, di fronte ad alcune ansie interpretative che negli ultimi anni sembrano troppo attente a ricercare una "attualità a tutti i costi" del lascito gramsciano: "Le sue domande, si noti, sono ancor più radicali di quanto avvenga presso quanti pensano la democrazia. In primo luogo Gramsci si interroga sull'individuo e sull'individualità umana, non ai fini di fondazione di una democrazia politica (il che, paradossalmente, è anch'esso una strumentalizzazione), in secondo luogo Gramsci non è un pensatore della democrazia ma un critico delle forme politiche ed anche della democazia (che cosa essa sia, quale ne sia la storia, in quali diverse forme si manifesti, con quali relazioni con la libertà e la possibilità, con quali legami con le modalità produttive e le stratificazioni sociali ed ideologiche). In tutto questo - scrive Ragazzini - a me sembra che Gramsci sia animato dall'esigenza di trovare forme di congruenza concettuale tra la pensabilità dell'individuo e la pensabilità della società" (pp. 98-99).

Indice del volume:

Introduzione

parte prima

Teoria della personalità in Gramsci
1.1Dall’individuale al sociale 
Dal tema al concetto; Identità e coscienza; Il conformismo; I condizionamenti e l’esser fabbri di se stessi; Elementi di contraddizione; Le ideologie sociali dell’individuo; Molecolare.
1.2Individualità e personalità

Il dialogo con Marx; Relazionalità e soggettività; Coscienza contraddittoria di uomini contraddittori; Le passioni umane; La prassi di sé; Responsabilità e razionalità; Norme sociali e scelte individuali.

1.3Personalità e società di massa
La storia della individualità; Il moderno Leonardo; I nuovi individualismi contemporanei; L’uomo conformato; Grammatica e individualismo; L’uomo collettivo; L’autogoverno del singolo.
1.4Per una conclusione
Gramsci per Gramsci; Così lontano così vicino.

parte seconda

Nella storia delle recensioni e delle elaborazioni
2.1Un sondaggio senza eco
Il molecolare intrapsichico; Raffronti e contrapposizioni; Un'occasione mancata?
2.2Specchio e cornice
Lucio Lombardo Radice e Gramsci; La “fortuna” di Gramsci nel dopoguerra; La figura di Gramsci e il suo marxismo; Spunti di educazione nuova nelle “Lettere”; La prima biografia; La pubblicazione della nota autobiografica; Una vita per il socialismo; I primi anni Sessanta; Gli ultimi anni Sessanta; Gli anni Settanta; Per una nuova lettura di Gramsci; Come leggere Lucio Lombardo Radice.

STATO, NAZIONE E DEMOCRAZIA 
di Guido Liguori

Marcello Montanari ha raccolto in questo volume (Studi su Gramsci. Americanismo democrazia e teoria della storia nei Quaderni del carcere, Lecce, Edizioni Pensa Multimedia, 2002, pp. 215) otto saggi dedicati a Gramsci, sei dei quali già editi, scritti in un arco di tempo che va dal 1987 al 2001. L’arco di tempo in questione è molto lungo, ma va detto che tra il primo, e più ampio, degli scritti qui compresi, pubblicato nel 1987 su Critica marxista, e il secondo di essi trascorrono dieci anni: la gran parte dei contributi sono quindi racchiusi nell’ultimo lustro. L’autore ha inoltre premesso al volume una interessante Introduzione, a cui ha posto un titolo felicemente polemico e non scontato: Gramsci inattuale. Dove la «inattualità» del lascito gramsciano cui allude Montanari mi sembra sia interpretabile da un lato - all’interno della storia delle interpretazioni gramsciane - come rifiuto della lettura largamente diffusa negli ultimi vent’anni di un Gramsci organicista e totalitario (laddove per Montanari la teoria politica dei Quaderni, a partire dal concetto di egemonia, è invece squisitamente democratica e poliarchica); e, dall’altro, come inattualità rispetto all’esistenzialismo, alle filosofie della crisi e della Vita, laiche e cattoliche, dominanti nel Novecento, che «hanno rappresentato il bisogno di decostruire o trascendere le Forme» (e a cui l’autore giustamente obietta: «Ma quale Vita è possibile senza Forme?»).
Molti sono i temi gramsciani affrontati nel volume con ricchezza di spunti e suggerimenti ermeneutici a volte davvero non convenzionali: dal tema del Soggetto a quello del partito, dal rapporto con Weber all’interpretazione di Machiavelli, dalla lettura gramsciana del Risorgimento alla «quistione meridionale», dall’americanismo al fascismo, e dunque alla centralità della categoria di «rivoluzione passiva», e altri ancora. Nell’impossibilità ovvia di affrontarli tutti, mi limiterò qui a discutere soprattutto uno degli assi centrali del ragionamento di Montanari: la problematica della democrazia e della crisi dello Stato-Nazione. Privilegiando l’Introduzione, cioè il testo più recente, e vedendo se a partire da essa non si possano anche cogliere - insieme alle costanti, ben presenti - anche elementi di evoluzione nello stesso discorso dell’autore rispetto ai saggi precedenti qui raccolti e anche alla discussa Introduzione all’antologia di testi gramsciani Pensare la democrazia, apparsa nel 1997.
Rispetto dunque alle precedenti indagini sul tema della democrazia in Gramsci, Montanari afferma esplicitamente di avere in passato «trascurato il fatto che il tema della democrazia, che attraversa l’intera riflessione gramsciana, abbia il suo fuoco teorico-politico nella proposta della Costituente» (p. 10), intesa come mezzo «per avviare una nazionalizzazione democratica delle masse». È un tema che rimanda - sottolinea giustamente Montanari - a una società civile «vertebrata», cioè non concepita in modo liberale (atomistico), ma come «sistema complesso di “corporazioni private” (partiti, sindacati, ecc.) che organizzano i cittadini e, togliendoli dalla loro anomia, li rendono partecipi delle fondamentali scelte che attengono alla vita nazionale» (idem). Se in Italia, col Risorgimento, lo Stato-Nazione si era formato senza il popolo, «è alla Costituente che si affida il compito di re-innervare lo Stato sulla Nazione» (p. 11). In altre parole, nella proposta gramsciana di Costituente l’autore vede la proposta di una lotta per l’egemonia in una realtà poliarchica, pur restando vero che la democrazia gramsciana seguita ad avere come fine il «superamento della scissione del genere umano in dirigenti e diretti» (p. 13).
Impostata in questi termini, la questione mi sembra del tutto condivisibile. Che la categoria di egemonia contenga in sé le potenzialità per una lotta (per il socialismo) nella democrazia è indiscutibile, anche se non saprei quanto in Gramsci ciò fosse esplicitato. Si può tuttavia estrapolare agevolmente da tale categoria l’accettazione di un sistema poliarchico (cioè pluralistico, democratico come correntemente viene oggi inteso), tenendo fermo che per Gramsci la democrazia è anche altro e di più, è appunto quel tendenziale superamento della distinzione dirigenti-diretti che l’autore richiama. La tematica della Costituente rappresenta probabilmente il momento più avanzato nella direzione indicata, anche se non va dimenticato che essa non ebbe, per diversi motivi, una tematizzazione all’altezza della sua importanza.
Anche l’idea di una società civile «vertebrata», ben distante rispetto a quella propria della tradizione liberale, è esatta e offre - nella formulazione di Montanari - suggestioni e spunti importanti. Credo che non si sbagli se si afferma che il riferimento al «sistema complesso di “corporazioni private” (partiti, sindacati, ecc.)» rimanda alla peculiare traduzione che delle indicazioni gramsciane seppe fare Togliatti, e che si ritrovano in buona parte nella lettera e ancor più nello spirito della Costituzione italiana del 1948: è la democrazia come democrazia dei partiti, democrazia organizzata, in cui i partiti sono i tramiti e i garanti del rapporto tra Stato e società civile, dialetticamente intesi. Come non ricordare a questo proposito la suggestiva, pur se forse filologicamente discutibile, lettura di Hegel avanzata da Gramsci nella nota 47 del Quaderno 1, intitolata appunto Hegel e l’associazionismo?
Altri due punti di questa Introduzione agli Studi su Gramsci vorrei brevemente richiamare, prima di tornare sul nesso democrazia-Stato-Nazione alla luce dei precedenti scritti dell’autore. In primo luogo, la polemica di Montanari contro la tesi (di Bobbio e della sua scuola) delle «dure repliche della storia» che avrebbero definitivamente sancito il fallimento del marxismo. La filosofia della prassi - sostiene l’autore - da un lato respinge ogni storia a disegno, dall’altra non si identifica con alcun tipo di normativismo (p. 16). Non vi sono ideali o valori universali a priori, poiché la filosofia viene «dopo», dopo i fatti, dopo la prassi, dopo «l’opera». «Il primato, dunque, è nell’opera, non nella filosofia, che può preparare, ma non anticipare o prevedere il divenire e il risultato dell’opera medesima» (idem).
In secondo luogo, vorrei valorizzare una affermazione che Montanari fa nell’Introduzione in merito all’americanismo, quando scrive che Gramsci «ha saputo assumere l’americanismo come figura storicamente determinata dell’Universale; figura colta nella sua potenza razionale ed egemone, ma anche nei suoi limiti espansivi e nella sua caducità» (p. 16). È una precisazione che mi pare rilevante, perché spesso da parte di molti autori vi è la tendenza a sottolineare unilateralmente la valorizzazione che nei Quaderni viene fatta dell’americanismo, senza cogliere la contestuale critica che sul suo stesso futuro Gramsci avanza. Sbaglio se dico che anche alcune affermazioni dell’autore - contenute in questi «studi» ma anche e soprattutto nella citata Introduzione a Pensare la democrazia - possono essere lette in questo modo e sembrare dunque unilaterali? Si pensi anche alla differenza tra americanismo e bolscevismo, posta in un saggio del 1997, qui compreso; per Montanari, essa sarebbe individuabile «nel fatto che l’americanismo genera una forma non-statalistica di direzione dell’economia» (p. 67). A me sembra invece che a monte di ciò la differenza sia stata data dal tentare o meno quella che Montanari stesso chiama «la demercificazione della forza-lavoro». È una differenza che non può essere messa tra parentesi. Il che non vuol dire chiudere gli occhi davanti agli errori e gli orrori, ma anche - per quel che qui interessa - collocare sempre Antonio Gramsci nel contesto storico e ideale in cui visse, nello schieramento politico di cui si sentiva parte e a cui a mio avviso, fino alla fine, sia pure con una ricerca e una proposta teorico-politica quanto mai originale e innovativa, si sentì legato.
Ma torniamo alla questione qui assunta come centrale, quella che ruota intorno al costituirsi e alle prospettive dello Stato-Nazione. Nel saggio del 1987 Montanari scriveva che la classe è dirigente «se sa trasformare nazionalismi, particolarismi e municipalismi in una prospettiva che oltrepassa lo Stato-Nazione» (p. 26). Ma sempre ricordando che tale discorso va fatto «senza impazienze», aggiunge l’autore richiamando il celeberrimo passo dei Quaderni in cui Gramsci scrive che «lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è “nazionale” ed è da questo che occorre prendere le mosse». Dunque, la forza-lavoro può demercificarsi solo su scala sovranazionale - sono parole di Montanari -, ma a partire da un dato di fatto in cui la realtà nazionale costituisce un punto di partenza niente affatto evanescente e sopprimibile con un puro atto volontaristico.
Se questa impostazione a me sembra sostanzialmente giusta, devo ammettere che mi sembra che altre affermazioni di Montanari siano poco compatibili con essa e con l’impostazione «togliattiana» che mi è sembrato di poter desumere dall’Introduzione. Le mie perplessità riguardano schematicamente soprattutto due punti:
a) l’insistenza sulla crisi dello Stato-Nazione, crisi che data per l’autore dalla prima guerra mondiale, dunque - potremmo dire - contraddistinta più che altro da una agonia senza fine. Voglio dire che si è parlato tante volte, reiteratamente, di crisi dello Stato-Nazione, nel corso del Novecento e anche prima, e ancora di più se ne parla oggi, di fronte ai processi di globalizzazione. Si perde spesso, a mio avviso, in questo ambito, quell’atteggiamento realistico che non deve contemperare impazienze che lo stesso Montanari richiama citando Gramsci. Il quale era appunto convinto - da comunista - che il punto d’arrivo fosse «internazionale» (un internazionalismo, è auspicabile, in cui le differenze anche nazionali non siano soppresse, ma imparino a convivere dandosi ricchezza reciproca), ma che - nell’ambito del pensiero e del movimento comunista - è stato a mio avviso fra coloro che meno hanno ceduto di fronte alle sirene del «cosmopolitismo», non a caso una categoria tra le più negative dei Quaderni. («Cosmopolita» in quanto rivoluzionario astratto, per Gramsci, è ad esempio Trockij. Ma «cosmopolita» è stata anche, a lungo, la politica dell’Internazionale comunista tutta, quando pretendeva che le diverse «sezioni nazionali» facessero «come in Russia», senza quella «ricognizione del terreno nazionale» - il lavoro dei Quaderni - preventiva rispetto a qualsiasi azione politica efficace).
Forse è in parte vero che in Gramsci vi sia l’«impossibilità, per il movimento operaio, di utilizzare lo strumento dello Stato-Nazione per trascendere la propria dimensione economico-corporativa» (p. 29): nei Quaderni troviamo dei giudizi molto negativi su alcune esperienze «keynesiane» (del resto appena agli inizi), collegate senza residui alla loro funzione di sostegno all’economia capitalistica. Mi sembra però errato trarne (come l’autore fa) la conclusione che lo Stato possa solo essere strumento della borghesia e non del processo di «demercificazione della forza-lavoro e [di] liberazione dell’intera umanità» (idem). Il problema è quello dell’analisi della fase storica in cui si vive: quando Gramsci pensa la Costituente, ad esempio, pensa a un tempo storico che non è certo quello della società comunista. E lo stesso Togliatti nel dopoguerra. Tutti hanno poi sotto gli occhi in quale epoca si viva oggi.
b) Per Montanari è proprio di fronte alla crisi dello Stato-Nazione che Gramsci recupera l’idea di democrazia (p. 61: siamo ormai nei saggi dell’ultimo lustro). Gramsci cioè giungerebbe «alla convinzione che l’idea moderna di democrazia trascende la figura dello Stato-Nazione» (p. 95). A me sembra l’opposto: non solo è oggi ancora del tutto irrisolto il problema di come sia possibile una forma di rappresentanza democratica al di fuori dell’ambito statuale, ma lo stesso Montanari scrive oggi, come si è detto, nell’Introduzione al volume che «è alla Costituente che [Gramsci] affida il compito di re-innervare lo Stato sulla Nazione» (p. 11). Il comunista sardo elabora cioè una strategia per la quale democrazia e Stato-Nazione sono strettamente connessi, almeno per tutto un periodo storico. Ne consegue che l’affermazione che Montanari fa, per cui la società civile «si viene sempre più strutturando […] in associazioni e corporazioni democratiche, e sempre meno può essere ristretta nel solo orizzonte “statale nazionale”» (p. 112), appare scarsamente attinente al lascito gramsciano. È vero che vi sono correnti (soprattutto in ambito anglofono) secondo cui il concetto di «società civile internazionale» ha in Gramsci uno dei padri principali. Ma non solo questa tesi mi pare del tutto infondata. Soprattutto (per quel che qui importa) essa cozza con la «strategia della Costituente», col suo volere «re-innervare lo Stato nella Nazione». Il movimento comunista, del resto, ha sofferto molto a causa del suo «cosmopolitismo», della sottovalutazione infantile della questione nazionale, data già tanti anni fa per ormai superata, liquidata, inattuale. Non mancano oggi sirene che sembrano condurre nella stessa direzione, mentre in tanti angoli del mondo il problema della nazione, della conquista di uno spazio nazionale, della difesa delle identità nazionali, si dimostra invece ancora drammaticamente attuale.
Sono problemi di grande portata, che è ovviamente impossibile affrontare compiutamente in una semplice recensione. Come il lettore avrà capito facilmente, gli stimoli che vengono dal libro in questione sono molti e molto importanti. Non è infondata la speranza che su essi si possa continuare la ricerca e il dialogo, ai quali non da oggi il lavoro di Montanari ha dato e dà un apporto importante e rispetto a cui questo volume - e in particolare la sua Introduzione - offrono materiale nuovo di riflessione.
 

Indice del volume:

    Introduzione. Gramsci inattuale
    Razionalità e tragicità del moderno
    Verso la democrazia. Osservazioni su etica e politica
    Crisi dello Stato e crisi della modernità
    Costituzione dei soggetti e tempo storico nell’età dell’americanismo
    Dall’individualismo all’economia programmatica

    Analisi del fascismo e storia d’Italia

    L’unità d’Italia e la “quistione meridionale”

    La finalità etico-sociale del partito politico

 

GRAMSCI NELL'ENCICLOPEDIA ITALIANA 
di Guido Liguori

La voce Gramsci, Antonio del Dizionario biografico degli italiani edito dall’Istituto della Enciclopedia Italiana (vol. 58, Roma, 2002, pp. 412-430), riprodotta anche in elegante pubblicazione a sé (un estratto fuori commercio), è stata redatta da Giuseppe Vacca. Vale la pena soffermarcisi, pur trattandosi solamente di una ventina pagine, anche se molto fitte, sia per la sede prestigiosa - l’importante pubblicazione dell’Istituto fondato da Giovanni Treccani -, sia per l’impegno che l’autore ha profuso nel delineare un ritratto che può dirsi «biografico» solo in una accezione molto ampia. Vacca infatti non si è limitato a ricostruire gli «eventi», personali, familiari e politici, che hanno costellato la vita di Gramsci, ma ha dedicato ancora più energie a ricostruirne e a descriverne la «biografia intellettuale», riservando inoltre non poche tra le pagine finali a una impegnata interpretazione complessiva dei Quaderni. È ovvio che il livello dell’ambizione contrasta non poco con lo spazio a disposizione, tanto che la sinteticità di alcuni passaggi diviene quasi ellitticità, forse a volte incomprensibile per il lettore alle prime armi (e questo appare un difetto per la voce di un Dizionario biografico). Tuttavia, chi sia un poco addentro allo studio di Gramsci e ai problemi che pone il suo lascito letterario, non può non scorgere nello scritto di Vacca il tentativo in gran parte riuscito di disegnare la vita e il pensiero del comunista sardo con attenzione e impegno, in genere con equilibrio. La parte forse più ardua, e anche discutibile [cfr. anche il relativo convegno dell’Enciclopedia Italiana, in questo sito, nella rubrica Eventi gramsciani ], dove maggiore si avverte il tentativo di presentare gli esiti di una ricerca che, pur durando da oltre un decennio, forse è ancora in progress, è quella finale sui Quaderni, che discuteremo brevemente. Va da sé che molti altri punti sono o possono essere suscettibili di obiezioni o controdeduzioni. Ma questo è proprio dovuto al fatto che si è di fronte a una voce «d’autore», a una «interpretazione», sia pure evidentemente temperata dalla sede di pubblicazione.
Sul versante più propriamente storico-biografico, nello scritto di Vacca sorprende inizialmente la pressoché totale mancanza di riferimenti all’infanzia e alla giovinezza trascorse da Gramsci in Sardegna: dopo neanche venti righe il Nostro è già a Torino (dove in realtà arrivò a vent’anni). Manca qualsiasi riferimento alle disagiate condizioni economiche in cui crebbe, all’arresto del padre, all’infermità fisica di cui soffrì fin da bambino, nonché all’ideologia sardista e antiprotezionistica che ne colorò la prima formazione culturale e politica. Sono passaggi importanti, anche se oramai acquisiti, sacrificati evidentemente alle ristrettezze di spazio. 
Ugualmente scarsi sono i cenni a un certo versante della formazione intellettuale di Gramsci, quello legato all’ambiente antipositivistico dell’Italia del primo Novecento (dal neoidealismo alla Voce, da Salvemini a Bergson, Sorel e il pragmatismo). A questo proposito Vacca - in coerenza con una sua lettura che risale agli anni settanta - preferisce privilegiare un altro elemento, del resto innegabile e fondamentale: l’incontro con la Rivoluzione russa e il pensiero di Lenin. È soprattutto l’elaborazione gramsciana tra il ’17 e il ’21 ad essere sottolineata, evidenziando le peculiarità del «consiliarismo» di Gramsci, ruotante intorno alla considerazione della classe operaia quale «unica forza sociale in grado di salvare il mondo dalla catastrofe generata dalla guerra e di indicare una prospettiva, nazionalmente, alla dissoluzione dello Stato»: già da allora, secondo Vacca, il proletariato era per Gramsci «la sola classe nazionale». Dopo Livorno e gli anni del «primo periodo» di vita del Pcd’I, e dopo il fondamentale soggiorno moscovita, inizia nel 1923-1924, la «”ricognizione nazionale” delle condizioni della rivoluzione proletaria» e la ricerca sulle differenze tra «Oriente» e «Occidente» (cfr. la lettera a Togliatti e Terracini del 9 febbraio 1924). L’autore dà giustamente spazio e importanza al carteggio per la formazione del nuovo gruppo dirigente comunista italiano, sottolinea come si connettano fin da questi anni lotta al fascismo, «funzione nazionale» e questione meridionale. Chiarendo bene come, se Gramsci parla di «lotta per la democrazia» in relazione alla fase aventiniana, essa sia ancora tutta iscritta «in una prospettiva rivoluzionaria, volta, cioè, a creare le condizioni della “dittatura del proletariato”».
Il 1926 è - come è noto - l’anno cruciale della biografia di Gramsci, e non solo per l’arresto, avvenuto in novembre. Il 1926 si apre con il Congresso di Lione e con le importanti Tesi, su cui Vacca si sofferma. Gramsci giunge alla convinzione che ci si trova dinnanzi a una stagione forse nuova, di riapertura di una speranza rivoluzionaria, di fine della «stabilizzazione relativa» del capitalismo, che poneva il problema - scrive Vacca - «di saldare lotta al fascismo e lotta al capitalismo». L’autore evidenzia efficacemente alcuni limiti della politica dei comunisti italiani del tempo, un certo «settarismo» che coltivava l’illusione di potersi alleare con altre forze di sinistra contro il fascismo lavorando al tempo stesso al loro «smascheramento» di fronte alle masse. Nelle Tesi di Lione, un testo pur così ricco e importante, ancora si propongono - mentre il fascismo sta per trasformarsi in regime - parole d’ordine come «controllo operaio sull’industria» o «la terra ai contadini»! 
Si arriva così al celebre scambio epistolare del ’26: il contrasto con Togliatti e con Stalin-Bucharin - spiega Vacca - non attiene semplicemente al problema della democrazia interna al partito bolscevico, ma è politico in senso più generale, riguarda il dissenso sulla «linea del “socialismo in un paese solo”», in relazione al modo di intendere la «stabilizzazione relativa». La stalinizzazione che a partire dagli anni seguenti investì il movimento comunista è, per Vacca, anch’essa (insieme alla sconfitta subita ad opera del fascismo) alla base della riflessione del carcere. I Quaderni, dunque, «vennero concepiti per proseguire, nel campo del pensiero, la lotta politica a cui [Gramsci] non poteva più partecipare immediatamente». Da qui le critiche di «cesarismo» e di scarsa capacità espansiva rivolte all’Urss.
Si entra in questo modo nella parte meno scontata e più controversa della ricostruzione di Vacca. Da un lato egli scrive esplicitamente che «la rielaborazione [compiuta da Gramsci in carcere] delle categorie analitiche e strategiche mira a riformulare i problemi della “rivoluzione mondiale”, non certo a rinunciarvi»: affermazione netta, che sembrerebbe dissipare molti equivoci (tenendo certo presente che Gramsci in carcere ridefinisce completamente il concetto di rivoluzione sulla base della distinzione «Oriente»-«Occidente»). Dall’altra, però, Vacca pone alcune affermazioni che necessiterebbero di discussione profonda e che appaiono non scontate, a volte non convincenti. Ad esempio, come si giustifica l’affermazione secondo cui «queste critiche [all’Urss] implicavano, quindi, un mutamento di giudizio sulla rilevanza storica della Rivoluzione d’ottobre»? È vero poi che con lo stalinismo l’Urss scelse la via dell’«autoisolamento»? O l’Unione sovietica subì tale isolamento? Dei Quaderni Vacca offre una griglia interpretativa in cui sono giustamente centrali tanto l’anti-Croce quanto le nuove concezioni di Stato e società civile, tanto la «guerra di posizione» quanto il concetto di «riforma intellettuale e morale», tanto la concezione dell’intellettuale quanto il «blocco storico». È però il nesso «rivoluzione passiva»-americanismo a rappresentare la chiave di lettura centrale per comprendere l’ultimo Gramsci, che nel Quaderno 22 giungerebbe a vedere nel capitalismo statunitense e in alcuni suoi possibili sviluppi (l’«economia programmatica») un superamento della stessa esperienza rivoluzionaria. In altre parole, secondo Vacca, Gramsci in carcere giungerebbe ad abbracciare una prospettiva che oggi potremmo definire socialdemocratica. Leggiamo infatti (p. 15 dell’estratto): «Rispetto all’”economia di comando” dell’Urss staliniana - è questo il pensiero del Gramsci - l’”economia programmatica” è una forma superiore di economia di piano poiché non sopprime il mercato, ma lo regola politicamente sulla base di un “compromesso” tra le classi fondamentali, e dunque non è coercitiva ma espansiva». Affermazione che, a dire il vero, sembra rispecchiare più la storia del movimento operaio del Novecento che non quanto leggiamo nei Quaderni, dove troviamo - come si è detto - una riformulazione del concetto di rivoluzione, non una sua totale trasfigurazione. In altre parole, quando Gramsci parla di «elementi di economia programmatica» presenti nell'americanismo, non concepisce quest’ultimo come una alternativa positiva al socialismo, ma sottolinea il fatto che - come in tutte le rivoluzioni passive - anche nell'americanismo l’antitesi contiene qualcosa della tesi. Quello che Gramsci dice è che nella lotta tra «socialismo» e «rivoluzione passiva», iniziata nel '17 e destinata ad essere persa dal socialismo se esso non si ripensa (questo è il «programma di ricerca» dei Quaderni), l'americanismo è una forma di rivoluzione passiva comunque più universale ed espansivo del fascismo. Ma non afferma mai che esso sia più «democratico» e «progressivo» del socialismo.
Un’ultima annotazione ancora sulla biografia «politico-familiare» relativa al mondo di Gramsci, nel quale - dice Vacca - i due aspetti si mischiano profondamente fino a essere scarsamente distinguibili. Molto si è scritto, nell’ultimo decennio, a proposito e a sproposito, in relazione al rapporto di Gramsci con la moglie Giulia e con la di lei famiglia. In relazione alle note difficoltà intercorse tra i due coniugi negli anni del carcere, Vacca accenna sia alla «malattia di Iulca», sia a «difficoltà diverse dalla malattia». Ma tali difficoltà non sarebbero tanto connesse, per l’autore, a una presunta «acritica condivisione delle accuse politiche [contro Gramsci] che circolavano negli ambienti del Komintern e del partito russo, quanto dal timore degli Schucht di vedere accresciute le difficoltà che si trovavano ad affrontare nella Russia staliniana a causa dei rapporti politici e di amicizia che li avevano legati a Lenin». Che sembra altra cosa dalla tesi scellerata di chi ha voluto vedere ora in Giulia, ora in Eugenia, ora in Tania, altrettanti «agenti del Kgb» incaricati di sorvegliare Gramsci o, alternativamente, vittime insieme a Gramsci della sorveglianza dei servizi russi, incarnatisi in questo o quel famigliare. Non solo: Vacca giustamente sottolinea - a conclusione di questo quadro - come nella minuta (manoscritta da Sraffa) della domanda al governo del 18 aprile 1937, dieci giorni prima della morte, Gramsci chiedesse alle autorità italiane, una volta libero, di poter espatriare in Unione sovietica. Dove era Giulia, dove erano i suoi figli. Dove erano anche - come si fa a dimenticarlo? - Stalin, Togliatti e il centro direttivo di quel movimento comunista che evidentemente egli riteneva ancora essere, nonostante tutto, nonostante i dissensi, i conflitti, i torti anche subiti, la sua parte. «Wrong or right, my party», verrebbe da dire ricordando Lukàcs, un altro grande «comunista eretico» del Novecento.
 
 

UN ROMANZO SU GRAMSCI E LE SORELLE SCHUCHT 
di Guido Liguori

La vicenda umana e sentimentale di Gramsci, l’intreccio di amori, corrisposti o meno, che vi fu con la moglie Giulia e le sorelle di questa, Eughenia e Tania, hanno già costituito in passato lo spunto per alcuni testi teatrali. È la prima volta, invece, a quanto ci consta, che esse sono al centro di un romanzo, L’amore assente. Gramsci e le sorelle Schucht, autrice Adriana Brown, uscito per i tipi di CET - Clerico editore (Torino, 2002, pp. 139, euro 11,75).
Diciamo subito che né la qualità letteraria del testo, né il background documentario sembrano all’altezza del romanzo dedicato pochi anni fa a Togliatti e anche alle sue vicende amorose dalla scrittrice irlandese Julia O’ Faolain (Ercoli e il guardiano notturno, pubblicato in Italia da Editori Riuniti nel 1999). Qui l’interesse è fornito piuttosto - ci sembra - da un altro dato: l’autrice, Adriana Brown, è nipote di Nilde Perilli, e ha usato - nel disegnare il suo racconto, che va dal soggiorno gramsciano di Serebriani Bor (il sanatorio russo dove conosce prima Ghenia e poi Iulca) alla morte del comunista sardo - «lettere, appunti, ricordi» della congiunta.
Chi sia Nilde Perilli è noto a chiunque si sia occupato della biografia di Gramsci. Già amica intima (a quanto apprendiamo dal romanzo stesso) di Eugenia Schucht durante il suo soggiorno romano precedente alla prima guerra mondiale - periodo nel quale, frequentando l’Accademia delle belle arti, vi conosce appunto Nilde, e in cui «le piace frequentare la boheme internazionale e romana» (citiamo dalle note biografiche che costituiscono l’Appendice del libro) -, negli anni venti costituisce il tramite della conoscenza tra Antonio e Tania e diviene la migliore amica di quest’ultima, la sua unica confidente, benché sia la più stretta collaboratrice del medico di Mussolini, il fascista Raffaele Bastianelli. Nel periodo in cui assiste Gramsci in carcere, Tania è ospitata in casa Perilli e - stando al libro - Nilde, con le sue conoscenze nell’ambiente dei migliori medici della Capitale, l’aiuta a ottenere il ricovero di Antonio prima alla clinica Cusumano e poi alla Quisisana.
Che peso ha la fantasia nella ricostruzione tentata dall’autrice? E quanto si basa sugli appunti della congiunta? E quanto di questi appunti è attendibile e supportato da riscontri oggettivi? Non siamo in grado di rispondere. A volte non si può restare che fortemente dubbiosi di fronte a certe ricostruzioni (specie se ci si imbatte in veri e propri sfondoni, tanto ingenui da muovere al sorriso, come quando si legge che Gramsci in carcere stava lavorando «a un suo programma di storia della letteratura italiana»!), altre si ha l’impressione che le notazioni sulla psicologia o sulla vita quotidiana dei protagonisti arricchisca la nostra conoscenza della vicenda gramsciana. A parte la storia sull’appartenenza di Giulia ai «servizi» sovietici (ma nell’Appendice si ammette che in realtà si tratta solo di una ipotesi), appaiono più nuovi e interessanti alcuni particolari sulla vita di Tania, avvenimenti che certo Nilde (e anche la scrittrice) poteva e possono conoscere meglio del contenuto dei Quaderni. Interessanti le parti relative ai motivi della «estraneità» di Tania rispetto alla sua famiglia: avversa al comunismo, anche per le sofferenze che da adolescente le procurano le privazioni di cui patisce in Siberia, dove è con la famiglia a causa delle idee politiche paterne; fuggita con un ufficiale zarista sposato, da cui avrebbe avuto addirittura un figlio, subito sottrattole dall’amante, Tania è - per la Brown - colei che davvero ama Gramsci, per nulla ricambiatane. Del resto, stando al libro, Antonio non avrebbe saputo ricambiare neanche il forte amore che aveva nutrito per lui Eugenia, che tradisce repentinamente appena conosce la bella Giulia, l’unica che in fondo non lo ama davvero, pur restandone per breve tempo affascinata e accettando di sposarlo. Del resto, anche il suo amore sarebbe particolare, capace di chiedere (fisicamente e psicologicamente), ma non di dare. L’amore per le sue idee, il suo partito, la sua gente, sembrerebbe quello che a cui Gramsci resta davvero preso, sia pure «astrattamente». Per il resto, si tratterebbe di una modalità di sentimento tale da giustificare ampiamente il titolo. Lasciamo agli eventuali lettori un giudizio sul romanzo e sulla sua utilità effettiva.
 

GRAMSCI E CROCE A CONFRONTO 
di Elisabetta Gallo

Il libro di Michele Martelli Etica e storia. Gramsci e Croce a confronto (Napoli, La Città del Sole, 2001, pp. 249, € 18.60), scritto in maniera semplice e discorsiva, potrebbe essere affrontato attraverso due chiavi di lettura, che consistono poi in due interrogativi: 1) dopo l’89 e la dissoluzione dell’Urss, in quali termini è possibile concepire un orizzonte strategico per il comunismo? 2) nell’imperversare di un neoliberismo privo di remore etiche, che ha sostituito le armi alla diplomazia ed esautorato gli organismi e l’idea stessa di «diritto internazionale», sono possibili principi di civiltà e di democrazia comuni tra liberalismo e socialismo? Ai due interrogativi Martelli non risponde in modo esplicito, essi però sottendono la sua riflessione filosofica.
Rispetto alla prima domanda, potremmo dire che, a parere di Martelli, l’orizzonte comunista viene a coincidere, in Gramsci, con la stessa filosofia della prassi: non un progetto di Stato, ma la visione critica di ogni ordine costituito, sia in termini ideologici che politici. La filosofia della prassi non ha mai rinunciato al suo antidogmatismo e alla «storicizzazione» di ogni principio e ideologia; proprio per questo, per Gramsci, è la filosofia della prassi ad incarnare il massimo valore della libertà etica, collettiva ed individuale.

Martelli descrive la filosofia della prassi elaborata in carcere come punto di innesto del bolscevismo con l’idealismo tedesco e italiano: il bolscevismo segna una rottura storica con il determinismo della Seconda Internazionale, ossia la valorizzazione della volontà e soggettività umana; ma antipositivismo non significa necessariamente soggettivismo volontaristico ed estremistico (velleitario o poco concreto). Per Lenin e i boscevichi dell’ottobre la rivoluzione non è un salto nel buio, folle e avventurista, bensì la possibile, anche se estrema, uscita razionale da una situazione storica oggettivata e circostanziata
Da questo punto di vista Gramsci riconosce come fondate le critiche a certo marxismo ortodosso, di stampo positivista, apportate dal Croce, sorprendendosi non poco della assoluta svolta compiuta da Croce rispetto al marxismo, svolta che va radicalizzandosi con il procedere del conflitto mondiale.

Nei Quaderni la filosofia della prassi si incentra nell’affermazione del nesso dialettico inscindibile tra storia e pratica, soggetto e oggetto, struttura e sovrastruttura, diversamente da Croce che pone “pratica” ed “etica” come addirittura antitetiche. Dunque, è difficile ammettere un legame di feconda mediazione o continuità tra marxismo e neoidealismo italiano, anzi, il neoidealismo è visto da Gramsci stesso come una «riforma reazionaria».

Gli orizzonti comuni tra liberalismo e socialismo sono quindi, per Martelli, una questione assai problematica. La suggestione di Croce sul giovane Gramsci è ammessa da Gramsci stesso, ma questo non significa affatto che i due filosofi si muovano all’interno di un orizzonte comune, sia dal punto di vista politico che filosofico.
Il deciso rifiuto di Croce del marxismo in ogni suo aspetto, dal congresso di Oxford in poi (evento spartiacque per Martelli), lo porteranno costantemente a valutare meno pericoloso il fascismo che il comunismo.

Per Croce la libertà e l’eguaglianza sono due termini incompatibili, sia per ragioni schiettamente politiche che teoretico-filosofiche; il primo termine è costitutivo del liberalismo e il secondo del socialismo (o comunismo). Il programma politico dei «liberalsocialisti», che consiste nel comporre insieme liberalismo e socialismo, viene duramente criticato da Croce in una serie di scritti politici dal 1943 i poi. Durissima è la polemica contro il Partito d’Azione e il suo programma vagamente politico-sociale riassumibile nella formula «Giustizia e libertà». Martelli ricorda anche, a questo proposito, la serrata diatriba accesasi tra Croce e Calogero rispetto ai nessi tra pratico ed etico, sintetizzabile in questi termini: se la libertà prevede il benessere materiale allora l’economico rientra nell’etico, ma se la libertà non include le condizioni materiali è chiaro l’idea di libertà si riduce a mera astrazione.
Fedele interprete di Marx e Labriola sarebbe invece Gramsci il cui comunismo, spiega Martelli, intende la società liberata dai conflitti di classe, in cui sia superata l’indigenza e la disparità dei mezzi anche culturali. 
Il concetto di «emancipazione» o liberazione è inteso dal marxismo non in senso metafisico, assoluto, bensì in senso storico-sociale. Croce invece si fonda su un etica squisitamente formale. Il Croce degli anni venti, interrogandosi angosciosamente sul tema della «fine della libertà», addirittura radicalizzerebbe per Martelli l’antitesi tra liberalismo e marxismo convertendosi non verso l’utile ma verso la «vitalità» e mettendo a rischio la stessa circolarità delle forme dello spirito. Evidentemente l’aporia non vale la ferma volontà di non contaminare l’etico con l’utile.
Al contrario di Croce, tra storia e morale Gramsci stabilisce nei Quaderni una relazione stretta. La radicale storicizzazione della morale operata dal pensatore sardo in realtà vuole evitare due rischi: 1) la formalizzazione astratta della legge morale (stile kantiano); 2) il fatalismo o determinismo morale, «per cui tutto sarebbe giustificato dall’ambiente sociale e ogni responsabilità singole».
Nella sintesi di Martelli la soluzione proposta da Gramsci consiste in una morale relativa ma non relativistica, per cui l’ambiente non giustifica ma «spiega».
Dal diverso modo di affrontare il problema del rapporto storia e morale dipende anche la concezione del comunismo dei nostri due autori messi a confronto da Martelli: per Gramsci la sfera dello Stato va intesa in senso integrale, come fusione pubblico-privato, Stato-società civile. Utopismo? No, l’utopismo sta per Martelli nel carattere assoluto della libertà crociana.

Indice del volume:
 

Cap. I. LIBERALISMO E/O MARXISMO?

1. Croce e Gramsci tra liberalismo e marxismo
2. Gramsci, Labriola e l’interpretazione crociata del marxismo
3. Il “paragone ellittico”
4. La legge Marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto
5. Liberalismo, liberismo e socialismo

Cap. II. MATERIALISMO, IDEALISMO, “FILOSOFIA DELLA PRASSI”

1. La “svolta” di Croce ad Oxford
2. L’Anti-Croce e l’Anti-Bucharin
3. La tesi filosofica minimale del materialismo e dell’idealismo
4. Solipsismo e nichilismo ontologico
5. Il “rovesciamento della prassi”
6. Gramsci e la “filosofia della prassi”

Cap. III. DUE DIVERSE CONCEZIONI DELLA DIALETTICA E DELLA STORIA

1. La “riforma” della dialettica hegeliana
2. “Nesso dei distinti” e “dialettica degli opposti”
3. “Storia a disegno” o “storia reale”?
4. La teoria dell’ “egemonia” in Gramsci
5. Storia e Natura
 

Cap. IV. DI FRONTE AL FASCISMO E ALL’URSS
 

1. L’ “etico-politico” e il parallelismo delle due storie
2. Il fascismo: “parentesi patologica” o prodotto estremo della storia d’Italia?
3. Gramsci, Croce, Gentile e l’Ottobre bolscevico
4. Il giudizio sull’URSS
5. Totalitarismo, comunismo, liberalismo, fascismo

Cap. V. ETICA E POLITICA

1. Croce: sfera dell’utile, Sttao etico e società civile
2. Il Machiavelli di Croce e di Gramsci
3. Libertà, giustizia, eguaglianza. Croce e il liberalsocialismo
4. Storia e morale
5. Croce, Gramsci e ilo comunismo

Bibliografia

Indice dei nomi
 
 

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