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Rassegna stampa
a cura di Jole Silvia
Imbornone
Giorgio Baratta, le sirene e il Giappone
di Lea Durante
E’ morto mercoledì 20 gennaio, aveva 72 anni. Non ho fatto in tempo a dirgli che solo adesso ho capito, che le sirene di quella volta erano come il Giappone gramsciano, ma senza angoscia e senza oppressione, un memento, per superare l’orizzonte apparente della realtà immediata. Baratta aveva un talento raro, vedeva tra i fatti dei nessi segreti o nascosti, oppure era disposto a scommettere sulla loro esistenza. La nozione gramsciana di traducibilità non rappresentava una potenzialità per lui, ma una condizione, un modo di essere. La musica, le immagini, la danza, il teatro diventavano con lui altrettante forme di un linguaggio della comunicazione universale, forme di un dialogo, per usare una parola che amava moltissimo. E la ricerca, la filosofia, la letteratura, il pensiero politico erano altre parti di questo dialogo, altre forme di questo linguaggio. Baratta non si spaventava davanti all’ignoto, semplicemente diceva: andiamoci.
C’era senz’altro un remoto fondo strutturalista e post strutturalista nel suo approccio al marxismo e anche al mondo, e perfino una vena di irrazionalismo che si legava in qualche modo al suo Husserl giovanile: le tante esperienze culturali e umane che aveva vissuto lo portavano a una specie di organicismo della complessità, una visione delle cose fatta di intuizioni, anticipazioni, possibilità.
Il mondo degli studi gramsciani, da lui praticato negli anni maturi della vita, è stato segnato indelebilmente dalla sua figura di studioso, di ideatore di eventi, di fondatore di luoghi di ricerca collettivi. Era professore di filosofia all’università di Urbino, ma sono molti quelli che possono considerarlo un maestro anche al di fuori del suo ateneo. La libertà estrema dei suoi percorsi di ricerca era dovuta al naturale senso artistico che lo distingueva, e che lo rendeva capace di far affiorare anche nelle altre persone le inclinazioni più vere e sepolte.
Parlava con la stessa curiosità e la stessa ammirazione con Eric Hobsbawm e Caetano Veloso, dolce e tenace sostenitore com’era di una conoscenza intesa sempre come relazione. Studiosi e studiose di tutto il mondo hanno voluto ricordarlo nei giorni dopo la scomparsa con pensieri e testimonianze sul sito www.gramscitalia.it. Tutti nominano il suo sorriso e il suo sguardo, per quel senso di acutezza e serenità che esprimevano, ma senza mai negarsi il dolore e lo sdegno, senza mai negarsi le contraddizioni. Era un uomo sereno, non pacificato.
Giorgio Baratta è morto progettando incontri, convegni, conversazioni civili: lui lottava così contro la violenza, il sopruso, il degrado. Pensava a un Umanesimo di tipo nuovo in cui i subalterni possano parlare.
C’è bisogno di riflettere sulle
sirene, sul Giappone…
Ateneo in lutto per la morte di
Baratta
di Tiziano Mancini
Vivo dolore all'Ateneo per la scomparsa a 72 anni di Giorgio
Baratta, a lungo professore di filosofia all'Università di Urbino, dove studiò e
promosse incontri su Husserl, Marx e Gramsci. Il congedo dall'insegnamento non
ne aveva limitato l'innato spirito di iniziativa: si deve a lui la creazione
dell'Associazione di Studi Filosofici Immaginare l'Europa e dell'International
Gramsci Society Italia, di cui era presidente e che a sua volta aveva dato luogo
alla rete barbaricina "Terra Gramsci, dalla Sardegna al mondo, dal mondo alla
Sardegna". Nell'Ateneo è vivo il ricordo delle sue doti di organizzatore. Per il
Rettore "la scomparsa di Baratta rappresenta una perdita importante per la
cultura". La sua figura è ricordata con particolare nitidezza in un toccante
manifesto: "Giorgio ha donato a generazioni di studenti il senso vivo di una
cultura che ha valore solo se serve a potenziare la vita, la capacità di godere
e gioire insieme. Con la sua geniale follia trascinava tutti gli amici nelle sue
'garibaldine' (come le definiva lui) imprese di organizzazione
culturale...".
(da “Il Resto del Carlino”, 22 gennaio 2010)
Quel
"visionario" di Giorgio Baratta, anticipatore instancabile di Fabio
Frosini Alla
visionarietà corrispondeva la varietà apparentemente dispersiva degli
interessi in cui dilagava la sua attività. Cito da un curriculum da lui
scritto nel 2004: «Autore di monografie e saggi sulla filosofia del
Rinascimento e dell'Illuminismo, sul "paragone delle arti" di Leonardo,
sul pensiero di Hölderlin, Marx, Gramsci, Sartre ed altri pensatori.
Autore di ricerche e interventi su vari argomenti musicali (Leonardo e la
musica; Verdi nella cultura italiana; poesia e musica nella bossa nova; il
pensiero musicale di Adorno, ecc.). Ideatore e curatore di manifestazioni
dedicate alla musica nel contesto del paragone delle arti nell'età
elettronica». Come isolare un tema? Privilegiare una disciplina, un
approccio? Conta invece il filo conduttore che tutti unisce, filo che
possiamo trovare, credo, scegliendo di partire da uno qualsiasi degli
interessi di Giorgio. Prendiamo
Gramsci, che forse è stato il luogo in cui Giorgio maggiormente si è
soffermato (insieme a Husserl, l'autore sul quale si è laureato e a cui ha
dedicato nel 1969 un libro. La periodizzazione è questa: la fenomenologia
è l'amore di gioventù, fino alla metà degli anni Sessanta. Poi c'è la
rivoluzione, l'attività politica frenetica. Gramsci arriva all'inizio
degli anni Ottanta, come luogo in cui ricostruire le ragioni di una
sconfitta e le premesse di un'altra lotta). Di Gramsci, Giorgio ha dato
una lettura che oggi mi appare sempre più compatta, nel variare dei temi;
una lettura che può essere riassunta nel trinomio comunismo, americanismo,
traducibilità (contrappunto). Nella stessa disomogeneità di questi tre
concetti, c'è la difficoltà intrinseca a un esercizio di lettura, secondo
il quale il comunismo era qualcosa di presente, nei corpi e nelle capacità
messe in relazione e al contempo segregate, isolate "solipsisticamente" da
una civiltà americanistica, nella quale tutta la cultura occidentale viene
consumata e insieme riemerge in forme materializzate e per questo
altamente simboliche. Dinnanzi a
questo universo bloccato, la filosofia della prassi gioca la carta della
traducibilità, che Giorgio sempre più decisamente, col tempo, ha preferito
chiamare col termine musicale di contrappunto. Questa è un'arte sottile,
che rimette in movimento le monadi bloccate, riconsegnandole alla
parzialità di prospettive che possono unificarsi solo nella loro
differenza, radicandole quindi in una materialità non feticistica.
Identità e diversità rimangono momenti contrappuntisticamente in bilico, e
nel movimento pendolare che li unisce e divide sta l'universalità. Questo
senso corporeo e insieme musicale della realtà come identità/diversità può
forse essere riassunto, meglio che da qualsiasi altra teoria, in un
passaggio dell'Empedocle hölderliniano, un'opera a Giorgio carissima anche
per ragioni biografiche (fu attore, insieme ai figli Martina e Vladimiro,
nel film che Straub costruì su questo testo): a Pausania, che gli chiede
sconcertato «E tutto deve trapassare?», Empedocle risponde: «Trapassare?
Ma il permanere è come la corrente che il gelo incatena. [...] Dorme forse
o sosta in qualche luogo il sacro spirito della vita, da poterlo tu
avvincere?». (da
“Liberazione”, 22 gennaio 2010)
Cosa dire di Giorgio Baratta? Quando una vita si
chiude, tutto di essa viene posto in prospettiva, le asperità di un
percorso acquistano un significato, come in un racconto compiuto; i
singoli momenti si svelano funzionali a un'unità - bene o male - di ordine
superiore. Tentando di superare il dolore, il senso di mancanza, di vuoto
che questa morte mi procura, tenterò di "raccontare" Giorgio, per quello
che posso, dalla mia prospettiva, in tutta la sua parzialità.
Di lui mi ha sempre colpito il modo in cui seguiva il
suo demone: in uno stato di totale e contagiosa soggezione. Ho frequentato
Giorgio in questo ultimo venticinquennio, e nel variare dei modi in cui il
suo demone si manifestava, nel cambiare dei terreni nei quali si
esercitava, egli rimaneva incredibilmente uguale a sé stesso. Ciò che lo
dominava (e forse a volte lo tiranneggiava) era l'ansia di creare nuove
forme di realtà. Al pari di un artista, Giorgio provava a comporre insieme
pezzi di mondo, per vederne scaturire le scintille della novità inaudita.
Così uno tra moltissimi esempi possibili - in mezzo allo scetticismo dei
più - "convinse" (con la dolce violenza che chi lo ha conosciuto ricorda)
Luciano Berio, Enrico Baj, Franco Fortini, Dario Fo e tanti altri a venire
in momenti diversi a Urbino - l'Università dove ha insegnato a lungo - a
parlare di arte e di comunismo.
Giorgio era un
visionario (come lo ha così bene definito Giovanni Semeraro). Non nel
senso di acchiappanuvole, ma di chi vede ciò che gli altri non vedono
(ancora). Per questo si collocava sempre all'origine, all'inizio:
anticipava i temi e i problemi, semplicemente. E in questa anticipazione
scoccava per lui la gioia ma anche il tormento della creazione, la
necessità di affidare ad altre mani la cura dell'esecuzione, la
costruzione dell'infrastruttura. Anche per questo era sempre circondato da
un numero impressionante di collaboratori, il cui compito consisteva
essenzialmente nel dare continuità a ciò che Giorgio, instancabilmente,
continuava a iniziare.
GIORGIO BARATTA
Una fucina di idee che ospitava Leonardo e Gramsci
di Guido Liguori
Parlare della
morte di Giorgio Baratta - scomparso mercoledì a Roma in seguito a
una implacabile malattia che aveva affrontato con la serenità e la lievità di
sempre - credo non sia facile per chiunque lo abbia conosciuto e frequentato.
Giorgio era
l'esatto contrario di ciò che di solito intendiamo per morte: era vita,
attività, gioia, movimento, idee, candore, generosità, musica, calore. Nella
dimensione pubblica non era molto diverso che nella dimensione privata, vissuta
con gli affetti più cari o con gli amici e compagni, tantissimi, che aveva
incontrato nella sua intensa vita e che difficilmente potevano distaccarsi da
lui e dal suo entusiasmo coinvolgente.
Nato a Roma 72
anni fa, Giorgio aveva insegnato a lungo filosofia a Urbino,
proseguendo dopo il pensionamento a praticare l'insegnamento - attività che
amava profondamente - presso l'Università l'Orientale di Napoli e l'Università
Roma Tre, o nei seminari organizzati dall'Istituto italiano per gli studi
filosofici. Aveva iniziato negli anni '60 studiando la filosofia del
Rinascimento e Husserl, poi Sartre e il marxismo. Era stato «travolto» dal '68,
insieme a un gruppo di amici e colleghi (il suo maestro Carmine Lacorte, Emilia
Giancotti, Peter Kammerer e altri) che condivisero con lui insegnamento e
passione politica, ideali comunisti e pratiche comunitarie, lavoro teorico e
ricerca sul campo.
Aveva «scoperto» Gramsci a metà anni
'80 ed era diventato ben presto uno dei maggiori interpreti e promotori della
«rinascita gramsciana» in Italia e nel mondo. Innumerevoli i convegni, le
iniziative, i libri che aveva promosso. Tra i fondatori della International
Gramsci Society già a fine anni '80, a metà del decennio successivo aveva dato
vita, con Valentino Gerratana e Aldo Tortorella, alla Igs Italia, promuovendo il
primo dei convegni-congressi mondiali dell'associazione, svoltosi Napoli nel
1997 con la partecipazione di oltre cento studiosi e «militanti» gramsciani
provenienti da tutto il mondo. Tra i suoi ultimi libri (pubblicati da
Carocci): Le rose e
i quaderni, Antonio Gramsci in contrappunto, Leonardo tra noi
(2007). Coi primi due si era anche segnalato come uno dei maggiori studiosi
italiani di alcuni esponenti della cultura anglosassone, protagonisti dei
cultural studies e degli studi post-coloniali, da Edward Said a Stuart Hall.
Aveva da ultimo collaborato all'ideazione e alla stesura del Dizionario gramsciano
1926-1937: le sue voci sulla galassia concettuale legata ad «americanismo e
fordismo» (tema che aveva studiato a lungo) sono forse il suo ultimo lavoro
«organico».
Giorgio era anche un artista. Veniva da e viveva in
una famiglia di musicisti e amanti della musica. Autore anche di ricerche e
interventi su vari argomenti musicali (Leonardo e la musica; Verdi nella cultura
italiana; poesia e musica nella bossa nova; il pensiero musicale di Adorno,
ecc.), negli ultimi lustri Baratta aveva sposato questa passione competente con
l'amore per il Brasile, realizzando importanti iniziative, come la rassegna
«Napoli-Bahia», e instaurando un forte e produttivo rapporto con Caetano Veloso.
Come aveva manifestato un grande interesse per il Venezuela e per le più
avanzate ricerche teorico-politiche che contraddistinguevano quel paese. Anche
come film-maker Giorgio aveva realizzato documentari e filmati che
continuano a essere visti. I più noti sono Gramsci l'ho visto
così, di cui era stato soggettista e promotore; e New York e il mistero
di Napoli. Viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario
Fo. Giorgio più volte ci ha sorpreso o ci ha spiazzato,
a volte ci ha persino fatto scuotere la testa. Ma sempre ci ha arricchito e mai
ci siamo stancati di confrontarci con lui. Il pensiero dialogico di Giorgio - per
parafrasare il sottotitolo di un suo libro dedicato a Gramsci - continuerà ad
accompagnare noi tutti, in primo luogo noi tutti suoi compagne e compagni della
Igs, ancora in tante avventure, umane e intellettuali: non sarà possibile fare a
meno della sua lezione.
Sarà possibile dare un ultimo
saluto a Giorgio Baratta venerdì 22 gennaio, alle ore 11, presso la
Cappella egizia del Verano a Roma.
(da “il
manifesto”, 22 gennaio 2010)
COMMIATI
Se ne va Giorgio Baratta, fondò
l'International Gramsci Society
Dopo una malattia affrontata con grande coraggio, è scomparso ieri Giorgio Baratta, tra i fondatori della International Gramsci Society e della Igs Italia, di cui era presidente. Negli ultimi anni, dopo avere dato vita al network «Immaginare l'Europa», da lui presieduto, ha collaborato alla nascita in Sardegna di «Terra Gramsci». Baratta ha insegnato a lungo filosofia nell'Università di Urbino, studiando la filosofia del Rinascimento e dell'Illuminismo, Husserl, Sartre, il marxismo, e arrivando infine alla «scoperta» di Gramsci, della cui opera divenne instancabile diffusore, oltre che uno degli studiosi più apprezzati nel mondo. Tra i suoi ultimi libri (tutti usciti da Carocci): «Le rose e i quaderni» (2000 e 2003), «Antonio Gramsci in contrappunto» (2007), «Leonardo tra noi» (2007). Ha collaborato al «Dizionario gramsciano 1926-1937», scrivendone molte voci. Organizzatore culturale creativo e attivissimo, Baratta è stato autore di ricerche su temi musicali (da «Leonardo e la musica» a «Poesia e musica nella bossa nova») e ha realizzato innumerevoli iniziative culturali (molte delle quali dedicate al Brasile), convegni, rassegne, film (fu ideatore e soggettista di «Gramsci l'ho visto così», regia di Gianni Amico; e realizzò «New York e il mistero di Napoli. Viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo»).
(da “il manifesto”, 21 gennaio 2010)
Un grande amico
della Sardegna
Addio a Giorgio
Baratta, intellettuale gramsciano
di Maria Paola
Masala
Due anni fa cominciò il suo ricordo di Peppino Marotto in sardo, citando il suo canto per Gramsci. Un incipit fulminante, su queste colonne, in memoria del poeta orgolese, che metteva insieme tre grandi passioni di Giorgio Baratta: l’amico ucciso, Gramsci, la Sardegna. Baratta si è spento a poco più di settant’anni, consumato da un tumore contro il quale aveva lottato con coraggio. Non nascondeva di star male, ma il suo riserbo gli impediva di lamentarsi, di costruire una storia intorno alla malattia. Altre, e meno private, le storie che gli interessavano. Altri i suoi orizzonti di teoria e prassi. A lungo docente di filosofia morale nell’università di Urbino, studioso del Rinascimento e dell’Illuminismo, di Husserl e Sartre, del marxismo, di Gramsci, tra i suoi ultimi libri si contano “Le rose e i quaderni”, “Antonio Gramsci in contrappunto”,“Leonardo tra noi”. Organizzatore culturale entusiasta, era presidente del Network interuniversitario “Immaginare l’Europa” e della International Gramsci Society-Italia. Un impegno che ha arricchito gli ultimi vent’anni della sua vita. Portare l’energia del pensiero gramsciano fuori dall’accademia era il suo obiettivo. Fondatore di Terra Gramsci,“scuola itinerante per un nuovo senso comune, rete associativa di azioni e cooperazioni dalla Sardegna al mondo, dal mondo alla Sardegna”, riunì intorno a questo progetto una rete di intellettuali sardi e di centri promotori: Ales, Austis, Gavoi, Ghilarza, Orgosolo. Presidenti onorari Eric Hobsbawn e Maria Lai. Al convegno di fondazione (nel gennaio di due anni fa a Cagliari, facoltà di Scienze Politiche), mancava Marotto, appena scomparso. Un’assenza che pesò su tutti. Come pesa oggi immaginare le assenze future di Giorgio Baratta. Mancherà a molti la sua intelligenza, il suo entusiasmo, la sua forza. Mancherà la rara gentilezza del suo animo.
(da “L’Unione Sarda”, 21 gennaio 2010)