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È morto il presidente della IGS-Italia Giorgio Baratta
  
 

 

Rassegna stampa

 

a cura di Jole Silvia Imbornone

Giorgio Baratta, le sirene e il Giappone

di Lea Durante

A margine di una riunione della International Gramsci Society Italia, di cui era presidente dopo esserne stato tra i fondatori, Giorgio Baratta mi chiese una volta:  “Lea, che ne pensi delle sirene?” “Dobbiamo riflettere sul mito delle sirene”, mi disse con la seria serenità dei suoi modi. Bruscamente cercai di riportarlo all’ordine del giorno, nel mio imbroglio giovanile di  pragmaticità e astrattezza  che tanta vergogna ora mi procura. Solo adesso mi viene in mente il passo di una lettera carceraria che ho letto mille volte, in cui Gramsci racconta di un operaio conosciuto tanti anni prima, che non poteva dormire <<oppresso dal pensiero: -cosa farà il Giappone? Proprio il Giappone lo ossessionava […] Il Giappone gli sfuggiva; non riusciva perciò ad avere un quadro sistematico delle forze del mondo, e perciò gli pareva di non capire nulla di nulla.>>  Gramsci allora non comprendeva lo stato d’animo del suo amico, ma quando i giorni del carcere iniziarono  a farsi  più duri, e la sensazione molecolare della realtà e della vita iniziò a mancargli, ebbe anche lui il suo Giappone: una  fetta dell’ignoto che rabbuia ciò che conosciamo, la coscienza che le nostre certezze derivano dal non aver interrogato tutto l’interrogabile, la necessità di portare lo sguardo più lontano del consueto, perché i nostri soli passi non siano la misura del mondo. Giorgio Baratta immetteva sempre un po’ di Giappone nelle cose che faceva con i tanti collettivi di cui era anima e vita: domande più radicali, posizionamenti più avanzati che a volte erano leggeri come ali di farfalla e che rischiavano perciò di sfuggire ai più, impegnati come me sempre in retroguardia.

E’ morto mercoledì 20 gennaio, aveva 72 anni. Non ho fatto in tempo a dirgli che solo adesso  ho capito, che le sirene di  quella volta erano come il Giappone gramsciano, ma senza angoscia e senza oppressione, un memento, per superare  l’orizzonte apparente della realtà immediata.  Baratta aveva un talento raro, vedeva tra  i fatti dei  nessi segreti o nascosti, oppure era  disposto a scommettere sulla loro esistenza. La nozione gramsciana di traducibilità non rappresentava una potenzialità per lui, ma una condizione, un modo di essere. La musica, le immagini, la danza, il teatro diventavano con lui altrettante forme di un linguaggio della comunicazione universale, forme di un dialogo, per usare una parola che amava moltissimo. E la ricerca, la filosofia, la letteratura, il pensiero politico erano altre parti di questo dialogo, altre forme di questo linguaggio. Baratta non si spaventava davanti all’ignoto, semplicemente diceva: andiamoci.

C’era senz’altro un remoto fondo strutturalista e post strutturalista nel suo approccio al marxismo e anche al mondo, e perfino una vena di irrazionalismo che si legava in qualche modo al suo Husserl giovanile: le tante esperienze culturali e umane che aveva vissuto lo portavano a una specie di organicismo della complessità, una visione delle cose fatta di intuizioni, anticipazioni, possibilità.

Il mondo degli studi gramsciani, da lui praticato negli anni maturi della vita, è stato segnato indelebilmente dalla sua figura di studioso,  di ideatore di eventi, di fondatore di luoghi di ricerca collettivi. Era professore di filosofia all’università di Urbino, ma sono molti quelli che possono considerarlo un maestro anche al di fuori del suo ateneo. La libertà estrema dei suoi percorsi di ricerca era dovuta al naturale senso artistico che lo distingueva, e che lo rendeva capace di far affiorare anche nelle altre persone le inclinazioni più vere e sepolte.

 Parlava con la stessa curiosità e la stessa ammirazione con Eric Hobsbawm e Caetano Veloso, dolce e tenace sostenitore com’era di una conoscenza intesa sempre come relazione. Studiosi e studiose di tutto il mondo hanno voluto ricordarlo nei giorni dopo la scomparsa con pensieri e testimonianze sul sito www.gramscitalia.it. Tutti nominano il suo sorriso e il suo sguardo, per quel senso di acutezza e serenità che esprimevano, ma senza mai negarsi il dolore e lo sdegno, senza mai negarsi le contraddizioni. Era un uomo sereno, non pacificato.

Giorgio Baratta è morto progettando incontri, convegni, conversazioni civili: lui lottava così contro la violenza, il sopruso, il degrado. Pensava a un Umanesimo di tipo nuovo in cui i subalterni possano parlare.

C’è bisogno di riflettere sulle sirene, sul Giappone…

(da “Gli altri", 5 febbraio 2010)

Ateneo in lutto per la morte di Baratta


di Tiziano Mancini


Vivo dolore all'Ateneo per la scomparsa a 72 anni di Giorgio Baratta, a lungo professore di filosofia all'Università di Urbino, dove studiò e promosse incontri su Husserl, Marx e Gramsci. Il congedo dall'insegnamento non ne aveva limitato l'innato spirito di iniziativa: si deve a lui la creazione dell'Associazione di Studi Filosofici Immaginare l'Europa e dell'International Gramsci Society Italia, di cui era presidente e che a sua volta aveva dato luogo alla rete barbaricina "Terra Gramsci, dalla Sardegna al mondo, dal mondo alla Sardegna". Nell'Ateneo è vivo il ricordo delle sue doti di organizzatore. Per il Rettore "la scomparsa di Baratta rappresenta una perdita importante per la cultura". La sua figura è ricordata con particolare nitidezza in un toccante manifesto: "Giorgio ha donato a generazioni di studenti il senso vivo di una cultura che ha valore solo se serve a potenziare la vita, la capacità di godere e gioire insieme. Con la sua geniale follia trascinava tutti gli amici nelle sue 'garibaldine' (come le definiva lui) imprese di organizzazione culturale...".

 

(da “Il Resto del Carlino”, 22 gennaio 2010)

 

Quel "visionario" di Giorgio Baratta, anticipatore instancabile

di Fabio Frosini


Cosa dire di Giorgio Baratta? Quando una vita si chiude, tutto di essa viene posto in prospettiva, le asperità di un percorso acquistano un significato, come in un racconto compiuto; i singoli momenti si svelano funzionali a un'unità - bene o male - di ordine superiore. Tentando di superare il dolore, il senso di mancanza, di vuoto che questa morte mi procura, tenterò di "raccontare" Giorgio, per quello che posso, dalla mia prospettiva, in tutta la sua parzialità.
Di lui mi ha sempre colpito il modo in cui seguiva il suo demone: in uno stato di totale e contagiosa soggezione. Ho frequentato Giorgio in questo ultimo venticinquennio, e nel variare dei modi in cui il suo demone si manifestava, nel cambiare dei terreni nei quali si esercitava, egli rimaneva incredibilmente uguale a sé stesso. Ciò che lo dominava (e forse a volte lo tiranneggiava) era l'ansia di creare nuove forme di realtà. Al pari di un artista, Giorgio provava a comporre insieme pezzi di mondo, per vederne scaturire le scintille della novità inaudita. Così uno tra moltissimi esempi possibili - in mezzo allo scetticismo dei più - "convinse" (con la dolce violenza che chi lo ha conosciuto ricorda) Luciano Berio, Enrico Baj, Franco Fortini, Dario Fo e tanti altri a venire in momenti diversi a Urbino - l'Università dove ha insegnato a lungo - a parlare di arte e di comunismo.
Giorgio era un visionario (come lo ha così bene definito Giovanni Semeraro). Non nel senso di acchiappanuvole, ma di chi vede ciò che gli altri non vedono (ancora). Per questo si collocava sempre all'origine, all'inizio: anticipava i temi e i problemi, semplicemente. E in questa anticipazione scoccava per lui la gioia ma anche il tormento della creazione, la necessità di affidare ad altre mani la cura dell'esecuzione, la costruzione dell'infrastruttura. Anche per questo era sempre circondato da un numero impressionante di collaboratori, il cui compito consisteva essenzialmente nel dare continuità a ciò che Giorgio, instancabilmente, continuava a iniziare.

Alla visionarietà corrispondeva la varietà apparentemente dispersiva degli interessi in cui dilagava la sua attività. Cito da un curriculum da lui scritto nel 2004: «Autore di monografie e saggi sulla filosofia del Rinascimento e dell'Illuminismo, sul "paragone delle arti" di Leonardo, sul pensiero di Hölderlin, Marx, Gramsci, Sartre ed altri pensatori. Autore di ricerche e interventi su vari argomenti musicali (Leonardo e la musica; Verdi nella cultura italiana; poesia e musica nella bossa nova; il pensiero musicale di Adorno, ecc.). Ideatore e curatore di manifestazioni dedicate alla musica nel contesto del paragone delle arti nell'età elettronica». Come isolare un tema? Privilegiare una disciplina, un approccio? Conta invece il filo conduttore che tutti unisce, filo che possiamo trovare, credo, scegliendo di partire da uno qualsiasi degli interessi di Giorgio.

Prendiamo Gramsci, che forse è stato il luogo in cui Giorgio maggiormente si è soffermato (insieme a Husserl, l'autore sul quale si è laureato e a cui ha dedicato nel 1969 un libro. La periodizzazione è questa: la fenomenologia è l'amore di gioventù, fino alla metà degli anni Sessanta. Poi c'è la rivoluzione, l'attività politica frenetica. Gramsci arriva all'inizio degli anni Ottanta, come luogo in cui ricostruire le ragioni di una sconfitta e le premesse di un'altra lotta). Di Gramsci, Giorgio ha dato una lettura che oggi mi appare sempre più compatta, nel variare dei temi; una lettura che può essere riassunta nel trinomio comunismo, americanismo, traducibilità (contrappunto). Nella stessa disomogeneità di questi tre concetti, c'è la difficoltà intrinseca a un esercizio di lettura, secondo il quale il comunismo era qualcosa di presente, nei corpi e nelle capacità messe in relazione e al contempo segregate, isolate "solipsisticamente" da una civiltà americanistica, nella quale tutta la cultura occidentale viene consumata e insieme riemerge in forme materializzate e per questo altamente simboliche.

Dinnanzi a questo universo bloccato, la filosofia della prassi gioca la carta della traducibilità, che Giorgio sempre più decisamente, col tempo, ha preferito chiamare col termine musicale di contrappunto. Questa è un'arte sottile, che rimette in movimento le monadi bloccate, riconsegnandole alla parzialità di prospettive che possono unificarsi solo nella loro differenza, radicandole quindi in una materialità non feticistica. Identità e diversità rimangono momenti contrappuntisticamente in bilico, e nel movimento pendolare che li unisce e divide sta l'universalità. Questo senso corporeo e insieme musicale della realtà come identità/diversità può forse essere riassunto, meglio che da qualsiasi altra teoria, in un passaggio dell'Empedocle hölderliniano, un'opera a Giorgio carissima anche per ragioni biografiche (fu attore, insieme ai figli Martina e Vladimiro, nel film che Straub costruì su questo testo): a Pausania, che gli chiede sconcertato «E tutto deve trapassare?», Empedocle risponde: «Trapassare? Ma il permanere è come la corrente che il gelo incatena. [...] Dorme forse o sosta in qualche luogo il sacro spirito della vita, da poterlo tu avvincere?».

 

(da “Liberazione”, 22 gennaio 2010)

 

GIORGIO BARATTA

Una fucina di idee che ospitava Leonardo e Gramsci

di Guido Liguori

Parlare della morte di Giorgio Baratta - scomparso mercoledì a Roma in seguito a una implacabile malattia che aveva affrontato con la serenità e la lievità di sempre - credo non sia facile per chiunque lo abbia conosciuto e frequentato. Giorgio era l'esatto contrario di ciò che di solito intendiamo per morte: era vita, attività, gioia, movimento, idee, candore, generosità, musica, calore. Nella dimensione pubblica non era molto diverso che nella dimensione privata, vissuta con gli affetti più cari o con gli amici e compagni, tantissimi, che aveva incontrato nella sua intensa vita e che difficilmente potevano distaccarsi da lui e dal suo entusiasmo coinvolgente.

Nato a Roma 72 anni fa, Giorgio aveva insegnato a lungo filosofia a Urbino, proseguendo dopo il pensionamento a praticare l'insegnamento - attività che amava profondamente - presso l'Università l'Orientale di Napoli e l'Università Roma Tre, o nei seminari organizzati dall'Istituto italiano per gli studi filosofici. Aveva iniziato negli anni '60 studiando la filosofia del Rinascimento e Husserl, poi Sartre e il marxismo. Era stato «travolto» dal '68, insieme a un gruppo di amici e colleghi (il suo maestro Carmine Lacorte, Emilia Giancotti, Peter Kammerer e altri) che condivisero con lui insegnamento e passione politica, ideali comunisti e pratiche comunitarie, lavoro teorico e ricerca sul campo.
Aveva «scoperto» Gramsci a metà anni '80 ed era diventato ben presto uno dei maggiori interpreti e promotori della «rinascita gramsciana» in Italia e nel mondo. Innumerevoli i convegni, le iniziative, i libri che aveva promosso. Tra i fondatori della International Gramsci Society già a fine anni '80, a metà del decennio successivo aveva dato vita, con Valentino Gerratana e Aldo Tortorella, alla Igs Italia, promuovendo il primo dei convegni-congressi mondiali dell'associazione, svoltosi Napoli nel 1997 con la partecipazione di oltre cento studiosi e «militanti» gramsciani provenienti da tutto il mondo. Tra i suoi ultimi libri (pubblicati da Carocci): Le rose e i quaderni, Antonio Gramsci in contrappunto, Leonardo tra noi (2007). Coi primi due si era anche segnalato come uno dei maggiori studiosi italiani di alcuni esponenti della cultura anglosassone, protagonisti dei cultural studies e degli studi post-coloniali, da Edward Said a Stuart Hall. Aveva da ultimo collaborato all'ideazione e alla stesura del Dizionario gramsciano 1926-1937: le sue voci sulla galassia concettuale legata ad «americanismo e fordismo» (tema che aveva studiato a lungo) sono forse il suo ultimo lavoro «organico».
Giorgio era anche un artista. Veniva da e viveva in una famiglia di musicisti e amanti della musica. Autore anche di ricerche e interventi su vari argomenti musicali (Leonardo e la musica; Verdi nella cultura italiana; poesia e musica nella bossa nova; il pensiero musicale di Adorno, ecc.), negli ultimi lustri Baratta aveva sposato questa passione competente con l'amore per il Brasile, realizzando importanti iniziative, come la rassegna «Napoli-Bahia», e instaurando un forte e produttivo rapporto con Caetano Veloso. Come aveva manifestato un grande interesse per il Venezuela e per le più avanzate ricerche teorico-politiche che contraddistinguevano quel paese. Anche come film-maker Giorgio aveva realizzato documentari e filmati che continuano a essere visti. I più noti sono Gramsci l'ho visto così, di cui era stato soggettista e promotore; e New York e il mistero di Napoli. Viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo. Giorgio più volte ci ha sorpreso o ci ha spiazzato, a volte ci ha persino fatto scuotere la testa. Ma sempre ci ha arricchito e mai ci siamo stancati di confrontarci con lui. Il pensiero dialogico di Giorgio - per parafrasare il sottotitolo di un suo libro dedicato a Gramsci - continuerà ad accompagnare noi tutti, in primo luogo noi tutti suoi compagne e compagni della Igs, ancora in tante avventure, umane e intellettuali: non sarà possibile fare a meno della sua lezione.
Sarà possibile dare un ultimo saluto a Giorgio Baratta venerdì 22 gennaio, alle ore 11, presso la Cappella egizia del Verano a Roma.

(da “il manifesto”, 22 gennaio 2010)

 

COMMIATI
Se ne va Giorgio Baratta, fondò l'International Gramsci Society

Dopo una malattia affrontata con grande coraggio, è scomparso ieri Giorgio Baratta, tra i fondatori della International Gramsci Society e della Igs Italia, di cui era presidente. Negli ultimi anni, dopo avere dato vita al network «Immaginare l'Europa», da lui presieduto, ha collaborato alla nascita in Sardegna di «Terra Gramsci». Baratta ha insegnato a lungo filosofia nell'Università di Urbino, studiando la filosofia del Rinascimento e dell'Illuminismo, Husserl, Sartre, il marxismo, e arrivando infine alla «scoperta» di Gramsci, della cui opera divenne instancabile diffusore, oltre che uno degli studiosi più apprezzati nel mondo. Tra i suoi ultimi libri (tutti usciti da Carocci): «Le rose e i quaderni» (2000 e 2003), «Antonio Gramsci in contrappunto» (2007), «Leonardo tra noi» (2007). Ha collaborato al «Dizionario gramsciano 1926-1937», scrivendone molte voci. Organizzatore culturale creativo e attivissimo, Baratta è stato autore di ricerche su temi musicali (da «Leonardo e la musica» a «Poesia e musica nella bossa nova») e ha realizzato innumerevoli iniziative culturali (molte delle quali dedicate al Brasile), convegni, rassegne, film (fu ideatore e soggettista di «Gramsci l'ho visto così», regia di Gianni Amico; e realizzò «New York e il mistero di Napoli. Viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo»).

(da “il manifesto”, 21 gennaio 2010)

Un grande amico della Sardegna

Addio a Giorgio Baratta, intellettuale gramsciano

di Maria Paola Masala

Due anni fa cominciò il suo ricordo di Peppino Marotto in sardo, citando il suo canto per Gramsci. Un incipit fulminante, su queste colonne, in memoria del poeta orgolese, che metteva insieme tre grandi passioni di Giorgio Baratta: l’amico ucciso, Gramsci, la Sardegna. Baratta si è spento a poco più di settant’anni, consumato da un tumore contro il quale aveva lottato con coraggio. Non nascondeva di star male, ma il suo riserbo gli impediva di lamentarsi, di costruire una storia intorno alla malattia. Altre, e meno private, le storie che gli interessavano. Altri i suoi orizzonti di teoria e prassi. A lungo docente di filosofia morale nell’università di Urbino, studioso del Rinascimento e dell’Illuminismo, di Husserl e Sartre, del marxismo, di Gramsci, tra i suoi ultimi libri si contano “Le rose e i quaderni”, “Antonio Gramsci in contrappunto”,“Leonardo tra noi”. Organizzatore culturale entusiasta, era presidente del Network interuniversitario “Immaginare l’Europa” e della International Gramsci Society-Italia. Un impegno che ha arricchito gli ultimi vent’anni della sua vita. Portare l’energia del pensiero gramsciano fuori dall’accademia era il suo obiettivo. Fondatore di Terra Gramsci,“scuola itinerante per un nuovo senso comune, rete associativa di azioni e cooperazioni dalla Sardegna al mondo, dal mondo alla Sardegna”, riunì intorno a questo progetto una rete di intellettuali sardi e di centri promotori: Ales, Austis, Gavoi, Ghilarza, Orgosolo. Presidenti onorari Eric Hobsbawn e Maria Lai. Al convegno di fondazione (nel gennaio di due anni fa a Cagliari, facoltà di Scienze Politiche), mancava Marotto, appena scomparso. Un’assenza che pesò su tutti. Come pesa oggi immaginare le assenze future di Giorgio Baratta. Mancherà a molti la sua intelligenza, il suo entusiasmo, la sua forza. Mancherà la rara gentilezza del suo animo.

(da “L’Unione Sarda”, 21 gennaio 2010)