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IGS Italia
Seminario sui Quaderni del carcere
I seduta Roma, 27 ottobre 2000

Struttura e datazione dei Quaderni
di
Fabio Frosini

1. Una periodizzazione in tre fasi
2. I programmi e il lavoro dal 1927 al quaderno 8
2.1. La lettera del 19 marzo 1927
2.1.1. Nota sull’impossibilità/possibilità dello “studio” in carcere
2.2. L’elenco di «Argomenti principali» del «Primo quaderno» (1929)
2.2.1. «Americanismo e fordismo»
2.2.2. «Teoria della storia e della storiografia»
2.3. L’elenco di «Saggi principali» e quello di «Raggruppamenti di materia» del quaderno 8
2.3.1. L’elenco di «Saggi principali» (1930?)
2.3.2. I «Raggruppamenti di materia» (1932?)
3. Gli «speciali» del 1932 (quaderni 10-13)

In una sede come la nostra di oggi non è possibile, per ragioni di tempo, né opportuno, per ragioni sostanziali, riassumere sistematicamente i risultati conseguiti dalla critica nello studio della struttura dei Quaderni del carcere. Nel tempo che ci siamo assegnati per il lavoro, come d’altronde nel modo stesso in cui abbiamo voluto impostare questo seminario, non rientra infatti una panoramica che riprenda tutto ciò che è stato detto, né un’esposizione riassuntiva, ma una serie di tesi che possano essere base di una discussione e di approfondimenti.

Prenderò dunque le mosse da quanto ho già esposto nel saggio pubblicato in Critica marxista (n. 3-4 del 2000), tentando di ripetere il meno possibile e, per quanto mi riesce, di approfondire e problematizzare.

1. Una periodizzazione in tre fasi
Nella prima (metà 1929-primi mesi del 1932) vengono iniziati e completati i quaderni miscellanei dall’1 al 9 (piú i quattro di sole traduzioni A, B, C, D). Viene inoltre avviata la ripartizione tematica: Appunti di filosofia nei Q 4-7-8; Risorgimento italiano nel Q 9.

La seconda fase (metà 1932-metà 1933) vede la nascita di 4 “speciali” (10, 11, 12 e 13) e l’avvio di altri miscellanei (14, 15 e 17).

Nella terza fase (metà 1933-circa metà 1935) viene proseguito il lavoro ai miscellanei 14, 15 e 17, e vengono avviati 13 nuovi quaderni speciali (16-29), in cui vengono trascritti quasi esclusivamente testi della prima fase.

Il discrimine tra seconda e terza fase è di natura medica: la gravissima crisi del 7 marzo 1933; ma quello tra la prima e la seconda è di natura teorica.

Un’obiezione che potrebbe farsi: la crisi psico-fisica di Gramsci è del 7 marzo, mentre colloco l’inizio vero e proprio della terza fase alla metà dell’anno. Questo per diverse ragioni, sia di ordine biografico, sia teorico. La principale ragione di ordine teorico sta nel fatto che alla metà del 1933 risulta quasi completato il lavoro al gruppo dei primi quattro quaderni speciali, essendo il 12 interrotto nell’estate del 1932, l’11 concluso alla fine dello stesso anno, e il 10 concluso nella primavera del 1933; solo il lavoro al 13 si protrae oltre Turi, anche al tempo di Formia (il § 25 usa una fonte dell’ottobre-dicembre 1933[1]). Tenendo conto della struttura dei Q 10 e 11, diversa da quella che contraddistingue il 12 e il 13 e gli speciali di Formia, si può dunque dire che all’altezza dell’estate del ’33 Gramsci ha sostanzialmente concluso una fase di lavoro: tornerò piú avanti sulle caratteristiche specifiche di essa[2].

Dal punto di vista biografico, va detto che nel corso dell’estate 1933 la situazione psico-fisica di Gramsci si precisa ai suoi stessi occhi in tutta la sua gravità. Sia chiaro: il prigioniero aveva avvertito fin dall’inizio della detenzione (dunque dal momento in cui, trasferito da Ustica, giunge a San Vittore il 7 febbraio 1927), e in particolare dal momento in cui si era convinto dell’inevitabilità di una condanna pesante, all’inizio del 1928, i rischi di “abbrutimento” connessi col regime carcerario, che però in un primo momento crede di poter ‘controllare’.

Cf le lettere a Giulia del 27/2/1928 (LC 181[3]), del 9/2/1929 (LC 255), e in particolare del 19/11/1928 (LC 236): «È questa una macchina mostruosa, che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione su me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato [...] di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati. Certo io resisterò»[4].

La carcerazione è un processo graduale di peggioramento delle condizioni fisiche di Gramsci, con una primi crisi (sbocchi di sangue) nell’agosto 1931[5]. È un segnale preoccupante, che Antonio tuttavia in un primo momento minimizza. È solo a partire dall’estate del ’32 che inizia a comunicare a Tania l’approssimarsi di una situazione “catastrofica”:

LC 665 (29/8/1932): «le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente, non so con quali conseguenze»; LC 747 (13/2/1933): «sono [...] circa da un anno e mezzo [dunque, retrospettivamente, dall’agosto del 1931], entrato in una fase della mia vita che, senza esagerazioni, posso definire catastrofica»; LC 755 (27/2/1933): «sento [...] un disgregamento delle mie forze intellettuali in sé».

Nel marzo 1933 Gramsci annota nei Quaderni e scrive a Tania (il giorno 6) quell’apologo dei naufraghi che ‘impercettibilmente’ diventano antropofagi[6], con la quale avviene il riconoscimento del già avvenuto “mutamento molecolare” e dell’impossibilità, ormai, di controllarne gli effetti. Nella lettera successiva, in realtà un laconico biglietto datato 14 marzo, riferisce della crisi del giorno 7 (LC 761). Dopo di allora, le lettere registrano un malessere che non cessa di aggravarsi, con picchi di insofferenza parossistica per l’intraprendenza inefficace di Tania.

Lettere dal carcere, ed. Santucci (Palermo: Sellerio 1996), pp. 298-300 (23/4/1933): diagnosi del morbo di Pott da parte del dott. Saporito; LC 780 (16/5/1933): «tu non hai capito che realmente io sono stremato, che dopo piú di due anni [retrodatazione ancora anteriore, a prima del maggio 1931] di logorio lento ma implacabile, che continua, tutte le mie riserve sono esaurite»; LC 785 s. (29/5/1933): «sono persuaso che la prossima volta, e non credo debba essere molto lontana, […] il crollo sarà tale che non riuscirò piú a evitare di rimanere permanentemente invalido»; LC 798 (6/7/1933): «essere tolto da questo inferno in cui muoio lentamente»; LC 828 (29/10/1933): «fisicamente sono ridotto a un cencio»; ecc.

Alla luce di questa nuova consapevolezza, unita a un oggettivo stato di aggravata sofferenza e parziale invalidità (tutto questo si definisce tra la primavera e l’estate), Gramsci non può che ripensare profondamente il proprio futuro in genere, e in particolare quello del proprio lavoro. Di energia per lavorare ne ha comunque pochissima, e decide di usare quella che ha (quando ne ha: ci sono fasi in cui il lavoro gli è quasi del tutto impossibile, come – stando almeno alla testimonianza di Tania – nel periodo novembre 1933-maggio 1934[7]) per ‘stringere’ sui temi già sviluppati, dando loro un ordinamento – per lo meno esteriore – che li sottraesse alla dispersione nei miscellanei.

Ma veniamo, per concludere sul punto ora in discussione, ai Q 14, 15 e 17. Essi rappresentano una «successione» (nel senso dato da Francioni a questo termine[8]). Il termine della metà del 1933 va preso pertanto in modo flessibile; esso designa una fase di passaggio, il periodo in cui gli effetti della crisi ‘catastrofica’ del marzo si fanno sentire sul prigioniero, inducendolo (o meglio costringendolo) gradualmente a impostare il lavoro in modo nuovo. Gli effetti di questa decisione si avranno, propriamente, solo al momento del trasferimento a Formia, il 7 dicembre 1933 (dopo un transito di pochi giorni a Civitavecchia); tuttavia è importante cogliere le radici di questo passaggio già nei mesi precedenti.

I Q 14, 15, 17 possono essere datati, seguendo le indicazioni di Gerratana e Francioni, come segue:

- 14: dicembre 1932-primi mesi del 1933, ma con alcuni paragrafi (1-3 e 74-80) del 1935;

- 15: tra febbraio-marzo e luglio-agosto 1933;

- 17: tra l’agosto 1933 e l’agosto-settembre del 1934 per i §§ 1-47, mentre i restanti §§ 48-53 sono posteriori al settembre 1934 (tra il § 47 e il 48 è contenuta una bozza di istanza al Capo del governo non datata ma scritta in quel mese [DQ 2415]; tra il § 52 e il 53 è un’altra bozza di istanza, datata 19 giugno 1935).

Dunque sono questi tre quaderni miscellanei quelli lungo i quali si svolge il passaggio dalla seconda alla terza fase di lavoro. Essi rappresentano l’ultimo periodo di ‘attività’ creativa vera e propria di Gramsci, prima dell’adozione, nel periodo di Formia, di un metodo di lavoro in cui si limita quasi esclusivamente a raccogliere nei vari quaderni speciali i testi sparsi nei miscellanei[9].

Il Q 17 non ha un “successore”, e inoltre il gruppo di Q 14-15-17 è costituito quasi esclusivamente di testi B (Q 14: 71 testi B, 6 testi A e, stranamente, 3 testi C[10]; Q 15: 75 testi B e 1 testo A[11]; Q 17: 52 testi B e 1 testo A[12]), un fatto che nei miscellanei precedenti può essere paragonato solamente al caso delle note sugli intellettuali dei Q 5 e 6, dovuto tuttavia a un altro ordine di ragioni, come si vedrà.

Tuttavia nulla ci autorizza a pensare che, raccogliendo il materiale in questi tre miscellanei (in sostanza tra la fine del 1932 e l’estate del 1934), Gramsci pensasse di non poterli (o volerli) in futuro sistemare in una nuova (in parte) serie di speciali. Questo fatto, determinatosi nel corso del 1934, non ci dice nulla sui suoi progetti. L’esistenza di un «Niccolò Machiavelli. II» (il Q 18, del 1934) e di un «Argomenti di cultura. 2°» (il Q 26, del 1935) indica una volontà di prosecuzione del lavoro, almeno di quello per cui Gramsci continuava, nel gruppo di miscellanei 14-15-17, a raccogliere materiale (sarebbe interessante verificare le esclusioni, assolute ovvero limitate a un terminus post quem o ante quem, e il loro eventuale significato). Un fatto è, comunque, che il Q 18 si interrompe dopo 2 pagine[13], mentre nel Q 26 sono state utilizzate le prime 7 pagine, con 11 paragrafi (tra cui un testo B: il § 4[14]).

Un altro fatto è che mancano, nei Q 14, 15 e 17, le sezioni tematiche, quale che potesse esserne il titolo, ‘tradizionale’ («Appunti di filosofia», «Risorgimento») o nuovo («Introduzione allo studio della filosofia», ecc.).

Tutto ciò conduce alla conclusione che dall’estate del 1933 Gramsci adotta definitivamente un nuovo metodo di lavoro, consistente nella ripresa e ordinamento di vecchio materiale, e nel parallelo lavoro a nuovi miscellanei, senza ripresa di una suddivisione in sezioni tematiche. Quest’ultimo particolare non può essere dovuto semplicemente allo stato di salute, ma indica una cesura tra il lavoro che ha condotto ai quaderni speciali del 1932 e quello che, successivamente, avrebbe potuto condurre a eventuali nuovi speciali[15]. Volendo tentare di delineare i tratti teorici che caratterizzano questa fase di lavoro, sarebbe necessario considerare sistematicamente:

1. le varianti apportate da Gramsci nel lavoro di copiatura, il montaggio scelto;
2. gli elementi teoricamente nuovi eventualmente emergenti nel lavoro ai miscellanei;
3. le varianti marginali, del 1935, al sommario del Q 10;
4. il Q 29 («Note per una introduzione allo studio della grammatica»), del 1935, composto da 9 testi B (da accostare alle postille alla Guida alla grammatica italiana di Alfredo Panzini, che sono probabilmente di poco precedenti[16]).

Propongo di chiamare questo metodo di lavoro “impostazione minima” (per distinguerla da quella che – pur tra mille dubbi – Gramsci adotta fino all’estate del 1933 e che tenterò di chiarire). Tale impostazione si caratterizza per la rinuncia a portare ancora avanti la ricerca, e per l’assunzione di un’ottica prevalentemente riassuntiva e ordinativa di ciò, con tutti suoi limiti, era già stato realizzato.

Per venire alla cesura tra la prima e la seconda fase di lavoro, dirò per ora solamente che nessun dato medico la giustifica[17]. Essa è invece motivata da ragioni di ordine teorico e politico, come si vedrà. Inoltre, non corrisponde a un’interruzione (o rallentamento) del lavoro, ma a una sua intensificazione; non è un ridimensionamento del progetto teorico, ma uno sforzo per realizzarlo in una forma che, se non è forse quella piú ambiziosa, media a un livello molto elevato le esigenze del lavoro in sé con la loro praticabilità nelle condizioni date – tanto quelle mediche, quanto quelle ‘logistiche’ (le condizioni di lavoro in cella).

2. I programmi e il lavoro dal 1927 al quaderno 8
I programmi di lavoro e le principali notizie relative al loro svolgimento sono, nell’ordine:

1. 19 marzo 1927

Lettera a Tania. Scritta dal carcere di S. Vittore a pochi mesi dall’arresto, è il primissimo progetto di quelli che solo due anni piú tardi saranno i Quaderni.

2. 23 maggio 1927.

Lettera a Tania da San Vittore. È «proprio deciso a fare dello studio delle lingue la sua occupazione predominante» (LC 93).

3. 8 febbraio 1929

«Primo quaderno», c. 1r: elenco di 16 «Argomenti principali».

3. 25 marzo 1929

Lettera a Tania. Comunica la decisione di dedicarsi «prevalentemente» a «tre argomenti».

4. 17 novembre 1930

Lettera a Tania. Riferisce che sta lavorando a «tre o quattro argomenti principali», uno dei quali è la «funzione cosmopolita che hanno avuto gli intellettuali italiani fino al Settecento».

5. Novembre-dicembre 1930 (?)

Quaderno 8, c. 1r-v: «Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani. Saggi principali»: elenco di temi in 21 punti (compresa una «Introduzione generale») piú una appendice.

6. 3 agosto 1931

Lettera a Tania. Annuncia di non avere «piú un vero programma di studi e di lavoro»: l’esempio scelto è la ricerca sugli intellettuali.

7. Febbraio-aprile 1932 (?)

Quaderno 8, c. 2r: «Raggruppamenti di materia»: elenco di temi in 10 punti.

Nel datare congetturalmente i due elenchi del Q 8 ho adottato l’interpretazione di Francioni, che mi sembra ragionevole e capace di render conto tanto dell’effettivo svolgimento del lavoro, quanto del modo in cui Gramsci lo veniva interpretando. Tutte le altre date sono certe. Abbiamo dunque un arco temporale di cinque anni, tre dei quali di effettivo svolgimento del lavoro di scrittura[18]. Ora, nel corso di questi cinque anni (ma il giudizio può essere esteso anche ai tre successivi, fino al 1935) si registra una sostanziale continuità dell’interesse di Gramsci attorno al tema degli intellettuali, non senza, tuttavia, discontinuità interne al tema e arricchimenti esterni. È proprio questo intreccio tra la persistenza del tema degli intellettuali, e da un lato le sue trasformazioni interne, dall’altro gli arricchimenti a esso esterni, che va colto per interpretare adeguatamente il divenire del pensiero nei Quaderni.

2.1. La lettera del 19 marzo 1927
Il primo programma, del marzo 1927, elenca quattro temi:

1º una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso; in altre parole, una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro origini, i loro raggruppamenti […] Ricordi il rapidissimo e superficialissimo mio scritto sull’Italia meridionale e sulla importanza di B. Croce? Ebbene, vorrei svolgere ampiamente la tesi che avevo allora appena abbozzato, da un punto di vista ‘disinteressato’, ‘für ewig’ – 2º uno studio di linguistica comparata […] – 3º Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano che il Pirandello ha rappresentato e contribuito a determinare […] – 4º Un saggio sui romanzi d’appendice e il gusto popolare in letteratura (LC 58 s.).

Gramsci osserva subito dopo: «In fondo, a chi bene osservi, tra questi quattro argomenti esiste omogeneità: lo spirito popolare creativo, nelle sue diverse fasi e gradi di sviluppo, è alla base di essi in misura uguale» (LC 59).

Il meno che si possa dire di quest’ultima frase, è che è già un’interpretazione dei Quaderni, prima ancora della loro nascita effettiva: lo «spirito popolare creativo» è l’oggetto proprio dell’indagine, colto di volta in volta secondo punti di vista differenti. Non è possibile soffermarsi sulle ascendenze culturali dell’espressione «spirito popolare creativo»; si può dire però che l’uso a cui viene qui sottoposta la spinge a indicare una situazione di cui si mettono in rilievo i rapporti attivi, dunque l’elemento ‘pratico’. Ciò che interessa a Gramsci far emergere, è in altre parole l’intervento degli intellettuali (in quanto ideologi o artisti, la distinzione è reale, ma non è fondamentale[19]) nella costituzione di uno «spirito pubblico», cioè di un comune modo di sentire e di pensare, che sia in grado di unire il «popolo» in un progetto comune (la «nazione»). Anche la ripresa di interesse per la «linguistica comparata» rientra in questo ambito di interesse, data la concezione della lingua che Gramsci aveva appreso alla scuola di Bartoli. D’altronde il Q 29, «Note per una introduzione allo studio della grammatica», del 1935, riprende esattamente questo tema – dopo che esso era stato sostanzialmente disatteso come autonoma direttrice di indagine – e lo imposta proprio nei termini della creazione di «un conformismo linguistico nazionale unitario» (29,2 = Q 2343).

2.1.1. Nota sull’impossibilità/possibilità dello “studio” in carcere
L’oggetto che polarizza l’attenzione di Gramsci, e al quale egli intende lavorare «für ewig», è dunque all’origine il problema della formazione dello Stato-nazione e dell’interazione, entro tale processo, tra intellettuali e popolo. Ma già solo due mesi piú tardi (23 maggio 1927) il progetto sembra radicalmente ridimensionato:

Non devi neanche credere che io studii troppo. Un vero e proprio studio credo che mi sia impossibile, per tante ragioni, non solo psicologiche, ma anche tecniche; mi è molto difficile abbandonarmi completamente a un argomento o a una materia e sprofondarmi solo in essa, proprio come si fa quando si studia sul serio, in modo da cogliere tutti i rapporti possibili e connetterli armonicamente. Qualche cosa in tal senso forse incomincia ad avvenire per lo studio delle lingue, che cerco di fare sistematicamente […] Sono proprio deciso a fare dello studio delle lingue la mia occupazione predominante (LC 92 s.).

Ma questa di un contrasto è forse solo un’impressione[20]. Gramsci era con sé stesso ancora piú esigente che con gli altri, tanto da suscitare perfino in Sraffa (che dal punto di vista del rigore e della difficoltà di scrittura non era certo da meno) di tanto in tanto qualche moto di impazienza per le mille cautele e per un percorso di letture che gli pareva impostato proprio per essere ‘senza fine’[21]. All’origine dei Quaderni abbiamo probabilmente una tensione, prima ancora che il lavoro abbia inizio, non tanto tra lo studiare o meno, ma tra la convinzione che questo studio assolva almeno ai requisiti minimi di serietà scientifica, e lo scetticismo riguardo allo stesso punto. Lo studio sistematico delle lingue svolge come una funzione di deviazione dell’attenzione dal problema principale, e di scarico delle tensioni da esso innescate.

In questa luce acquista valore anche l’annuncio della lettera del 3 agosto 1931 relativo alla crisi del proprio programma di lavoro in generale e le sue motivazioni («e naturalmente ciò doveva avvenire»[22]); ma anche l’avvertenza relativa alla provvisorietà del proprio lavoro che, in un drammatico crescendo, Gramsci prima consegna a una parentesi conclusiva di un testo (4,16); poi estrae e rende autonoma, preponendola all’elenco di «Saggi principali» del Q 8; infine colloca come avvertenza – estesa a tutti i quaderni – in testa al Q 11. Non è un sintomo di sfiducia nei confronti di ciò che veniva faticosamente pensando e scrivendo, ma l’esito non univoco di un non univoco processo mentale, che combatte Gramsci tra il ritenere e il non ritenere di potersi presentare come ‘autore’, – un processo mentale appesantito, proprio dopo l’estate del 1931, da condizioni psico-fisiche sempre piú instabili.

Concludendo, si può dire che tra il 1927 e (almeno) il 1932 il metodo di lavoro di Gramsci è dominato dalla tensione tra il proposito di procedere costruttivamente e in profondità, e la consapevolezza di non poterlo fare, nelle condizioni date (ma sullo sfondo di ciò c’è, e non va dimenticato, il rapporto a dir poco difficile che Gramsci ha sempre intrattenuto con l’idea di libro e di pubblicazione). Questa tensione si esprime nei fatti in un duplice comportamento: da una parte viene portata avanti la ricerca (testi A, sezioni tematiche), procrastinandone la ‘raccolta’ – e ciò si ha proprio nei momenti in cui predomina l’aspirazione a ‘studiare’; dall’altra, tornano in gioco a piú riprese dichiarazioni di impossibilità di uno ‘studio’, o di crisi dello ‘studio’ svolto o in corso di svolgimento – e queste si impongono nei momenti di maggiore disagio psico-fisico. Ne risulta una curiosa oscillazione tra un comportamento dilatorio che è premessa di forti approfondimenti, e annunci di chiusura della ricerca, e di raccolta del materiale, non in quanto ciò abbia un senso in sé, ma solo affinché esso non vada disperso. Questa tensione (che mostrerò piú in dettaglio piú avanti: cap. 2.3.2.) resta in piedi, come si è detto (cap. 1), fino all’estate del 1933, per poi cadere definitivamente a favore della seconda opzione.

2.2. L’elenco di «Argomenti principali» del «Primo quaderno» (1929)
In questa luce, l’elenco di 16 «Argomenti principali» dell’8 febbraio 1929 va letto come l’indice di una decisione presa: quella di assumere il rischio di presentare (a un potenziale pubblico, ma in primo luogo all’amico Sraffa e, piú lontano, al proprio partito) i propri ghiribizi come aventi un qualche valore teorico.

L’elenco riprende tre dei quattro temi del marzo 1927: manca il tema del teatro.

Primo quaderno (8 febbraio 1929)
Note e appunti
Argomenti principali:
1) Teoria della storia e della storiografia.
2) Sviluppo della borghesia italiana fino al 1870.
3) Formazione dei gruppi intellettuali italiani [...].
4) La letteratura popolare dei «romanzi d'appendice» [...].
5) Cavalcante Cavalcanti [...].
6) Origini e svolgimento dell'Azione Cattolica [...].
7) Il concetto di folklore.
8) Esperienze della vita in carcere.
9) La «quistione meridionale» e la quistione delle isole.
10) Osservazioni sulla popolazione italiana.
11) Americanismo e fordismo.
12) La quistione della lingua in Italia [...].
13) Il «senso comune» (cfr 7).
14) Riviste tipo [...].
15) Neo-grammatici e neo-linguisti [...].
16) I nipotini di padre Bresciani (Q 5).

In particolare, i punti 2 e 3 («Sviluppo della borghesia italiana fino al 1870» e «Formazione dei gruppi intellettuali italiani») riprendono il tema della funzione degli intellettuali nella creazione dello spirito pubblico in Italia; il 15 e il 12 («Neo-grammatici e neo-linguisti» e «La quistione della lingua in Italia») quello relativo alla linguistica; il 4 («La letteratura popolare dei “romanzi d’appendice”») il quarto tema del 1927. Queste tre ricerche verranno proseguite, e sboccheranno in altrettanti speciali, nell’ordine il 12, il 29 e il 21. Questo è un incontestabile indice di continuità tra il 1927 e il 1934-35.

C’è però anche un elemento di discontinuità, consistente nell’arricchimento tematico, che fa ‘saltare’ l’unità di fondo del programma del 1927. Dei 16 «Argomenti principali» alcuni rendono esplicito qualcosa che era già presente, ma in forma implicita, nel 1927, come il 13, «Il “senso comune”» (legato da Gramsci al 7, «Il concetto di folklore»), o l’8, «Esperienze della vita in carcere», che, pur non essendo nominato né presente nel progetto del 1927, è documentato in numerose lettere di quel periodo[23]. Altri «argomenti» sono nuovi, e tuttavia riconducibili a precisi interessi di Gramsci nel periodo dell’attività politica e pubblicistica: è il caso del 9, «La “quistione meridionale” e la quistione delle isole» (anch’esso accostabile, per altro verso, alle esperienze ‘antropologiche’ di Ustica e dei «transiti» lungo la Penisola), o del 10, «Osservazioni sulla popolazione italiana». Altri «argomenti», infine, sono nuovi sotto tutti i punti di vista: è il caso dell’11, «Americanismo e fordismo», e di quello che, per la posizione preminente assegnatagli, dato che è collocato al primo posto, colpisce doppiamente: «Teoria della storia e della storiografia»[24].

Questa novità è un elemento di discontinuità, accentuata dalla lettera del 25 marzo 1929, in cui Antonio, dopo aver steso il programma in 16 punti, lo restringe prioritariamente a tre:

Ho deciso di occuparmi prevalentemente e di prendere note su questi tre argomenti: – 1º La storia italiana nel secolo XIX, con particolare riguardo della formazione e dello sviluppo dei gruppi intellettuali; 2º – La teoria della storia e della storiografia; 3º – L’americanismo e il fordismo (LC 264).

È un ripensamento di non poca importanza, che non è facile spiegare con sicurezza. Gli elementi che abbiamo a disposizione sono i seguenti.

2.2.1. «Americanismo e fordismo»
Nel Q A, cc. 1r-43r, Gramsci traduce il numero speciale del 14 ottobre 1927 della rivista Die literarische Welt, dedicato alla letteratura degli Stati Uniti[25]. Secondo Gerratana (DQ 2434) questo quaderno è stato probabilmente iniziato nel febbraio 1929 e completato entro l’anno: sarebbe tra quelli a cui si riferisce Gramsci, quando scrive a Tania, il 9 febbraio 1929 (dunque il giorno dopo aver redatto il sommario nel «Primo quaderno»): «Sai? Scrivo già in cella. Per adesso faccio solo delle traduzioni, per rifarmi la mano: intanto metto ordine nei miei pensieri» (LC 253). Francioni ritiene di poter delimitare il periodo di redazione al febbraio-marzo del 1929[26]. Ma ciò che davvero conta è che i testi di Die literarische Welt, presi in mano subito dopo la stesura del sommario di «argomenti principali», sono ben presenti alla mente di Gramsci quando scrive la lettera del 25 marzo 1929[27]. Nulla vieta, d’altronde, che egli li avesse già letti in passato, prima di tradurli (nella lettera del 3 ottobre 1927 Gramsci aveva chiesto a Tania di avere «qualche numero della “Die literarische Welt”» [LC 135], che dovette dunque ricevere proprio in quel mese), anzi è assai probabile[28]. Ora, di questi testi sulla letteratura statunitense è stata sottolineata l’importanza come possibile origine (o stimolo) dell’interesse di Gramsci per il tema «americanismo e fordismo»[29]. Le date combaciano:

19 marzo 1927: elenco in quattro punti senza cenno ad “americanismo e fordismo”;

ottobre 1927: ricevimento e lettura del fascicolo del 14 ottobre di Die literarische Welt;

8 febbraio 1929: «Americanismo e fordismo» compare come 11° degli «Argomenti principali»;

febbraio-dicembre (o febbraio-marzo) 1929: traduzione del fascicolo, per esercitarsi ma anche per chiarirsi le idee («intanto metto ordine nei miei pensieri»);

25 marzo 1929: conferma di volersi dedicare in prevalenza a tre temi, tra i quali «L’americanismo e il fordismo»[30].

Alla luce di quanto ho osservato supra a proposito della funzione svolta dallo studio delle lingue, si può comprendere che, una volta presa l’importante decisione di ‘scrivere’, Gramsci abbia avuto bisogno di ridurre la tensione legata all’avvio del lavoro portando avanti con forza quello che possiamo considerare una sorta di ‘alibi’, di sostituto temporaneo e non impegnativo del vero lavoro, di cui intende ormai tentare la via. Ciò non impedisce che avvenga tra i due momenti una ricca e interessante osmosi di temi e spunti[31].

2.2.2. «Teoria della storia e della storiografia»
Nella lettera del 25 marzo 1929 Gramsci scrive in proposito:

Sulla teoria della storia vorrei avere un volume francese uscito recentemente: Boukharine – Théorie du matérialisme historique [...] e le Œuvres philosophiques di Marx [...] Tome Ie: Contribution à la critique de la Philosophie du droit de Hegel – Tome II: Critique de la critique critique, contro Bruno Bauer e consorti. – I libri piú importanti di Benedetto Croce in proposito li ho già (LC 264 s.).

È già chiara nella mente di Gramsci l’articolazione del tema: esso è una riflessione teorica sul materialismo storico. Né i nomi, né i testi elencati di Marx e Bucharin destano sorpresa. La Teoria del materialismo storico di Bucharin era già nota a Gramsci, che l’aveva usata per compilare nel 1925 la prima dispensa della scuola di partito. Molto meno ovvia è la presenza, in questo trio, di Benedetto Croce.

Su Croce e Gramsci è stato scritto molto, forse troppo, e riprendere da capo la questione non avrebbe molto senso, né in questa sede, né in qualsiasi altra, perché un passo in avanti può esser fatto solo se la questione stessa verrà posta su nuove basi. Qui possiamo limitarci a indicare alcuni punti da cui partire.

1. Una lettura in parallelo degli scritti di Croce e di Gramsci – e intendo tutto Gramsci, fatta eccezione per il periodo di piú intenso coinvolgimento politico – rivela, come un fatto incontestabile, da una parte il ‘crocianesimo’ (certo non rigido) giovanile di Gramsci, dall’altra il fatto che in tutti i Quaderni, e non solo nei testi a lui esplicitamente dedicati, Croce è presente come punto di riferimento tendenzialmente polemico: nel modo di impostare e pensare i problemi, di sceglierli, ecc., Gramsci fa costantemente riferimento all’opera e alla figura di Croce, come alla chiave di volta ideologica dell’epoca presente, che si tratta pertanto di esser capaci di ‘criticare’ se si vuole comprendere il proprio tempo e farsene eredi. La stessa scelta di occuparsi di temi del tutto assenti o presenti in forma ideologicamente stravolta in Croce (come ad es. il concetto di «popolo» o quello di «senso comune) è comprensibile come momento di un processo critico immanente. Condivido pertanto il giudizio di Raul Mordenti: «In effetti, L’Anti-Croce sarebbe un possibile sottotitolo per l’intera ricerca dei Quaderni del carcere»[32].

2. Un testo è esplicitamente dedicato a Croce soltanto alla fine del «Primo quaderno»: si tratta del penultimo testo (§ 157), intitolato «Croce e gli intellettuali». Di Bucharin, poi, nel «Primo quaderno» Gramsci non si occupa praticamente mai. Dobbiamo concluderne per questo che il tema «Teoria della storia e della storiografia» viene disatteso per circa sei mesi, fino all’avvio degli «Appunti di filosofia. Materialismo e idealismo. Prima serie», nel maggio del 1930? La mia tesi è che il «Primo quaderno» serve a Gramsci da una parte a fare il punto rispetto alle acquisizioni degli anni precedenti (sopratutto in termini di teoria politica[33]), dall’altra a ‘collocare’ la scrittura dei Quaderni nella situazione attuale, di cui occorre pertanto mettere a fuoco i tratti. Questa situazione si riassume nell’espressione «crisi di egemonia»: tutti i temi presenti nel «Primo quaderno» si legano, quale piú, quale meno, a essa, dal «brescianismo» e dalle vicende del «cattolicismo» nel mondo moderno, allo studio del «folklore» e del «diritto naturale», dal «lorianismo» e dalla bancarotta del positivismo alla rinascita della filosofia idealistica con Gentile e Croce (a sua volta incapace di gestire la crisi), dal neo-machiavellismo alla filosofia pragmatistica e all’americanismo (quest’ultima come situazione in cui «l’egemonia nasce dalla fabbrica» [1,61 = Q 72]), dal giacobinismo all’idealismo tedesco (come tentativi, in questo momento da Gramsci contrapposti, di affrontare il problema di fondo della crisi: l’egemonia – effettiva nel caso dei giacobini, stravolta e mistificata in quello degli intellettuali idealisti).

Per concludere su questo punto, si prenda una breve nota contenuta in AF I: 4,22, che tira una linea di continuità tra le riflessioni dei Q 1, 3 e 4 (AF I):

Croce e Marx. Il valore delle ideologie. I fenomeni della attuale decomposizione del parlamentarismo possono dare un esempio per la discussione sul valore delle soprastrutture e della morfologia sociale (quistione della crisi d’autorità ecc.: vedi note sparse) (Q 442).

Ora, la ricerca sulla «Teoria della storia» è proprio rivolta a determinare il valore delle ideologie per il materialismo storico: una volta avviata l’indagine nella sua forma esplicita, Gramsci ricollega il suo punto centrale – il dibattito critico Croce-marxismo in ordine a immanenza e concezione delle ideologie – alla «crisi di autorità», in modo tuttavia tutt’altro che estrinseco, se è vero che Croce era per lui già nel Q 1 l’unico grande intellettuale all’altezza delle sfide imposte dalla crisi:

Il Croce, secondo me, ha viva la coscienza che tutti i movimenti di pensiero moderni portano a una rivalutazione trionfale del materialismo storico, cioè al capovolgimento della posizione tradizionale del problema filosofico e alla morte della filosofia intesa nel modo tradizionale. Egli resiste con tutte le sue forze a questa pressione della realtà storica, con una intelligenza eccezionale dei pericoli e dei mezzi dialettici di ovviarli. Perciò lo studio dei suoi scritti dal 19 a oggi è del maggior valore (1,132 = Q 119).

In un certo senso Croce è già qui, al principio dei Quaderni, il teorico e il realizzatore della «rivoluzione passiva».

3. Nella lettera del 12 dicembre 1927, collocata proprio a metà strada tra il piano del marzo 1927 e quello del febbraio 1929, Gramsci fa riferimento al volume crociano Teoria e storia della storiografia, notando che «contiene, oltre che una sintesi dell’intero sistema filosofico crociano, anche una vera e propria revisione dello stesso sistema, e può dar luogo a lunghe meditazioni» (LC 157). Queste «lunghe meditazioni» carcerarie credo siano semplicemente un altro modo per dire quella ricerca «disinteressata» e «für ewig» di cui si parlava nella lettera del marzo 1927, cioè lo studio nel senso enfatico attribuitogli, come si è visto, da Gramsci. Alla luce di quanto detto, e del volume qui indicato, le «lunghe meditazioni» riguardano il passaggio di Croce da una posizione ‘teoretica’ a quello storicismo o moralismo impegnato che caratterizza il suo pensiero almeno dal 1917-18 in avanti. Punto di svolta è la definizione, presente in Teoria e storia della storiografia, della filosofia come «momento metodologico» della storia, che apre la porta a quella «storia etico-politica» che sarà, nel dopoguerra, il fulcro della nuova militanza liberale crociana.

Si noti: Croce era stato per Gramsci sempre un maestro di vita e di cultura, anche se politicamente distante. Qui, per la prima volta, Gramsci affronta di petto il suo pensiero, nella sua dimensione teoretica e storico-biografica (tra le due dimensioni non sussiste ovviamente una separazione), proponendosi di sottoporlo a critica. Con la «Teoria della storia», per la prima volta, non siamo piú confrontati con il grande intellettuale (che torna, peraltro, insieme a Giustino Fortunato, in 1,43 = Q 34), ma con il filosofo-ideologo[34].

Concludo su questo punto. Nelle tre serie di «Appunti di filosofia», nei Q 4, 7 e 8, Gramsci porta avanti, tra il maggio del 1930 e il maggio del 1932, la propria ricerca filosofica svolgendo il tema «Teoria della storia e della storiografia». Mi limito a ricordare che nel corso del 1930 tradurrà anche altri testi di Marx, fondamentali dal punto di vista del suo modo di ripensare creativamente il materialismo storico: sopratutto le Tesi su Feuerbach e la Prefazione a Per la critica dell’economia politica[35]. Uno di questi testi, il I capitolo del Manifesto, «Bourgeois und Proletarier», viene da lui intitolato «Teoria della Storia» (Q 7, cc. 4r-10v). Infine nella lettera a Tania del 3 agosto 1931 un saggio sulla teoria del materialismo storico, che Gramsci ha appena letto e apprezzato, viene da lui definito «sulla teoria della storia e della storiografia» (LC 459). Si tratta di «Bourgeois History and Historical Materialism», di Dmitrij Petrovic Mirskij[36]. In esso della filosofia di Benedetto Croce si dice che è «forse la piú consistente dell’agonizzante mondo borghese», e che si è «evoluta in diretta opposizione al materialismo storico»[37]. Mirskij vi definisce anche «l’essenza del marxismo» come «l’indissolubile unità di teoria e pratica», che «ha come sua conseguenza l’unità di storia e politica»[38]. Sono tesi, in positivo e in negativo, singolarmente consonanti con i presupposti e gli sviluppi della ricerca di Gramsci, il quale a questo punto inizia a pensare (ricordiamo la data: agosto 1931) che il dibattito filosofico internazionale stia prendendo una direzione del tutto conciliabile con quella da lui propugnata.

2.3. L’elenco di «Saggi principali» e quello di «Raggruppamenti di materia» del quaderno 8
2.3.1. L’elenco di «Saggi principali» (1930?)
Passiamo al Q 8, dove a c. 1r, sotto il titolo «Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani» e un’avvertenza generale articolata in cinque punti, compare una lista di «Saggi principali»:

Saggi principali: Introduzione generale. Sviluppo degli intellettuali italiani fino al 1870: diversi periodi. – La letteratura popolare dei romanzi d’appendice. – Folclore e senso comune. – La quistione della lingua letteraria e dei dialetti. – I nipotini di Padre Bresciani. – Riforma e Rinascimento. – Machiavelli. – La scuola e l’educazione nazionale. – La posizione di B. Croce nella cultura italiana fino alla guerra mondiale. – Il Risorgimento e il partito d’azione. – Ugo Foscolo nella formazione della retorica nazionale. – Il teatro italiano. – Storia dell’Azione Cattolica: Cattolici integrali, gesuiti, modernisti. – Il Comune medioevale, fase economico-corporativa dello Stato. – Funzione cosmopolitica degli intellettuali italiani fino al secolo XVIII. – Reazioni all’assenza di un carattere popolare-nazionale della cultura in Italia: i futuristi. – La scuola unica e cosa essa significa per tutta l’organizzazione della cultura nazionale. – Il “lorianismo” come uno dei caratteri degli intellettuali italiani. – L’assenza di “giacobinismo” nel Risorgimento italiano. – Machiavelli come tecnico della politica e come politico integrale o in atto (Q 935 s.).

E a c. 1v: «Appendici: Americanismo e fordismo» (Q 936).

Non riprendo qui in dettaglio la dinamica concreta del lavoro al tema degli intellettuali lungo i Q 3, 5 e 6 nel 1930-31. Basti dire che nei fatti, e nella coscienza di Gramsci, il tema si amplia notevolmente, sia in senso teorico che dal punto di vista dell’arco temporale che sarebbe necessario prendere in considerazione per svolgerlo. La lettera a Tania del 17 novembre 1930 restituisce questo ampliamento: «Mi sono fissato su tre o quattro argomenti principali, uno dei quali è quello della funzione cosmopolita che hanno avuto gli intellettuali italiani fino al Settecento, che poi si scinde in tante sezioni: il Rinascimento e Machiavelli, ecc.»[39]. Rinascimento e Riforma, Machiavelli, il Risorgimento, l’Azione cattolica, il «brescianismo», ecc., sono tutti temi integrabili dentro il tema-contenitore degli «intellettuali», di cui il sommario del Q 8 offre un quadro. Non, dunque, una riformulazione del piano di lavoro[40], ma solamente di quello relativo a uno dei tre temi a cui Gramsci si dedica con maggiore continuità[41].

Resta però da spiegare quell’«Appendici» aggiunto sul verso, con l’indicazione del solo «Americanismo e fordismo». Sta forse a indicare la volontà di ‘ricondurre’ come dimensioni secondarie al lavoro principale sugli intellettuali i restanti due temi principali, l’americanismo, appunto, e la teoria della storia[42]? Se questo fosse vero, quel sommario all’inizio del Q 8 sarebbe non tanto un indice parziale, quanto piuttosto la ripresa dell’idea-guida della lettera del marzo 1927, lo «spirito popolare creativo» (ovviamente profondamente riformulato), a discapito della dimensione teorica della ricerca emersa in seguito.

Effettivamente, se si scorre il sommario, ci si rende conto del fatto che esso è una riformulazione molto approfondita e ampliata proprio della lettera del 1927: qui, come lí, ciò che tiene insieme i diversi temi è l’ottica secondo la quale vengono affrontati, l’ottica della formazione (o meno) del popolo-nazione in Italia. Non casualmente torna qui «Il teatro italiano», già presente nella lettera del 1927, ma assente dal programma del «Primo quaderno» e totalmente disatteso nel concreto svolgimento del lavoro[43].

È evidente che una tale impostazione era costretta a lasciar fuori – a mettere appunto in «appendice» – interi settori dell’indagine effettivamente svolta nel frattempo. Basti vedere il punto su Benedetto Croce: è evidente che la sua «posizione [...] nella cultura italiana fino alla guerra mondiale» coglie del personaggio soltanto ciò che è riconducibile alla ricerca sugli intellettuali (cioè la sua promozione di una «riforma intellettuale e morale» nell’Italia degli inizi del secolo), lasciando fuori proprio la «Teoria della storia», che si riferisce invece – come si è visto – al periodo posteriore alla guerra.

2.3.2. I «Raggruppamenti di materia» (1932?)
Certamente posteriore alla lettera cit. del 17 novembre 1930, e a quella, anch’essa cit., del 3 agosto 1931, è invece l’altro elenco presente nel Q 8, a c. 2r. In questa seconda lettera Gramsci confessa a Tania di non avere «piú un vero programma di studi e di lavoro», e cita come esempio di questo fatto la ricerca sugli intellettuali:

Ti voglio dare un esempio: – uno degli argomenti che piú mi ha interessato in questi ultimi anni è stato quello di fissare alcuni aspetti caratteristici della storia degli intellettuali italiani. Questo interesse nacque da una parte dal desiderio di approfondire il concetto di Stato e dall’altra parte di rendermi conto di alcuni aspetti dello sviluppo storico del popolo italiano. Pur restringendo alle linee essenziali la ricerca, essa rimane tuttavia formidabile. […] Questo argomento potrebbe dar luogo a tutta una serie di saggi, ma per ciò è necessaria tutta una ricerca erudita (LC 459 s.).

Si tenga conto di ciò, che quando scrive queste righe Gramsci ha avuto da poche ore la prima emottisi. Non si tratta tuttavia di una ‘ripercussione’ emozionale immediata e magari anche un po’ affrettata: l’impossibilità qui enunciata ha un posto non congiunturale nel suo rapporto con il lavoro teorico (rimando a quanto detto sopra, cap. 2.1.1.). Ma proprio per questa ragione – trattandosi di un fatto strutturale e non congiunturale o catastrofico – sarebbe errato trarre da questa lettera la conclusione che a questa altezza il progetto di monografie organiche sugli intellettuali italiani è stato abbandonato.

Lo scambio epistolare che segue dimostra il carattere non univoco della situazione descritta da Gramsci. Alla lettera del 3 agosto, Sraffa risponde il 23 dello stesso mese:

Riguardo ai suoi studi, ed all’abbandono del programma che si era fatto: certo, per fare una storia perfetta degli intellettuali bisogna risalire all’Impero romano, e poi si deve avere a propria disposizione una grande biblioteca: ma perché non farla imperfetta, per il momento, salvo poi perfezionarla, quando avrà la libertà ed accesso alle biblioteche? Una volta Nino rimproverava sempre a me che l’eccesso di scrupoli scientifici mi impedisse di scrivere qualunque cosa: io di questa malattia non sono mai guarito, ma è possibile che dieci anni di giornalismo a lui non l’abbiano curato?[44]

Tania trascrive questo passo nella sua del 28 agosto[45], a cui Gramsci risponde il 7 settembre:

La mia impressione è che sto molto meglio e che mi rimetterò ben presto. – Vorrei rispondere qualcosa alla tua lettera del 28 agosto, in cui accenni qualcosa al mio lavoro sugli “intellettuali italiani”. Si capisce che hai parlato con Piero, perché certe cose può solo avertele dette lui. […] Se avrò voglia, e me lo permetteranno le superiori autorità, farò un prospetto della materia [della ricerca sugli intellettuali italiani], che dovrà essere di non meno di 50 pagine, e te lo invierò […] Non credere che io non continui a studiare, o che mi avvilisca perché a un certo punto non posso condurre piú avanti le mie ricerche. Non ho ancora perduto una certa capacità inventiva nel senso che ogni cosa importante che leggo mi eccita a pensare: come potrei costruire un articolo su questo argomento? Immagino un cappello e una coda piccanti e una serie di argomenti irresistibili, secondo me, come tanti pugni in un occhio e cosí mi diverto da me stesso. Naturalmente non scrivo di tali diavolerie: mi limito a scrivere di argomenti filologici e filosofici, di quelli di cui Heine scrisse: erano cosí noiosi che mi addormentai ma la noia fu tanta che mi costrinse a svegliarmi (cors. mio; LC 480-82).

L’espressione da me sottolineata riprende letteralmente – ma al rovescio – quella cit. della lettera del 23 maggio 1927: «Non devi neanche credere che io studii troppo»: in entrambi i casi il verbo «studiare» è usato nel senso enfatico che ho tentato di precisare, e tanto nel 1927, quanto nel 1931, è presentato come un fatto con cui Gramsci intrattiene un rapporto strutturalmente problematico, e non puntualmente catastrofico. Del resto, tutta la lettera del 7 settembre 1931 è attraversata da un’oscillazione che investe retroattivamente l’intera vita di Gramsci (il suo difficilissimo rapporto con l’idea del “fare il libro”), proiettandosi, in questa sua non-univocità, anche nel presente e nel futuro.

Il passaggio dalla situazione fissata dai «Saggi principali» ai «Raggruppamenti di materia» è dunque graduale. Quando si giunge a questi ultimi, il processo è, almeno provvisoriamente, compiuto:

Raggruppamenti di materia:
1° Intellettuali. Quistioni scolastiche.
2° Machiavelli.
3° Nozioni enciclopediche e argomenti di cultura.
4° Introduzione allo studio della filosofia e note critiche a un Saggio popolare di sociologia
5° Storia dell’Azione Cattolica. Cattolici integrali - gesuiti - modernisti
6° Miscellanea di note varie di erudizione (Passato e presente).
7° Risorgimento italiano [...].
8° I nipotini di padre Bresciani. La letteratura popolare (Note di letteratura).
9° Lorianesimo.
10° Appunti sul giornalismo (Q 8, c. 2r [Q 936]).

Come si vede, i singoli punti, prima raccolti, sono ora presentati come argomenti distinti: «Machiavelli» sta accanto a «Intellettuali. Quistioni scolastiche», esattamente come la «Storia dell’Azione Cattolica. Cattolici integrali – gesuiti – modernisti» o il «Risorgimento italiano», ecc. Altri temi sono assenti (come «Riforma e Rinascimento», o «La posizione di B. Croce nella cultura italiana fino alla guerra mondiale»). Altri ancora sono nuovi, come «Appunti sul giornalismo» (ma anticipato dal tema «Riviste tipo» del programma del «Primo quaderno»), o come «Introduzione allo studio della filosofia e note critiche a un Saggio popolare di sociologia», che non ha precedenti nei temari. Sulla base di questa novità è anche possibile fissare temporalmente l’elenco alla prima occorrenza del corrispondente titolo di rubrica, 8,204, che è non anteriore al 4 febbraio 1932[46]. Come si è detto, manca in questo elenco il riferimento a Croce, pur presente tra i «Saggi principali». Francioni fissa pertanto la prima occorrenza del titolo di rubrica «Punti per un saggio su Croce» (8,225) come terminus ante quem per la stesura dell’elenco, e dato che il testo in questione è probabilmente contemporaneo alla lettera a Tania del 18 aprile 1932 (LC 607-9), ritiene che l’elenco di «Raggruppamenti di materia» sia stato steso tra il marzo e l’aprile del 1932[47].

Gerratana definisce questo «il piano definitivo dei Quaderni, anche se modificato nel corso ulteriore del lavoro con alcuni arricchimenti e varianti»[48]. Infatti tutti i punti elencati, tranne uno – il «6° Miscellanea di note varie di erudizione (Passato e presente)» – si concretizzeranno in quaderni speciali. Mancano però i riferimenti a cinque quaderni speciali:

1. Il già menzionato 10 su La filosofia di Benedetto Croce: un tema distinto non era previsto nei titoli di rubrica (rientranti sotto «Teoria della storia»), né era prevedibile sulla base dello svolgimento del lavoro fino a AF III (8,225).

2. Il 29 su Note per una introduzione allo studio della grammatica: il tema è presente nella lettera del 19 marzo 1927 e nel programma del 1929; tuttavia non viene svolto come direttrice di ricerca autonoma (il testo piú compiuto è 7,71: «Linguistica»)[49].

3. Il 25 su Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni: questa formulazione compare come titolo di rubrica sopratutto nel Q 3 (§14: «Storia della classe dominante e storia delle classi subalterne; § 18 e § 90: «Storia delle classi subalterne», tutti ripresi nel Q 25), con propaggini posteriori (come 7,51 o 9,81). È vero però che non era previsto in nessuno dei programmi precedenti.

4. Il 22 su Americanismo e fordismo: l’argomento era stato ampiamente svolto, e annotato sia nell’elenco del «Primo quaderno», sia tra i «Saggi principali» del Q 8 (ma come appendice).

5. Il 27 su Osservazioni sul «folclore»: svolto in misura minore del precedente nella ricerca effettiva, ma come il precedente presente in entrambi i programmi (in quello del Q 8 fa parte integrante dei «Saggi»).

Come spiegare queste assenze? Se è vero che quella di «Croce» può collegarsi alla precedenza temporale (ma perché non integrare l’elenco in seguito? le ultime 10 righe di c. 2r e l’intera c. 2v sono rimaste bianche), e la caduta (rispetto al 1929) della «grammatica» può esser dovuto alla mancanza di uno svolgimento effettivo della ricerca, lo stesso non si può dire degli altri temi menzionati, sopratutto dell’«americanismo» e del «folclore». La loro assenza rimane inesplicata. Se, dunque, è vero che si tratta di un «indice incompleto»[50], resta da capire la ragione di questa incompletezza forte, non riconducibile alla provvisorietà derivante dall’emergenza di ulteriori poli di interesse nella prosecuzione del lavoro (e neppure a una maggiore distanza tematica da un supposto ‘nucleo’ centrale della ricerca).

Credo che un’ipotesi da fare sia quella dell’abbandono, da parte di Gramsci, anche di questa ipotesi di raggruppamento, e dunque di questo sommario come base di lavoro. Ciò, evidentemente, non nel senso di un ‘ripudio’, né definitivamente, perché di fatto questo sommario sarà realizzato piú tardi in quella che ho chiamato (cap. 1) “impostazione minima” del 1933-35, consistente nella rinuncia a proseguire la ricerca, limitandosi a trascrivere e ordinare negli speciali i testi sparsi nei miscellanei. Per il periodo primavera 1932-estate 1933 si può forse fare l’ipotesi seguente: che ci sia un’oscillazione tra l’ipotesi dei «Raggruppamenti di materia», che comporta un ‘termine’ del lavoro[51], con l’accettazione di un sezionamento disciplinare consolidatosi nel concreto svolgersi dell’indagine (e di una sua semplificazione), e quella dei «Saggi principali», consistente nell’inaugurare una ‘seconda fase’ del lavoro – quella che, per la ricerca sugli intellettuali, è rappresentata dal Q 8, e che dovrebbe trovare un corrispondente anche per gli altri due temi-guida «Americanismo e fordismo» e «Teoria della storia») – in cui non si tratta di trascrivere secondo delle rubriche, ma di «fare»(come si esprime Gramsci nella lettera del 7 settembre 1931) un «prospetto» o (come aveva scritto in precedenza) un «quadro-abbozzo» della materia, usando i testi A come fonti e indicazioni di articolazioni del tema, in modo da buttare giú la base di quella «prima stesura del lavoro» che Sraffa sollecita dall’agosto del 1931. Del resto la correzione di «prospetto» su «quadro-abbozzo» non è un miglioramento in termini di pertinenza linguistica, ma segnale anch’esso dell’oscillazione tra due cose diverse: il «quadro-abbozzo» è qualcosa di piú complesso e ambizioso del «prospetto»; se questo è un ‘sommario’, sia pure articolato, quello contiene già un primo svolgimento della materia (si può piuttosto accostare alla «prima stesura»).

Se si insegue il modo in cui si parla della ricerca sugli intellettuali nella corrispondenza dal settembre1931 al maggio 1932, si può constatare questa situazione di sospensione, che oscilla di volta in volta verso l’una o l’altra direzione:

3 agosto 1931: «Si può dire che ormai non ho piú un vero programma di studi e di lavoro e naturalmente ciò doveva avvenire» (LC 459).

7 settembre: «Se avrò voglia, e me lo permetteranno le superiori autorità, farò un prospetto della materia, che dovrà essere di non meno di 50 pagine, e te lo invierò […] Non credere che io non continui a studiare, o che mi avvilisca perché a un certo punto non posso condurre piú avanti le mie ricerche» (LC 482).

22 febbraio 1932: «Per quanto riguarda le noterelle che ho scritto sugli intellettuali italiani, non so proprio da che parte incominciare: esse sono sparse in una serie di quaderni, mescolate con altre note varie e dovrei prima raccoglierle tutte insieme per ordinarle. Questo lavoro mi pesa molto, perché ho troppo spesso delle emicranie che non mi permettono la concentrazione necessaria: anche praticamente la cosa è molto faticosa per il modo e le restrizioni in cui occorre lavorare. Se puoi, mandami dei quaderni, ma non come quelli che mi hai mandato qualche tempo fa, che sono incomodi e troppo grandi: dovresti scegliere dei quaderni di formato normale, come quelli scolastici, e di non molte pagine, al massimo 40-50, in modo che necessariamente non si trasformino in zibaldoni miscellanei sempre piú farraginosi. Vorrei avere questi piccoli quaderni appunto per riordinare queste note, dividendole per argomento e cosí sistemandole; ciò mi farà passare il tempo e mi sarà utile per raggiungere un certo ordine intellettuale» (LC 576)[52].

28 marzo: «L’argomento è connesso con la storia degli intellettuali italiani, che mi interessa molto e intorno a cui sto scrivendo note e osservazioni a mano a mano che le mie lettere o le mie riflessioni me ne danno lo spunto» (LC 596).

2 maggio: «Non so se ti manderò mai lo schema che ti avevo promesso sugli “intellettuali italiani”. Il punto di vista da cui osservo la quistione muta talvolta: forse è ancora presto per riassumere e sintetizzare» (LC 615).

Non è facile, alla luce di queste notizie, collocare l’elenco di «Raggruppamenti di materia». La lettera del 22 febbraio sembrerebbe la piú vicina a questa impostazione: di fatto, la soluzione pratica qui esposta è quella che si realizzerà realmente piú tardi, dal 1933. Tuttavia anche qui è da vedere un’ambiguità, nel fatto che la ‘raccolta’ vi viene pensata come funzionale e preparatoria alla compilazione del «prospetto». Peraltro, la lettera del 28 marzo presenta di nuovo una situazione molto diversa, come anche quella del 2 maggio, che rilancia anzi il motivo della ‘dilazione’ come metodo di “studio”. Non sembra neppure che la momentanea rinuncia al «prospetto» sia dovuta a una crisi catastrofica. Se il 22 febbraio si parla di emicranie che impediscono «la concentrazione necessaria» (LC 576), il 29 le condizioni di salute vengono definite «fondamentalmente buone» (LC 581)

Il fatto piú importante è però che il Q 12 non è uno dei quaderni di piccolo formato che Gramsci aveva richiesto per ‘raccogliere’ i testi, ma uno di quei registri di grande formato «incomodi e troppo grandi» di cui si parla nella lettera del 22 febbraio, e porta in intestazione quasi la stessa formulazione del Q 8:

Q 8: «Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani».

Q 12: «Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali e della cultura in Italia».

Anzi, rispetto all’8 il titolo del Q 12 esplicita ancora meglio la sua natura di «prospetto» che deve servire di premessa a un lavoro piú esteso e approfondito da svolgere in futuro. Quando ha titolato il Q 12 Gramsci intendeva evidentemente (ancora? di nuovo?) scrivere un «prospetto» generale per tutta l’articolata ricerca sugli intellettuali, e non compilare un raccoglitore dei testi piú strettamente attinenti a questo tema, com’era previsto tra i «Raggruppamenti di materia» al punto «1° Intellettuali. Quistioni scolastiche»[53].

3. Gli «speciali» del 1932 (quaderni 10-13)
La primavera-estate 1932 è un momento di svolta nel lavoro di Gramsci, il passaggio dalla prima alla seconda fase di lavoro. Questa cesura è data dall’avvio di quattro quaderni speciali: il 10, l’11, il 12 e il 13. A tale scopo Gramsci usa (fatta eccezione per il Q 11) dei quaderni formato registro (12 e 13) o computisteria (10) «incomodi e troppo grandi» per poter servire a ‘raccogliere’ e ‘ordinare’ il materiale[54]. Ma questa è un’osservazione ancora molto esteriore. Ciò che conta, è il modo in cui questi quaderni nascono e vengono realizzati.

Il Q 12, impostato nel titolo come «prospetto», viene compilato solo in minima parte, con la trascrizione alle cc. 1r-12v di quattro testi del Q 4 (4,49 e 50 > 12,1; 4,55 > 12,2; 4,51 e 72 > 12,3). La scelta dei testi (ma è estremamente parziale, data l’incompletezza del quaderno) e il metodo di trascrizione suggeriscono una contraddizione tra il titolo e il contenuto, e una congruenza di questo quaderno piuttosto con il raggruppamento tematico «Intellettuali. Quistioni scolastiche» e non con il progetto di un «prospetto» generale della materia.

Il Q 13 rientra, per il tema, nel quadro dei «Raggruppamenti di materia». È compilato per intero, con testi tratti dai quaderni miscellanei precedenti secondo uno spoglio sistematico: dal Q 8 i §§ 1-16 (con la parziale eccezione del 13, risultante dalla fusione di 1,10, 8,114 e 78); dal Q 4 i §§ 17-22; il § 23 risulta dalla fusione di testi di vari miscellanei (4,69, 7,77, 4, 66, 9, 40 e 22); 13,25 è un testo B (l’unico in questo quaderno); quindi riprende lo spoglio: i §§ 26-36 provengono dal Q 9; i §§ 37-40 dal Q 1. Il metodo di compilazione dei quaderni 13 e (per quel poco che è stato realizzato) 12 presenta delle analogie: lo spoglio dei blocchi di testi nei singoli quaderni, dunque la ripresa di una serie di temi in un contenitore unico, senza articolazione interna e con una scansione che è in gran parte dettata dal meccanico procedere dello spoglio.

Diverso è il caso dei Q 10 e 11. Essi non risultano dallo ‘sdoppiamento’ del tema «Teoria della storia», ma in realtà non erano affatto previsti nel programma di lavoro del 1929. Al momento di iniziare i Quaderni Gramsci ha in mente di contribuire a una nuova espansione del materialismo storico lavorando teoricamente sui suoi concetti fondamentali, affinandoli e contribuendo cosí a metterlo in grado di competere ad armi pari con la filosofia contemporanea piú progredita (Croce), rispondendo colpo su colpo alle sue critiche; e sottraendolo alla deriva materialistico-volgare di cui il testo di Bucharin è solo un esempio (anche se a suo modo ‘luminoso’ e sopratutto influente). A questa esigenza corrispondono in effetti i testi della prima, in parte della seconda e in minor misura anche della terza serie di «Appunti di filosofia», che si occupano dei «problemi fondamentali del marxismo» (rapporto tra struttura e superstrutture, concetto di ideologia, di «traducibilità dei linguaggi» ecc.), del Saggio popolare di Bucharin e del pensiero di Croce in rapporto al marxismo, in particolare per quanto riguarda il concetto di ‘ideologia’ («apparenza e illusione» ecc.) e quello di ‘storia’ (economismo storico e storia etico-politica).

Ma appunto, questo lavoro non confluisce in un quaderno speciale. A un certo momento, nel corso di AF III, Gramsci cambia idea e nella primavera del 1932 introduce due nuovi titoli di rubrica: «Punti per un saggio su Croce» (prima apparizione in 8,225) e «Introduzione allo studio della filosofia» (prima apparizione in 8,204), che in seguito confluiranno rispettivamente nei Q 10 e 11. Questi due quaderni trovano perciò la loro genesi in una riformulazione del piano di lavoro del 1929. Secondo quel programma, infatti, l’esito piú coerente sarebbe stato un quaderno che fosse una specie di alternativa al Manuale di Bucharin. In positivo si può pensare, come modello, al Manuale del metodo storico di Ernst Bernheim (che è, com’è noto, una compiuta e sistematica negazione del determinismo e del causalismo storico); è lo stesso Gramsci ad affermarlo esplicitamente in 7,24: «La metodologia storica marxista» potrebbe essere sintetizzata «in una esposizione metodica sistematica tipo Bernheim, e il libro del Bernheim potrà essere tenuto presente come “tipo” di manuale scolastico o “saggio popolare” del materialismo storico». Ma nel corso del lavoro sorge in Gramsci l’esigenza di dedicare invece un’attenzione specifica, da un lato, allo studio approfondito e alla critica del pensiero di Croce; dall’altro, all’elaborazione di un programma pedagogico di elevazione culturale di massa non come Manuale popolare del materialismo storico, ma (riprendendo una sua vecchia idea giovanile) come Introduzione alla filosofia in quanto progetto collettivo, passibile di universalizzazione. Allora inaugura in AF III due appositi spazi (segnati dai nuovi titoli di rubrica) e, poco dopo (verosimilmente molto poco), i due quaderni speciali[55].

La struttura del Q 11 diverge da quella dei Q 12 e 13. È diverso il modo stesso di ‘spogliare’ i miscellanei, con la raccolta tematica di testi diversi piuttosto che la trascrizione secondo una sequenza meccanica. È diversa inoltre la struttura, che nel Q 11 è articolata in sezioni (è l’unico caso in tutti gli speciali, se si prescinde dal Q 10, che presenta a sua volta altre peculiarità). Proprio questa articolazione fa emergere del resto un aspetto importante: nel Q 11 vengono trascritti sia i testi piú recenti, concepiti secondo la nuova ripartizione tematica, sia anche testi degli anni precedenti, rientranti nella piú ampia ricerca sulla «Teoria della storia»; ma mentre quelli piú recenti vengono posti in risalto dall’organizzazione del quaderno, quella stessa organizzazione pone invece in secondo piano i testi scritti in precedenza, decontestualizzandoli o rendendoli funzionali alla nuova impostazione. Le sei sezioni (precedute da una non numerata contenente «appunti e riferimenti» bio-bibliografici), sono intitolate nell’ordine «I. Alcuni punti preliminari di riferimento», «II. Osservazioni e note critiche su un tentativo di “Saggio popolare di sociologia”», «III. La scienza e le ideologie “scientifiche”», «IV. Gli strumenti logici del pensiero», «V. Traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici», «VI. Appunti miscellanei». La sezione I, che dà il tono fondamentale al quaderno, contiene un lungo testo C ripreso in prevalenza da testi A di AF III, che portano il titolo «Introduzione allo studio della filosofia». Invece i testi piú importanti di AF I e II sui concetti-base del materialismo storico o rimangono testi B, oppure confluiscono nelle sezioni II, III o addirittura – perdendo qualsiasi connotazione – nella VI.

Ancora diverso e senza dubbio eccezionale è il caso del Q 10, composto in prevalenza di testi di stesura unica. Questo quaderno non solo ‘nasce’ all’improvviso, nel 1932, senza esser stato previsto in precedenza, ma addirittura è frutto di una riflessione in gran parte nuova sia rispetto agli appunti più vecchi, quelli dedicati al confronto tra Croce e il marxismo, sia anche (attenzione!), in una certa misura, rispetto agli stessi testi del Q 8. Infatti nel Q 8 il titolo «Punti per un saggio su Croce» è il progetto di uno studio dei fondamenti teorici della «storia etico-politica» e dunque dei presupposti filosofici dell’attività del Croce ideologo liberale. Invece il Q 10 non è assolutamente riducibile a questa dimensione (anche se la contiene), e la sua stessa struttura lo mostra chiaramente. La serie di testi del Q 8 viene infatti trascritta sì nel Q 10, ma dove?, in una sezioncina collocata in fondo e intitolata appunto «Punti per un saggio su Croce», che raccoglie 13 testi preceduti da un sommario e quasi tutti (11 su 13) provenienti dal Q 8[56]. La sezione invece di gran lunga piú lunga (contiene 61 testi) è la prima, intitolata «La filosofia di Benedetto Croce»: a differenza dell’altra, questa contiene in prevalenza testi nuovi, raccolti quasi tutti sotto i tre titoli seguenti: «Punti per saggio su Croce», «Introduzione allo studio della filosofia» e «Punti di meditazione sull’economia».

Ecco una nuova sorpresa: subito dopo aver avviato il quaderno, o nello stesso momento, Gramsci ne rivoluziona il contenuto, aggiungendo testi su altri argomenti. A mia conoscenza l’unico ad aver notato questa stranezza e ad aver tentato di spiegarla è Gianni Francioni. Secondo questo studioso Gramsci trasformerebbe a un certo punto il Q 10 in una sorta di IV serie di «Appunti di filosofia»[57]. Questa spiegazione ha però un difetto: non considera il fatto che, dietro l’apparente disomogeneità, sussiste tra le tre serie di testi – Croce, filosofia ed economia – una solida anche se complessa e mobile unità di fondo[58]. Non è qui possibile argomentare questa tesi, che avrebbe bisogno di grande spazio e di uno studio accurato. Mi limiterò a dire che la presenza di testi sulla filosofia e sull’economia accanto a quelli su Croce si rende non solo del tutto comprensibile, ma addirittura indispensabile nel momento in cui Gramsci passa da una posizione rivolta a determinare cosa Croce avesse detto, a una rivolta invece a fissare come e cosa di quel pensiero il marxismo potesse ereditare[59]. In altre parole: mentre in precedenza Gramsci mirava a una ricostruzione del materialismo storico che fosse per così dire all’altezza delle critiche di determinismo e meccanicismo a esso rivolte da Croce, senza curarsi in verità molto delle componenti crociane presenti nel suo stesso materialismo storico, adesso invece egli pone sotto osservazione il pensiero di Croce stesso, e dunque il rapporto tra filosofia della praxis e filosofia dello spirito, chiedendosi cosa la filosofia della praxis si possa appropriare e cosa debba criticare e rifiutare. Ma allora era indispensabile, da un lato, collocare l’idealismo crociano dentro la più ampia problematica del concetto di filosofia, dei suoi limiti e del suo statuto, dato che lo stesso marxismo è una filosofia, anche se di tipo particolare (di qui la serie di testi su «Introduzione allo studio della filosofia»); e dall’altra era necessario elaborare il fondamento di quella peculiarità che differenziava specificamente la filosofia della praxis dalla filosofia speculativa, cioè l’ancoraggio nel rapporto sociale, nell’economia, e in particolare il rapporto di Marx con Ricardo e il suo nuovo concetto di «immanenza» (di qui l’altra serie di testi).

Comunque lo si voglia valutare, il metodo compositivo del Q 10 è diversissimo da quello degli speciali a esso contemporanei: infatti non è né un collettore di appunti allo scopo di ordinarli (12 e 13), né un testo il piú possibile pronto per essere utilizzato (11), ma un ‘laboratorio di ricerca’. Tra tutti gli speciali del 1932 (e a fortiori tra i posteriori), insomma, il Q 10 è l’unico che mantenga viva la tensione tra momento costruttivo della ricerca e difficoltà a proseguirla, l’unico che esprima quel comportamento dilatorio che è la cifra piú originale del pensiero di Gramsci.

Resta da domandarsi cosa abbia spinto Gramsci a cambiare repentinamente i propri piani, impostando nel modo che si è detto i Q 10 e 11. Sul secondo di questi credo abbia influito potentemente la lettura del saggio di Dmitrij Petrovic Mirskij «The Philosophical Discussion in the C.P.S.U. in 1930-1931», apparso nel numero di ottobre 1931 del Labour Monthly, una rivista inglese filocomunista che Gramsci lesse dietro consiglio di Piero Sraffa. Abbiamo visto (cap. 2.2.2.) che di questo autore Gramsci aveva letto in precedenza il saggio su «Bourgeois History and Historical Materialism», di cui parla nella lettera cit. del 3 agosto 1931, ricavandone un’impressione estremamente favorevole, sopratutto in ordine alla consonanza, che gli sembrava di poter scorgere, tra la «filosofia della praxis» e la corrente che si andava imponendo nel marxismo internazionale. L’altro scritto di Mirskij – un resoconto delle vicende politico-teoriche in corso nell’Urss contemporanea – molto diverso dal primo, presenta tuttavia alcuni elementi a esso riconducibili e viene da Gramsci giudicato nel complesso favorevolmente, sopratutto in quanto documento di una tendenza che si sta imponendo a livello di massa. Riflesso di questa impressione è 8,169 (del novembre 1931), un testo molto complesso dedicato al concetto di «Unità della teoria e della pratica», in cui, accanto a una prudente critica dei limiti del dibattito filosofico e politico in Urss, come emergono dallo scritto di Mirskij, Gramsci si sforza di collocare il proprio pensiero in sostanziale sintonia con quelli che crede siano per essere gli sviluppi in senso “dialettico” ed “egemonico” (nel senso leniniano[60]) della realtà politica sovietica. Visto in questa luce, il Q 11 è l’intervento di Gramsci in questa situazione, l’approntamento di un testo capace di inserirsi produttivamente nel dibattito internazionale influenzandolo in senso “egemonico”. 8,169 verrà non a caso trascritto nel lungo 11,12, nonostante non faccia parte del gruppo di testi del Q 8 portatori dell’idea di una «Introduzione allo studio della filosofia», ma li preceda di alcuni mesi[61].

Anche per il Q 10 abbiamo un evento scatenante: la discussione con Tania (sollecitata e alimentata da Sraffa) sulla Storia d’Europa nell’aprile-maggio del 1932 È vero tuttavia che il Q 10 non è, come si è detto, riducibile a questo tema. In realtà la Storia d’Europa non è per Gramsci un elemento nuovo, ma la conferma di una tendenza presente in Croce almeno dal tempo della guerra:

Ma il Croce ha portato piú oltre la sua attività revisionistica e ciò specialmente durante la guerra e specialmente dopo il 1917 [Prefazione del 1917 a Materialismo storico ed economia marxistica]. La nuova serie di saggi sulla teoria della storia [si noti questa espressione!] incomincia dopo il 1910 con la memoria Cronache, storie e false storie [confluita in Teoria e storia della storiografia] e giunge fino agli ultimi capitoli della Storia della storiografia italiana nel secolo XIX, ai saggi sulla scienza politica [Elementi di politica, 1925] e alle ultima manifestazioni letterarie, tra le quali la Storia dell’Europa, come appare almeno dai capitoli che ho letto (lett. a Tania del 18 aprile 1932 [LC 609]).

Ma è proprio qui l’attualità bruciante della questione: una volta chiariti i concetti fondamentali del materialismo storico, Gramsci si trova posto dinnanzi a una situazione in cui, da un lato, sembrano esserci le avvisaglie decisive di una svolta nel dibattito filosofico in campo marxista, con l’imporsi di una concezione “egemonica”; dall’altra Croce ha rilanciato in grande stile, da anni, e continua a rilanciare, una campagna anti-materialismo storico tutta basata sull’accusa di meccanicismo e metafisica. Nel momento in cui, nell’inverno 1931-32, Gramsci crede di non essere piú solo in campo marxista a combattere teoricamente contro la critica crociana, diventa attuale far diventare questa lotta contro Croce una bandiera, attraverso la quale far passare il messaggio teorico-politico dell’egemonia. Non piú una riflessione teorica solitaria, dunque, ma un compito politico urgente. La lettera a Tania del 2 maggio 1932 esplicita limpidamente il nesso tra i due aspetti della lotta:

È avvenuto proprio che nello stesso periodo in cui il Croce elaborava questa sua sedicente clava [la storia etico-politica come critica del materialismo storico], la filosofia della praxis, nei suoi piú grandi teorici moderni, veniva elaborata nello stesso senso e il momento dell’“egemonia” o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economismo. È stato anzi possibile affermare che il tratto essenziale della piú moderna filosofia della praxis consiste appunto nel concetto storico-politico di “egemonia” (LC 616).

Di “sistematica rivalutazione” del momento dell’egemonia – un chiaro riferimento a Lenin – Gramsci può intanto parlare oggi, in quanto solo oggi gli appare in via di superamento il «fatalismo» che ha dominato il marxismo nel corso degli anni Venti, e diventa sensato contrapporre l’egemonia alla storia etico-politica non come l’elaborazione di un pensatore isolato, per quanto profondo, alla “filosofia dell’epoca”, ma come un’ideologia a un’altra ideologia.

Di fatto però il Q 10 va oltre questo orizzonte teorico-politico, ed è questo che ne fa il momento teoricamente forse piú intenso di tutta la ricerca dei Quaderni del carcere. In estrema stringatezza: nel corso stesso della ricerca, Gramsci (tirando le somme di un lavoro svolto in parte in precedenza) giunge a pensare l’idealismo crociano – e quindi la storia etico-politica – non piú semplicemente come qualcosa di cui occorre saper ‘essere all’altezza’, ma come una posizione di pensiero che può essere accolta solo attraverso una critica radicale, una critica cioè che sappia andare ai fondamenti del concetto di filosofia. Questa posizione si riscontra nel lavoro al Q 10, ma anche in alcune varianti del Q 11 (oltre che in un testo di nuova stesura come 11,59).

Alla luce di queste conclusioni, il passaggio dalla seconda alla terza fase di lavoro, nel corso del 1933, può essere motivata ulteriormente non solo dalla “catastrofe” psico-fisica di Gramsci, ma dal duplice fatto dell’avvenuta realizzazione del compito ‘politico’ del 1932, e (possiamo ipotizzare) dal cadere della tensione del 1931-32 per il sopravvenire di altre notizie dall’Unione Sovietica. Resta interrotta, invece, la ricerca avviata nel Q 10 attorno al concetto di filosofia, con la peculiare alternativa tra Croce e Ricardo, senza che ciò abbia una motivazione esterna all’incapacità di lavorare al livello di intensità speculativa del Q 10.

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[1] Un articolo uscito nella Cultura, 1933 (XII), n. 4, ottobre-dicembre. Anche il § 38 fa probabilmente riferimento a un articolo del settembre-dicembre 1933: Nuova Rivista Storica, 1933 (XVII), n. 5/6. G. Francioni ha ipotizzato, ma con forti dubbi, che il Q 13 sia stato completato già a Turi entro il 19 novembre. Cf il suo «Proposte per una nuova edizione dei “Quaderni del carcere”. (Seconda stesura)», in IG Informazioni, 1992, n. 2, pp. 166 e 158 s.

[2] L’estate del 1933 è anche il momento in cui a Gramsci è assegnato un compagno di cella, Gustavo Trombetti, ciò che, stando almeno alla sua testimonianza, portò a una serie di restrizioni nel modo di lavorare concessogli dalle autorità carcerarie, che fu probabilmente superato solo con il trasferimento a Formia. Cf ancora Francioni, art. cit., pp. 158 s., che cita una testimonianza del 1964 («‘Piantone’ di Gramsci nel carcere di Turi») e una del 1987 («In carcere con Gramsci») di Gustavo Trombetti. Questo probabile rallentamento nel lavoro, unito a quello indotto dal peggioramento delle condizioni di salute di Gramsci, si prolunga per quest’ultima ragione (stando alle testimonianze di Tania) a Formia nell’inverno 1933-34 e nella primavera 1934 (cf ancora Francioni, art. cit., pp. 162 s.).

[3] Con LC rimando all’edizione Caprioglio/Fubini delle Lettere dal carcere (Torino: Einaudi 1965).

[4] Cors. mio. Nota bene: nel novembre 1928 Gramsci aveva già ben presente il meccanismo di mutazione molecolare della personalità che userà nell’agosto del ’33 per spiegare a Tania ciò che gli sta accadendo (v. infra).

[5] Cf le lettere a Tania del 20 e 27/7, del 10 e del 17/8/1931 (LC 452, 454-455, 462-465).

[6] Lett. del 6/3/1933 (LC 757 s.) e Q 1762-64 (15,9: «Note autobiografiche»). Gramsci scrive la propria lettera il 6 marzo, di lunedi, riferendosi al colloquio del giorno precedente, in cui aveva già accennato a Tania il «paragone […] per spiegarti ciò che avviene in me» (LC 757). Non è possibile stabilire con certezza quale dei due testi preceda l’altro; essi sono senza dubbio disposti diversamente rispetto al proprio oggetto: la lettera usa l’immagine dei naufraghi per illustrare un problema personale già accennato, in questi stessi termini, il giorno precedente (intreccio tra malattia e comunicazione con l’esterno, che diventa anch’essa un momento che rinfocola la malattia) e per prendere una decisione personale; 15,9 prende le mosse dallo spunto autobiografico per proiettarlo immediatamente sullo sfondo dell’epoca presente e farne momento di analisi di un problema politico universale. È possibile che questo movimento dall’individuale all’universale, dal momento medico a quello politico, sia stato il processo temporale reale del pensiero di Gramsci.

[7] Cf G. Francioni, «Proposte», cit., pp. 162 s.

[8] Cf Francioni, L’officina gramsciana. Ipotesi sulla struttura dei «Quaderni del carcere», Napoli: Bibliopolis 1984, pp. 28-43, e «Proposte», cit., pp. 91-97, qui 92.

[9] Cf R. Mordenti, «“Quaderni del carcere” di A. Gramsci», in Letteratura italiana: Le opere, IV.2, dir. da A. Asor Rosa, Torino: Einaudi 1996, p. 585, dove, dopo aver documentato la quasi impossibilità di lavoro in cui si trova Gramsci a Formia, conclude «Sembra che a questa altezza cronologica anche la grande impresa intellettuale e morale dei Quaderni debba dirsi conclusa», e aggiunge in nota: «A nostro parere, in considerazione delle condizioni di salute che gli impedivano perfino di scrivere lettere ai suoi cari, tale momento andrebbe sostanzialmente collocato nel marzo 1933, con minime possibili riprese di lavoro nel corso del 1934-35».

[10] Testi A: 4 > 16,13; 14 > 21,1; 27 > 16,13; 30 > 16,13; 44 > 16,14; 66 > 24,1. I testi C sono una sequenza: §§ 16-18 (16 < 8,243; 17 < 8,244; 18 < 8,244) appartenenti a tre rubriche differenti («Risorgimento italiano», «Letteratura popolare», Machiavelli. Volontarismo e garibaldinismo»). È difficile dare una spiegazione, se non contingente, a questo fatto.

[11] Testo A è il § 68 > 16,15.

[12] Testo A è il § 38 > 21,1 + 23,1 + 23,2.

[13] I tre testi C di cui è composto riprendono note del Q 2 risalenti al 1930.

[14] Anche in questo caso i testi A corrispondenti non vanno oltre il 1930 (dai Q 1, 3, 5 e 6).

[15] Francioni (L’officina gramsciana, cit., p. 132) formula questa ipotesi in relazione a un eventuale successore del Q 11.

[16] Cf R. Martinelli, «Un dialogo fra grammatici: Panzini e Gramsci», in Belfagor, 1990 (XLV), pp. 681-88.

[17] Con questo non voglio certo sminuire per spirito di tesi il fatto del peggioramento delle condizioni di salute di Gramsci, che ci fu senza dubbio. D’altronde lo stesso Gramsci nel 1933 fa risalire, come si è visto, proprio all’estate del 1931 l’inizio della propria “catastrofe”. Ciò che voglio sostenere è invece che la decisione di stendere il programma del Q 8 e di avviare i quaderni speciali (non è comunque la stessa cosa) non può essere fatta discendere dal peggioramento delle condizioni di salute, che, stando al ‘bollettino medico’ delle lettere, non è paragonabile a quello dal marzo 1933. In generale, è un andamento fatto di alti e bassi, preoccupante come sintomo di un peggioramento strutturale, ma privo di crisi inabilitanti. Il 31 agosto scrive a Tania che «in generale sta molto meglio» (LC 474); il 7 settembre che «si è rimesso abbastanza» e, dopo una lunga discussione sul concetto di intellettuale, le annuncia che «farà un prospetto della materia che dovrà essere di non meno di 50 pagine» (LC 480, 482); il 13 settembre: «non sono stato neanche un giorno a letto […] in realtà ho sofferto un po’ di debolezza, ma non molto sensibile» (LC 486). Una febbre che lo costringe a letto comincia ad averla il 26 ottobre (LC 513), ma il 2 novembre dice di stare meglio, «sebbene si senta sempre un po’ debole» (LC 516). Il 9 novembre fa un bilancio «nel quinto anniversario del suo incarceramento»: «Il malessere che sento da tre mesi a questa parte è certo l’inizio di un periodo in cui la vita carceraria si farà sentire piú duramente, come un qualche cosa di sempre attuale, che opera permanentemente per distruggere le forze […] leggo poco e penso meno, cioè non faccio che pochi sforzi intellettuali […] Non riesco a concentrare l’attenzione su un argomento mi sento spappolato fisicamente cosí come lo sono intellettualmente» (LC 520 s.). Il 30 novembre annuncia che da una settimana «la temperatura è caduta, come media, in modo notevole» e che «da quando è caduta la temperatura gli è passato il mal di capo e in generale si sente molto meglio, quantunque sia un po’ debole» (LC 530 s.), e il 7 dicembre conferma di sentirsi «per il momento […] molto meglio, piú forte» (LC 534). Dopo il dicembre il ‘bollettino’ si dirada (29 febbraio 1932: «Ti voglio ora informare delle mie condizioni di salute, che sono fondamentalmente buone» [LC 581]), fino al nuovo peggioramento di metà giugno 1932 (18 luglio: «Sí, realmente da circa un mese non sto molto bene», nuovamente «febbre abbastanza alta», incapacità di mangiare che favorisce l’insorgere di uno stato di «depressione generale che schiaccia ogni volontà e iniziativa»: «sono diventato incapace di qualsiasi forma di concentrazione intellettuale» [LC 648]).

Sulla sapute di Gramsci nel periodo agosto-dicembre 1931 cf una diversa valutazione in Francioni, L’officina gramsciana, cit., pp. 63 s. Sul valore da assegnare alla crisi dell’agosto 1931 nella periodizzazione dei Quaderni cf V. Gerratana, «Prefazione» all’ed. crit. dei Quaderni del carcere, p. XXV; Francioni, op. cit., pp. 69 e n., 77-85 e 128 s.; Mordenti, «“Quaderni del carcere”», cit., pp. 574-77.

[18] Quest’ultimo fatto non va però inteso come una limitazione: sia per le esigenze della vita carceraria, sia per le abitudini che Gramsci aveva sempre avuto, lo scrivere non esaurisce affatto il ‘lavoro’. Del resto, per il periodo precedente l’8 febbraio 1929 le lettere sono un documento prezioso.

[19] Questa non fondamentalità deriva dall’idea desanctisiana di «cultura» come «una coerente e unitaria, e di diffusione nazionale, “concezione della vita e dell’uomo”, cioè una “filosofia” ma diventata appunto “cultura” cioè che ha generato un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e individuale» (17,38 = Q 1941); e nel corrispondente testo C (23,1: «Ritorno al De Sanctis»), dopo «concezione della vita e dell’uomo», c’è l’aggiunta «una “religione laica”» (Q 2186). Questa idea di cultura Gramsci la ritrova anche in Croce, ma indebolita e infine travisata.

[20] D’altronde lo stesso anuncio del «für ewig» e della ricerca «disinteressata» è attraversato da una sottile vena ironica e autoironica (cf J. A. Buttigieg, «Introduction», in A. Gramsci, Prison Notebooks, ed. by J. A. Buttigieg, transl. by J. A. Buttigieg and A. Callari, vol. 1, New York: Columbia Univ. Press 1991, pp. X-XIII).

[21] «Io non conosco la materia del suo studio, ma suppongo che, come in altri casi, non vi saranno piú di alcune dozzine di libri fondamentali che occorre studiare a fondo prima di scrivere una prima stesura del lavoro […] Queste poche dozzine di libri, Nino se le potrebbe far mandare […] Invece io sono sempre stato un poco sorpreso dal fatto che egli ha chiesto in questi anni esclusivamente opere appena pubblicate, e cioè che gli servivano solo per tenersi al corrente» (lett. del 23/8/1931, in P. Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, a cura di V. Gerratana, Roma: Editori Riuniti 1991, p. 23).

[22] «Come vedi questo argomento potrebbe dar luogo a tutta una serie di saggi, ma per ciò è necessaria tutta una ricerca erudita. – Cosí avviene per altre ricerche. Bisogna anche tener conto che l’abito di severa disciplina filologica, acquistato durante gli studi universitari, mi ha dato un’eccessiva, forse, provvista di scrupoli metodici» (LC 459, 460). Su questa lettera tornerò piú sotto, cap. 2.3.2.

[23] L’importanza di questo gruppo di lettere è stata da me sottolineata nella mia tesi di laurea, Lo statuto della filosofia nei «Quaderni del carcere» di Antonio Gramsci, Università di Urbino, a.a. 1990-91, cap. 1. Cf ora anche A. Lepre, Il prigioniero. Vita di Antonio Gramsci, Roma-Bari: Laterza 1998, pp. 96-106.

[24] Non intendo qui dire che Gramsci non si fosse mai occupato negli anni precedenti dei temi compresi sotto questi due argomenti (ma per il primo di essi il riferimento alla Torino del dopoguerra non può che limitarsi al fenomeno del taylorismo, mentre di «americanismo» si comincia a parlare nell’Italia dei secondi anni Venti). La novità sta nel modo di riunire diversi temi sotto questi due argomenti, e nel modo di svolgerli.

[25] DQ 2430 indicava le cc. 1r-50v. L. Borghese («Tia Alene in bicicletta: Gramsci traduttore dal tedesco e teorico della traduzione», in Belfagor, XXXVI [1981], n. 6, pp. 635-665, qui 640) ha precisato che alle cc. 43r-50v sono tradotti alcuni articoli (su Zola) da un altro numero, quello del 30 settembre 1927.

[26] «Proposte», cit., p. 128: l’ipotesi è che Gramsci lavorasse parallelamente alle traduzioni contenute nella prima e nella seconda metà del quaderno, rispettivamente da Die literarische Welt e dai fratelli Grimm. Ora, alle cc. 99v e 100r compaiono tre liste di libri, collegate da Gerratana (DQ 2432 s.) alle lettere a Tania dell’11 e del 25 marzo 1929 (non mi pare, invece, che la lista a c. 100v sia collegabile, come vuole Francioni, ibid., alla lettera del 25 marzo e a 2,74). Se pertanto le liste sono stese alla conclusione delle due sezioni parallele, il Q A è stato completato entro il mese di marzo.

[27] La quale è anche – si noti – quella che contiene la lista di libri lasciati a Roma stesa nel Q A, cc. 99r e 100r, di cui alla nota precedente.

[28] Questo è certo, ad es., per le fiabe dei Grimm (Fünzig Kinder- und Hausmärchen, Leipzig: Reclam s.d., recante il timbro di S. Vittore). Cf la lettera cit. del 23 maggio 1927 a Tania: «ora leggo le novelline dei fratelli Grimm che sono elementarissime» (LC 93).

[29] G. Baratta, «Socialismo, americanismo e modernità in Gramsci», in Critica marxista, XXVIII (1990), n. 4, pp. 95-108, qui 107 e nota.

[30] Non si deve pensare che Die literarische Welt abbia rappresentato il primo approccio di Gramsci a un tema sconosciuto. Il 23 maggio 1927 riferisce a Tania di possedere «il libro di Ford Oggi e domani», che tuttavia non è, almeno a questa altezza, elemento di grande interesse («mi diverte assai, perché Ford, se è un grande industriale, mi pare assai comico come teorizzatore»). Nella lettera del 25 marzo 1929, quindi, sotto la voce «americanismo e fordismo» Gramsci afferma di possedere i due libri del Ford (il cit. Aujourd’hui et demain, Paris: Payot 1926, consegnatogli già a S. Vittore, dunque prima del maggio 1928; Ma vie et mon oeuvre, ivi, ricevuto a Turi prima del febbraio 1929), quello di André Siegfried, Les Etats-Unis d’aujourd’hui, Paris: Colin 1928 (che aveva ricevuto proprio in quei giorni, dopo l’inizio di marzo) e quello di Lucien Romier, Qui sera le Maître: Europe ou Amérique?, Paris: Hachette 1927 (ricevuto a Turi prima del febbraio 1929) (LC 264).

[31] Rimando per questo allo studio della Borghese, «Tia Alene in bicicletta», cit.

[32] Mordenti, «“Quaderni del carcere”», cit., p. 603.

[33] Questa è la tesi di L. Mangoni, «La genesi delle categorie storico-politiche nei “Quaderni del carcere”», in Studi storici, 1987, n. 3, pp. 565-79, qui 569 s.

[34] Sul rapporto con il magistero etico-politico al tempo dello studio universitario, e sulla valutazione di esso nei Quaderni, mi pare illuminante il passo seguente, da una lettera a Tania del 17 agosto 1931: «Quando ero allievo del Cosmo in molte cose non ero d’accordo con lui, naturalmente, sebbene allora non avessi precisato la mia posizione e a parte l’affetto che mi legava a lui. Ma mi pareva che tanto io come il Cosmo come molti altri intellettuali del tempo (si può dire nei primi 15 anni del secolo) ci trovassimo in un terreno comune che era questo: partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale e intellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce, il cui primo punto era questo, che l’uomo moderno può e deve vivere senza religione rivelata o positiva o mitologica o come altrimenti si vuol dire. Questo punto mi pare anche oggi il maggiore contributo alla cultura mondiale che abbiano dato gli intellettuali moderni italiani, mi pare una conquista civile che non deve essere perduta» (LC 466).

[35] Nel Q 7 (cc. 2r-34v) Gramsci traduce quasi interamente il seguente volumetto antologico: Karl Marx, Lohnarbeit und Kapital. Zur Judenfrage und andere Schriften aus der Frühzeit, ausgewählt und eingeleitet von Ernst Drahn, Leipzig, Phil. Reclam jun. [s. i. d., ma l’introduzione è datata 1.7.1919]. Esso fu da lui ricevuto tra la fine di marzo e la fine di novembre 1930, ma la stretta connessione con gli appunti di filosofia del Q 4 (maggio-novembre 1930) induce a supporre che le traduzioni siano state fatte almeno in parte parallelamente alla stesura di quelli. Dei testi tradotti i piú interessanti, dal nostro punto di vista, sono (secondo l’ordine in cui li sistema Gramsci): «1. Ludovico Feuerbach», cc. 2r-3r (Über Feuerbach [cioè le Tesi su Feuerbach ], nel vol. cit. pp. 54-57); «2. Il materialismo storico», cc. 3r-4r (Historischer Materialismus [cioè la Prefazione a Per la critica dell’economia politica ], pp. 43-46); «3. Teoria della Storia», cc. 4r-10v (Manifest der kommunistischen Partei , 1: Bourgeois und Proletarier [Manifesto del Partito comunista , cap. 1: Borghesi e proletari ], pp. 103-21); «7. Il materialismo francese del 18° secolo», cc. 29v-32v (Der französische Materialismus des 18. Jahrhunderts [si tratta del brano della Sacra famiglia sul materialismo francese], pp. 30-42).

Come si può notare, nel tradurre Gramsci non segue l’ordine del libro: affronta immediatamente le Tesi e la Prefazione, che sono infatti tra i suoi punti di riferimento principali negli appunti di filosofia.

[36] In Labour Monthly, July 1931, pp. 453-459.

[37] Ivi, p. 455.

[38] Ivi, pp. 457, 458.

[39] LC 378. Non è assurdo supporre che gli altri «argomenti principali» fossero, in quel momento, la «teoria della storia» e «americanismo e fordismo».

[40] Gerratana, «Prefazione», cit., p. XXV.

[41] Cf Francioni, L’officina gramsciana, cit., p. 83.

[42] Cf ancora Francioni, ivi, p. 79.

[43] Intendo disatteso dal punto di vista di autonoma direttrice di indagine. Non mancano, ovviamente, alcuni appunti e riferimenti sparsi al teatro, né spunti interessanti (sopratutto nel Q 3), che tuttavia non acquisiscono autonomia rispetto ad altri temi, in particolare la “Letteratura popolare”.

[44] Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, cit., p. 23.

[45] In A. Natoli, Antigone e il prigioniero, Roma: Editori Riuniti 19912, p. 236.

[46] 8,194 prende spunto da un articolo del Corriere della sera del 4 febbraio 1932 (NT 2814).

[47] Francioni, L’officina gramsciana, cit., pp. 88-90 (ma sono da vedere le pp. 77-93 per tutta la questione relativa ai due programmi del Q 8, con molti dettagli importanti e ulteriori argomenti).

[48] Gerratana, «Prefazione», cit., p. XXV.

[49] Non si vuole con ciò sostenere l’assenza di temi linguistici e di un’impostazione di studio legata alla linguistica in tutta la ricerca, come ha mostrato F. Lo Piparo, Lingua intellettuali egemonia in Gramsci, Roma-Bari: Laterza 1979.

[50] Francioni, L’officina gramsciana, cit., p. 86.

[51] Non necessariamente l’interruzione della raccolta di materiale, ma la fine della fase costruttiva della ricerca, caratterizzata dall’ampliamento e dalla modificazione progressiva della tematica e della suddivisione disciplinare.

[52] Risposta alla lettera di Tania del 16 febbraio 1932: «ora […] dovresti metterti a scrivere lo schema (non meno di 50 pagine!) della tua storia degli intellettuali italiani. E se 50 pagine sono troppe, comincia a mandarci una prima puntata di 10 pagine». Anche qui Tania trascrive un passo di Sraffa (lett. del 27 dicembre 1931): «Infine, dovreste dirgli che […] dovrebbe mettercisi a scrivere lo schema (non meno di 50 pagine!) della sua storia degli intellettuali italiani. E se 50 pagine sono troppe, cominci a mandarci una prima puntata di 10 pagine» (Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, cit., p. 43).

[53] Una diversa interpretazione in Francioni, L’officina gramsciana, cit., pp. 88-92.

[54] Q 10: cm. 20,5 X 26,5; Q 12: cm. 21,4 X 30,5; Q 13: cm. 21,4 X 30,5; Q 11: cm. 14,8 X 19,8 circa.

[55] Il Q 10 viene iniziato verosimilmente in maggio data la corrispondenza con lo scambio epistolare con Tania del 18 aprile-9 maggio (DQ 2405; e le utili precisazioni di Francioni, L’officina gramsciana, cit., pp. 103-5); e il Q 11 probabilmente verso la metà dell’anno (DQ 2407).

[56] I §§ 11 e 12 sono invece testi B.

[57] Francioni, L’officina gramsciana, cit., p. 105. Francioni ha ribadito in seguito più volte questa tesi, con sfumature differenti: cf «Gramsci tra Croce e Bucharin: sulla struttura dei Quaderni 10 e 11», in Critica marxista, 1987, n. 6, pp. 19-45, qui 37; «Proposte per una nuova edizione», cit., pp. 138 s.

[58] Infatti Francioni scrive: «Lo stesso titolo apposto da Gramsci in copertina e in testa alla prima pagina [«La filosofia di Benedetto Croce»] riguarda, a rigore, solo i primi sei testi [cioè il primo testo non numerato dal curatore e 10,II,1-5], è dunque un progetto poi abbandonato o comunque radicalmente riformulato» («Proposte per una nuova edizione», cit., pp. 138 s.). La prima obiezione che viene in mente è che Gramsci non ha cancellato quel titolo, né marcato in alcun modo la cesura tra 10,II,5 e 6.

[59] Da questo punto di vista è effettivamente cruciale 10,II,6, che formalizza un’attitudine critica della filosofia della praxis nei confronti delle «filosofie speculative» incentrata sulla nozione di «traducibilità» (Q 1245) proprio esemplificandolo col concetto crociano di «catarsi».

[60] «Anche l’unità di teoria e pratica no è un dato di fatto meccanico, ma un divenire storico, che ha la sua fase elementare e primitiva nel senso di “distinzione”, di “distacco”, di “indipendenza”. Ecco perché altrove ho osservato che lo sviluppo del concetto-fatto di egemonia ha rappresentato un grande progresso “filosofico” oltre che politico-pratico» (Q 1042).

[61] Evidentemente Mirskij non è l’unica fonte di Gramsci. Sarebbe importante stabilire con approssimazione le letture che Gramsci aveva fatto e andava facendo sull’Urss contemporanea, per poter precisare gli elementi positivi che credeva di poter ravvisare nella situazione attuale.

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