Giuseppe Cospito

 

 

Egemonia

 

Materiali di lavoro per il seminario sul

 Lessico gramsciano

[Seconda stesura*]

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

1.                  Avvertenza                        2

2.                  «Posizione del problema» (Q 1-4: febbraio-novembre 1930)         3

3.                  «Un uomo politico scrive di filosofia» (Q 5-9: novembre 1930-novembre 1932)    11

4.                  I «quaderni speciali» (Q 12, 13, 16, 19, 22, 23: maggio 1932-febbraio 1935)          18

5.                  «Senza tener conto delle divisioni di materia» (Q 10, II, 14, 15 e 17: 1932-1935)   21

6.                  Per una (ri)definizione del concetto gramsciano di egemonia                  25

 


 

 

1. Avvertenza.

 

Sul concetto di egemonia in Gramsci esiste oggi una letteratura davvero sterminata: basti pensare che, sotto questa voce, l’ultima versione on-line della Bibliografia gramsciana curata da John Cammett [reperibile al seguente indirizzo http://www.soc.qc.edu/gramsci] censisce circa 650 testi. Ma al di là degli scritti esplicitamente dedicati all’argomento, si può dire che non vi sia stato studioso e interprete del pensiero di Gramsci che non abbia voluto e dovuto affrontare questo tema, vista la sua centralità rispetto all’intera costruzione teorico-politica dell’autore dei Quaderni, dalle primissime ricognizioni critiche condotte sulle prime, parziali edizioni dei suoi scritti, a buona parte delle relazioni svolte da chi mi ha preceduto nell’ambito dei seminari sul lessico gramsciano.

Di fronte a questa tradizione, giunta peraltro nel corso degli anni a risultati che possono considerarsi definitivi – nei limiti che questo termine può avere nel campo dei nostri studi – per quanto riguarda la definizione del concetto di egemonia nelle diverse accezioni con cui questo compare nelle note carcerarie, nonché del rapporto tra queste e gli scritti politici gramsciani per un verso e la tradizione marxista terzinternazionalista e leninista in particolare per l’altro, il mio lavoro non ha l’ambizione di proporre una nuova interpretazione di questa categoria cruciale né tantomeno, attraverso di essa, dell’intera opera di Gramsci. Al contrario, cercando di mettere a frutto oltre mezzo secolo di critica e di filologia gramsciane, proverò a seguire, nelle sue varie tappe, nascita e sviluppo del concetto in questione nei Quaderni del carcere, per giungere in conclusione a un tentativo di sua definizione “ricapitolativa”, limitandomi a rinviare a quelli che mi paiono gli studi più importanti per quanto riguarda il rapporto con gli scritti precarcerari, le Lettere dal carcere e le possibili fonti del pensiero gramsciano sull’argomento.

Per fare questo leggerò e commenterò, seguendone l’ordine cronologico di stesura,[1] una serie di note che mi paiono particolarmente significative al riguardo. Prima di procedere nell’analisi non è forse inutile ripetere le considerazioni – più volte espresse anche da molti degli studiosi qui presenti – relativamente al carattere assolutamente peculiare del lessico dei Quaderni e in particolare dei suoi concetti-chiave. Anche per quanto riguarda il termine egemonia, Gramsci infatti adotta un termine del linguaggio comune attribuendogli – talvolta addirittura nel corso di una stessa nota – non solo significati anche molto diversi tra loro, ma spesso alquanto lontani sia dall’uso quotidiano sia da quello cristallizzato nelle diverse tradizioni di pensiero filosofico e politico, proprie (il marxismo nelle sue diverse versioni) e altrui (in particolare il neo-idealismo crociano, ma non solo), con una tendenza a ulteriori sviluppi e approfondimenti nel corso della riflessione carceraria.

 

 

2. «Posizione del problema» (Q 1-4: febbraio-novembre 1930).

 

Come (quasi) tutte le fondamentali categorie gramsciane, anche il tema dell’egemonia emerge fin dal «Primo quaderno» e, più precisamente, nel corso di quella vera e propria “esplosione” della riflessione teorica che è rappresentatata dai §§ 43-44, dedicati al problema del Risorgimento. In particolare il § 44, steso tra il febbraio e il marzo del 1930, affronta la questione della

 

Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo. Tutto il problema delle varie correnti politiche del Risorgimento, dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con le forze omogenee o subordinate delle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale si riduce a questo fondamentale: che i moderati rappresentavano una classe relativamente omogenea, per cui la direzione subì oscillazioni relativamente limitate, mentre il Partito d’Azione non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni che subivano i suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati.[2] […] Il criterio storico‑politico su cui bisogna fondare le proprie ricerche è questo: che una classe è dominante in due modi, è cioè «dirigente» e «dominante». È dirigente delle classi alleate, è dominante delle classi avversarie. Perciò una classe già prima di andare al potere può essere «dirigente» (e deve esserlo): quando è al potere diventa dominante ma continua ad essere anche «dirigente». […] Ci può e ci deve essere una «egemonia politica» anche prima della andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica. Dalla politica dei moderati appare chiara questa verità ed è la soluzione di questo problema che ha reso possibile il Risorgimento nelle forme e nei limiti in cui esso si è effettuato di rivoluzione senza rivoluzione[3]. In quali forme i moderati riuscirono a stabilire l’apparato della loro direzione politica? In forme che si possono chiamare «liberali» cioè attraverso l’iniziativa individuale, «privata» (non per un programma «ufficiale» di partito, secondo un piano elaborato e costituito precedentemente all’azione pratica e organizzativa). Ciò era «normale», data la struttura e la funzione delle classi rappresentate dai moderati, delle quali i moderati erano il ceto dirigente, gli «intellettuali» in senso organico. Per il Partito d’Azione il problema si poneva in altro modo e diversi sistemi avrebbero dovuto essere applicati. I moderati erano «intellettuali», «condensati» già naturalmente dall’organicità dei loro rapporti con le classi di cui erano l’espressione (per tutta una serie di essi si realizzava l’identità di rappresentato e rappresentante, di espresso e di espressivo, cioè gli intellettuali moderati erano una avanguardia reale, organica delle classi alte perché essi stessi appartenevano economicamente alle classi alte. […] Si rivela qui la verità di un criterio di ricerca storico‑politico: non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni classe ha i suoi intellettuali; però gli intellettuali della classe storicamente progressiva esercitano un tale potere di attrazione, che finiscono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali delle altre classi e col creare l’ambiente di una solidarietà di tutti gli intellettuali con legami di carattere psicologico (vanità ecc.) e spesso di casta (tecnico‑giuridici, corporativi). […] Il Partito d’Azione segue la tradizione “retorica” della letteratura italiana. Confonde l’unità culturale con l’unità politica e territoriale. Confronto tra giacobini e Partito d’Azione: i giacobini lottarono strenuamente per assicurare il legame tra città e campagna.

 

Ho estrapolato dal lungo paragrafo gramsciano i passi che mi sono parsi più significativi di una serie di elementi, di cui:

a)      alcuni destinati a restare fermi nella riflessione carceraria successiva: l’egemonia (significativamente introdotta per la prima volta tra virgolette, a segnalare fin dall’inizio il senso particolare in cui Gramsci intende impiegare il termine) come direzione prima ancora che dominio, con un’oscillazione tra egemonia = direzione ed egemonia = direzione + dominio che non verrà completamente risolta nel prosieguo;

b)      altri appena abbozzati che conosceranno notevoli sviluppi: il tema degli intellettuali «avanguardia» della classe rispetto alla quale sono «organici», per cui dovremo attendere il § 49 del Q 4;

c)      altri ancora rispetto ai quali Gramsci prenderà in seguito sempre più le distanze: il nesso alquanto meccanico istituito tra rapporti di classe e lotta politica o, più in generale, tra base economica e costruzioni ideologiche che sembra echeggiare la celebre espressione dell’Ideologia tedesca secondo cui “le idee dominanti sono le idee della classe dominante” (e che renderebbe di fatto impossibile la lotta tra egemonie contrastanti) e che lo indurrà per esempio ad affermare, nel § 73 dello stesso Q 1, che «proprio fino al 500 Firenze esercita l’egemonia culturale, perché esercita un’egemonia economica». A questo proposito la concezione gramsciana di questo periodo sembra riallacciarsi all’ultima fase della riflessione precarceraria e in particolare al noto saggio sulla Questione meridionale, che si concludeva con l’affermazione secondo cui il proletariato «non può formarsi un proprio strato di intellettuali che molto lentamente, molto faticosamente, e solo dopo la conquista del potere statale».[4] In seguito Gramsci rifuggirà da affermazioni tanto nette da apparire semplicistiche, passando da una adesione più o meno consapevola alla vulgata marxista-leninista a una interpretazione-traduzione dei testi classici, attraverso la mediazione decisiva del confronto con le punte più avanzate della cultura “borghese” (Croce).

 

Proseguendo nella lettura del § 44 del Q 1 si può inoltre osservare come, accanto all’accezione tipicamente gramsciana del termine egemonia appena descritta, questo compare anche in un senso che potremmo definire “debole”, in quanto vicino se non coincidente con quello usuale nell’epoca in cui Gramsci scriveva, di «Direzione suprema. Preminenza di uno Stato sopra altri»:[5] l’egemonia della Francia sul resto d’Europa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, l’«egemonia piemontese» rispetto agli altri antichi stati italiani (o quella di Parigi sul resto della Francia durante la rivoluzione francese), l’«egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città‑campagna» e così via.

Non sempre tuttavia è possibile e/o proficuo distinguere, in questa come nelle note che seguono, tra uso “forte” e “debole” del concetto di egemonia, per la presenza di una serie pressoché infinita o almeno indefinita di accezioni intermedie in virtù della già notata polisemicità di questo come degli altri termini del lessico gramsciano; in ogni caso, nel prosieguo mi concentrerò esclusivamente su (alcune) note in cui questo ricorre in contesti indubitabilmente e peculiarmente forti e pregnanti, omettendo tutti quei passi in cui il suo uso, peraltro estremamente frequente soprattutto nella prima parte della riflessione carceraria, non presenta difficoltà o elementi di interesse particolari, a costo di escludere dalla mia considerazione interi quaderni (come il «miscellaneo» – è lo stesso Gramsci a definirlo così – Q 2, o alcuni degli ultimi «speciali»).

In alcuni paragrafi successivi del Q 1 Gramsci inizia ad approfondire il problema degli strumenti per il conseguimento e il mantenimento dell’egemonia: tra i primi, nel § 46, vengono indicati l’«attività scolastica, in tutti i suoi gradi» e il giornalismo, con particolare riferimento alle «riviste enciclopediche e specializzate»; quanto ai secondi, il § 48 distingue tra «esercizio “normale” dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare […] caratterizzato da una combinazione della forza e del consenso che si equilibrano, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi appaia appoggiata dal consenso della maggioranza espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica», e situazioni in cui «l’apparato egemonico si screpola e l’esercizio dell’egemonia diventa sempre più difficile. Il fenomeno viene presentato e trattato con vari nomi e sotto vari aspetti. I più comuni sono: “crisi del principio di autorità” – “dissoluzione del regime parlamentare”».

Questo almeno per quanto riguarda gli stati europei. Nel § 61, il primo dedicato al tema dell’americanismo, Gramsci osserva invece che negli USA «l’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno di tanti intermediari politici e ideologici. Le “masse” di Romier sono l’espressione di questo nuovo tipo di società, in cui la “struttura” domina più immediatamente le soprastrutture e queste sono razionalizzate (semplificate e diminuite di numero)». Affermazione peraltro apparentemente contraddetta nel seguito della nota (a indicare l’esigenza di un ulteriore chiarimento a riguardo), in cui si dice che, dal momento che negli Stati Uniti «non si è verificata ancora (se non sporadicamente, forse) alcuna fioritura “superstrutturale”, quindi non è ancora stata posta la quistione fondamentale dell’egemonia: la lotta avviene con armi prese dall’arsenale europeo e ancora imbastardito, quindi appaiono e sono “reazionarie”».[6]

 

Tralascio ulteriori esempi dal primo quaderno per osservare che, nonostante il tema dell’egemonia sia impostato in molte delle sue caratteristiche peculiari, è evidente che questo, come è stato già notato, implica «tutta una concezione delle sovrastrutture che Q 1 lascia ancora in sospeso».[7] Un primo tentativo – sia pure non del tutto compiuto e coerente – di sistemare, organizzare e coordinare queste tematiche si ha pertanto negli «Appunti di filosofia I» del Q 4 e in particolare nel cruciale § 38 (ottobre 1930), dedicato proprio ai Rapporti tra struttura e superstrutture: dopo aver distinto tre momenti in cui si articolano i rapporti di forze – «un rapporto delle forze sociali strettamente legato alla struttura», «un momento successivo è il “rapporto delle forze” politiche, cioè la valutazione del grado di omogeneità e di autocoscienza raggiunto dai vari raggruppamenti sociali» e infine «il terzo momento è quello del “rapporto delle forze militari” che è quello immediatamente decisivo volta per volta», precisando che «lo sviluppo storico oscilla continuamente tra il primo e il terzo momento, con la mediazione del secondo» ­– Gramsci osserva che quest’ultimo

 

«momento» a sua volta può essere scisso in diversi momenti, che corrispondono ai diversi gradi della coscienza politica, così come si sono finora manifestati nella storia. Il primo momento, il più elementare, è quello economico primitivo: un commerciante sente di essere solidale con un altro commerciante, un fabbricante con un altro fabbricante ecc., ma il commerciante non si sente ancora solidale col fabbricante; si sente cioè l’unità omogenea del gruppo professionale, ma non ancora del raggruppamento sociale. Un secondo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza della solidarietà d’interessi tra tutti i membri del raggruppamento sociale, ma ancora nel campo puramente economico. In questa fase economico‑politica, si pone la quistione dello Stato, ma sul terreno dell’eguaglianza politica elementare, poiché si rivendica il diritto di partecipare all’amministrazione e alla legislazione e di modificarle, di riformarle, nei quadri generali esistenti. Un terzo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza che i proprii interessi «corporativi», nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia «corporativa», di raggruppamento economico cioè, e possono e debbono divenire gli interessi di altri raggruppamenti subordinati; questa è la fase più schiettamente «politica» che segna il netto passaggio dalla pura struttura alle superstrutture complesse, è la fase in cui le ideologie germinate precedentemente vengono a contatto ed entrano in contrasto fino a che una sola di esse, o almeno una sola combinazione di esse, tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l’area, determinando oltre che l’unità economica e politica anche l’unità intellettuale e morale, su un piano non corporativo, ma universale, di egemonia di un raggruppamento sociale fondamentale su i raggruppamenti subordinati.

 

Quindi, dopo aver criticato il sindacalismo teorico per la sua incapacità di fare uscire il gruppo subalterno di cui è espressione «dalla fase economico-corporativa per elevarsi alla fase di egemonia politico-intellettuale nella società civile e diventare dominante nella società politica», in quanto continua a subire «l’egemonia intellettuale del raggruppamento dominante, poiché il sindacalismo teorico è un aspetto del liberismo economico giustificato con alcune affermazioni del materialismo storico»,[8] e quindi in ultima analisi una delle forme della “deviazione” economicista delle sue dottrine, da combattere proprio mediante il riferimento al concetto di egemonia, in virtù della posizione “centrista”, di lotta agli opposti estremismi rappresentati da materialismo e idealismo, assunta da Gramsci in questa fase della riflessione carceraria e sulla quale non intendiamo qui ritornare, temendo di ricadere nell’“eccesso opposto” rappresentato dall’idealismo, precisa che «la volontà, l’azione e l’iniziativa politica» sono «espressione dell’economia e anzi l’espressione efficiente dell’economia»; pertanto «l’egemonia è politica, ma anche e specialmente economica, ha la sua base materiale nella funzione decisiva che il raggruppamento egemone esercita sul nucleo decisivo dell’attività economica». Questa considerazione sem­bra smen­ti­re l’af­fer­ma­zio­ne di Spria­no se­con­do la qua­le que­llo di egemonia «è sem­pre con­cet­to etico-poli­tico, e mai economi­co, e pre­sup­po­ne pro­prio la ca­pa­ci­tà del “nuo­vo Prin­ci­pe” di far­si di­rigente del­la socie­tà ci­vi­le».[9] Il fat­to è che, in que­sto mo­men­to (sia­mo, lo ri­cor­do, nell’au­tun­no del ’30), tale fi­gu­ra em­ble­ma­ti­ca non è sta­ta an­co­ra de­li­nea­ta.

In ogni caso, la funzione egemonica si esercita grazie agli intellettuali, cui è dedicato in particolare il § 49 del Q 4 (novembre 1930): «Ogni gruppo sociale, nascendo sulla base originaria di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, crea insieme, organicamente, un ceto o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione nel campo economico».[10] Tuttavia,

 

il rapporto tra gli intellettuali e la produzione non è immediato, come avviene per i gruppi sociali fondamentali, ma è mediato ed è mediato da due tipi di organizzazione sociale: a) dalla società civile, cioè dall’insieme di organizzazioni private della società b) dallo Stato. Gli intellettuali hanno una [corsivo mio: evidentemente non l’unica] funzione nell’«egemonia» che il gruppo dominante esercita in tutta la società e nel «dominio» su di essa che si incarna nello Stato e questa funzione è precisamente «organizzativa» o connettiva: gli intellettuali hanno la funzione di organizzare l’egemonia sociale di un gruppo e il suo dominio statale, cioè il consenso dato dal prestigio della funzione nel mondo produttivo e l’apparato di coercizione per quei gruppi che non «consentono» né attivamente né passivamente o per quei momenti di crisi di comando e di direzione in cui il consenso spontaneo subisce una crisi. Da quest’analisi risulta un’estensione molto grande del concetto di intellettuali,[11] ma solo così mi pare sia possibile giungere ad una approssimazione concreta della realtà. La maggiore difficoltà ad accogliere questo modo di impostare la quistione mi pare venga da ciò: che la funzione organizzativa dell’egemonia sociale e del dominio statale ha vari gradi e che tra questi gradi ce ne sono di quelli puramente manuali e strumentali, di ordine e non di concetto, di agente e non di funzionario o di ufficiale, ecc., ma evidentemente nulla impedisce di fare questa distinzione (– infermieri e medici in un ospedale – sacristi‑bidelli e preti in una chiesa – bidelli e professori in una scuola, ecc. ecc.).

 

Torniamo per un istante al § 38 del Q 4, che si concludeva con l’attribuzione, sia pure in forma dubitativa, del concetto di egemonia a Lenin; anzi questo «sarebbe da ritenere […] l’apporto massimo di Ilici alla filosofia marxista, al materialismo storico, apporto originale e creatore. Da questo punto di vista Ilici avrebbe fatto progredire il marxismo non solo nella teoria politica e nella economia, ma anche nella filosofia (cioè avendo fatto progredire la dottrina politica avrebbe fatto progredire anche la filosofia)».[12]

Il dubbio viene sciolto nella «seconda serie» degli «Appunti di filosofia», e in particolare nel Q 7, § 33 (febbraio-novembre 1931): «Ho accennato altrove all’importanza filosofica del concetto e del fatto di egemonia, dovuto a Ilici. L’egemonia realizzata significa la critica reale di una filosofia, la sua reale dialettica»; nel successivo § 35 si ribadisce che: «si può affermare che la teorizzazione e la realizzazione dell’egemonia fatta da Ilici[13] è stata anche un grande avvenimento “metafisico”».

La spiegazione di questa affermazione volutamente paradossale si trova in una delle note iniziali della «terza serie» di «Appunti di filosofia», vale a dire il § 169 del Q 8 (novembre 1931):

 

Unità della teoria e della pratica. Il lavoratore medio opera praticamente, ma non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare‑conoscere il mondo; la sua coscienza teorica anzi può essere «storicamente» in contrasto col suo operare. Egli cioè avrà due coscienze teoriche, una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica del mondo, e una «esplicita», superficiale, che ha ereditato dal passato. La posizione pratico‑teorica, in tale caso, non può non diventare «politica» cioè quistione di «egemonia». La coscienza di essere parte della forza egemonica (cioè la coscienza politica) è la prima fase di una ulteriore e progressiva autocoscienza, cioè di unificazione della pratica e della teoria. Anche l’unità di teoria e pratica non è un dato di fatto meccanico, ma un divenire storico, che ha la sua fase elementare e primitiva nel senso di «distinzione», di «distacco», di «indipendenza». Ecco perché altrove ho osservato che lo sviluppo del concetto‑fatto di egemonia ha rappresentato un grande progresso «filosofico» oltre che politico‑pratico.

Tuttavia, nei nuovi sviluppi del materialismo storico, l’approfondimento del concetto di unità della teoria e della pratica non è ancora che ad una fase iniziale: ancora ci sono dei residui di meccanicismo. Si parla ancora di teoria come «complemento» della pratica, quasi come accessorio ecc. Penso che anche in questo caso la quistione debba essere impostata storicamente, e cioè come un aspetto della quistione degli intellettuali.[14]

 

Infine, in quella che è stata definita come una sorta di «quarta serie di appunti di filosofia»,[15] Gramsci giungerà alla conclusione che già in Marx «è contenuto in nuce anche l’aspetto etico-politico della politica o la teoria dell’egemonia e del consenso, oltre all’aspetto della forza e dell’economia».[16]

 

 

3. «Un uomo politico scrive di filosofia» (Q 5-9, novembre 1930 - novembre 1932).

 

Per seguire i successivi sviluppi del concetto di egemonia è tuttavia opportuno, più che continuare nella lettura della diverse serie degli «appunti di filosofia», concentrarsi su alcuni passi cruciali dei quaderni “politici” 5 e 6, delle miscellanee dei Q 7 e 8 e delle note sul Risorgimento del Q 9. Ritengo infatti che sia possibile applicare al progredire dello stesso pensiero gramsciano le affermazioni contenute nel § 46 del Q 4, in cui da un lato l’autore aveva notato come «il “filosofo” occasionale più difficilmente sappia astrarre dalle correnti dominanti del suo tempo, dalle interpretazioni divenute dogmatiche di una certa concezione del mondo ecc.; mentre come scienziato della politica si sente libero da questi idola del tempo, affronta più immediatamente la stessa concezione del mondo, vi penetra nell’intimo e la sviluppa originalmente»; e dall’altro, prendendo spunto da una considerazione di Rosa Luxemburg «sulla impossibilità di affrontare certe quistioni del materialismo storico in quanto esse non sono ancora divenute attuali per il corso della storia generale o di un dato raggruppamento sociale», l’aveva commentata scrivendo che «nella fase della lotta per l’egemonia si sviluppa la scienza della politica».[17]

Non è quindi dalla soluzione di quello che nel Q 4, § 38 Gramsci aveva definito come «il problema cruciale del materialismo storico», vale a dire quello dei «rapporti tra struttura e superstrutture», che ci si può attendere la risposta alle questioni di teoria e pratica della politica, quanto piuttosto viceversa, lo studio di tali questioni può gettare luce su temi “filosofici” altrimenti destinati a rimanere astratti e di fatto insolubili.

In effetti, già nel § 90 del Q 3 (agosto 1930), dedicato alla Storia delle classi subalterne, Gramsci si mostrava consapevole di come non fosse possibile ridurre il problema dell’egemonia ai meri rapporti di classe sul piano della produzione, ma che

 

Bisogna studiare: 1) il formarsi obbiettivo per lo sviluppo e i rivolgimenti, avvenuti nel mondo economico, la loro diffusione quantitativa e l’origine da altre classi precedenti; 2) il loro aderire alle formazioni politiche dominanti passivamente o attivamente, cioè tentando di influire sui programmi di queste formazioni con rivendicazioni proprie; 3) nascita di partiti nuovi della classe dominante per mantenere il controllo delle classi subalterne; 4) formazioni proprie delle classi subalterne di carattere ristretto e parziale; 5) formazioni politiche che affermano l’autonomia di esse ma nel quadro vecchio; 6) formazioni politiche che affermano l’autonomia integrale, ecc. La lista di queste fasi può essere ancora precisata con fasi intermedie o con combinazioni di più fasi. […] Ecco una delle quistioni più importanti e delle cause di difficoltà nel fare la storia delle classi subalterne.[18]

 

Nel § 127 del Q 5 (novembre-dicembre 1930), viene poi introdotto per la prima volta il concetto di «moderno Principe»,[19] che

 

potrebbe tradursi in lingua moderna «partito politico». Nella realtà di qualche Stato il «capo dello Stato», cioè l’elemento equilibratore dei diversi interessi in lotta contro l’interesse prevalente, ma non esclusivista in senso assoluto, è appunto il «partito politico»; esso però a differenza che nel diritto costituzionale tradizionale né regna, né governa giuridicamente: ha «il potere di fatto», esercita la funzione egemonica[20] e quindi equilibratrice di interessi diversi, nella «società civile»,[21] che però è talmente intrecciata di fatto con la società politica che tutti i cittadini sentono che esso invece regna e governa. Su questa realtà che è in continuo movimento, non si può creare un diritto costituzionale, del tipo tradizionale, ma solo un sistema di principii che affermano come fine dello Stato la sua propria fine, il suo proprio sparire, cioè il riassorbimento della società politica nella società civile.

 

Nel prosieguo di Quaderni, «l’in­te­res­se per Ma­chia­vel­li cre­sce e si pre­ci­sa man ma­no che si ap­pro­fon­di­sce e si ar­ti­co­la in Gram­sci l’idea del­la com­ples­si­tà del­la cri­si sto­ri­ca che il mon­do sta at­tra­ver­san­do, e in par­ti­co­la­re man ma­no che si evi­den­zia il ca­rat­te­re con­traddittorio e non mec­ca­ni­co del rap­por­to tra i pro­ces­si po­li­ti­ci all’in­ter­no di ta­le cri­si […] via via che la dramma­ti­ca espe­rien­za sto­ri­ca del fal­li­men­to dell’ini­zia­ti­va ri­vo­lu­zio­na­ria nell’Oc­ci­den­te dimo­stra la man­ca­ta coin­ci­den­za tra cri­si eco­no­mi­co-­strut­tu­ra­le e so­lu­zio­ne po­li­ti­co-rivoluziona­ria».[22]

Il concetto di egemonia permette a Gramsci di confrontarsi anche con gli esponenti più avanzati del pensiero “borghese”, a partire dai teorici del neo-idealismo italiano. Come scrive nel § 10 del Q 6 (dicembre 1930), riprendendo e sviluppando concetti già accennati in Q 7, § 9 (novembre 1930),

 

il Croce vuole mantenere una distinzione tra società civile e società politica, tra egemonia e dittatura; i grandi intellettuali esercitano l’egemonia, che presuppone una certa collaborazione, cioè un consenso attivo e volontario (libero), cioè un regime liberale‑democratico.[23] Il Gentile pone la fase corporativo [‑economica] come fase etica nell’atto storico: egemonia e dittatura sono indistinguibili, la forza è consenso senz’altro: non si può distinguere la società politica dalla società civile: esiste solo lo Stato e naturalmente lo Stato‑governo, ecc.[24]

La stessa posizione contrastante che, nella sfera filosofica, si verifica tra Croce e Gentile, si verifica nel campo dell’economia politica tra Einaudi e i discepoli di Gentile […]; il concetto di cittadino‑funzionario dello Stato [proprio] dello Spirito discende direttamente dalla mancata divisione tra società politica e società civile, tra egemonia politica e governo politico‑statale, in realtà quindi dalla antistoricità o astoricità della concezione dello Stato che è implicita nella concezione dello Spirito, nonostante le sue affermazioni perentorie e i suoi sbraitamenti polemici. Lo Spirito non vuole riconoscere che per il fatto che ogni forma di proprietà è legata allo Stato, anche per gli economisti classici lo Stato interviene in ogni momento nella vita economica, che è un tessuto continuo di passaggi di proprietà. La concezione dello Spirito, concretamente, rappresenta un ritorno alla pura economicità, che egli rimprovera ai suoi contradditori.

 

Nel successivo § 81, steso tra il marzo e l’agosto del 1931, il termine egemonia compare invece per la prima volta come titolo di rubrica:

 

Egemonia (società civile[25]) e divisione dei poteri. La divisione dei poteri e tutta la discussione avvenuta per la sua realizzazione e la dogmatica giuridica nata dal suo avvento, sono il risultato della lotta tra [la] società civile e la società politica di un determinato periodo storico, con un certo equilibrio instabile delle classi […]. Importanza essenziale della divisione dei poteri per il liberalismo politico ed economico: tutta l’ideologia liberale, con le sue forze e le sue debolezze, può essere racchiusa nel principio della divisione dei poteri e appare quale sia la fonte della debolezza del liberalismo: è la burocrazia, cioè la cristallizzazione del personale dirigente che esercita il potere coercitivo e che a un certo punto diventa casta. Onde la rivendicazione popolare della eleggibilità di tutte le cariche, rivendicazione che è estremo liberalismo e nel tempo stesso sua dissoluzione (principio della Costituente in permanenza ecc.; nelle Repubbliche l’elezione a tempo del capo dello Stato dà una soddisfazione illusoria a questa rivendicazione popolare elementare). Unità dello Stato nella distinzione dei poteri: il Parlamento più legato alla società civile, il potere giudiziario tra Governo e Parlamento, rappresenta la continuità della legge scritta (anche contro il Governo). Naturalmente tutti e tre i poteri sono anche organi dell’egemonia politica, ma in diversa misura: 1) Parlamento; 2) Magistratura; 3) Governo. È da notare come nel pubblico facciano specialmente impressione disastrosa le scorrettezze della amministrazione della giustizia: l’apparato egemonico è più sensibile in questo settore, al quale possono ricondursi anche gli arbitri della polizia e dell’amministrazione politica.

 

Il concetto di «apparato egemonico», che Gramsci aveva impiegato, senza tuttavia tematizzarlo, fin dal Q 1, § 48, viene ulteriormente sviluppato nel § 136:

 

Organizzazione delle società nazionali. Ho notato altra volta che in una determinata società nessuno è disorganizzato e senza partito, purché si intendano organizzazione e partito in senso largo e non formale. In questa molteplicità di società particolari, di carattere duplice, naturale e contrattuale o volontario, una o più prevalgono relativamente o assolutamente, costituendo l’apparato egemonico di un gruppo sociale sul resto della popolazione (o società civile), base dello Stato inteso strettamente come apparato governativo‑coercitivo.[26]

Avviene sempre che le singole persone appartengano a più di una società particolare e spesso a società che essenzialmente sono in contrasto fra loro. Una politica totalitaria tende appunto: 1) a ottenere che i membri di un determinato partito trovino in questo solo partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molteplicità di organizzazioni, cioè a rompere tutti i fili che legano questi membri ad organismi culturali estranei; 2) a distruggere tutte le altre organizzazioni o a incorporarle in un sistema di cui il partito sia il solo regolatore. Ciò avviene: 1) quando il partito dato è portatore di una nuova cultura e si ha una fase progressiva; 2) quando il partito dato vuole impedire che un’altra forza, portatrice di una nuova cultura, diventi essa «totalitaria»; e si ha una fase regressiva e reazionaria oggettivamente, anche se la reazione (come sempre avviene) non confessi se stessa e cerchi di sembrare essa portatrice di una nuova cultura.[27]

 

Nel successivo § 138 (agosto 1931), è invece esplicitato il nesso tra egemonia e guerra di posizione:

 

La guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più «intervenzionista», che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’«impossibilità» di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, amministrativi, ecc., rafforzamento delle «posizioni» egemoniche del gruppo dominante, ecc. Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico‑storica, poiché nella politica la «guerra di posizione», una volta vinta, è decisiva definitivamente. Nella politica cioè sussiste la guerra di movimento fino a quando si tratta di conquistare posizioni non decisive e quindi non sono mobilizzabili tutte le risorse dell’egemonia e dello Stato, ma quando, per una ragione o per l’altra, queste posizioni hanno perduto il loro valore e solo quelle decisive hanno importanza, allora si passa alla guerra d’assedio, compressa, difficile, in cui si domandano qualità eccezionali di pazienza e di spirito inventivo. Nella politica l’assedio è reciproco, nonostante tutte le apparenze e il solo fatto che il dominante debba fare sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo esso faccia dell’avversario.

 

E ancora, nel § 200 (dicembre 1931), Gramsci supera decisamente la semplicistica equiparazione tra classi e idee dominanti implicita in alcune formulazioni già citate del Q 1:

 

Nello sviluppo di una classe nazionale, accanto al processo della sua formazione nel terreno economico, occorre tener conto del parallelo sviluppo nei terreni ideologico, giuridico, religioso, intellettuale, filosofico, ecc.: si deve dire anzi che non c’è sviluppo sul terreno economico, senza questi altri sviluppi paralleli. Ma ogni movimento della «tesi» porta a movimenti della «antitesi» e [quindi] a «sintesi» parziali e provvisorie.

 

Nel Q 8, § 52 (febbraio 1932) si trova invece la doppia dicotomia guerra di movimento / rivoluzione permanente vs. guerra di posizione / egemonia:

 

Anche la quistione della cosidetta «rivoluzione permanente», concetto politico sorto verso il 1848, come espressione scientifica del giacobinismo in un periodo in cui non si erano ancora costituiti i grandi partiti politici e i grandi sindacati economici e che ulteriormente sarà composto e superato nel concetto di «egemonia civile».

La quistione della guerra di posizione e della guerra di movimento, con la quistione dell’arditismo, in quanto connesse con la scienza politica: concetto quarantottesco della guerra di movimento in politica è appunto quello della rivoluzione permanente: la guerra di posizione, in politica, è il concetto di egemonia, che può nascere solo dopo l’avvento di certe premesse e cioè: le grandi organizzazioni popolari di tipo moderno, che rappresentano come le «trincee» e le fortificazioni permanenti della guerra di posizione».[28]

 

Nel di poco precedente § 191 del medesimo quaderno (dicembre 1931), Gramsci aveva istituito un interessante quanto per noi oggi problematico nesso tra

 

Egemonia e democrazia. Tra i tanti significati di democrazia, quello più realistico e concreto mi pare si possa trarre in connessione col concetto di egemonia. Nel sistema egemonico, esiste democrazia tra il gruppo dirigente e i gruppi diretti, nella misura in cui [lo sviluppo dell’economia e quindi] la legislazione [che esprime tale sviluppo] favorisce il passaggio [molecolare] dai gruppi diretti al gruppo dirigente

 

certo più accettabile se, in questa e altre espressioni simili, si considera egemonia come sinonimo di direzione piuttosto che di direzione+dominio, ma che forse è possibile spiegare in riferimento alla particolare interpretazione gramsciana della dottrina del «centralismo democratico», come appare formulata nel Q 9, § 68 (luglio-agosto 1932):

 

[l’]elemento di stabilità negli Stati si incarna nello sviluppo organico della classe dirigente così come nei partiti si incarna nello sviluppo organico del gruppo sociale egemone; negli Stati il centralismo burocratico indica che si è formato un gruppo angustamente privilegiato che tende a perpetuare i suoi privilegi regolando e anche soffocando il nascere di forze contrastanti alla base, anche se queste forze sono omogenee di interessi agli interessi dominanti (esempio nel fatto del protezionismo in lotta col liberismo). Nei partiti rappresentanti gruppi socialmente subalterni l’elemento di stabilità rappresenta la necessità organica di assicurare l’egemonia non a gruppi privilegiati: ma alle forze sociali progressive, organicamente progressive in confronto di altre forze alleate ma composte e oscillanti tra il vecchio e il nuovo.

In ogni caso ciò che importa notare è che nelle manifestazioni[29] di centralismo burocratico spesso la situazione si è formata per deficienza d’iniziativa, cioè per la primitività politica, delle forze periferiche, anche quando esse sono omogenee con il gruppo territoriale egemone. Specialmente negli organismi territoriali [internazionali] il formarsi di tali situazioni è estremamente dannoso e pericoloso. Il centralismo democratico è una formula elastica, che si presta a molte «incarnazioni»; essa vive in quanto è interpretata continuamente e continuamente adattata alle necessità: essa consiste nella ricerca critica di ciò che è uguale nell’apparente disformità e distinto e opposto nell’apparente uniformità, e nell’organizzare e connettere strettamente ciò che è simile, ma in modo che tale organizzazione e connessione appaia una necessità pratica «induttiva», sperimentale, e non il risultato di un procedimento razionalistico, deduttivo, astrattistico, cioè appunto proprio di intellettuali «puri». Questo lavorio continuo per sceverare l’elemento «internazionale» e «unitario» nella realtà nazionale e localistica è in realtà l’operazione politica concreta, l’attività sola produttiva di progresso storico. Essa richiede una organica unità tra teoria e pratica, tra strati intellettuali e massa, tra governanti e governati. Le formule di unità e federazione perdono gran parte del loro significato da questo punto di vista: esse invece hanno il loro veleno nella concezione «burocratica», per la quale in realtà non esiste unità ma palude stagnante superficialmente calma e «muta», e non federazione ma sacco di patate, cioè giustapposizione meccanica di «unità» singole senza rapporto tra loro.

 

Chiudo questo excursus attraverso i quaderni miscellanei per segnalare il § 132 del Q 9 (novembre 1932), ripreso alla lettera nel § 26 del Q 13 con la sola, significativa aggiunta del titolo: Egemonia politico‑culturale, che mostra come Gramsci fosse pienamente consapevole della complessità del mondo contemporaneo, anche se continua ad analizzarla ricorrendo alla categoria leniniana di imperialismo:

 

È ancora possibile, nel mondo moderno, l’egemonia culturale di una nazione sulle altre? Oppure il mondo è già talmente unificato nella sua struttura economico‑sociale, che un paese, se può avere «cronologicamente» l’iniziativa di una innovazione, non ne può però conservare il «monopolio politico» e quindi servirsi di tale monopolio come base di egemonia? Quale significato quindi può avere oggi il nazionalismo? Non è esso possibile come «imperialismo» economico‑finanziario ma non più come «primato» civile o egemonia politico‑intellettuale?[30]

 

 

4. I «quaderni speciali» (Q 12, 13, 16, 19, 22, 23: maggio 1932 - febbraio 1935).

 

Ho già avuto modo di soffermarmi in precedenza su alcune varianti più o meno significative apportate da Gramsci al momento di ricopiare i suoi appunti nei «quaderni speciali», con particolare riferimento ai primi due, il 10 e l’11, in cui queste sono più numerose ed emblematiche. Per quanto riguarda invece la lunga nota iniziale del Q 12 in cui, verso la metà del 1932, Gramsci trascrive il § 49 del Q 4 sugli intellettuali e sul loro ruolo decisivo di «“commessi” del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico», va segnalata la precisazione che «questa ricerca sulla storia degli intellettuali non sarà di carattere “sociologico” [à la Bucharin, per intendersi], ma darà luogo a una serie di saggi di “storia della cultura” (Kulturgeschichte) e di storia della scienza politica», anche se l’autore è consapevole che «sarà difficile evitare alcune forme schematiche e astratte che ricordano quelle della “sociologia”». Inoltre, a precisare il significato di precedenti affermazioni riguardo al carattere estremamente esteso del concetto gramsciano di intellettuale, leggiamo ora che, se «tutti gli uomini sono intellettuali […] non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali […]. Si formano così storicamente delle categorie specializzate per l’esercizio della funzione intellettuale, si formano in connessione con tutti i gruppi sociali ma specialmente in connessione con i gruppi sociali più importanti e subiscono elaborazioni più estese e complesse in connessione col gruppo sociale dominante».

Per quanto riguarda il Q 13, è interessante il § 2, che riprende il § 37 del Q 8 in cui Gramsci sosteneva la necessità di affrontare il problema “filosofico” dei rapporti tra struttura e superstrutture nell’ambito della riflessione politica sul “moderno Principe”, con l’aggiunta della definizione dei «rapporti di forza politica e di partito» come «sistemi egemonici nell’interno dello Stato»; non presentano novità sostanziali il § 5, che ribadisce il riconoscimento a Machiavelli di avere compreso la non opposizione tra egemonia e dominio, già contenuto nel testo A di Q 8, § 48 (come fa nel § 14 riprendendo Q 8, § 86); e il § 7, che riprende il § 52 del Q 8 e il nesso cruciale tra egemonia e guerra di posizione nel momento in cui né la guerra di movimento né tantomeno la rivoluzione permanente appaiono praticabili. Più significative, sia pure quantitativamente limitate per i motivi su cui mi sono già soffermato a proposito della dialettica struttura-superstrutture (alla cui versione scritta mi permetto pertanto di rimandare), le varianti introdotte nei §§ 17-18 rispetto a Q 4, § 38; vale pertanto la pena di rileggere sinotticamente i passi rispettivi (ho evidenziato con il corsivo le innovazioni più interessanti):

 


 

la volontà, l’azione e l’iniziativa politica [sono] espressione dell’economia e anzi l’espressione efficiente dell’economia

 

 

le espressioni di volontà, di azione e di iniziativa politica e intellettuale [sono] una emanazione organica [quindi non meccanica] di necessità economiche e anzi la sola espressione efficiente dell’economia


 

 


 

l’egemonia è politica, ma anche e specialmente economica, ha la sua base materiale nella funzione decisiva che il raggruppamento egemone esercita sul nucleo decisivo dell’attività economica

 

se l’egemonia è etico‑politica, non può non essere anche economica, non può non avere il suo fondamento nella funzione decisiva che il gruppo dirigente esercita nel nucleo decisivo dell’attività economica.


 

 

È per questo che Gramsci conclude il testo C ribadendo che «l’analisi dei diversi gradi di rapporto delle forze non può culminare che nella sfera dell’egemonia e dei rapporti etico‑politici». A questa analisi è dedicato in particolare il § 23 del Q 13, che riprende e giustappone testi A dei Q 4, 7 e 9, «Osservazioni su alcuni aspetti della struttura dei partiti politici nei periodi di crisi organica (da connettere con le note sulle situazioni e i rapporti di forza)»: ci interessa in particolare il concetto, introdotto ex-novo rispetto alle prime stesure (ma già presente, almeno nella sostanza, nell’espressione «crisi di autorità» di cui si parlava fin dal § 48 del Q 1, ricopiato insieme ad altri testi del medesimo quaderno di lì a poco, nel § 37), di

 

crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di «crisi di autorità» e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.

 

Nel Q 16, § 9 (1934), innovando rispetto al testo A del Q 4, § 3 e stemperando notevolmente l’ottimismo precedente riguardo all’ormai avvenuto raggiungimento dell’egemonia da parte della «filosofia della prassi», Gramsci scrive invece che questa

 

attraversa ancora la sua fase popolaresca: suscitare un gruppo di intellettuali indipendenti non è cosa facile, domanda un lungo processo, con azioni e reazioni, con adesioni e dissoluzioni e nuove formazioni molto numerose e complesse: è la concezione di un gruppo sociale subalterno, senza iniziativa storica, che si amplia continuamente, ma disorganicamente, e senza poter oltrepassare un certo grado qualitativo che è sempre al di qua dal possesso dello Stato, dall’esercizio reale dell’egemonia su l’intera società che solo permette un certo equilibrio organico nello sviluppo del gruppo intellettuale.

 

Man mano che Gramsci procede nel sempre più oneroso – nelle condizioni psicofisiche sempre più precarie nelle quali si trova – lavoro di riscrittura delle note miscellanee negli speciali, questo tende a trasformarsi progressivamente in una ricopiatura sempre più letterale, come accade per esempio per il cruciale § 44 del Q 1, con il quale ho aperto il mio percorso attraverso i Quaderni, nel § 24 del Q 19, steso in un momento imprecisato tra febbraio 1934 e febbraio 1935, nel rileggere il quale vanno pertanto valorizzate le semplici varianti lessicali: al posto di «classe dominante» si parla ora di «supremazia di un gruppo sociale», la «direzione» contrapposta al dominio diviene «intellettuale e morale», l’«egemonia politica» da esercitare già prima dell’andata al potere si trasforma in «attività egemonica»; inoltre nel ribadire l’opportunità di applicare al movimento risorgimentale il concetto di «rivoluzione passiva», Gramsci precisa che questo viene impiegato «in un senso un po’ diverso da quello che Cuoco vuol dire». Nel complesso, tuttavia, l’impianto fondamentale rimane quello del testo A sul quale mi sono soffermato in precedenza.

Un discorso analogo si potrebbe fare per altri testi del Q 1 ricopiati nello stesso quaderno sul Risorgimento o nel Q 22 sull’americanismo (come il già citato § 61 nel Q 22, § 2). Altrove Gramsci si limita a “limare” alcune espressioni ormai in contrasto con la posizione decisamente anti-economicista assunta nel corso della riflessione carceraria, come appare dal confronto tra le due stesure, cronologicamente pressoché agli antipodi (febbraio-marzo 1930 vs. febbraio-agosto 1934) del Q 1, § 73 e Q 23, § 40 (sempre in corsivo le varianti significative):

 


 

fino al 500 Firenze esercita l’egemonia culturale, perché esercita un’egemonia economica

 

fino al Cinquecento Firenze esercita un’egemonia culturale, connessa alla sua egemonia commerciale e finanziaria.


 

 

È ancora una volta altrove che ci dobbiamo dunque rivolgere per cercare di comprendere quale sia “l’ultima parola” di Gramsci sulla questione.

 

 

5. «Senza tener conto delle divisioni di materia» (Q 10, II, 14, 15 e 17: 1932 - 1935).

 

Come è noto, parallelamente al lavoro di compilazione dei quaderni speciali, Gramsci prosegue la stesura di note destinate a restare testi B e a costituire, a mio giudizio, le punte più avanzate, anche se disorganiche, rispetto alla riflessione dei testi A ormai pressoché cristallizzata nei testi C. Così, per esempio, nel Q 10, II § 6 (maggio 1932), a fugare i dubbi relativi a una possibile opposizione (o anche distinzione non puramente «metodica») tra egemonia politica e culturale, Gramsci osserva come tutte le «filosofie speculative» (idealistiche) si possono ridurre a ideologie nel senso marxiano del termine e quindi a politica, in quanto «la filosofia della praxis concepisce la realtà dei rapporti umani di conoscenza come momento di “egemonia” politica». Nel successivo § 44 (steso nella seconda metà del 1932), ritornando su un tema presente fin dal Q 1, vale a dire la scuola come elemento fondamentale per la costruzione e la conservazione dell’egemonia, Gramsci allarga decisamente l’orizzonte scrivendo che

 

il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente «scolastici», per i quali le nuove generazioni entrano in contatto con le anziane e ne assorbono le esperienze e i valori storicamente necessari «maturando» e sviluppando una propria personalità storicamente e culturalmente superiore. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di «egemonia» è necessariamente un rapporto pedagogico e si verifica non solo nell’interno di una nazione, tra le diverse forze che la compongono, ma nell’intero campo internazionale e mondiale, tra complessi di civiltà nazionali e continentali.

 

Nel Q 14, § 23 (gennaio 1933), ritorna ancora, forse anche in forma di autocritica teorica (rispetto alle formulazioni dei Q 1-4) e pratica (rispetto alla sua esperienza di dirigente politico sconfitto) sul nesso tra rapporti di forza e lotta politica:

 

Machiavelli. Cesarismo ed equilibrio «catastrofico» delle forze politico‑sociali. Sarebbe un errore di metodo (un aspetto del meccanicismo sociologico) ritenere che, nei fenomeni di cesarismo, sia progressivo, sia regressivo, sia di carattere intermedio episodico, tutto il nuovo fenomeno storico sia dovuto all’equilibrio delle forze «fondamentali»; occorre anche vedere i rapporti che intercorrono tra i gruppi principali (di vario genere, sociale‑economico e tecnico‑economico) delle classi fondamentali e le forze ausiliarie guidate o sottoposte all’influenza egemonica.

 

Nel successivo § 56 (febbraio 1933), Gramsci inserisce «le opere pie e i lasciti di beneficenza», che in Italia sono diffusi «forse più che ogni altro paese», «dovuti all’iniziativa privata» e per di più «male amministrati e mal distribuiti», tra gli «elementi da studiare come nessi nazionali tra governanti e governati, come fattori di egemonia», contrapponendo inoltre la beneficenza come «elemento di “paternalismo”» ai «servizi intellettuali [come] elementi di egemonia, ossia di democrazia in senso moderno».

Ancor più significativo il coevo § 68:

 

Machiavelli. Scritto (a domande e risposte) di Giuseppe Bessarione [Stalin] del settembre 1927 su alcuni punti essenziali di scienza e di arte politica. Il punto che mi pare sia da svolgere è questo: come secondo la filosofia della prassi (nella sua manifestazione politica) sia nella formulazione del suo fondatore, ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico, la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale. Realmente il rapporto «nazionale» è il risultato di una combinazione «originale» unica (in un certo senso) che in questa originalità e unicità deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla. Certo lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è «nazionale» ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. Ma la prospettiva è internazionale e non può essere che tale.[31] Occorre pertanto studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali. La classe dirigente è tale solo se interpreterà esattamente questa combinazione, di cui essa stessa è componente e in quanto tale appunto può dare al movimento un certo indirizzo in certe prospettive. Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici [Trockij] e Bessarione come interprete del movimento maggioritario. Le accuse di nazionalismo sono inette se si riferiscono al nucleo della quistione. Se si studia lo sforzo dal 1902 al 1917 da parte dei maggioritari si vede che la sua originalità consiste nel depurare l’internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica. Il concetto di egemonia è quello in cui si annodano le esigenze di carattere nazionale e si capisce come certe tendenze di tale concetto non parlino o solo lo sfiorino. Una classe di carattere internazionale in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini), deve «nazionalizzarsi», in un certo senso, e questo senso non è d’altronde molto stretto, perché prima che si formino le condizioni di una economia secondo un piano mondiale, è necessario attraversare fasi molteplici in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazioni) possono essere varie. D’altronde non bisogna mai dimenticare che lo sviluppo storico segue le leggi della necessità fino a quando l’iniziativa non sia nettamente passata dalla parte delle forze che tendono alla costruzione secondo un piano, di pacifica e solidale divisione del lavoro. [corsivo mio]

 

Il nesso tra egemonia interna e internazionale è ribadito ed esteso nel Q 15, § 5 (febbraio 1933): «Come, in un certo senso, in uno Stato, la storia è storia delle classi dirigenti, così, nel mondo, la storia è storia degli Stati egemoni. La storia degli Stati subalterni si spiega con la storia degli Stati egemoni».[32] Questo vale tanto a maggior ragione nella storia dei processi di unificazione nazionale sotto la guida di uno stato regionale dominante, come Gramsci ripete ancora una volta nel § 59 (giugno-luglio 1933):

 

L’importante è di approfondire il significato che ha una funzione tipo «Piemonte» nelle rivoluzioni passive, cioè il fatto che uno Stato si sostituisce ai gruppi sociali locali nel dirigere una lotta di rinnovamento. È uno dei casi in cui si ha la funzione di «dominio» e non di «dirigenza» in questi gruppi: dittatura senza egemonia. L’egemonia sarà di una parte del gruppo sociale sull’intiero gruppo, non di questo su altre forze per potenziare il movimento, radicalizzarlo, ecc. sul modello «giacobino».

 

Rispetto a questo tema Gramsci, ancora una volta sviluppando uno spunto contenuto nel Q 1, e in particolare nel già ricordato § 46 (non ancora ricopiato nel § 27 del Q 19, compilato nel 1934), intende valorizzare nel Q 17, § 9 (agosto-settembre 1933) la figura di Gioberti in quanto, a differenza per esempio di Mazzini, nel Rinnovamento

 

si manifesta un vero e proprio giacobino, almeno teoricamente, e nella situazione data italiana. Gli elementi di questo giacobinismo possono a grandi tratti così riassumersi: 1) Nell’affermazione dell’egemonia politica e militare del Piemonte che dovrebbe, come regione, essere quello che Parigi fu per la Francia […]. 2) Il Gioberti, sia pure vagamente, ha il concetto del «popolare‑nazionale» giacobino, dell’egemonia politica, cioè dell’alleanza tra borghesi‑intellettuali [ingegno] e il popolo; ciò in economia (e le idee del Gioberti in economia sono vaghe ma interessanti) e nella letteratura (cultura), in cui le idee sono più distinte e concrete perché in questo campo c’è meno da compromettersi.[33]

 

Infine, non credo sia per caso che le ultime riflessioni di Gramsci sul tema dell’egemonia (e tra le ultime in assoluto di tutti i Quaderni), siano dedicate, nel § 74 del Q 14 (marzo 1935), a un giudizio, più deciso e severo di quello espresso in precedenza a proposito del contrasto tra Stalin e Trockij, per quanto velato dalla consueta (autocensura), sulle contraddizioni in atto nell’esperienza sovietica:

 

Passato e presente. L’autocritica e l’ipocrisia dell’autocritica. È certo che l’autocritica è diventata una parola di moda. Si vuole, a parole, far credere che alla critica rappresentata dalla «libera» lotta politica nel regime rappresentativo, si è trovato un equivalente, che di fatto, se applicato sul serio, è più efficace e produttivo di conseguenze dell’originale. Ma tutto sta lì: che il surrogato sia applicato sul serio, che l’autocritica sia operante e «spietata», perché in ciò è la sua maggiore efficacia: che deve essere spietata. Si è trovato invece che l’autocritica può dar luogo a bellissimi discorsi, a declamazioni senza fine e nulla più: l’autocritica è stata «parlamentarizzata». Poiché non è stato osservato finora che distruggere il parlamentarismo non è così facile come pare. Il parlamentarismo «implicito» [e «tacito»] è molto più pericoloso che non quello esplicito, perché ne ha tutte le deficienze senza averne i valori positivi. Esiste spesso un regime di partito «tacito», cioè un parlamentarismo «tacito» e «implicito» dove meno si crederebbe. È evidente che non si può abolire una «pura» forma, come è il parlamentarismo, senza abolire radicalmente il suo contenuto, l’individualismo, e questo nel suo preciso significato di «appropriazione individuale» del profitto e di iniziativa economica per il profitto capitalistico individuale. L’autocritica ipocrita è appunto di tali situazioni. Del resto la statistica dà l’indizio dell’effettualità della posizione. A meno che non si voglia sostenere che è sparita la criminalità, ciò che del resto altre statistiche smentiscono e come! Tutto l’argomento è da rivedere, specialmente quello riguardante il regime dei partiti e il parlamentarismo «implicito», cioè funzionante come le «borse nere» e il «lotto clandestino» dove e quando la borsa ufficiale e il lotto di Stato sono per qualche ragione tenuti chiusi. Teoricamente l’importante è di mostrare che tra il vecchio assolutismo rovesciato dai regimi costituzionali e il nuovo assolutismo c’è differenza essenziale, per cui non si può parlare di un regresso; non solo, ma di dimostrare che tale «parlamentarismo nero» è in funzione di necessità storiche attuali, è «un progresso», nel suo genere; che il ritorno al «parlamentarismo» tradizionale sarebbe un regresso antistorico, poiché anche dove questo «funziona» pubblicamente, il parlamentarismo effettivo è quello «nero». Teoricamente mi pare si possa spiegare il fenomeno nel concetto di «egemonia», con un ritorno al «corporativismo», ma non nel senso «antico regime», nel senso moderno della parola, quando la «corporazione» non può avere limiti chiusi ed esclusivisti, come era nel passato; oggi è corporativismo di «funzione sociale», senza restrizione ereditaria o d’altro.

La ripresa della questione nel successivo § 76 non ne contribuisce a chiarire il pensiero di Gramsci; è comunque evidente che, in quel momento, egli non si senta certo più di aderire, come ai tempi della lettera del 1926 (sono passati solo nove anni, ma pare un’eternità), alla sostanza della linea staliniana pur contestandone la forma:

 

Trattando l’argomento è da escludere accuratamente ogni [anche solo] apparenza di appoggio alle tendenze «assolutiste» e ciò si può ottenere insistendo sul carattere transitorio» (nel senso che non fa epoca, non nel senso di poca durata») del fenomeno. (A questo proposito è da notare come troppo spesso si confonda il «non far epoca» con la scarsa durata «temporale»; si può «durare» a lungo, relativamente, e non «fare epoca»; le forze di vischiosità di certi regimi sono spesso insospettate, specialmente se essi sono «forti» della altrui debolezza, anche procurata: a questo proposito sono da ricordare le opinioni di Cesarino Rossi, che certo erano sbagliate «in ultima istanza», ma realmente avevano un contenuto di realismo effettuale).

Il parlamentarismo «nero» pare un argomento da svolgere con certa ampiezza, anche perché porge l’occasione di precisare i concetti politici che costituiscono la concezione «parlamentare». I raffronti con altri paesi, a questo riguardo, sono interessanti: per esempio, la liquidazione di Leone Davidovi non è un episodio della liquidazione «anche» del parlamento «nero» che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento «legale»?

Fatto reale e fatto legale. Sistema di forze in equilibrio instabile che nel terreno [parlamentare] trovano il terreno «legale» del loro equilibrio «più economico» e abolizione di questo terreno legale, perché diventa fonte di organizzazione e di risveglio di forze sociali latenti e sonnecchianti; quindi questa abolizione è sintomo (o previsione) di intensificarsi delle lotte e non viceversa. Quando una lotta può comporsi legalmente, essa non è certo pericolosa: diventa tale appunto quando l’equilibrio legale è riconosciuto impossibile. (Ciò che non significa che abolendo il barometro si abolisca il cattivo tempo).

 

 

6. Per una (ri)definizione del concetto gramsciano di egemonia.

 

Nei primi mesi del 1935 il lavoro creativo di Gramsci, già estremamente rallentato e limitato dal progressivo deteriorarsi delle sue condizioni di salute, si interrompe definitivamente; giunti al termine della nostra ricognizione diacronica attraverso i Quaderni, è venuto dunque il momento di fissare alcuni punti fermi, sia pure provvisori, ai quali l’autore sembra pervenuto, nel corso della lunga e tormentata riflessione carceraria, riguardo al concetto di egemonia. Tenendo ferme le considerazioni preliminari intorno al carattere “fluido” delle categorie teorico-politiche gramsciane e quindi accettando il rischio che le mie affermazioni, «dopo il controllo, debbano essere radicalmente corrette perché proprio il contrario di ciò che è scritto risulti vero» (per usare le parole dell’avvertenza preposta dall’autore al Q 11), insieme a quello di ripetere concetti ormai entrati a far parte della vulgata gramsciana, credo di poter dire che:

 


 

Egemonia, nella accezione “forte” con la quale Gramsci l’impiega in una serie di note cruciali dei Quaderni, con un riferimento esplicito all’uso leniniano del termine [4,38[34]], che a sua volta rappresenterebbe la traduzione, nelle mutate condizioni storico-politiche, della dottrina marxiana della rivoluzione permanente[8,52], è sinonimo di direzione politica, talvolta unita, talvolta contrapposta a dominio, coercizione [1,44], o ancora, in un senso forse ancora più pregnante, elemento di raccordo tra il momento del consenso e quello della forza (egemonia civile o politica connessa e non contrapposta a quella ideologico-culturale o intellettuale)[13,26].

Funzioni egemoniche [4,49] si riscontrano pertanto a ogni livello della vita politica, nazionale e internazionale, sia in sede di ricostruzione storica, sia in sede di analisi della situazione presente, sia ancora in sede di progettualità di azione futura: si può avere egemonia di un’entità geografica o territoriale all’interno di una nazione (città-campagna, Nord-Sud)[1,44], di questa su un gruppo di nazioni, su un continente, sul mondo intero (imperialismo)[9,132]; di una classe o di un gruppo sociale fondamentale sui ceti subordinati [1,44] ma anche, all’interno di ognuno di questi, da parte di gruppi e, soprattutto, partiti [5,127]. In un senso più lato, è possibile utilizzare il concetto di egemonia in ambito linguistico, antropologico, psicologico ecc.

L’egemonia si esercita mediante apparati [1,48], che possono essere sia pubblici, cioè appartenere alla sfera dello stato (la scuola nei suoi vari ordini e gradi [1,46]; i poteri fondamentali: nell’ordine Governo, Parlamento, Magistratura e Polizia [6,81]), sia privati, rientranti nella sfera della società civile [4,49] (organizzazioni politiche, sindacali, culturali, solidaristiche, ecc.; religione; stampa quotidiana e periodica; ecc.).

Grazie a questi, nei regimi parlamentari liberal-democratici l’egemonia si conserva, fino a quando questo è possibile, in forme normali [1,48], mediante una sapiente composizione tra forza e consenso che si è storicamente realizzata nella divisione dei poteri e nella “libera” formazione ed espressione dell’opinione pubblica [6,81]. Il che non esclude, anzi implica, in situazioni di crisi d’egemonia (in seguito a guerre rovinose o all’irruzione di nuove masse nella scena politica)[13,23], il ricorso alla coercizione se non l’instaurazione di regimi apertamente totalitari.

In situazioni più primitive, che Gramsci definisce economico-corporative [8,185] laddove gli apparati egemonici sono ancora scarsi o addirittura del tutto assenti, il nesso tra dominio economico ed egemonia politico-ideologica (se pure è ancora lecito impiegare questo termine in simili contesti) appare diretto e meccanico (come accade per esempio negli Stati Uniti, in cui l’egemonia nasce dalla fabbrica [1,61]).

Un ruolo cruciale di funzionari o commessi dell’egemonia svolgono gli intellettuali  (in senso lato, dall’impiegato d’ordine al grande filosofo, dal sacrestano al papa, il che ovviamente non esclude una precisa gerarchia al loro interno), organici al ceto dominante o che aspira a divenire tale, che hanno la funzione di allargare al massimo il consenso spontaneo da parte dei ceti subordinati, imponendo loro, grazie anche al proprio prestigio, come universale la propria concezione del mondo, facendola così diventare senso comune, nazionale-popolare, oppure tradizionali, maggiormente legati ai propri interessi economico-corporativi [12,1].

Per parte loro, gli esponenti organici ai ceti subalterni devono ingaggiare con essi una lotta per imporre la propria anti-egemonia  (in un rapporto d’influenza sempre reciproco e dialettico, un esempio paradigmatico del quale è rappresentato dall’anti-Croce gramsciano), dapprima sulla loro stessa classe di provenienza, strappandola all’egemonia dei ceti dominanti, e poi via via su quelle alleate e avversarie, e infine sulla società tutta [9,68]. Le forme che prenderà questa nuova egemonia rispetto a quella borghese non sono prevedibili, ma saranno certo radicalmente differenti da questa.

L’apparato teorico di questa lotta è costituito dal marxismo, dottrina che non solo si è liberata (o deve liberarsi [16,9]) dall’egemonia delle filosofie “borghesi” (neo-idealismo, kantismo, positivismo, pragmatismo e così via) – processo che, sul piano soggettivo, prende il nome di autocoscienza [8,169] – ma tende a sua volta a imporre la propria egemonia, loro malgrado, sui loro esponenti più prestigiosi, che pure intenderebbero combatterla (emblematico il caso di Croce e delle sue “gherminelle” come la storia etico-politica [6,10]). In questo senso il materialismo storico, depurato dai suoi elementi caduchi di meccanicismo e determinismo, è o diviene filosofia della prassi.

L’apparato pratico che permetterà al proletariato di conseguire, conservare ed estendere progressivamente l’egemonia nella lunga guerra di posizione che prelude alla presa del potere nelle nazioni più avanzate (quella in cui gli apparati egemonici dominanti sono troppo forti per essere abbattuti con una guerra di movimento)[6,138] e quindi nella fase ancor più lunga della transizione verso la società regolata che porterà al riassorbimento della società politica nella società civile, alla fine delle distinzioni di classe e con esse dello stato, almeno inteso come strumento di dominio [6,88] (passaggio dal regno della necessità al regno della libertà, egemonia finalmente intesa solo come direzione) – fase nella quale si sperimentano forme più avanzate di democrazia rispetto a quella parlamentare [8,191], ma non esente, come mostrano i primi segni di burocratizzazione e involuzione dell’esperienza sovietica sotto il regime staliniano (l’ipocrisia dell’autocritica, il parlamentarismo nero e altre formule più o meno “esopiche”)[14,74], dal rischio di instaurazione di regimi totalitari, che pure Gramsci tende a distinguere, in quanto progressivi, da quelli puramente regressivi se non reazionari rappresentati dal nazi-fascismo [6,136] – e all’estensione del processo rivoluzionario all’intero pianeta, è costituito dal partito, inteso come moderno Principe e come tale a sua volta in grado di impiegare opportunamente gli strumenti sia del consenso sia del dominio [5,127]; strumenti che impiega innanzitutto per conservare l’unità e la disciplina al proprio interno (centralismo organico o democratico vs. burocratico) [9,68].


 

 

 


 

* Fatta salva la personale responsabilità dello scrivente riguardo alle tesi sostenute nel presente lavoro, ritengo doveroso segnalare come questo non avrebbe potuto raggiungere la forma attuale senza il contributo di tutti i partecipanti alla discussione seminariale, che colgo qui l’occasione per ringraziare, a partire dai due discussants, Guido Liguori e Giuseppe Prestipino.

[1] Utilizzerò per questo i termini di datazione delle note gramsciane proposti da G. Francioni, L’officina gramsciana. Ipotesi sulla struttura dei «Quaderni del carcere», Napoli, Bibliopolis, 1984, in part. pp. 140-146.

[2] Vedremo presto come Gramsci sfumerà notevolmente la rigidità di tale affermazione; se così non fosse, se davvero per lui il problema si riducesse a questo, non si comprenderebbe come mai, a partire dal prosieguo di questo stesso paragrafo e per tutta la sua successiva riflessione sul Risorgimento, l’autore senta l’esigenza di criticare l’atteggiamento degli esponenti del Partito d’Azione, a cominciare da Mazzini, se questi non avessero potuto operare, nelle condizioni date, scelte differenti, come sembrerebbe indicare un altro passo di questa lunga nota: «se in Italia non sorse un partito giacobino, ci devono essere le ragioni da ricercare nel campo economico, cioè nella relativa debolezza della borghesia italiana, e nella temperatura storica diversa dell’Europa», per cui «la borghesia non poteva più estendere la sua egemonia su i vasti strati che poté abbracciare in Francia».

[3] In epoca posteriore Gramsci aggiungerà la precisazione «o di rivoluzione passiva secondo l’espressione di V. Cuoco»; non potendomi soffermare sull’argomento, rimando alla relazione tenuta da P. Voza in questa stessa sede e alla bibliografia ivi citata.

[4] Cito dall’edizione critica del saggio, stabilita da F.M. Biscione e pubblicata, con il titolo originale di Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici, su «Critica marxista» 3, 1990, pp. 51-78 (il passo citato, in particolare, a p. 77 sg.; corsivo mio). Al riguardo H. Por­tel­li, Gramsci e il blocco storico, trad. it., Bari, Laterza 1973, p. 93, no­ta co­me nell’ultimo scritto di Gramsci prima della carcerazione, il te­ma dell’ege­mo­nia sia sot­to­po­sto a una «in­ter­pre­ta­zio­ne estre­ma­men­te peri­co­lo­sa, tan­to più che ri­schia di por­ta­re pro­prio a quell’er­ro­re teo­ri­co che la no­zio­ne d’ege­mo­nia per­met­te di com­bat­te­re, l’economismo». A sua vol­ta N. Bob­bio, Saggi su Gramsci, Milano, Feltrinelli 1990, p. 69, ri­le­va come il termine in que­stio­ne sia qui an­co­ra «im­pie­ga­to con­for­me­men­te al si­gni­fi­ca­to dif­fu­so dai te­sti so­vie­ti­ci», a differenza dei quaderni successivi: tesi condivisibili solo se non presuppongono l’abbandono, in questi, delle teorie marx-leniniane da parte di Gramsci. Più in generale, il legame tra le note “politiche” del Q 1 e gli ultimi scritti precarcerari è stato sottolineato da L. Mangoni, La genesi delle categorie storico-politiche nei «Quaderni del carcere», in «Studi storici» 3, 1987, pp. 565-79. Per un confronto puntuale tra le note sul Risorgimento del Q 1 e la Questione meridionale rimando invece alle note di Gerratana ai Quaderni, pp. 2473-86.

[5] Traggo la definizione dal Vocabolario della lingua italiana di N. Zingarelli, Milano, Zanichelli, 19355, p. 436.

[6] La questione verrà sviluppata e approfondita da Gramsci in una serie di passi, tra cui segnalo il Q 6, § 10 (novembre-dicembre 1930): «l’America non ha ancora superato la fase economica‑corporativa, attraversata dagli Europei nel Medio Evo, cioè non ha ancora creato una concezione del mondo e un gruppo di grandi intellettuali che dirigano il popolo nell’ambito della società civile: in questo senso è vero che l’America è sotto l’influsso Europeo, della storia europea. (Questa quistione della forma[‑fase] statale degli Stati Uniti è molto complessa, ma il nocciolo della quistione mi pare proprio questo).» Nel Q 8, § 185 (dicembre 1931) il giudizio viene esteso a ogni forma statuale nuova, passata presente e futura: «Fase economica‑corporativa dello Stato. Se è vero che nessun tipo di Stato non può non attraversare una fase di primitivismo economico‑corporativa, se ne deduce che il contenuto dell’egemonia politica del nuovo gruppo sociale che ha fondato il nuovo tipo di Stato deve essere prevalentemente di ordine economico: si tratta di riorganizzare la struttura e i rapporti reali tra gli uomini e il mondo economico o della produzione. Gli elementi di superstruttura non possono che essere scarsi e il loro carattere sarà di previsione e di lotta, ma con elementi “di piano” ancora scarsi: il piano culturale sarà soprattutto negativo, di critica del passato, tenderà a far dimenticare e a distruggere: la linee della costruzione saranno ancora “grandi linee”, abbozzi, che potrebbero (e dovrebbero) essere cambiate in ogni momento, perché siano coerenti con la nuova struttura in formazione».

[7] C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato. Per una teoria materialistica della filosofia, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 64.

[8] Già nel § 14 del Q 4 (maggio-agosto 1930, ricopiato senza varianti sostanziali, a circa due anni di distanza, nel Q 11, § 27), Gramsci aveva osservato che «ritenere che il materialismo storico non sia una struttura di pensiero completamente autonoma significa in realtà non avere completamente tagliato i legami col vecchio mondo. In realtà, il materialismo storico non ha bisogno di sostegni eterogenei: esso stesso è così robusto, che il vecchio mondo vi ricorre per fornire il suo arsenale di qualche arma più efficace. Ciò significa che mentre il materialismo storico non subisce egemonie, incomincia esso stesso ad esercitare una egemonia sul vecchio mondo intellettuale. Ciò avviene in forme reciproche naturalmente, ma è appunto ciò che bisogna sventare. Il vecchio mondo, rendendo omaggio al materialismo storico cerca di ridurlo a un corpo di criteri subordinati, di secondo grado, da incorporare nella sua teoria generale, idealistica o materialistica: chi riduce a un ruolo simile il materialismo storico nel campo proprio di questa teoria, capitola implicitamente dinanzi agli avversari».

[9] P. Spria­no, Intervento, in AA.VV., Studi gramsciani (Atti del convegno tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958), Roma, Editori Riuniti, 1958, p. 541; corsivo mio.

[10] Si confronti la formulazione molto più sfumata del Q 9, § 124 (settembre-novembre): «Un nuovo gruppo che entra nella vita storica egemonica, con una sicurezza di sé che prima non aveva, non può non suscitare dal suo interno personalità che prima non avrebbero trovato una forza sufficiente per esprimersi ecc.»; nella seconda stesura del Q 23, § 6 (febbraio-agosto 1934), Gramsci parlerà di «atteggiamento egemonico» del nuovo gruppo sociale, inteso come «sicurezza di sé che prima non aveva», a indicare come l’autocoscienza sia il primo passo sulla via dell’affermazione dell’egemonia.

[11] Al punto da comprendere, come farà Gramsci nel Q 8, § 22 (gennaio-febbraio 1932), i filosofi-governanti della Repubblica platonica, in quanto destinati a svolgere un’«attività in certo senso “sociale”, di elevazione ed educazione [e direzione intellettuale, quindi con funzione di egemonia] della polis)», ma anche, più avanti l’intellettuale collettivo rappresentato dal partito – moderno Principe.

[12] Tesi ribadita nel testo C del Q 10, II, § 12 (maggio 1932), dove Gramsci aggiunge la spiegazione: «La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di conoscenza, un fatto filosofico. Con linguaggio crociano: quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre anche tale concezione, cioè si determina una intera riforma filosofica.» Per una discussione sui rapporti tra il concetto gramsciano e quello leniniano di egemonia si veda ancora G. Francioni, op. cit., pp. 154-57 e la bibliografia ivi citata; sulle possibili altre fonti ispiratrici di Gramsci a riguardo, cfr. invece G. Prestipino, Realismo e utopia. In memoria di Lukács e Bloch, Roma, Editori Riuniti, 2002, pp. 234-38 e relative note.

[13] Teorizzazione e realizzazione: il riferimento è qui evidentemente al Lenin teorico pre-1917 nonché alla sua opera politica successiva, con particolare riguardo alla NEP: ignorare o comunque sottovalutare questa e altre esplicite e univoche formulazioni ha decisamente fuorviato chi, come Lo Piparo, ha cercato solo o prevalentemente altrove l’origine della categoria gramsciana di egemonia, ritrovandola da un lato nel concetto ascoliano di «prestigio linguistico» cui Gramsci era stato introdotto dal maestro universitario Bartoli, dall’altro in quello weberiano di «potere legittimo» (Lingua, intellettuali, egemonia in Gramsci, Bari, Laterza, 1979); spunti che, insieme ad altri, a partire dall’incontro-scontro con Croce prima e dopo la carcerazione, hanno certo contribuito ad arricchire e precisare (surdeterminare) la concezione gramsciana dell’egemonia senza con questo escludere la sua derivazione (determinazione in ultima analisi, mi suggerisce Guido Liguori) leniniana.

[14] Il paragrafo si trova ricopiato pressoché alla lettera nel testo C del Q 11, § 12 (luglio-agosto 1932). Il ruolo di rappresentante paradigmatico della corrente deteriore del marxismo tocca anche in questo campo a Bucharin: come scriverà Gramsci nel successivo § 13 del Q 11, innovando significativamente rispetto al Q 8, § 173 (novembre 1931): «Il Saggio popolare sbaglia nel partire (implicitamente) dal presupposto che a questa elaborazione di una filosofia originale delle masse popolari si oppongano i grandi sistemi delle filosofie tradizionali e la religione dell’alto clero, cioè le concezioni del mondo degli intellettuali e dell’alta cultura. In realtà questi sistemi sono ignoti alla moltitudine e non hanno efficacia diretta nel suo modo di pensare e di operare. Certo ciò non significa che essi siano del tutto senza efficacia storica: ma questa efficacia è d’altro genere. Questi sistemi influiscono sulle masse popolari come forza politica esterna, come elemento di forza coesiva delle classi dirigenti, come elemento quindi di subordinazione a una egemonia esteriore, che limita il pensiero originale delle masse popolari negativamente, senza influirvi positivamente, come fermento vitale di trasformazione intima di ciò che le masse pensano embrionalmente e caoticamente intorno al mondo e alla vita.»

[15] G. Francioni, op. cit., p. 105.

[16] Q 10, II, § 41.X (agosto-dicembre 1932), innovando rispetto al testo A del Q 4, § 56 in cui Gramsci si limitava a commentare la nota definizione crociana di Marx come «Machiavelli del proletariato».

[17] Significativamente il passo è trascritto senza alcuna variante nel Q 11, § 65 (steso tra la seconda metà del 1932 e i primi del ’33); un concetto analogo Gramsci aveva peraltro già espresso nel Q 3, § 31 e ribadito nel testo C del Q 11, § 70.

[18] Su questo passo ha già attirato l’attenzione Liguori in questa sede seminariale, osservando anche come il testo C di Q 25, § 5, sia «ancora più esplicito» a riguardo (Stato-società civile, p. 12 del dattiloscritto).

[19] Diventerà titolo di rubrica nel Q 8, § 21 (gen­naio-­feb­braio 1932): «Il mo­der­no Prin­ci­pe. Sot­to que­sto ti­to­lo potran­no rac­co­glier­si tut­ti gli spun­ti di scien­za po­li­ti­ca che pos­so­no con­cor­re­re al­la for­ma­zio­ne di un la­vo­ro […] che sia con­ce­pi­to e or­ga­niz­za­to sul ti­po del Prin­ci­pe di Ma­chia­vel­li». E ancora, nel Q 8, § 37 (febbraio 1932): «In questa serie di osservazioni potrebbero trovare posto le note scritte a proposito dello studio delle situazioni e di ciò che occorre intendere per “rapporti di forza”. Lo studio di come occorre analizzare le “situazioni”, cioè di come occorre stabilire i diversi gradi di rapporti di forza, potrebbe prestarsi a una esposizione elementare di scienza politica, intesa come un insieme di canoni pratici di ricerca. Insieme un’esposizione di ciò che in politica occorre intendere per strategia e tattica per “piano”, per propaganda e agitazione, elementi di organizzazione ecc.

Gli elementi pratici che sono esposti di solito alla rinfusa nei trattati di politica (si può prendere come esemplare gli Elementi di scienza politica del Mosca) dovrebbero, in quanto non sono quistioni astratte o campate in aria, trovar posto nei vari settori dei rapporti di forza, iniziando con i rapporti di forza internazionale (in cui entrerebbero le note scritte su ciò che è una grande potenza) per passare ai rapporti obbiettivi sociali, cioè al grado di sviluppo delle forze produttive, ai rapporti di forza politica [(o di egemonia)] o di partito, e ai rapporti militari o meglio politici immediati.»

[20] A sua volta, come Gramsci scriverà in Q 7, § 90 (dicembre 1931), «la funzione egemonica o di direzione politica dei partiti può essere valutata dallo svolgersi della vita interna dei partiti stessi. Se lo Stato rappresenta la forza coercitiva e punitiva di regolamentazione giuridica di un paese, i partiti, rappresentando lo spontaneo aderire di una élite a tale regolamentazione, considerata come tipo di convivenza collettiva a cui tutta la massa deve essere educata, devono mostrare nella loro vita particolare interna di aver assimilato come principii di condotta morale quelle regole che nello Stato sono obbligazioni legali. Nei partiti la necessità è già diventata libertà, e da ciò nasce il grandissimo valore politico (cioè di direzione politica) della disciplina interna di un partito, e quindi il valore di criterio di tal disciplina per valutare la forza di espansività dei diversi partiti. Da questo punto di vista i partiti possono essere considerati come scuole della vita statale. Elementi di vita dei partiti: carattere (resistenza agli impulsi delle culture oltrepassate), onore (volontà intrepida nel sostenere il nuovo tipo di cultura e di vita), dignità (coscienza di operare per un fine superiore), ecc.». E in questo senso, come si dice nel successivo § 99, i moderni partiti politici si distinguono dalle «fazioni» d’età feudale.

[21] Come accade molto spesso nei Quaderni, le virgolette servono a segnalare la consapevolezza dell’impiego di un concetto in un’accezione differente rispetto a quella corrente; nello specifico, come Gramsci dirà poco più avanti (Q 6, § 24, dicembre 1930), a «distinguere la società civile come è intesa dallo Hegel e nel senso in cui è spesso [corsivo mio] adoperata in queste note (cioè nel senso di egemonia politica e culturale di un gruppo sociale sull’intera società, come contenuto etico dello Stato) dal senso che le danno i cattolici, per i quali la società civile è invece la società politica o lo Stato, in confronto della società famigliare e della Chiesa». Che anche quella tra società civile e società politica sia una distinzione metodica e non organica è confermato dal passo successivo della nota citata nel testo, in cui Gramsci precisa che la prima è strettamente «intrecciata di fatto» con la seconda.

[22] C. Don­zel­li, Introduzione e commento ad A. Gramsci, Quaderno 13. Noterelle sulla politica del Machiavelli, Torino, Einaudi, 1981, p. xviii.

[23] La riflessione sulla storia etico-politica di Croce come “traduzione”, sia pure parziale e unilaterale, del concetto di egemonia, prosegue in una serie di note del Q 8, §§ 112 (sviluppato in Q 10, I, § 10), 227 (trascritto in Q 10, I, § 7, a proposito del quale Liguori osserva come «siamo lontani da ogni visione struttural-funzionalista» del concetto: op. cit., p. 17), 235 e 238 (ricopiati in Q 11, §§ 52-53), 10, I, §§ 12-13, 10, II, § 6, ecc.: si tratta di appunti stesi tra il marzo e l’agosto del 1932, rispetto ai quali fungono spesso da traît d’union tra testo A e testo C le lettere coeve inviate da Gramsci a Tania in risposta alle sollecitazioni di quest’ultima, a sua volta su invito di Sraffa, a “recensire” le recenti pubblicazioni storiche crociane.

[24] La critica all’indistinzione gentiliana non esclude che tra i due momenti, quello dell’egemonia e quello della forza, non vi sia opposizione ma solo distinzione come, secondo Gramsci, prima di Marx aveva già compreso Machiavelli (cfr. Q 8, §§ 48 e 86, febbraio-marzo 1932), a conferma di come il continuo riferimento al Principe non sia solo metaforico ma comprenda una sua effettiva ripresa-traduzione.

[25] La sinonimia tra i due termini, enunciata nel precedente, e già citato, § 24, si ritrova anche più avanti, p. es. nei §§ 87, 88 (in cui è contenuta la nota formula secondo cui «Stato = società politica + società civile, cioè egemonia corazzata di coercizione» – nel § 155 dirà «dittatura + egemonia» – che vale per lo stato capitalistico-borghese in quanto, «l’elemento Stato‑coercizione si può immaginare esaurentesi mano a mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società regolata (o Stato etico o società civile). […] Nella dottrina dello StatoÕsocietà regolata, da una fase in cui Stato sarà uguale Governo, e Stato si identificherà con società civile, si dovrà passare a una fase di Stato - guardiano notturno, cioè di una organizzazione coercitiva che tutelerà lo sviluppo degli elementi di società regolata in continuo incremento, e pertanto riducente gradatamente i suoi interventi autoritari e coattivi. Né ciò può far pensare a un nuovo “liberalismo”, sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà organica») e 137 (tutti stesi tra il marzo e l’agosto 1931). Nel Q 7, § 83 (dicembre 1931), parlando di «ciò che si chiama “opinione pubblica”», Gramsci dirà che questa «è strettamente connessa con l’egemonia politica, è cioè il punto di contatto tra la “società civile” e la “società politica”, tra il consenso e la forza». Si tratta di un concetto nato «nel periodo di lotta della nuova classe borghese per l’egemonia politica e per la conquista del potere. L’opinione pubblica è il contenuto politico della volontà politica pubblica che potrebbe essere discorde: perciò esiste la lotta per il monopolio degli organi dell’opinione pubblica: giornali, partiti, parlamento, in modo che una sola forza modelli l’opinione e quindi la volontà politica nazionale, disponendo i discordi in un pulviscolo individuale e disorganico».

[26] Nel Q 8, § 179 (dicembre 1931) Gramsci preciserà: «La scuola come funzione educativa positiva e i tribunali come funzione educativa repressiva e negativa sono le attività statali più importanti in tal senso: ma in realtà al fine tendono una molteplicità di altre iniziative e attività cosidette private che formano l’apparato dell’egemonia politica e culturale delle classi dominanti».

[27] Ancora Liguori, dopo aver segnalato il nesso tra questo testo e una lettera del 7 settembre 1931 (che potrebbe costituire un interessante elemento per “stringere” la datazione del passo, che Francioni attribuisce al marzo-agosto 1931), sottolinea come quella di «apparato egemonico» sia un’«espressione che mi sembra di fondamentale importanza perché rimanda alla materialità dei processi egemonici: non si tratta solo di “battaglia delle idee”, ma di veri e propri apparati preposti alla creazione del consenso» (op. cit., p. 16). Affermazioni non dissimili si ritrovano nel successivo § 162 (ottobre-novembre 1931). Nel Q 7, § 80 (dicembre 1931), Gramsci affronta invece il problema di come le diverse nazioni hanno cercato «di ricostruire l’apparato egemonico» danneggiato quando non distrutto dalle conseguenze del primo conflitto mondiale: «questo non poteva avvenire senza la forza: ma questa forza non poteva essere quella “legale”, ecc. Poiché in ogni Stato il complesso dei rapporti sociali era diverso, diversi dovevano essere i metodi politici di impiego della forza e la combinazione delle forze legali e illegali. Quanto più grande è la massa di apolitici, tanto più grande deve essere l’apporto delle forze illegali. Quanto più grandi sono le forze politicamente organizzate e educate, tanto più occorre “coprire” lo Stato legale, ecc.».

[28] Questi concetti verranno ribaditi e ampliati nel testo C del Q 13, § 7 (maggio 1932 - primi mesi del 1934).

[29] Nel testo C del Q 13, § 36, peraltro notevolmente più sintetico rispetto alla prima stesura, si trova la significativa precisazione: «morbose».

[30] Sull’«egemonia della cultura occidentale su tutta la cultura mondiale» Gramsci ritornerà nel Q 15, § 61 (giugno-luglio 1933).

[31] Non posso che condividere a riguardo le osservazioni di Pasquale Voza sulla doppia avversativa «ma… Ma» (da me nel testo evidenziata nel corsivo) come segnale non tanto delle oscillazioni di Gramsci a riguardo, quanto della necessità di porre l’accento sul nesso, più che su uno dei due termini della dicotomia, come fecero invece Stalin e Trockij, rompendo l’unità organica presente nel pensiero e nella strategia leniniana.

[32] Un discorso analogo si trova nel successivo § 18 (aprile-maggio 1933), in cui Gramsci inserisce un rimando esplicito al testo citato sopra.

[33] Sul tentativo egemonico del primato giobertiano Gramsci si era già soffermato, oltre che nel paragrafo immediatamente precedente a quello da me citato, nel Q 9, § 101 (maggio-giugno 1932).

[34] Qui e nel seguito indico tra parentesi quadre il quaderno e il paragrafo in cui compare la prima o la più perspicua formulazione della particolare accezione di egemonia.