Mille pagine, seicento voci per una critica dell’autore dei “Quaderni
del carcere” più attenta «al testo»
Marx, fordismo,
egemonia... Ecco il “Dizionario gramsciano”
Il volume, curato da Guido Liguori e Pasquale Voza, è un
utile sostegno nella comprensione del pensiero del grande intellettuale sardo.
Tonino Bucci
Un dizionario è un dizionario.
Non è un libro come tutti gli altri, non si legge dall’inizio alla fine lungo un’unica
direzione. Un dizionario è una raccolta di parole, ciascuna definita per mezzo
di altre parole che a loro volta sono definite per mezzo di altre parole ancora
e così via praticamente all’infinito, attraverso sequenze e combinazioni
imprevedibili. Finora, però, non s’era mai visto un dizionario che servisse a
leggere un altro libro, eccezion fatta per la “Divina Commedia” dantesca o la
“Scienza della logica” di Hegel e qualche altro raro
caso. Il “Dizionario gramsciano 1926-1937” a cura di
Guido Liguori e Pasquale Voza
(edizione Carocci, pp. 918, euro 85) – presentato l’altro
ieri a Roma con Maria Luisa Boccia, Alberto Burgio,
Giuseppe Vacca, Tullio De Mauro e i curatori – «si pone l’obiettivo di
ricostruire e presentare al lettore – in termini il più possibile accessibili –
il significato dei lemmi, delle espressioni, dei concetti gramsciani,
limitatamente al periodo della riflessione carceraria consegnata ai “Quaderni
del carcere” e alle “Lettere dal carcere”». Quasi mille pagine, oltre seicento
voci, dalle più famose invenzioni linguistiche di Gramsci a quelle meno note. Un’opera
pregevole che porta a compimento un lavoro iniziato dall’Igs,
ormai una decina d’anni fa, con i seminari sul lessico gramsciano
e che porta l’impronta di Giorgio Baratta, scomparso pochi mesi fa, tra i
principali promotori dell’impresa.
Cos’è dunque il “Dizionario gramsciano”? Uno strumento, innanzitutto, un sostegno per
il lettore nella comprensione del testo gramsciano, a
volte ostico, difficile da digerire per i suoi salti, per le ambiguità, per il progressivo
cambiare di significato delle parole cruciali nel tempo, talvolta per vere e
proprie incongruenze. Il fatto stesso che una quantità sterminata di interpreti
si siano cimentati con i “Quaderni” e abbiano prodotto una letteratura
sconfinata è tutt’altro che una facilitazione per il povero lettore. Anzi, in
molti casi, le interpretazioni del testo gramsciano che
nel tempo si sono sedimentate risultano fuorvianti anziché d’aiuto. Se non
bastasse, ci è messa anche la cultura del postmoderno a complicare la faccenda.
Gli studi su Gramsci, da un
decennio almeno a questa parte, sono rivelatori di un’inclinazione eccessiva al
frammento. È diventata quasi opinione corrente considerare i “Quaderni” un’opera
priva di trama unitaria, una sorta di collage di frammenti dai quali, come in
un «supermarket» – per riprendere un’espressione di Burgio
– ognuno si sente in diritto di prendere quel che vuole e costruirsi un’ipotesi
interpretativa a propria misura, senza il necessario rigore filologico. Il
dizionario, a differenza del saggio, è lo strumento più prossimo all’obiettivo,
dichiarato dai curatori, di un «ritorno al testo». «In riferimento alla
tensione fra un pensiero coerente e la sua esposizione frammentata, il nostro
tentativo – scrivono Voza e Liguori
– è stato quello di praticare e di suggerire un’attenzione al testo che non sempre
è dato ritrovare nella critica. Crediamo infatti che un uso attento dei testi
porti anche a una migliore approssimazione interpretativa, mentre un loro uso
troppo disinvolto allontani dalla comprensione effettiva anche dello
“spirito”».
Ma, a volersi spingere un po’ oltre, il “Dizionario” non è solo uno strumento esterno
al testo, ma ci aiuta anche a capire – come in uno specchio – la “forma ”
stessa dei “Quaderni”, la morfologia di un’opera costruita secondo il modello
di un reticolo di categorie, dove ognuna di esse, da quelle più note tipo
“egemonia”, “americanismo” e “cesarismo” a quelle più inusuali, del genere
“oppio”, “dumping” e “mosca cocchiera”, si definisce in connessione con le altre.
E dove la minima variazione di significato all’interno di una categoria è
destinata a produrre effetti in tutte le altre categorie confinanti,
costringendo l’intero sistema ad assestarsi. E qui cominciano i problemi. Perché
al “Dizionario” non si può chiedere il miracolo di semplificare o ingabbiare
«quella che è stata chiamata la strategia del pensiero e della scrittura di
Gramsci – scrivono ancora Voza e Liguori
– e con il carattere intrinsecamente mobile, aperto, antidogmatico che essa
comporta».
A noi lettori contemporanei la
questione si pone di nuovo: quale Gramsci? Quello classico della rivoluzione e
della lotta di classe – si chiede Tullio De Mauro – oppure il Gramsci
ridisegnato in chiave culturalista soprattutto in
questi ultimi decenni? Il Gramsci che pone l’accento sul primato della politica
(la prassi) oppure il Gramsci che affida al terreno decisivo della cultura la
regolazione dello scontro tra gruppi sociali? «La centralità gramsciana della cultura nella politica – sostiene ad
esempio Maria Luisa Boccia – è andata dispersa, tutt’al più oggi si parla di competenze
e di think thank che devono
affiancare i politici. Oggi si parla spesso della perdita di egemonia da parte
della sinistra, ma senza mai rimettere al centro della nostra attenzione il
rapporto tra cultura e politica. Non a caso, per Gramsci il marxismo ha da
essere una visione totale del mondo, costruzione di una forma di civiltà
integrale».
Ma quali sono le «quistioni» più presenti, le voci più ricorrenti nel
“Dizionario”, per qualità e quantità? Non c’è quasi storia. A mettere assieme i
lemmi che riguardano Marx, il marxismo, il
materialismo e la marxiana “Prefazione” del ’59 non c’è dubbio che il nucleo
teorico dei “Quaderni” sia questo, seguito a breve da un complesso di voci
sulla filosofia classica tedesca e sulla filosofia della praxis.
E poi ci sono le categorie mobilitate da Gramsci per la lettura del suo
presente, in un continuo gioco di rimandi e analogie con la storia passata:
americanismo, fordismo, taylorismo, lotta di classe, guerra. Motivo per cui –
stando alle argomentazioni di Burgio – si potrebbe pensare
ai “Quaderni” come al laboratorio del primato della politica. «È un’immagine
classica di Gramsci quella che ci viene consegnata qui, cioè di un filosofo
della rivoluzione in Occidente che pensa a partire da Marx
e dalla filosofia classica tedesca in un’epoca di guerra, di lotta di classe e
di crisi, in presenza di un tentativo di stabilizzazione capitalistica in
America». Ma soprattutto, come dimostra il lemma su “rapporti di forza”, ad
emergere è «l’idea che la politica è ovunque, nei conflitti sociali, nella
società civile, nelle istituzioni nazionali come in quelle internazionali».
Il discorso si complica
enormemente quando ai “Quaderni” si pongono domande che riflettono gli assilli di
noi lettori contemporanei, magari per rintracciare in Gramsci teorizzazioni ante
litteram di posizioni culturali che appartengono al nostro tempo. Ci si
addentra in un gioco mobile dentro e fuori il testo quando, ad esempio, si
ravvisa nel testo gramsciano l’esistenza di una vera
e propria quistione sessuale, definita non
nei termini di una semplice «lotta per l’emancipazione giuridica delle donne»,
bensì come una dimensione centrale per la politica e la rivoluzione. Oppure,
quando – per seguire il ragionamento di De Mauro – si cerca nei “Quaderni” –
inutilmente – una critica alla scienza e all’idea del soggiogamento infinito
della natura all’uomo. Di sicuro è un Gramsci in stile liberaldemocratico
quello ricostruito polemicamente da Giorgio Vacca: un Gramsci che inizierebbe a
sbarazzarsi delle categorie marxiste tradizionali, prima fra tutte quella di
struttura-sovrastruttura, per poi sostituire il termine «classe» col più
pluralistico «gruppi sociali», «materialismo» con «filosofia della praxis», mentre il partito retrocederebbe sullo sfondo di
una più generale volontà collettiva. Per finire con un’idea di «egemonia» non
solo rivisitata ma ormai contrapposta all’egemonia leninista.
Fin dove può spingersi
l’interpretazione – e la sua innegabile libertà – e dove comincia invece il
limite invalicabile del testo? «I “Quaderni” – per dirla con le parole di Liguori – sono un’opera particolare, che è stata pubblicata
non dal suo autore, frammentata, piena di ambiguità che possono anche risultare
fuorvianti. Un work in progress». Ma questo non significa «poter fare dire a
Gramsci quel che non ha detto e fargli carico di ipotesi che non potevano stare
nella testa di un uomo del suo tempo. Non si possono sfruttare le sue afasie
per proiettare tutto il nostro presente nella sua opera».
(da “Liberazione”, 22 maggio
2010)