di Costanza Orlandi
Il 27 marzo scorso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia si è tenuto un seminario-dibattito per presentare l’ultima opera di un’antropologa inglese trapiantata negli Stati Uniti - Kate Crehan - su Antonio Gramsci. Il saggio è intitolato Gramsci, Culture and Antropology (City University of New York Graduate Center, 2002)
Kate Crehan è Assistent Professor nel Dipartimento
di Psicologia, Sociologia, Antropologia e Scienze Sociali del College of
Staten Island, City University of New York. Tra i suoi lavori The Fractured
Community: Landscape of Power and Gender in Rural Zambia (California, 1997).
L’incontro di Perugia è stato organizzato dalla Sezione Antropologica
del Dipartimento Uomo e Territorio e patrocinato dall’International Gramsci
Society - Italia.
L’incontro si è tenuto nell’Aula Magna della Facoltà,
occupata già da alcuni giorni in segno di protesta contro l’attacco
all’Iraq. In linea con lo stato di co-gestione studentesca in cui si trovava
la struttura universitaria, il regolare svolgimento della manifestazione
era stato prima concordato con gli studenti. I loro rappresentanti avevano
ritenuto opportuno inserire questo momento di studio all’interno del programma
di iniziative studentesche. Il particolare, ricordato nella presentazione
di apertura della conferenza, è servito a richiamare l’attenzione
sul fatto che l’interesse per il pensiero di Gramsci non era sentito dagli
organizzatori come meramente accademico: sia nell’intervento introduttivo,
come anche nella relazione di Crehan e nel dibattito finale i riferimenti
all’autore dei Quaderni del carcere hanno sollecitato riflessioni di attualità
sull’esercizio del potere e sul rapporto fra culture.
Il saggio di Kate Crehan è incentrato sull’idea
di cultura. Questo concetto riveste un ruolo decisivo non solo all’interno
degli studi antropologici, ma anche in altri ambiti, compreso il senso
comune. La nostra cultura di appartenenza – ricorda l’autrice – ci connota
in gran parte della nostra esistenza, della nostra vita quotidiana, fino
ai giornali che leggiamo o alle trasmissioni televisive a cui assistiamo.
Il tema della cultura ha poi un particolare significato per gli Stati Uniti
– dove Crehan vive e lavora da una decina di anni – che si definiscono
una società “multiculturale”.
Sebbene l’uso del termine “cultura” sia così presente
nella nostra società, l’autrice del saggio gramsciano mostra come
il suo significato non sia a-problematico come potrebbe sembrare e la difficoltà
di definizione aumenta quando si parla di rapporti tra culture diverse.
Proprio guardando a che cosa succede in Medioriente ci si accorge di quanto
possa essere delicato il risvolto concreto di questa questione, che, se
mal impostata, può generare grandi conflittualità.
L’autrice è passata poi a illustrare i capitoli
di cui si compone il libro, ripercorrendone l’indice:
1. Introduction
PART I: Contexts
2. Gramsci’s Life and Work
3. Anthropology and Culture; Some Assumptions
PART II: Gramsci on Culture
4. Culture and History
5. Subaltern Culture
6. Intellectuals and the Production of Culture
PART III: Gramsci and Anthropology
7. Gramsci Now
Nell’ultima parte del suo lavoro (capitolo 7), Crehan
fa un resoconto, limitato al mondo anglofono, della fortuna del concetto
gramsciano di cultura negli studi etnologici.
Per la studiosa inglese l’idea di cultura che si delinea
negli scritti carcerari offre alla ricerca antropologica degli stimoli
decisivi, perché mette in discussione una serie di premesse teoriche
fino ad ora accettate, che dovrebbero invece essere riviste.
L’antropologia moderna, nata nel XIX secolo in occidente
ha sempre dovuto fare i conti con il pericolo dell’etnocentrismo. L’interesse
per le culture dei popoli lontani derivava dal bisogno di affermare la
propria superiorità, di legittimare l’autorità sulle altre
popolazioni o altrimenti dal sentimento romantico di attrazione per l’esotico.
Sebbene l’antropologia contemporanea si sia espressa
criticamente rispetto alla prospettiva etnocentrica delle origini, secondo
Kate Crehan questo distacco non si sarebbe ancora completamente realizzato:
gli antropologi continuerebbero a dare per scontate alcune assunzioni che
segnano la continuità con il passato.
In particolare queste sono le premesse teoriche, su cui
si basa gran parte della ricerca etnologica attuale:
1. Le culture sono sistemi con una loro logica fissa
2. Le culture sono entità limitate
3. Lo studio antropologico deve osservare i fenomeni
di trasformazione relativamente alla coppia concettuale di tradizione e
modernità.
Rispetto a questi punti il pensiero gramsciano rappresenta
un’innovazione. Per l’autore dei Quaderni la cultura è data da un
insieme di elementi: credenze, idee, istituzioni, attività, storicamente
contestualizzate.
Per Gramsci una cultura è sempre riferita ad un
tempo e a uno spazio, è un’entità che si modifica a seconda
delle relazioni tra i vari elementi. Le culture poi interagiscono tra loro,
quindi non possono essere definite a prescindere dal loro rapporto con
le altre.
Infine in Gramsci l’opposizione significativa nella definizione
di una cultura non è quella tra modernità e tradizione, ma
tra gruppi dominanti e dominati.
Nei confronti delle culture subalterne Gramsci non ha
un atteggiamento “romantico”. Per lui la subalternità è un
problema da superare, non un tratto esotico, né tantomento una realtà
immutabile da accettare fatalisticamente.
La presentazione della relatrice è stata seguita
dagli interventi di Derek Boothman, Tullio Seppilli e Pier Giorgio Solinas.
Boothman ha richiamato l’attenzione sulla varietà degli approcci
di studio ai Quaderni del carcere, facendo l’esempio della categoria della
“traducibilità” a cui Gramsci dà un significato originale
e che interessa trasversalmente tutti gli ambiti della riflessione gramsciana,
dalla linguistica, alla filosofia politica, al rapporto tra culture diverse.
Negli altri due interventi invece, oltre a salutare positivamente
il fatto che Gramsci sia sempre più studiato anche fuori dall’Italia,
si è cercato di interpretare l’attualità e in particolare
il conflitto iracheno, facendo ricorso alle categorie gramsciane di egemonia,
consenso e coercizione.