Proletariato, Freud e femminismo
Gramsci, ma quale rivoluzione oggi? Due giornate di dibattito sull'autore dei "Quaderni". A Bari si sono incontrati intellettuali italiani e stranieri: molto studio ma nessun dogmatismo. Relatori e relatrici hanno discusso confrontando tesi anche molto diverse

Tonino Bucci


BARI – nostro inviato


Non doveva essere una celebrazione. E neppure cedere alla tentazione opposta di leggere Gramsci come un autore "attuale" e pacificato con lo spirito dominante di oggi. E così è stato. Il convegno "Antonio Gramsci: tra passato e presente" s'è svolto secondo le intenzioni di chi l'ha organizzato, di Pasquale Voza, direttore del centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e della Igs Italia rappresentata da Giorgio Baratta. Rigore accademico tanto, ma scolasticismo poco o zero. Dibattito ricco, grande partecipazione di studenti, un dato generazionale confortante. Nessuna concessione al conformismo del nostro tempo, è prevalso invece il gramsciano "spirito di scissione", la scelta partigiana, la comprensione critica, senza mai rinunciare al rigore e allo scrupolo filologico.
Ma perché c'è necessità di Gramsci? Perché non ha rinunciato a pensare la rivoluzione pur trovandosi nel pieno d'una sconfitta epocale. Perché con le sue categorie - quelle classiche che bene o male sono entrate nel nostro lessico, senso comune, rivoluzione passiva, egemonia - ci ha lasciato una mappa concettuale della modernità e una bussola formidabile per fare politica. Perché ha studiato l'avversario avventurandosi sul suo terreno. Perché per affrontare le questioni del nostro presente c'è bisogno di capire come lui, comunista del suo tempo, ha affrontato quelle della propria epoca. De te fabula narratur , di noi, della crisi dei partiti nella società di massa, del governo delle oligarchie e del Pd, della minorità del pensiero critico nel senso comune di questo paese, dell'egemonia del neoliberismo e della difficoltà di costruire la soggettività delle classi subalterne, del dominio su scala internazionale.
Tutti d'accordo allora? Neanche per sogno. Grosso modo ci sono stati tre filoni di discussione. Innanzitutto, il Gramsci scienziato sociale, lo studioso del senso comune e dei processi culturali, delle idee delle classi dominanti che permeano in tutti i gangli della società, dalla fabbrica allo stato, dalla scuola ai giornali, alle associazioni, alla cultura, fino alle istituzioni. E' il Gramsci che ci serve per capire come funziona l'egemonia e il consenso. Alberto Burgio dice che la nostra epoca è attraversata da processi di rivoluzione passiva, ma questo non significa che siano una semplice restaurazione. Non c'è mai un ritorno al passato sic et simpliciter . I processi storici sono sempre dialettici, contraddittori, ambivalenti. Le classi dirigenti annullano e incorporano le spinte antisistemiche dei subalterni. Fanno prevalere le politiche conservatrici o quelle riformistiche senza intaccare l'essenziale, cioè il funzionamento capitalistico. Ma sono anche salti in avanti. Per intenderci, Gramsci indicava tra le rivoluzioni passive del suo tempo il fordismo. E il fascismo, che fu un tentativo di stabilizzare il dominio borghese minacciato da una crisi organica. Ma conteneva anche aspetti "positivi", l'introduzione di forme di programmazione, di economia di piano, di welfare. Insomma «le rivoluzioni passive sono sollecitate anche dall'iniziativa delle classi subalterne» dice Burgio, e questo modo di leggere dialetticamente la realtà si adatta anche al nostro presente. Cosa altro sono stati il reaganismo-thatcherismo e, su scala italiana, il craxismo e il berlusconismo se non rivoluzioni passive? Non avremmo alcuna pietas nell'abbandonare Gramsci se non ci servisse a capire come il neoliberismo, da contrario che era al senso comune genericamente keynesiano, sia potuto diventare ideologia dominante. Ma i conflitti non sono finiti. Le egemonie culturali non sono forme soft di dominio. Fanno parte di un apparato materiale coercitivo e violento.
Così come secondari non sono per Maria Luisa Boccia i meccanismi di rappresentanza della democrazia parlamentare. «Il principio di maggioranza è una falsificazione, non abolisce la separazione tra rappresentanti e rappresentati. I risultati delle elezioni sono solo la fase terminale con cui si misura la capacità di persuasione delle opinioni dei pochi nelle masse». Le opinioni non nascono spontaneamente, hanno una storia, sono prodotte da apparati materiali. Il dominio borghese non spreca risorse nella repressione, produce invece egemonia, consenso, convince i subalterni a scegliere liberamente quelle che già sono le decisioni delle elites dirigenti. «Far diventare la necessità libertà, dice Gramsci anticipando Foucault. Capisce che il governo non è solo un problema di leggi». Ma i problemi di rappresentanza per Boccia non spariscono nella soluzione gramsciana del partito che rimane «produzione di elites» e quindi non annulla la «verticalità tra dirigenti e diretti».
Il secondo filone di relazioni riguarda il "chi" della rivoluzione, la soggettività. La novità gramsciana, sostiene Roberto Finelli, è che l'ideologia non è più la falsa coscienza e deformazione della realtà di cui parlava Marx. Sono le idee, il simbolico, le filosofie che consentono agli uomini di comprendere e giustificare i conflitti sociali. «Praxis cessa d'essere sinonimo di lavoro ed elaborazione del mondo materiale e acquista il senso antropologico-politico di elaborazione e produzione di una soggettività collettiva». L'ideologia permette ai subalterni di passare dall'assenza di un ruolo nella storia a un ruolo di direzione etico-politica nella società. Ma il punto più contestato è che Finelli considera superata l'idea della rivoluzione come trasformazione materiale del mondo, come scontro amico-nemico e classe contro classe «con la sconfitta del nemico e la presa del potere che ne derivava». La storia è successione non di modi di produzione, ma di soggettività ideologiche ed egemoniche. La rivoluzione gramsciana, dice Finelli, è un'autoriflessione del soggetto collettivo su se stesso, un'emancipazione dalle forme inadeguate di consapevolezza di sé e la conquista di una forma di coscienza adeguata al proprio ruolo nella società.
Ma che rivoluzione è, questa, condannata all'intimismo e a farsi, come suggerisce lo stesso Finelli, cura psicoanalitica del Sé? Non c'è il rischio, come polemizza Guido Liguori, di una lettura idealistica che scambia la conoscenza con la rivoluzione tout court ? E che politica è se il suo agire non ha più nulla a che fare con il lavoro? Il sapere dei subalterni parte dal cuore della fabbrica e non c'è atto lavorativo, anche il più semplice e immediato, che non contenga un'intelligenza. Da questo spirito popolare creativo che può nascondersi nell'avvitare un bullone o nel lavorare in un call center non si può prescindere. Gramsci stesso fa esperienza diretta di questo universo di intelligenze, saperi, linguaggi e codici che nascono della fabbrica, lo ricorda anche Angelo d'Orsi parlando del biennio rosso e dell'"Ordine Nuovo". «Valorizza la cultura autoctona in fabbrica, trascorre ore e ore ad ascoltare gli operai».
Che soggetto politico è quello gramsciano che non può essere dato a priori con scorciatoie idealistiche, che segue sempre una costruzione molecolare come ricorda Voza? E perché dimentichiamo che è anche un soggetto sessuato? C'è stata o no nel movimento operaio, come dice Lea Durante, una resistenza a porre il femminismo come questione autonoma e non come una variabile dipendente del lavoro salariato? Non è una contraddizione quando Gramsci non considera la formazione della personalità femminile un fatto politico-sociale, a differenza di quella umano/maschile? Eleonora Forenza chiama in causa "Americanismo e fordismo" dove se da un lato Gramsci mostra per la condizione delle donne una sensibilità inusuale al suo tempo, dall'altro relega il femminismo a questione etica e privata, gli nega lo statuto di problema politico ed esclude le donne dalla storia dei gruppi oppressi. E pensa che il corpo sia un oggetto da disciplinare in vista delle esigenze produttive. Giudizi troppo severi, come dice Paladini Musitelli? Gramsci è profetico riguardo agli effetti del libertinismo sul corpo delle donne nella società di massa. «Ne abbiamo continue conferme nella pubblicità e in tv». Nel testo gramsciano ci sono suggestioni - "letterarie", specifica Lidia Curti - che si incontrano con gli studi culturali sul colonialismo e il corpo delle subalterne da sempre escluse dalla storia scritta ufficiale.
Infine, il Gramsci meno noto, teorico ante litteram della globalizzazione, di una polis globale senza comando unificato (Isidoro Mortellaro) e, a un tempo, pensatore - lui, sardo - della regionalità, dell'arretratezza - dice Giorgio Baratta - che in certi casi può trasformarsi in anticapitalismo. Grazie davvero per questo convegno.

(da «Liberazione», 1 novembre 2007)