Ricordo di Antonio A. Santucci a cinque anni dalla scomparsa

 

Lelio La Porta

 

 

Gli Editori Riuniti pubblicarono nel 2001 il libro di Antonio A. Santucci intitolato Senza comunismo. Labriola, Gramsci, Marx. L’autore volle farmi omaggio di una copia del suo lavoro con la dedica seguente: «Con poco comunismo ieri, senza comunismo oggi, ma domani o al massimo dopodomani … boh!». Ho voluto riportare questo episodio per offrire la cifra più autentica di chi era uno dei massimi studiosi di Gramsci: Antonio, nel suo razionalismo profondo, era ironico e sorridente, illuminista e comunista.

Venendo a mancare il 27 febbraio 2004, Santucci ha lasciato nella comunità gramsciana un grande vuoto. È nota la sua produzione soprattutto come curatore delle opere gramsciane, per un lungo periodo a fianco di Valentino Gerratana. I suoi scritti, in specie giornalistici, sono stati raccolti, su impulso di Carlo Ricchini, da Diego Giannone, allievo di Antonio a Salerno, in un volume di prossima pubblicazione presso Rubbettino.

Vorrei ricordare di Santucci un intervento del 29 ottobre 1999 – nell’ambito di un Dossier del settimanale “ La Rinascita della sinistra” su Dalla Bolognina all’abiura – intitolato La radice del comunismo italiano. Con una lucidità pari alla chiarezza dell’esposizione, Antonio criticava aspramente, e con una punta di rammarico, le scelte culturali e politiche che determinarono la fine del Pci, mettendo in evidenza quello che a lui (ma condivido pienamente le sue parole, allora come ora, e penso di non essere il solo) sembrava l’aspetto più debole della svolta della Bolognina: «non aver tenuto debito conto di quanto il marxismo avesse contaminato la cultura nazionale restandone a sua volta contaminato». Ricordando i meriti dei comunisti italiani nella loro battaglia per l’affermazione della cultura e delle istituzioni democratiche, Santucci invitava «a ragionare sugli eventi davvero significativi del secolo» per non cadere in luoghi comuni e deformazioni della verità storica.

Vorrei si cogliesse il significato profondo di queste osservazioni, delle osservazioni di colui che, a buon diritto, va ricordato, voglio ripeterlo, come uno dei massimi studiosi di Antonio Gramsci, insieme alla sua lezione di metodo: scrupolo filologico, nessuna sollecitazione dei testi, nessuna concessione alle mode, nessun cedimento alle strumentalizzazioni politiche che, anzi, vanno combattute sempre e comunque in nome della ricerca e dello studio attento.

Da un articolo che scrisse per “Liberazione” in occasione del 60° anniversario della morte di Gramsci, mi piace riportare una citazione che riassume il punto di vista di Santucci intorno alla politica e alla cultura: «Secondo Gramsci […]  “In politica si potrà parlare di riservatezza, non di menzogna nel senso meschino che molti pensano: nella politica di massa dire la verità è una necessità politica, precisamente”. E a ben guardare questa “necessità politica” si collega strettamente alla principale categoria del suo pensiero, l’egemonia». Antonio ha sempre lottato per l’egemonia, schierato da una parte, convinto, come ha insegnato a molti di noi, di essere «semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e non le baratta per niente al mondo».